Viatico di Clemente Rebora

 

La poesia è ispirata all'esperienza della prima guerra mondiale ed ha una forza drammatica, una disperazione così intensa che è un esempio esemplare nella produzione ispirata a questo tema. Il poeta si rivolge al compagno di trincea ridotto tronco senza gambe, e si augura solo una cosa che il compagno affretti l'agonia. La crudeltà presente in queste parole, nasconde però una profonda pietà per chi è destinato ormai alla morte e per coloro che rimangono in vita e sono condannati a vivere l'assurdità degli eventi. Lasciaci in silenzio, questa è la preghiera dolorosa che il poeta rivolge al ferito. Per chi muore è finita , ma non per chi resta e questo rantolo agonizzante rende ancora più angosciosa la vita.

 

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l'ora,
affretta l'agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.



Note

schema metrico: verso libero

2-4. tanto... non eri: molte sono le invocazioni d'aiuto che spinsero i suoi compagni incolumi (interi) a tentare di soccorrerlo. Ma questo tentativo finisce tragicamente con la morte dei soccorritori
5-7. Tra la melma: i tre versi in ordine progressivo, disvelano l'immagine dell'orrore e della pietà. Con grande potenza espressiva sono mostrati prima il sangue di una creatura umana confuso con la melma, poi la mostruosa mutilazione, e infine il lamento che non cessa mai (ancora)


Biografia

CLEMENTE REBORA nacque a Milano nel 1885 e crebbe in un ambiente familiare sereno e di rigorosa moralità risorgimentale. Laureatosi a Milano in lettere con una tesi su D.Romagnosi, partecipò in seguito sporadicamente alla Voce, rivista diretta Prezzolini. Allo scoppio della guerra fu chiamato alle armi e combatté come ufficiale di fanteria sugli altipiani di Asiago e a Gorizia dove il suo sistema nervoso, già duramente messo alla prova, rimase compromesso dallo scoppio di una mina. Alla fina della guerra, tornato a Torino maturò una crisi spirituale che lo portò in seguito ad entrare nella congregazione dei rosminiani (1931) in cui poi il poeta ricevette l'ordinazione sacerdotale Morì a Stresa, Novara, nel 1957.
Le opere e principali di Rebora sono Frammenti lirici (1913), incompresi dalla critica per la novità dei contenuti e soprattutto per la scabra concentrazione del linguaggio. I Canti anonimi (1922) composti durante la sua crisi spirituale e ispirati dalle suggestioni della lettura della Bibbia, di autori orientali e mistici. Il volume I Canti dell'infermità (1956) che raccoglie le poesia scritte dal poeta dal 1947 e il 1957, già riunite in piccoli sillogi, Il gran grido, Curriculum Vitae, Gesù il fedele, Il Natale. Rebora compose anche alcuni scritti critici, anteriori alla conversione, tra cui Per un Leopardi mal nato (1910), e traduzioni dal russo (Andreev, Gogol', Tolstoj)

 
Viatico di Clemente Rebora

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