Giulio Monteverde - seconda parte

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Negli anni successivi sarà sommerso da richieste di monumenti celebrativi, cimiteriali o, semplicemente, di busti-ritratto e, nella sua lunga carriera artistica, oltre settant'anni di attività, sarà protagonista di tutti i movimenti estetici che caratterizzano la plastica della seconda matà del secolo scorso. La scultura funeraria divenne allora il veicolo privilegiato per fare affiorare tematiche più allusive e indeterminate: ne sono esempio il Monumento Pratolongo (1868), quello per Francesco Oneto (1882) e la Tomba Celle (1893), tutti eseguiti nel cimitero di Staglieno. Il successo ottenuto da queste rappresentazione è testimoniato della diffusione.

Il 3 Ottobre 1917, sulla soglia dell'ottantesimo anno di età, si spegne a Roma e la sua Morte passa quasi inosservata a causa del tristissimo periodo di guerra e della tragedia incombente sul Paese e sull'Europa.
Stilisticamente, Giulio Monteverde, viene inserito fra gli scultori "Veristi", cioè tra coloro che militano nelle file del movimento estetico affermatisi in Italia e propugnante, in concordanza con il natutalismo francese, una rappresentazione oggettiva della realtà, anche nei suoi aspetti più umuli.

Indubbiamente, se osserviamo la sua produzione plastica del decennio 1860/70, non possiamo negare che il suo fare presenti analogie con gli assunti estetici di quel movimento, fra l'altro innovatori rispetto ai canoni accademici.

Ma, d'altra parte, lo scultore non si limita a guardare la realtà e riprodurla nei suoi limiti particolari, come viene percepita dai nostri sensi: sulla scorta di una solida cultura accademica e di uno sconfinato amore per la bellezza formale del corpo umano egli trasfonde nelle sue opere quella commozione romantica, quel palpito prepotente di vita che sono i segni distintivi del suo stile.