Specchi e Riflessi di successo alla Torre di Mestre
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La
Torre, un tempo simbolo di chiusura e di difesa, può assumere oggi significati
diversi ed essere la porta della città verso la cultura. Questo il significato
che Toni Marra, delegato alla cultura della Municipalità di Mestre-Carpenedo,
attribuisce all’intensa attività culturale che la Municipalità ha iniziato a
promuovere negli spazi della Torre Civica di Mestre, dopo la riapertura al
pubblico nel giugno del 2007. Nell’ambito di queste iniziative, e in particolare
dei “Mercoledì alla Torre”, rassegna dedicata alla presentazione di libri
scritti da autori veneziani o comunque legati alla città, il 12 marzo è stato
presentato il libro di racconti “Specchi di Carta, Riflessi di Seta” di Franco
Zarpellon.
Introducendo la serata e per spiegare le motivazioni che spingono alla scelta
dei libri da inserire nella rassegna, Marra ha citato un passaggio da uno dei
racconti di Zarpellon da lui preferiti, Scrivere di lui, e in particolare ‘la
voglia di creare delle emozioni nuove e diverse’.
Intenso ed emozionante è stato infatti questo evento, che ha riempito di
pubblico il piano terra della Torre, e si è articolato con più momenti che hanno
coniugato assieme, scrittura, lettura, recitazione, con la trasposizione
teatrale di uno dei racconti del libro, e un interessante confronto con l’autore
attraverso domande e risposte.
Giovanni
Andrea Martini, direttore del Video Concorso “Francesco Pasinetti”, ha
presentato il libro di Zarpellon riprendendo una citazione da L’innomable di
Samuel Becket: qu’est que je suis en train de dire maintenant, je suis en train
de me le demander, “citazione che sottolinea come quello dell’autore sia uno
scrivere scrivendo, uno scrivere ascoltandosi, dove l’attenzione è maggiormente
prestata alla scrittura, meditata, attenta, accurata, piuttosto che sul lettore.
Un po’ come pensando a Pirandello, si parla di teatro nel teatro. Tra le figure
retoriche più usate dall’autore” continua Martini, “c’è quella dell’antitesi, di
proporci dei contrari, come viene dichiarato da uno dei suoi stessi personaggi
in Quell’ombra senza tempo ‘I miei personaggi, sia che li veda di giorno sia che
compaiono nei miei sogni, sono molto più caratterizzati e nel contempo più
evanescenti’”.
Altro tema che pervade tutti i racconti è quello del viaggio, come
ricerca di uscire dalla realtà quotidiana. “Tutti, o quasi, i personaggi di
Zarpellon viaggiano, non ce n’è uno che viva nel suo paese natale, ma la
dimensione del viaggio è vissuta in maniera temporanea, la soluzione della
nostra vita nel viaggio è una soluzione a tempo, una soluzione che sappiamo, o
lo scrittore ci fa capire, che dura poco; il viaggio è segnato fin dall’inizio
dal ritorno, un viaggio che non permette alcun cambiamento, alcun miglioramento,
una fuga momentanea, utile solo per il tempo che in essa si trascorre.” Se una
dimensione è quella materiale del viaggio, l’altra componente è quella del sogno
e della memoria. “È un altro dei temi dell’autore, la possibilità che ci viene
offerta per recuperare quello che non troviamo nella realtà che viviamo. Ancora
una volta però è un momento che i personaggi vivono, qualcosa di temporaneo, non
risolutivo.”
La presentazione di Martini è continuata citando i temi dell’incomunicabilità,
anche come necessità per i protagonisti di vestire più maschere, adattandosi di
volta in volta all’interlocutore, e il tema della figura femminile, della donna.
“Le donne sono molto presenti in questo libro, tante figure femminili, ma il
protagonista è sempre uno, l’autore, è sempre lui che le fa muovere”.
La conclusione dell’intervento ha portato a rievocare una delle immagini con cui
si apre il primo racconto Note per una biografia e definita da Martini tra le
più belle e più intense, l’immagine dell’aurora; un attimo della giornata, di
quando inizia, questa luce che balena attraverso il buio, si insinua
velocissimamente all’interno delle case, dei vicoli, delle piazze e in un attimo
ci fa vedere tutto. “È un momento dolcissimo, intenso e proprio per questo più
difficile da cogliere”, conclude Martini.
Un saluto è stato portato attraverso la lettura di una nota di Luciano Menetto,
scrittore e poeta veneziano, che ha interpretato il senso del libro attraverso
“un passaggio di recente incontrato in un saggio, dove si sostiene che la
lettura è reinvenzione del testo, traduzione del mondo immaginario dell’autore
nel proprio, tanto che il lettore si trova ad incontrare non tanto le immagini
di chi scrive, quanto le proprie. […]
A volte, mi sono immaginato che questa esistenza potesse essere un sogno e che
all’improvviso, mi sarei risvegliato chissà dove. A volte ci penso ancora. In
molti di questi racconti Franco va oltre, creando personaggi che non sognano la
propria esistenza, ma che sono frutto, al pari di quanto provano e accade loro
intorno, della fantasia di altri, del sogno di altri. Sono personaggi di una
trama che viene scritta da un’altra volontà, in un’altra dimensione. Per altri,
e in altri racconti, vi è invece la fuga da un’esistenza troppo povera verso una
sognata con intensità tale da diventare la realtà dominante, ma a sua volta
tradita, riflessa in un’altra, in altra possibili ancora. Ingressi e uscite si
moltiplicano, confondendo i protagonisti almeno quanto il lettore.”
Nel corso della serata, Elena, regista, autrice e interprete del “Teatro in
folle” ha ottenuto meritati applausi con la lettura di alcuni racconti, fra cui
Artisti di strada, ambientato nella piazza di Mestre e che la giovane artista ha
dichiarato “di sentire particolarmente vicino al suo modo di interpretare il
teatro.”
Il pomeriggio si è concluso con la messa in scena, da parte delle quattro
giovani ragazze della compagnia “Teatro in folle” (Camilla Sassetto, Claudia
Bellemo, Elena Griggio e Irene Bolzan) di un corto teatrale derivato dalla
trasposizione e sceneggiatura realizzata da Elena del racconto Fuori dallo
schema, la cui interpretazione ha ottenuto calorosi applausi e che Zarpellon ha
dichiarato “di aver apprezzato particolarmente, avendo permesso a questa storia
di ‘diventare grande, matura’, di avere una sua vita, una sua forma e di poter
girare il mondo da sola.”
Il libro “Specchi di Carta, Riflessi di Seta” è disponibile a Mestre presso la
libreria d’essai, Don Chisciotte.
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Teatro in folle (Scena da Fuori dallo
Schema)
Elena Griggio, Cammilla Sassetto, Irene
Bolzan, Claudia Bellemo
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Domande e risposte tra Giovanni Andrea Martini e Franco Zarpellon
Nel corso dell’incontro avvenuto a Mestre, alla Torre Civica, il 12 marzo 2008,
Giovanni Andrea Martini, direttore del video concorso Pasinetti e professore di
lettere, ha proposto una serie di domande a Franco Zarpellon, autore del libro
Specchi di Carta, Riflessi di Seta. Questo un estratto dell’intervista.
Giovanni Andrea Martini [GAM]: Inizierei leggendo la dedica che Franco mi ha
fatto regalandomi il libro “Ad Andrea, in ricordo del gnomone. (n+1)2 – n2 =
(n+1) + n. Franco” Al momento l’ho ringraziato, ma adesso devo chiedergli, cosa
vuol dire?
Franco Zarpellon [FZ]: È che i vizi della gioventù non si perdono mai. Io credo
che con i numeri si va avanti a zero e uno, a chiaro e scuro, a sì e no, con le
parole si riescono anche a declinare i grigi e dai grigi si può passare poi ai
colori.
Evviva le parole e non rinneghiamo però i numeri, anche perché oramai
tutti i mezzi di comunicazione ed elaborazione funzionano attraverso logica
binaria… Il mio passato che è un passato di numeri non lo rinnego, questo libro
è un punto di congiunzione tra un passato fatto di numeri e spero un futuro dove
di numeri ce ne siano quel che serve, non di più. Anche da qui questa dedica che
è stata scritta dopo mezzora di ragionamento su quelle formule e su come quelle
formule sono state implementate nel libro. Il libro è fatto da due parti,
tredici racconti, quattro racconti lunghi nella prima parte, nove racconti brevi
nella seconda, quattro è un quadrato perfetto (e qui sono sicuro di perdere
qualcuno) il quadrato di due, nove è il quadrato di tre, altro quadrato
perfetto, quattro più nove fa tredici, il numero di racconti. Nove meno quattro,
invece, fa cinque e cinque altro non è che un gnomone, quella figura geometrica
che segna la differenza fra un quadrato perfetto e il quadrato perfetto
precedente. Ma cinque è anche la somma delle due basi, due più tre, e da qui
questa formula che generalizza questo concetto che poi c’è anche all’interno nel
libro.
GAM: In tutti o quasi tutti i racconti c’è il tema del viaggio; ti vorrei
chiedere, sei un autore in movimento?
FZ: Non lo so se sono un autore in movimento. Sono stato in movimento, questo
come persona, fisicamente, in quanto per motivi di lavoro ho viaggio molto e
credo che anche questo libro, come quello che avevo pubblicato prima, sono nati
in viaggio, è chiaro quindi che il viaggio è intrinseco nell’anima del libro e
spesso in molti contesti dei racconti. Prima si accennava al fatto del viaggio
verso un qualcosa, non sapendo dove arrivare, io credo comunque sia importante
non fermarsi. Vorrei citare Zygmunt Bauman, teorico della ‘modernità liquida’.
Lui afferma che, in quella che definisce società liquida, chi la abita deve
correre con tutte le proprie forze per restare nella stessa posizione. La
società è in un costante divenire e le cose si trasformano in modo talmente
veloce che anche correndo si rimane indietro, si può perdere il contatto con la
realtà e non raggiungerla.
Il messaggio, un po’ inconscio che forse si trova all’interno di questi
racconti, è questa voglia di mettersi sempre in discussione, è il costante
desiderio di fare un passo al di là della realtà attuale.
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GAM: Voglio farti una domanda vicina alla tua realtà urbana. C’è un solo
racconto dove si vede Mestre, mentre Venezia non si vede mai. Come mai tu
veneziano, non hai ambientato nessun racconto nella tua realtà urbana?
FZ: In parte è vero, quello che dici. Ci sono due racconti ambientati in Mestre.
Uno è Ombra senza tempo, è un racconto in viaggio che parte da Pove del Grappa,
dove ci sono una parte delle mie radici e arriva a Mestre, dove c’è l’altra
parte delle mie radici; il racconto non è autobiografico, anche se il viaggio è
abbastanza biografico. L’altro racconto è Artisti di strada, dove anche se non
citata c’è Mestre; il racconto è ambientato in Piazza Ferretto, in una ‘piazza
lunga, spalle alla fontana’. Altri racconti sono ambientati comunque nel Veneto.
Non c’è Venezia, e questa è stata una scelta. Il libro è stato scritto
cinque-sei anni fa (2002-2003), era il periodo dei referendum per la separazione
di Mestre da Venezia. Così mi sono sentito, pur essendo io veneziano, nato a
Venezia, ma vissuto da sempre a Mestre, di scrivere di Mestre. Probabilmente
adesso scriverei sia di entrambe le città. In questo momento infatti sto
scrivendo proprio dei racconti ambientati a Venezia.
GAM: Hemingway ha detto che per scrivere il finale di Addio alle armi l’ha
riscritto 39 volte, vorrei chiederti quante volte hai riscritto i tuoi finali o
hai riscritto i tuoi racconti?
FZ: Io credo che una cosa sia un romanzo, un’altra cosa i racconti. Senz’altro
il romanzo ha una sua articolazione intrinseca che porta a molteplici sfumature
in ogni passaggio, in ogni capitolo, e che alla fine possono riassumersi in modi
diversi, avere più finali. Credo che nello scrivere un racconto, il finale, o il
non finale (perché molto spesso alcuni racconti non hanno un finale), è
intrinseco nella scrittura del racconto stesso. Questo non vuol dire che non si
scrivano più volte i finali e che non si ripassino più volte i racconti. Li
avevo scritti nel 2002-2003, li avevo riletti nel 2004 quando credo di averli
cambiati più o meno tutti; puliti, lisciati, tolte le cose inutili. Uno crede
che il bello della scrittura sia scrivere, no, il bello della scrittura viene
dopo, quando si comincia a togliere, a pulire, a cancellare quello che non è
necessario che sia scritto perché semplicemente lo si può interpretare
attraverso la lettura stessa; nascondere quello che non deve essere letto. Avevo
“cancellato” parecchio, poi li ho rimessi nel cassetto e per fortuna dopo
qualche anno sono stato cercato per pubblicare questo libro. Li ho riletti e mi
sono piaciuti, forse perché erano già passati 4 anni e li avevo visti come una
cosa esterna, erano diventati “grandi”, ho cioè iniziato ad apprezzarli come
lettore (ed è più facile) e non solo come scrittore, e quindi li ho modificati
molto poco alla fine.
GAM: La curiosità che viene poi deriva dalla dedica: A Cinthia ed Eléna, Luna e
Sole, l’una non esisterebbe senza l’altra. La curiosità è di sapere se esistono
Cinzia ed Elena.
FZ: Esistono sempre delle Cinzia e delle Elena nella propria vita, devono
esistere. Io credo che sia quell’ideale, soprattutto da giovani, quell’ideale di
ragazza o di qualsiasi altra passione. Poi nella vita ci si trova a frequentare
i contro‑ideali e a questo punto ci si chiede se sarebbe stato meglio restar
fedeli ai propri ideali o se convenga invece seguire di più l’istinto. Questo
contrapposizione fra Cinthia ed Eléna è proprio il contrasto tra l’ideale e il
contro-ideale, tra la maschera e la non‑maschera. Cinzia ed Elena sono due nomi
emblematici, la loro etimologia deriva dal greco e dalla mitologia greca. Il
primo, Cinzia, soprannome di Artemide, fa riferimento alla luna, il secondo,
Elena, figlia di Zeus, al sole. Personificano il contrasto fra luna e sole,
naturalmente, già dal nome. Secondo il nostro calendario Cinzia festeggia
l’onomastico il 18 febbraio, Elena il 18 agosto, esattamente sei mesi dopo. Sono
due figure antitetiche che secondo me ritroviamo sempre e spesso nella stessa
persona. Sono figure reali? Ho conosciuto molte Cinzia e molte Elena, se ne
conoscono sempre tante, Lune e Soli.
GAM: Scrivere è un modo di comunicare. Con chi vuoi comunicare, chi è il lettore
che cerchi?
FZ: Quando ho scritto i racconti di Specchi di Carta, Riflessi di Seta, mi
rivolgevo a me stesso, a me stesso nel futuro. Ho scritto quei racconti
immaginando di rileggerli dopo qualche anno e di ritrovare me stesso qualche
anno prima. Credo però che la domanda sia da capovolgere; cosa trovano i lettori
in questo libro? Sto chiedendo a chi legge il libro qual è il racconto che gli è
piaciuto di più, che sente più vicino. Anzi, chiedo addirittura di mettere in
ordine di preferenza, i tre/quattro racconti che son piaciuti di più. Quello che
mi sto accorgendo è che tutti scelgono racconti diversi e tutti secondo un
ordine diverso. Credo quindi che non esista il lettore ideale, ma c’è il lettore
che trova in almeno un racconto un qualcosa di sé, dove riesce a specchiarsi;
forse gli Specchi di Carta non sono tanto gli specchi dello scrittore nella
carta, ma sono lo specchio del lettore che attraverso la carta ritrova se
stesso. Ed essendo noi tutti diversi e ritrovandoci in modo diverso all’interno
di un libro, penso che questa sia la cosa più bella, per me lo è, che ci possa
essere per un libro.
GAM: Un racconto che mi è piaciuto di più è quello della Fortagina, di questa
nonna che aspetta l’arrivo dei parenti, dei nipoti, però rimane sempre nel suo
paese, a Pove del Grappa. Mi ha ricordato un autore, Baricco, che in Novecento
racconta di questo personaggio che vive in questo transatlantico e che non
scende mai; grande è la voglia di scoprire il mondo, ma poi alla fine rimane
prigioniero di questa sua realtà. La figura di questa nonna è colei che vede
arrivare e che vede partire, ma che rimane sempre ferma. Questo racconto ha una
componente realistica molto marcata, mi torna in mente Pavese e le sue Langhe,
allora ti chiedo, come mai questa componente ambientale molto precisa e in altri
invece l’evanescenza del contesto è molto più forte e diventa quasi la
protagonista del racconto?
FZ: Fra i tanti ne viene fuori anche uno diverso dagli altri, ma andiamo con
ordine. Pove del Grappa. Io credo che ci sia questo racconto su Pove, l’unico
veramente autobiografico, per lo stesso motivo per cui non c’è nessun racconto
su Venezia. Se dovevo dire, all’interno di questo libro, che avevo certe radici,
ho detto che le mie radici sono a Pove del Grappa; non dico che ho negato quelle
di Venezia, però ho sottolineato quelle di Pove. È la volontà di sottolineare il
50% delle proprie radici. La nonna fortagina è esistita sul serio, era la mia
nonna, e questa figura emblematica è l’unica figura che è ferma in questi
racconti, nel senso che è legata alla sua terra, ma pur essendo ferma ti da
quella forza, quell’energia che non sempre in movimento si riesce ad avere. È
ancora una volta il gioco dei contrasti.
GAM: So che non hai scelto tu l’immagine di copertina. Vorrei sapere se la
scelta, che comunque tu hai condiviso, ti ha soddisfatto e se hai nella testa un
pittore, scultore, un artista che poteva rendere quello che tu hai scritto?
FZ: La copertina è una fotografia di Riccardo Botta, un fotografo che ha dato la
copertina a parecchi libri della casa editrice Akkuaria. Quando dovevamo
scegliere la copertina mi sono state proposte alcune foto, alcune erano molto
più vicine ai contenuti reali del libro o all’immaginario del titolo. Ma credo
che si debba leggere il libro per capire cosa siano realmente gli specchi di
carta. Questa copertina, che riprende una fotografia dal titolo “Doppio
cerchio”, mi è piaciuta perché porta a riflettere sulla ricerca
dell’introspezione; per cerchi concentrici si va all’interno di se stessi. A me
questa copertina ricorda questo e credo che anche nel libro, viaggiando tra gli
opposti, ci sia una continua ricerca di se stessi. L’eventuale alternativa? Non
un quadro, ma ancora una foto, dell’immagine dell’aurora, come contrapposizione
alla sera, di questa luce che si incunea nelle strade e riporta a vita la città,
dando inizio ad una esperienza sempre nuova, immagine con cui si apre il primo
racconto.
GAM: Sembra, si legge, che tu hai iniziato a scrivere a seguito di quell’incontro
col tuo maestro, ma anche per tuo figlio. Volevo capire cosa vuoi comunicare a
lui attraverso quello che scrivi?
FZ: Cosa mi ha portato a scrivere? I passaggi sono stati parecchi. È iniziato
tutto con l’incontro con il maestro avvenuto dopo l’università, con quella
battuta “attento ai numeri ti puoi inaridire”. A quel tempo mi aveva consigliato
un libro Il maestro e Margherita di Bulgakov, e da la è nata l’avventura di
lettore prima e di autore poi. Ho letto molto da allora, generi diversi, ma
prima di mettermi a scrivere ho aspettato un bel po’ e poi mi son trovato a
scrivere per lavoro e per hobby, scrivere articoli, interviste, con risultati
tali da essere pubblicato ed essere letto. Da qui la voglia di scrivere anche
qualcosa di diverso. Nel frattempo è nato mio figlio, Sandro, tredici anni e
mezzo fa, e forse aveva un anno quando in spiaggia stavamo giocando con una
paletta dalla forma di orsetto. Da lì è nata l’idea di un mondo fatto solo da
orsetti, l’idea di scrivere un libro (un racconto lungo) dal titolo “Il giro
delle stagioni” (Di Salvo editore) che parla della storia degli orsetti di
gomma. Quindi è vero, all’inizio ho scritto con queste motivazioni. Non so cosa
volevo comunicare, probabilmente volevo scrivere solo una favoletta. Credo mi
sarei fermato là. Poi questo libro l’ho fatto leggere a qualcuno e qualcuno mi
ha detto (una ragazza in particolare) perché non scrivi anche per “grandi”, per
un pubblico adulto? Così ho iniziato a scrivere anche dei racconti e da qui la
voglia di continuare a scrivere.
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Saluto di Luciano Menetto, scrittore e poeta
veneziano
Mi spiace non poter essere con voi oggi a festeggiare l’uscita del libro di
Franco.
Mi spiace anche non poter ascoltare la lettura di qualche brano del suo libro:
Specchi di carta – Riflessi di seta. Cercherò comunque di scrivere quanto mi
proponevo di dire.
Devo essere sincero. Innanzitutto voglio confessare il mio stupore quando mi ha
annunciato che aveva pubblicato un libro, il che, tradotto, vuol dire che aveva
scritto (in questo caso dei racconti) e non li aveva tenuti nel cassetto, ma –
evidentemente - si è impegnato per darli alle stampe […] Non me lo sarei
aspettato per l’idea che avevo della sua personalità, forse per la sua
professione che, sicuramente per un mio pregiudizio, considero lontana
dall’astratta solitudine della scrittura, ma del resto sono sempre più convinto
che la realtà batte costantemente la fantasia. Basta solo aspettare perché
accada.
E’ stata comunque una sorpresa lieta e subito mi sono buttato sul testo, curioso
più che mai di sentire, di capire. E devo dire che già nelle prime pagine mi
aspettava una seconda sorpresa. Chissà perché ero convinto di trovare dei
racconti completamente diversi da quelli che compongono questo libro. Mi ero
avvicinato cercando la parola e invece ho presto capito che bisognava prepararsi
non tanto a leggere passivamente, quanto a seguire un percorso - a volte
impegnativo - attraverso le dimensioni diverse e sovrapposte che compongono
quella che sbrigativamente chiamiamo realtà. Per la comprensione delle molte
trame intrecciate in questi racconti, mi ha aiutato un passaggio che avevo
incontrato di recente in un saggio, dove si sostiene che la lettura è
reinvenzione del testo, traduzione del mondo immaginario dell’autore nel
proprio, tanto che il lettore si trova a incontrare non tanto le immagini di chi
scrive, quanto le proprie. Mi è parsa la chiave giusta per avvicinarmi a questo
libro e al suo senso.
A volte, e non solo da bambino, mi sono immaginato che questa esistenza potesse
essere un sogno e che all’improvviso, mi sarei risvegliato chissà dove. A volte
ci penso ancora. In molti di questi racconti Franco va oltre, creando personaggi
che non sognano la propria esistenza, ma che sono frutto, al pari di quanto
provano e accade loro intorno, della fantasia di altri, del sogno di altri. Sono
personaggi di una trama che viene scritta da un’altra volontà, in un’altra
dimensione. Per altri, e in altri racconti, vi è invece la fuga da un’esistenza
troppo povera verso una sognata con intensità tale da diventare la realtà
dominante, ma a sua volta tradita, riflessa in un’altra, in altre possibili
ancora. In tal modo ingressi e uscite si moltiplicano - penso in particolare al
racconto intitolato Chalet Belvedere e in genere alla prima parte del libro
Specchi di carta - confondendo i protagonisti almeno quanto il lettore.
Accennavo prima alla lingua. Ho letto e riletto il libro e mi sono convinto che
la lingua qui non esiste, o meglio, che c’è solo quella necessaria per
raccontare in modo essenziale. Nessuna ricerca, nessun autocompiacimento,
nessuna concessione. Appare evidente che per l’autore la cosa che più importa è
raccontare, dire ciò che ha da dire più del come lo si può dire. Non è scrittura
minimalista (del resto non ho mai creduto negli ismi) ma scrittura che dà
l’impressione di voler scomparire per diventare voce senza forma. E per far ciò
deve assomigliare il più possibile alla lingua parlata, non a quella scritta. E’
un equilibrio difficile da trovare, in un tessuto narrativo altrettanto
difficile e a mio avviso più riuscito nella seconda parte del libro, nei
racconti brevi di Riflessi di seta.
Un’ultima cosa, sui personaggi. Che vivano, soffrano, amino, gioiscano, lo si
intuisce solamente, in quanto le loro emozioni rimangono mute, compresse in un
dialogo interno e in un controllo che non cede verso l’esterno. Fa forse
eccezione il passaggio finale del racconto Il grande vecchio dove si apre
inaspettata una crepa che lascia intravedere il sensibile, quando il grande
albero morente trova queste parole: “La fine normale è bruciare, completare
l’ultima trasformazione. (...) Non fa male, ma è strano sentirsi scomparire,
sempre di più, sempre più velocemente. Vedersi volare nel cielo, come faville, e
come cenere cadere a terra. È la fine ormai, con me scomparirà il grande
vecchio, per sempre.” È un racconto che mi è piaciuto particolarmente e dal
quale spero prendano vita altri grandi vecchi per altri nuovi racconti.
Con affetto
Luciano Menetto
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