Specchi e Riflessi di successo alla Torre di Mestre

 

La Torre, un tempo simbolo di chiusura e di difesa, può assumere oggi significati diversi ed essere la porta della città verso la cultura. Questo il significato che Toni Marra, delegato alla cultura della Municipalità di Mestre-Carpenedo, attribuisce all’intensa attività culturale che la Municipalità ha iniziato a promuovere negli spazi della Torre Civica di Mestre, dopo la riapertura al pubblico nel giugno del 2007. Nell’ambito di queste iniziative, e in particolare dei “Mercoledì alla Torre”, rassegna dedicata alla presentazione di libri scritti da autori veneziani o comunque legati alla città, il 12 marzo è stato presentato il libro di racconti “Specchi di Carta, Riflessi di Seta” di Franco Zarpellon.
Introducendo la serata e per spiegare le motivazioni che spingono alla scelta dei libri da inserire nella rassegna, Marra ha citato un passaggio da uno dei racconti di Zarpellon da lui preferiti, Scrivere di lui, e in particolare ‘la voglia di creare delle emozioni nuove e diverse’.
Intenso ed emozionante è stato infatti questo evento, che ha riempito di pubblico il piano terra della Torre, e si è articolato con più momenti che hanno coniugato assieme, scrittura, lettura, recitazione, con la trasposizione teatrale di uno dei racconti del libro, e un interessante confronto con l’autore attraverso domande e risposte.
Giovanni Andrea Martini, direttore del Video Concorso “Francesco Pasinetti”, ha presentato il libro di Zarpellon riprendendo una citazione da L’innomable di Samuel Becket: qu’est que je suis en train de dire maintenant, je suis en train de me le demander, “citazione che sottolinea come quello dell’autore sia uno scrivere scrivendo, uno scrivere ascoltandosi, dove l’attenzione è maggiormente prestata alla scrittura, meditata, attenta, accurata, piuttosto che sul lettore.

Un po’ come pensando a Pirandello, si parla di teatro nel teatro. Tra le figure retoriche più usate dall’autore” continua Martini, “c’è quella dell’antitesi, di proporci dei contrari, come viene dichiarato da uno dei suoi stessi personaggi in Quell’ombra senza tempo ‘I miei personaggi, sia che li veda di giorno sia che compaiono nei miei sogni, sono molto più caratterizzati e nel contempo più evanescenti’”.

Altro tema che pervade tutti i racconti è quello del viaggio, come ricerca di uscire dalla realtà quotidiana. “Tutti, o quasi, i personaggi di Zarpellon viaggiano, non ce n’è uno che viva nel suo paese natale, ma la dimensione del viaggio è vissuta in maniera temporanea, la soluzione della nostra vita nel viaggio è una soluzione a tempo, una soluzione che sappiamo, o lo scrittore ci fa capire, che dura poco; il viaggio è segnato fin dall’inizio dal ritorno, un viaggio che non permette alcun cambiamento, alcun miglioramento, una fuga momentanea, utile solo per il tempo che in essa si trascorre.” Se una dimensione è quella materiale del viaggio, l’altra componente è quella del sogno e della memoria. “È un altro dei temi dell’autore, la possibilità che ci viene offerta per recuperare quello che non troviamo nella realtà che viviamo. Ancora una volta però è un momento che i personaggi vivono, qualcosa di temporaneo, non risolutivo.”
Andrea Martini e Elena GriggioLa presentazione di Martini è continuata citando i temi dell’incomunicabilità, anche come necessità per i protagonisti di vestire più maschere, adattandosi di volta in volta all’interlocutore, e il tema della figura femminile, della donna. “Le donne sono molto presenti in questo libro, tante figure femminili, ma il protagonista è sempre uno, l’autore, è sempre lui che le fa muovere”.
La conclusione dell’intervento ha portato a rievocare una delle immagini con cui si apre il primo racconto Note per una biografia e definita da Martini tra le più belle e più intense, l’immagine dell’aurora; un attimo della giornata, di quando inizia, questa luce che balena attraverso il buio, si insinua velocissimamente all’interno delle case, dei vicoli, delle piazze e in un attimo ci fa vedere tutto. “È un momento dolcissimo, intenso e proprio per questo più difficile da cogliere”, conclude Martini.
Un saluto è stato portato attraverso la lettura di una nota di Luciano Menetto, scrittore e poeta veneziano, che ha interpretato il senso del libro attraverso “un passaggio di recente incontrato in un saggio, dove si sostiene che la lettura è reinvenzione del testo, traduzione del mondo immaginario dell’autore nel proprio, tanto che il lettore si trova ad incontrare non tanto le immagini di chi scrive, quanto le proprie. […]
A volte, mi sono immaginato che questa esistenza potesse essere un sogno e che all’improvviso, mi sarei risvegliato chissà dove. A volte ci penso ancora. In molti di questi racconti Franco va oltre, creando personaggi che non sognano la propria esistenza, ma che sono frutto, al pari di quanto provano e accade loro intorno, della fantasia di altri, del sogno di altri. Sono personaggi di una trama che viene scritta da un’altra volontà, in un’altra dimensione. Per altri, e in altri racconti, vi è invece la fuga da un’esistenza troppo povera verso una sognata con intensità tale da diventare la realtà dominante, ma a sua volta tradita, riflessa in un’altra, in altra possibili ancora. Ingressi e uscite si moltiplicano, confondendo i protagonisti almeno quanto il lettore.”
Nel corso della serata, Elena, regista, autrice e interprete del “Teatro in folle” ha ottenuto meritati applausi con la lettura di alcuni racconti, fra cui Artisti di strada, ambientato nella piazza di Mestre e che la giovane artista ha dichiarato “di sentire particolarmente vicino al suo modo di interpretare il teatro.”
Il pomeriggio si è concluso con la messa in scena, da parte delle quattro giovani ragazze della compagnia “Teatro in folle” (Camilla Sassetto, Claudia Bellemo, Elena Griggio e Irene Bolzan) di un corto teatrale derivato dalla trasposizione e sceneggiatura realizzata da Elena del racconto Fuori dallo schema, la cui interpretazione ha ottenuto calorosi applausi e che Zarpellon ha dichiarato “di aver apprezzato particolarmente, avendo permesso a questa storia di ‘diventare grande, matura’, di avere una sua vita, una sua forma e di poter girare il mondo da sola.”
Il libro “Specchi di Carta, Riflessi di Seta” è disponibile a Mestre presso la libreria d’essai, Don Chisciotte.
 

Teatro in folle (Scena da Fuori dallo Schema)

Elena Griggio, Cammilla Sassetto, Irene Bolzan, Claudia Bellemo



Domande e risposte tra Giovanni Andrea Martini e Franco Zarpellon

Nel corso dell’incontro avvenuto a Mestre, alla Torre Civica, il 12 marzo 2008, Giovanni Andrea Martini, direttore del video concorso Pasinetti e professore di lettere, ha proposto una serie di domande a Franco Zarpellon, autore del libro Specchi di Carta, Riflessi di Seta. Questo un estratto dell’intervista.

Giovanni Andrea Martini [GAM]: Inizierei leggendo la dedica che Franco mi ha fatto regalandomi il libro “Ad Andrea, in ricordo del gnomone. (n+1)2 – n2 = (n+1) + n. Franco” Al momento l’ho ringraziato, ma adesso devo chiedergli, cosa vuol dire?

Franco Zarpellon [FZ]: È che i vizi della gioventù non si perdono mai. Io credo che con i numeri si va avanti a zero e uno, a chiaro e scuro, a sì e no, con le parole si riescono anche a declinare i grigi e dai grigi si può passare poi ai colori.

Evviva le parole e non rinneghiamo però i numeri, anche perché oramai tutti i mezzi di comunicazione ed elaborazione funzionano attraverso logica binaria… Il mio passato che è un passato di numeri non lo rinnego, questo libro è un punto di congiunzione tra un passato fatto di numeri e spero un futuro dove di numeri ce ne siano quel che serve, non di più. Anche da qui questa dedica che è stata scritta dopo mezzora di ragionamento su quelle formule e su come quelle formule sono state implementate nel libro. Il libro è fatto da due parti, tredici racconti, quattro racconti lunghi nella prima parte, nove racconti brevi nella seconda, quattro è un quadrato perfetto (e qui sono sicuro di perdere qualcuno) il quadrato di due, nove è il quadrato di tre, altro quadrato perfetto, quattro più nove fa tredici, il numero di racconti. Nove meno quattro, invece, fa cinque e cinque altro non è che un gnomone, quella figura geometrica che segna la differenza fra un quadrato perfetto e il quadrato perfetto precedente. Ma cinque è anche la somma delle due basi, due più tre, e da qui questa formula che generalizza questo concetto che poi c’è anche all’interno nel libro.

GAM: In tutti o quasi tutti i racconti c’è il tema del viaggio; ti vorrei chiedere, sei un autore in movimento?

FZ: Non lo so se sono un autore in movimento. Sono stato in movimento, questo come persona, fisicamente, in quanto per motivi di lavoro ho viaggio molto e credo che anche questo libro, come quello che avevo pubblicato prima, sono nati in viaggio, è chiaro quindi che il viaggio è intrinseco nell’anima del libro e spesso in molti contesti dei racconti. Prima si accennava al fatto del viaggio verso un qualcosa, non sapendo dove arrivare, io credo comunque sia importante non fermarsi. Vorrei citare Zygmunt Bauman, teorico della ‘modernità liquida’. Lui afferma che, in quella che definisce società liquida, chi la abita deve correre con tutte le proprie forze per restare nella stessa posizione. La società è in un costante divenire e le cose si trasformano in modo talmente veloce che anche correndo si rimane indietro, si può perdere il contatto con la realtà e non raggiungerla.
Il messaggio, un po’ inconscio che forse si trova all’interno di questi racconti, è questa voglia di mettersi sempre in discussione, è il costante desiderio di fare un passo al di là della realtà attuale.
 


GAM: Voglio farti una domanda vicina alla tua realtà urbana. C’è un solo racconto dove si vede Mestre, mentre Venezia non si vede mai. Come mai tu veneziano, non hai ambientato nessun racconto nella tua realtà urbana?

FZ: In parte è vero, quello che dici. Ci sono due racconti ambientati in Mestre. Uno è Ombra senza tempo, è un racconto in viaggio che parte da Pove del Grappa, dove ci sono una parte delle mie radici e arriva a Mestre, dove c’è l’altra parte delle mie radici; il racconto non è autobiografico, anche se il viaggio è abbastanza biografico. L’altro racconto è Artisti di strada, dove anche se non citata c’è Mestre; il racconto è ambientato in Piazza Ferretto, in una ‘piazza lunga, spalle alla fontana’. Altri racconti sono ambientati comunque nel Veneto. Non c’è Venezia, e questa è stata una scelta. Il libro è stato scritto cinque-sei anni fa (2002-2003), era il periodo dei referendum per la separazione di Mestre da Venezia. Così mi sono sentito, pur essendo io veneziano, nato a Venezia, ma vissuto da sempre a Mestre, di scrivere di Mestre. Probabilmente adesso scriverei sia di entrambe le città. In questo momento infatti sto scrivendo proprio dei racconti ambientati a Venezia.

GAM: Hemingway ha detto che per scrivere il finale di Addio alle armi l’ha riscritto 39 volte, vorrei chiederti quante volte hai riscritto i tuoi finali o hai riscritto i tuoi racconti?

FZ: Io credo che una cosa sia un romanzo, un’altra cosa i racconti. Senz’altro il romanzo ha una sua articolazione intrinseca che porta a molteplici sfumature in ogni passaggio, in ogni capitolo, e che alla fine possono riassumersi in modi diversi, avere più finali. Credo che nello scrivere un racconto, il finale, o il non finale (perché molto spesso alcuni racconti non hanno un finale), è intrinseco nella scrittura del racconto stesso. Questo non vuol dire che non si scrivano più volte i finali e che non si ripassino più volte i racconti. Li avevo scritti nel 2002-2003, li avevo riletti nel 2004 quando credo di averli cambiati più o meno tutti; puliti, lisciati, tolte le cose inutili. Uno crede che il bello della scrittura sia scrivere, no, il bello della scrittura viene dopo, quando si comincia a togliere, a pulire, a cancellare quello che non è necessario che sia scritto perché semplicemente lo si può interpretare attraverso la lettura stessa; nascondere quello che non deve essere letto. Avevo “cancellato” parecchio, poi li ho rimessi nel cassetto e per fortuna dopo qualche anno sono stato cercato per pubblicare questo libro. Li ho riletti e mi sono piaciuti, forse perché erano già passati 4 anni e li avevo visti come una cosa esterna, erano diventati “grandi”, ho cioè iniziato ad apprezzarli come lettore (ed è più facile) e non solo come scrittore, e quindi li ho modificati molto poco alla fine.

GAM: La curiosità che viene poi deriva dalla dedica: A Cinthia ed Eléna, Luna e Sole, l’una non esisterebbe senza l’altra. La curiosità è di sapere se esistono Cinzia ed Elena.

FZ: Esistono sempre delle Cinzia e delle Elena nella propria vita, devono esistere. Io credo che sia quell’ideale, soprattutto da giovani, quell’ideale di ragazza o di qualsiasi altra passione. Poi nella vita ci si trova a frequentare i contro‑ideali e a questo punto ci si chiede se sarebbe stato meglio restar fedeli ai propri ideali o se convenga invece seguire di più l’istinto. Questo contrapposizione fra Cinthia ed Eléna è proprio il contrasto tra l’ideale e il contro-ideale, tra la maschera e la non‑maschera. Cinzia ed Elena sono due nomi emblematici, la loro etimologia deriva dal greco e dalla mitologia greca. Il primo, Cinzia, soprannome di Artemide, fa riferimento alla luna, il secondo, Elena, figlia di Zeus, al sole. Personificano il contrasto fra luna e sole, naturalmente, già dal nome. Secondo il nostro calendario Cinzia festeggia l’onomastico il 18 febbraio, Elena il 18 agosto, esattamente sei mesi dopo. Sono due figure antitetiche che secondo me ritroviamo sempre e spesso nella stessa persona. Sono figure reali? Ho conosciuto molte Cinzia e molte Elena, se ne conoscono sempre tante, Lune e Soli.

GAM: Scrivere è un modo di comunicare. Con chi vuoi comunicare, chi è il lettore che cerchi?

FZ: Quando ho scritto i racconti di Specchi di Carta, Riflessi di Seta, mi rivolgevo a me stesso, a me stesso nel futuro. Ho scritto quei racconti immaginando di rileggerli dopo qualche anno e di ritrovare me stesso qualche anno prima. Credo però che la domanda sia da capovolgere; cosa trovano i lettori in questo libro? Sto chiedendo a chi legge il libro qual è il racconto che gli è piaciuto di più, che sente più vicino. Anzi, chiedo addirittura di mettere in ordine di preferenza, i tre/quattro racconti che son piaciuti di più. Quello che mi sto accorgendo è che tutti scelgono racconti diversi e tutti secondo un ordine diverso. Credo quindi che non esista il lettore ideale, ma c’è il lettore che trova in almeno un racconto un qualcosa di sé, dove riesce a specchiarsi; forse gli Specchi di Carta non sono tanto gli specchi dello scrittore nella carta, ma sono lo specchio del lettore che attraverso la carta ritrova se stesso. Ed essendo noi tutti diversi e ritrovandoci in modo diverso all’interno di un libro, penso che questa sia la cosa più bella, per me lo è, che ci possa essere per un libro.

GAM: Un racconto che mi è piaciuto di più è quello della Fortagina, di questa nonna che aspetta l’arrivo dei parenti, dei nipoti, però rimane sempre nel suo paese, a Pove del Grappa. Mi ha ricordato un autore, Baricco, che in Novecento racconta di questo personaggio che vive in questo transatlantico e che non scende mai; grande è la voglia di scoprire il mondo, ma poi alla fine rimane prigioniero di questa sua realtà. La figura di questa nonna è colei che vede arrivare e che vede partire, ma che rimane sempre ferma. Questo racconto ha una componente realistica molto marcata, mi torna in mente Pavese e le sue Langhe, allora ti chiedo, come mai questa componente ambientale molto precisa e in altri invece l’evanescenza del contesto è molto più forte e diventa quasi la protagonista del racconto?

FZ: Fra i tanti ne viene fuori anche uno diverso dagli altri, ma andiamo con ordine. Pove del Grappa. Io credo che ci sia questo racconto su Pove, l’unico veramente autobiografico, per lo stesso motivo per cui non c’è nessun racconto su Venezia. Se dovevo dire, all’interno di questo libro, che avevo certe radici, ho detto che le mie radici sono a Pove del Grappa; non dico che ho negato quelle di Venezia, però ho sottolineato quelle di Pove. È la volontà di sottolineare il 50% delle proprie radici. La nonna fortagina è esistita sul serio, era la mia nonna, e questa figura emblematica è l’unica figura che è ferma in questi racconti, nel senso che è legata alla sua terra, ma pur essendo ferma ti da quella forza, quell’energia che non sempre in movimento si riesce ad avere. È ancora una volta il gioco dei contrasti.

GAM: So che non hai scelto tu l’immagine di copertina. Vorrei sapere se la scelta, che comunque tu hai condiviso, ti ha soddisfatto e se hai nella testa un pittore, scultore, un artista che poteva rendere quello che tu hai scritto?

FZ: La copertina è una fotografia di Riccardo Botta, un fotografo che ha dato la copertina a parecchi libri della casa editrice Akkuaria. Quando dovevamo scegliere la copertina mi sono state proposte alcune foto, alcune erano molto più vicine ai contenuti reali del libro o all’immaginario del titolo. Ma credo che si debba leggere il libro per capire cosa siano realmente gli specchi di carta. Questa copertina, che riprende una fotografia dal titolo “Doppio cerchio”, mi è piaciuta perché porta a riflettere sulla ricerca dell’introspezione; per cerchi concentrici si va all’interno di se stessi. A me questa copertina ricorda questo e credo che anche nel libro, viaggiando tra gli opposti, ci sia una continua ricerca di se stessi. L’eventuale alternativa? Non un quadro, ma ancora una foto, dell’immagine dell’aurora, come contrapposizione alla sera, di questa luce che si incunea nelle strade e riporta a vita la città, dando inizio ad una esperienza sempre nuova, immagine con cui si apre il primo racconto.

GAM: Sembra, si legge, che tu hai iniziato a scrivere a seguito di quell’incontro col tuo maestro, ma anche per tuo figlio. Volevo capire cosa vuoi comunicare a lui attraverso quello che scrivi?

FZ: Cosa mi ha portato a scrivere? I passaggi sono stati parecchi. È iniziato tutto con l’incontro con il maestro avvenuto dopo l’università, con quella battuta “attento ai numeri ti puoi inaridire”. A quel tempo mi aveva consigliato un libro Il maestro e Margherita di Bulgakov, e da la è nata l’avventura di lettore prima e di autore poi. Ho letto molto da allora, generi diversi, ma prima di mettermi a scrivere ho aspettato un bel po’ e poi mi son trovato a scrivere per lavoro e per hobby, scrivere articoli, interviste, con risultati tali da essere pubblicato ed essere letto. Da qui la voglia di scrivere anche qualcosa di diverso. Nel frattempo è nato mio figlio, Sandro, tredici anni e mezzo fa, e forse aveva un anno quando in spiaggia stavamo giocando con una paletta dalla forma di orsetto. Da lì è nata l’idea di un mondo fatto solo da orsetti, l’idea di scrivere un libro (un racconto lungo) dal titolo “Il giro delle stagioni” (Di Salvo editore) che parla della storia degli orsetti di gomma. Quindi è vero, all’inizio ho scritto con queste motivazioni. Non so cosa volevo comunicare, probabilmente volevo scrivere solo una favoletta. Credo mi sarei fermato là. Poi questo libro l’ho fatto leggere a qualcuno e qualcuno mi ha detto (una ragazza in particolare) perché non scrivi anche per “grandi”, per un pubblico adulto? Così ho iniziato a scrivere anche dei racconti e da qui la voglia di continuare a scrivere.

 

 

Saluto di Luciano Menetto, scrittore e poeta veneziano


Mi spiace non poter essere con voi oggi a festeggiare l’uscita del libro di Franco.
Mi spiace anche non poter ascoltare la lettura di qualche brano del suo libro: Specchi di carta – Riflessi di seta. Cercherò comunque di scrivere quanto mi proponevo di dire.
Devo essere sincero. Innanzitutto voglio confessare il mio stupore quando mi ha annunciato che aveva pubblicato un libro, il che, tradotto, vuol dire che aveva scritto (in questo caso dei racconti) e non li aveva tenuti nel cassetto, ma – evidentemente - si è impegnato per darli alle stampe […] Non me lo sarei aspettato per l’idea che avevo della sua personalità, forse per la sua professione che, sicuramente per un mio pregiudizio, considero lontana dall’astratta solitudine della scrittura, ma del resto sono sempre più convinto che la realtà batte costantemente la fantasia. Basta solo aspettare perché accada.
E’ stata comunque una sorpresa lieta e subito mi sono buttato sul testo, curioso più che mai di sentire, di capire. E devo dire che già nelle prime pagine mi aspettava una seconda sorpresa. Chissà perché ero convinto di trovare dei racconti completamente diversi da quelli che compongono questo libro. Mi ero avvicinato cercando la parola e invece ho presto capito che bisognava prepararsi non tanto a leggere passivamente, quanto a seguire un percorso - a volte impegnativo - attraverso le dimensioni diverse e sovrapposte che compongono quella che sbrigativamente chiamiamo realtà. Per la comprensione delle molte trame intrecciate in questi racconti, mi ha aiutato un passaggio che avevo incontrato di recente in un saggio, dove si sostiene che la lettura è reinvenzione del testo, traduzione del mondo immaginario dell’autore nel proprio, tanto che il lettore si trova a incontrare non tanto le immagini di chi scrive, quanto le proprie. Mi è parsa la chiave giusta per avvicinarmi a questo libro e al suo senso.
A volte, e non solo da bambino, mi sono immaginato che questa esistenza potesse essere un sogno e che all’improvviso, mi sarei risvegliato chissà dove. A volte ci penso ancora. In molti di questi racconti Franco va oltre, creando personaggi che non sognano la propria esistenza, ma che sono frutto, al pari di quanto provano e accade loro intorno, della fantasia di altri, del sogno di altri. Sono personaggi di una trama che viene scritta da un’altra volontà, in un’altra dimensione. Per altri, e in altri racconti, vi è invece la fuga da un’esistenza troppo povera verso una sognata con intensità tale da diventare la realtà dominante, ma a sua volta tradita, riflessa in un’altra, in altre possibili ancora. In tal modo ingressi e uscite si moltiplicano - penso in particolare al racconto intitolato Chalet Belvedere e in genere alla prima parte del libro Specchi di carta - confondendo i protagonisti almeno quanto il lettore.
Accennavo prima alla lingua. Ho letto e riletto il libro e mi sono convinto che la lingua qui non esiste, o meglio, che c’è solo quella necessaria per raccontare in modo essenziale. Nessuna ricerca, nessun autocompiacimento, nessuna concessione. Appare evidente che per l’autore la cosa che più importa è raccontare, dire ciò che ha da dire più del come lo si può dire. Non è scrittura minimalista (del resto non ho mai creduto negli ismi) ma scrittura che dà l’impressione di voler scomparire per diventare voce senza forma. E per far ciò deve assomigliare il più possibile alla lingua parlata, non a quella scritta. E’ un equilibrio difficile da trovare, in un tessuto narrativo altrettanto difficile e a mio avviso più riuscito nella seconda parte del libro, nei racconti brevi di Riflessi di seta.
Un’ultima cosa, sui personaggi. Che vivano, soffrano, amino, gioiscano, lo si intuisce solamente, in quanto le loro emozioni rimangono mute, compresse in un dialogo interno e in un controllo che non cede verso l’esterno. Fa forse eccezione il passaggio finale del racconto Il grande vecchio dove si apre inaspettata una crepa che lascia intravedere il sensibile, quando il grande albero morente trova queste parole: “La fine normale è bruciare, completare l’ultima trasformazione. (...) Non fa male, ma è strano sentirsi scomparire, sempre di più, sempre più velocemente. Vedersi volare nel cielo, come faville, e come cenere cadere a terra. È la fine ormai, con me scomparirà il grande vecchio, per sempre.” È un racconto che mi è piaciuto particolarmente e dal quale spero prendano vita altri grandi vecchi per altri nuovi racconti.

Con affetto
Luciano Menetto

Er caffettiere filosofo

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