Una tragedia letteraria

 

Ecco un interessante caso che potrà offrire materia di riflessione a chi voglia dedicarsi alla professione letteraria: lo riporto tal e quale avvenne, senza alcun commento.
Un signore, che voleva andare d’accordo con tutti e non scontentare nessuno, si era accinto alla stesura di un romanzo a tesi. Dopo aver ponzato mesi e mesi e mesi, portò a termine l’opera con molta fatica, e l’affidò tutto speranzoso alle mani di un molto autorevole critico.
Questi lesse il dattiloscritto; ponderò; valutò con ogni attenzione, ed emise il seguente verdetto: ottima la tesi; l’impostazione, purtroppo, errata.
Il povero scrittore se ne ritornò mogio mogio a casa, col romanzo sotto il braccio, e si diede a un diligente e duro rifacimento.

 

Passarono molti altri mesi, tanti per la verità; e l’opera venne buttata giù e rifatta con una pazienza davvero certosina. Il lavoro, finalmente, fu completato.

 

Con un sospiro di sollievo e di soddisfazione, l’autore raccolse tutte le cartelle, le sistemò in una custodia e le consegnò ad un altro critico, perché il primo, nel frattempo, era morto (stando a certe dicerie per altro non verificabili) per avere inavvertitamente succhiata la penna con cui stilava le sue stroncature.

 

Il critico numero due, Lord Master del mondo letterario e acerrimo rivale del numero uno, sul quale asseriva che l’unica cosa buona che avesse saputo fare era stata quella d’andarsene a casa del diavolo, accettò di leggere il dattiloscritto. Lo esaminò accuratamente; lo soppesò; lo scrutò con la lente d’ingrandimento; prese nota di tutti i minimi particolari; lo filtrò ben bene, e sentenziò: che lo stile era limpido; chiara la prosa e ricercato il modo di periodare. Però la tesi appariva del tutto infondata.

 

Il poveruomo si sentì raggelare e venir meno.

 

Facendosi forza, riuscì a strascinarsi fino a casa, reggendo quel triste fardello letterario. Entrò nello studio; chiuse la porta a doppia mandata; s’accasciò sulla poltrona… e sprofondò in sconfortate meditazioni. No, non c’era proprio niente da fare, niente da fare nel modo più assoluto: doveva rivedere ogni cosa, sostenendo anche i principî che fino a quel momento aveva combattuti con tanto ardore. Poteva egli, un modestissimo autore, andare contro l’illustre, il glorioso luminare principe e oracolo di tutti i critici?

 

Questa volta, però, volle che il romanzo venisse esaminato da un terzo critico; il quale, con aria di sufficienza, dichiarò che se le idee erano passabili, tuttavia lo scritto valeva ben poco: la prosa aveva tutte le caratteristiche d’una sciatta esercitazione scolastica.

 

Lo scrittore impallidì orribilmente, e ritornò al calvario del rifacimento.

 

Un quarto critico, all’opposto, trovò il libro discreto come stile, ma pieno di assurdità. Il poveretto riscrisse ancora e incappò nella opposizione di un quinto critico che ebbe a ridire sullo stile. Un sesto mandò in malora stile e idee. Il settimo consultato ammise che andava benissimo; soltanto l’inizio era da rifare. Ma un ottavo critico trovò incoerente la fine. Un nono, al contrario, espresse l’autorevole parere che escludendo il primo e l’ultimo capitolo, tutti gli altri dovevano essere del tutto ritoccati. Il decimo… beh, non si sa cosa ne abbia pensato… fu trovato morto, riverso sulle pagine; la penna ancora stretta tra gli artigli, e un’espressione feroce congelata nel volto…

 

A questo punto, sembra che lo scrittore decidesse di lasciar stare gli specialisti e rivolgersi ad altri per avere lumi sulla sua opera.

 

Si mise a girare lungo le vie fermando amici e conoscenti e leggendo loro brani o, addirittura, interi capitoli. E chiedeva parere a chiunque gli capitasse dinanzi. Inoltre, aveva presa l’abitudine di portare con sé un grosso registro diviso in trenta sezioni, tante quanti i capitoli dell’opera, per raccogliervi i più svariati giudizi che andava raccattando qua e là.

 

Spesso e volentieri spingeva a infocate discussioni i suoi occasionali critici; in questo modo, sia pure senza volerlo, aveva creato contrasti, antipatie e rancori tra persone di antica amicizia. Infatti, mica s’accontentava di insistere per ottenere le opinioni altrui, ma, in quella sua perpetua incertezza (sempre per téma di non andare d’accordo con tutti), il parere dell’uno lo sottoponeva al giudizio dell’altro, suscitando così un vespaio.

 

Il tapino, fra tutti quei pareri contrastanti, ci perdeva la testa e il sonno. Di notte, quando ognuno riposa raccolto tra le braccia di Morfeo, vegliava indefessamente, cercando di conciliare tutte le critiche mossegli durante la giornata. Il dì successivo strappava quanto stentatamente elaborato; e rifaceva ex novo!

 

In mezzo a questo travaglio penelopeo si era trasformato diventando irriconoscibile: barba lunga, capelli incolti e svolazzanti, indumenti in disordine, e gli occhi spiritati che fissavano vacui. Sembrava l’ombra di sé stesso.

 

Trascorsero così giorni, e settimane, e mesi, e anni finché la morte, pietosa, non lo tolse da questa valle di critici e di antinomie.

 

Una notte, mentre stava rifacendo una pagina nel disperato tentativo di accordare cinquanta convinzioni contrastanti, reclinò il capo su quel tribolatissimo scritto, esalando lievemente lo spirito come messer Petrarca.

 

Non vedendolo più in giro, amici, conoscenti e vicini si preoccuparono a tal punto da andare a bussare alla sua porta. Non ottenendo risposta, e poiché uno strano odore filtrava dalle fessure, credettero opportuno avvertire l’Autorità. Nello studio si trovò un cadavere mummificato, sommerso da un oceano cartaceo. Un enorme punto interrogativo era pietrificato sul suo volto.

 

 

Benedetto Macaronio

 
Una tragedia letteraria

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