PEGASEIUM NECTAR” di Vera Ambra,

Edizioni Akkuaria, Catania, 2003, pp.48

 

 

La silloge di Vera Ambra, Pegaseium nectar, mostra fin dall’inizio la capacità della poetessa di saper fare un uso sapiente delle parole. Le ripetizioni chiasmiche rendono questa raccolta amorosa un continuo intrecciarsi di versi intorno a lui e lei:

 

Le mie mani sono le tue mani

le mie labbra le tue labbra

Non c’è nulla di te che non faccia parte di me (p.6).

 

Ai chiasmi si affiancano i suoni consimili (“sulle pagine che partoriscono / orfane parole”, p.8; “perfino perfide”, p.22), frequentissime anafore e le sonore e quasi casuali rime interne:

 

[…] e stelle a fiocchi

nel silenzioso argento in cui l’innamorato

perpetua il suo tormento (p.9).

 

Molto rara e forse occasionale è invece la semplice rima, e ciò è probabilmente dovuto al tentativo della poetessa di evitare un’eccessiva ‘coloritura’ metrica delle liriche già terse di altri elementi fonici e ritmici. Eppure il gioco compiaciuto del suono delle parole a tratti prorompe come nell’incipit “amarti d’amore amante” (p.37).

La tematica amorosa è connotata da una doppia voce e da un continuo crescere della materia erotica fino al raggiungimento di una carnalità sempre più intensa:

 

Ti tenterò con la punta dell’indice che ripasserò

appena sulle labbra per poi sfiorarti il collo

Voglio scendere in giù per sbottonarti la gonna

e confortare questi timori al riparo dei grilli

che spargono di rugiada l’odoroso prato

 

Coprirò di latte tutta la strada

                        e ti spargerò di seme il ventre (p.12)

 

Divino è il piacere di femmina assetata

che beve dal calice del cavaliere errante

accogliendo l’ultimo gorgoglio del bianco fiume

nella grotta corallina del palato (p.37).

 

Ma la sensualità che trasgredisce per mezzo della parola è solo una prova della passionalità e della poesia dell’amore, tanto che la poetessa scrive anche:

 

Il letto degli amanti

è duro più d’un sasso

ed ha ricami intessuti

da i più abili poeti (p.33).

 

L’evidente ‘tattilità’ di tanti versi aiuta la poesia e il lettore dei versi a toccare con mano il corpo dell’amore:

 

Sono fragile foglia se mi sfiori

con mani impazienti

e sulla carezza audace

coi fianchi incalzerò ogni tempesta (p.12)

 

Guardo le tue braccia sono rami

che si spingono in tutte le direzioni (p.14)

 

sappi che bastano due dita appena

per scoprire una donna (p.16)

 

Sospirano le mani

ricolme del tuo seno (p.44).

 

L’amore tuttavia non è l’unica tematica della silloge. Versi chini alla natura e all’esistenza sottraggono, nella loro apparente semplicità, frammenti di pura poesia:

 

Ogni strada ha i suoi sentieri

ed anche il più debole dei sognatori sogna (p.7)

 

Ogni giorno può essere giorno di pioggia

e l’acqua più del fuoco porta tempesta (p.9)

 

La verità ha la sembianza della luna:

cambia sempre faccia (p.10)

 

Adesso anch’io so che sul ramo l’uccello

si posa dopo il suo lungo volare (p.36).

 

Immagini pascoliane e leopardiane (“sanno imitare il pigolare del piccolo pennuto / che a bocca aperta aspetta”, p.9; “ed è il belato a risvegliare / il sonno del pastore”, p.10) abitano insieme a diversi riferimenti classici questa che a un’attenta analisi si dimostra una raccolta raffinata e strutturata con grande cura e attenzione. Concludo questo mio intervento con un’altra citazione suggestiva della poetessa: L’oscurità della notte già brilla con le stelle (p.10).

 

Luca Frudà

Er caffettiere filosofo

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