Vita -Virgilio Marone, Publio', '2004-03-17
00:00:00', 'Versi tratti dal quarto canto dell'Eneide, versione poetica di
Cesare Vivaldi con presentazione di Giuseppe Ungaretti. Editrice Edisco Torino
(volume non in commercio). Edizione celebrativa del Bimillenario 19 A.C.', '
Allora Didone, tremante, esasperata per
il suo scellerato disegno, volgendo attorno gli occhi iniettati di sangue, le
gote sparse di livide macchie e pallida della prossima morte, irrompe
nelle stanze interne della casa e sale furibonda l'alto rogo, sguaina 1
la spada dardiana, regalo non chiesto per simile scopo. Dopo aver guardato le
vesti lasciate da Enea e il noto letto, dopo aver indugiato un poco in
lagrime di pensieri, si gettò su quel letto lunga e distesa e disse poche,
estreme parole: " O relique, che foste così dolci finche
2 lo permettevano i
Fati e un Dio: ora accogliete quest'anima, scioglietemi da tutti
i miei tormenti. Vissi, ho compiuto il cammino concessomi dalla
Fortuna, e adesso un'immagine grande di me se ne andrà
sottoterra. Fondai una grande città, vidi sorgerne alte le mura,
vendicai il marito, inflissi al fratello nemico giuste pene:
felice, ahi, troppo felice se solo non fossero mai arrivate ai
nostri nidi sabbiosi navi dardiane!". Disse e premé la bocca sul
letto. "Moriamo senza vendetta - riprese. - Ma moriamo. Così,
anche così giova scendere alle Ombre. Il crudele Troiano vedrà
dall'alto del mare il fuoco e trarrà funesti presagi dalla mia
morte". Tra queste parole le ancelle la vedono abbandonarsi
sul ferro e vedon la lama spumante di sangue, vedono sporche di
sangue le mani. Un grido si leva per tutta la reggia, la fama
s'avventa infuria per la città, le case fremano d'urla, di
lamenti e di gemiti di donne, l'aria suona di grandi pianti, come
se Cartagine o Tiro invase dai nemici crollassero, e rabbiose
le fiamme s'attorcessero tra le case ed i templi. La
sorella sentì la notizia e atterrita con una corsa affannosa,
graffiandosi la faccia con le unghie, picchiandosi i pugni contro
il petto, attraversa la folla chiamando la morente per nome:
" Sorella, per questo mi volevi? Che inganno doloroso! Per questo
che volevi il rogo, i fuochi e gli altari? Che cosa dovrò pianger
di più:
3 la tua morte o
questo disperato esser sola nella morte? Sorella, perché non
m'hai voluta tua compagna morendo? M'avessi tu chiamata ad
una stessa morte: un egual dolore ed una stessa ora ci avrebbe
colte entrambe. Ed io con queste mani eressi il rogo, invocai
gli Dei patrii, per essere da te lontana nell'ora della morte!
Sorella, hai ucciso te e me
4 e il popolo e i
padri sidoni e tutta la tua città! Ma adesso lasciatemi lavare la
ferita, lasciatemi raccogliere con le labbra l'estremo suo
alito, se ancora le aleggia intorno un soffio di vita!".
Precipitosa era salita sugli alti gradini del rogo e abbracciata
la sorella morente la stringeva gemendo al seno e con la veste
tentava di asciugare il nero sangue. Didone mentre cerca di
alzare gli occhi che non riuscivano a stare aperti sviene; la
ferita profonda nel petto stride: Tre volte riuscì a
levarsi sul gomito, tre volte ricadde sul letto: nell'alto cielo
cercò con gli occhi erranti la luce, vedendola gemette.
5 Allora Giunone, pietosa
del suo lungo dolore e della straziante agonia, mandò giù
dall'Olimpo Iride, che liberasse l'anima che lottava invano
per svincolarsi dai legami del corpo. Poiché lei non moriva di
giusta morte, decisa dal Fato, ma anzitempo in un accesso d'ira,
6 Proserpina non le aveva
ancora strappato di testa il biondo fatale capello e non aveva
ancora consacrato il suo capo all'Inferno e allo Stige.
7 La rugiadosa Iride con le sue
penne di croco brillanti contro sole di mille varii colori
volò attraverso il cielo e si fermò su di lei. "Questo capello -
disse - porto consacrato a Dite per ordine divino, e ti sciolgo
da queste tue membra ". Con la destra strappò il capello:
insieme
8 si spense il
calore nel corpo, la vita svanì nel vento
Note 1. la spada dardiana:
Didone aveva ricevuto in dono da Enea una spada in cambio dei ricchi
doni ricevuti. 2. un Dio: Giove 3. questo disperato essere
sola: un altra figura tragica quella della sorella, che nel momento
della morte di Didone sente dentro di sé la tragedia della
solitudine, capisce come la sua esistenza sia legata a quella della
sorella e invoca perciò anch'essa la morte. 4. sidoni: Sidone,
città fenicia capitale del regno di Belo, padre di Didone, (Sidone
ora si chiama Saida ed è in Libano a sud di Beirut). 5. Allora
Giunone: Giunone sente pietà per la sventurata e ne abbrevia
l'agonia mandando Iride sua messaggera. 6. Proserpina: secondo
le credenze antiche, la vita finiva quando Proserpina strappava un
capello del capo di chi era predestinato alla morte. 7. croco:
zafferano, quindi il significato è color dell'oro 8. vento: in
greco "anemos" Secondo Virgilio dopo la morte, l'anima individuale
ritornava e si dissolveva nell'anima universale fonte di ogni forma
di vita. Divinità
greco-romane Giunone:
divinità romana figlia di Saturno e di Rea mutuata da quella greca,
corrisponde, infatti, ad Eres moglie di Zeus. Iride: messaggera
degli dei, personificazione dell'arcobaleno. Figlia di Taumante e
dell'oceanina Elettra. Proserpina: regina dell'averno
(l'oltretomba greco) e moglie di Plutone
Commento Due figure
tragiche e umanissime appaiono in queste breve passo di Virgilio,
Didone regina di Cartagine che ormai resa folle dall'abbandono di
Virgilio si suicida per amore, e Anna, sua sorella, un personaggio
di secondo piano che funge essenzialmente da consigliera e che ha
legato la sua esistenza alla regina. Personaggio diverso è invece
Enea che con la sua freddezza e insensibilità incarna l'eroe
predestinato a compiere gesta più grandi di quelle d'amore. A questo
proposito di seguito è citato un breve passo di Cesare Vivaldi che
commenta così il canto e le figure dei personaggi principali:" Le
nozze, durante lo scatenarsi di un violento temporale, sono il
naturale coronamento della passione che le ha sconvolto i sensi e
l'anima. Di qui il dramma che precipita rapidamente verso la
conclusione. In un alternarsi continuo di illusioni e delusioni, dì
tormento e di estasi, d'invettive e di preghiere, di orgogliose
impennate e di umiliazioni volute, si giunge all'epilogo: vince
ancora l'amore che vede come unica soluzione la morte. Il rogo che
brucia e purifica e le sue spoglie mortali, distrugge insieme le
vesti e la spada dell'amato. La fine è degna di lei, splendida donna
e superba regina che non può sopravvivere all'ingiuria sofferta dopo
il dono di tutta se stessa. La sua ardente figura di personaggio
tragico, insuperato e insuperabile, offusca e sminuisce quello di
Enea. Se però guardiamo un po' più addentro alla complessità
della creazione virgiliana, ci accorgiamo subito che la grandezza
tragica di Didone dipende in gran parte dall'atteggiamento di Enea,
dal suo freddo ed incerto comportamento, dal suo sacro egoismo
d'uomo, dalla sua arida austerità di eroe-sacerdote destinato a ben
altre imprese d'amore che non sian d'amore. Virgilio ha ricercato
ad arte, non solo per la logica che regge l'intero poema, un voluto
contrasto di toni e di stati d'animo, per far sì che la figura di
Didone campeggiasse in tutta la sua grandiosa tragicità per l'intero
arco dell'episodio. Per questo a costretto il suo eroe alla
meschinità ed alla grettezza d'animo e di cuore; per questo gli ha
posto sulle labbra frasi scipite, volgari e perfino oltraggiose.
Didone, così, ci appare la vittima più illustre non tanto di Enea,
quanto di quella legge e iniqua ed inesorabile che vuole i maggiori
e più solenni eventi umani, nati dalle lagrime e dal sangue degli
innocenti." Virgilio nel suo canto quindi tratta Didone con
indulgenza e comprensione, al contrario di Dante che invece
colloca il personaggio nel V canto dell'Inferno (canto famosissimo
di Paolo e Francesca), nella schiera degli amanti sanguinosi. Per
Dante Didone è colpevole di aver sottomesso la ragione alla passione
(lussuria), e, sposandosi con Enea, di aver tradito la memoria del
marito Sicheo. Chiaramente l'atteggiamento di Dante verso le persone
che condanna è più complesso di quello descritto sopra. Per alcuni
di loro infatti Dante ha un atteggiamento di condanna e nello stesso
tempo di pietà, pietà però che non significa perdono dei loro
peccati ma comprensione della sventura che gli è capitata. Lo
sventurato diviene dunque per il poeta il simbolo dell'umana
fragilità, ogni uomo può peccare e allontanarsi dall'insegnamento
cristiano, compreso lui, l'importante e poi pentirsi e riprende la
strada indicata da Cristo. Il viaggio intrapreso da Dante è un
viaggio simbolico verso la Salvezza.
Breve biografia Vita
-Virgilio Marone, Publio poeta latino (Andes odierna Pietole,
Mantova, 70 a.C. - Brindisi 19 a.C.) - figlio di un proprietario
terriero, non ricco, Virgilio compie i primi suoi studi fino a
quindici anni a Mantova e Cremona, dopodiché si reca, prima a
Milano e poi a Roma dove segue i corsi del retore Epidio, che però
interrompe quasi subito. In seguito si reca a Napoli dove studia con
il filosofo epicureo Sirone. In quel periodo s'interessa anche di
astronomia, botanica, zoologia, medicina e matematica. Un fatto
grave accade al poeta verso l'età di ventotto anni: perde
temporaneamente i propri in conseguenza della distribuzione di terre
italiche ai reduci dei Filippi, ma grazie all'intervento di Asinio
Pollione, governatore della Cisalpina, riesce a riavere i suoi campi
paterni. Tra il 34 e il 37 entra a far parte del circolo Mecenate,
in cui sono già presenti molti suoi amici poeti (Cornelio Gallo,
Orazio, Vario, Tucca). All'età di cinquantadue anni dopo undici
anni di lavoro per la stesura dell'Eneide, non contento della esito
finale del poema (deve risolvere alcune discordanze tra un libro e
l'altro), parte per la Grecia e l'Asia Minore, dove intende studiare
meglio i luoghi in cui è ambientato la prima parte del suo poema, ma
improvvisamente a Megara, dopo una passeggiata sotto il suole
infuocato, si ammala ed è costretto a tornare in Italia dove muore.
Una leggenda vuole che il poeta nel letto di morte, a Brindisi,
chiese il manoscritto dell'Eneide per distruggerlo.
Opere: Bucoliche: opera di poesia composta in tre anni dal 42 al
39 a.C. Georgiche: poema in quattro canti scritto tra il 37 e il
3o a.C. Eneide: poema in dodici canti, i primi sei
che riguardano il viaggio di Enea da Troia al Lazio (ispirati
dall'Odissea di Omero) e gli ultimi sei che trattano delle battagli
di Enea nel Lazio prima di stabilirsi definitivamente (questi canti
sono ispirati all'Iliade).
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