Tirteo
Tirteo fiorì nella seconda metà del
VII secolo. Nacque a Mileto, nell’Asia Minore, ma visse a Sparta.
Una leggenda, nata in tarda età, narra che Sparta, essendo in guerra
con Messene, chiese un generale agli Ateniesi, e gli Ateniesi, per
irrisione, mandarono un maestro di scuola, zoppo, di nome Tirteo, il
quale con i suoi canti di guerra condusse Sparta alla vittoria.
Tirteo compose molte elegie di cui un gruppo sotto il titolo
"Esortazioni", che sono vere esortazioni di guerra. Egli è il poeta
del valore guerriero, ma, mentre Omero esalta il valore individuale,
Tirteo parla solo del valore d’una intera città che impone ai
cittadini obbedienza e sacrificio per il bene della patria. I carmi
di Tirteo ebbero fortuna nel mondo greco: venivano imparati e
recitati nei simposi. Essi appartengono all’umanità non per i pregi
poetici, ma perché, come afferma Goethe, suscitano negli animi
magnanimi sensi di virtù e di fortezza.
PER IL SOLDATO
Per il soldato forte e valoroso
davvero è bello, tra le prime file
combattendo, cadere per la patria.
Cosa di tutte la più vergognosa
abbandonare la città natìa,
i pingui campi, e andare mendicando.
nDisavventura molto dolorosa
vagabondare per estranei luoghi
con la madre diletta, il vecchio
padre,
la tenera consorte, e i figlioletti.
In preda a un gran bisogno e alla
miseria,
l’infelice la stirpe disonora,
deturpa il bell’aspetto con gli
stenti.
Sarà pertanto inviso agli stranieri,
fama acquistando d’uomo basso e vile.
Se in tal modo dell’uomo che raminga,
nessuno mostra cura od ha rispetto
(onta anche per i propri
discendenti),
per questa terra, su, con ardimento
combattiamo, la morte per i figli
affrontando, e la vita disprezziamo.
Giovani, combattete stando gli uni
accanto agli altri; e bando alla
paura.
Non datevi alla fuga vergognosa,
mostrate forte e grande il vostro
cuore.
Non eccessivo amore per la vita,
fieri pugnando coi nemici, e quelli,
di cui son fiacche e tarde le
ginocchia,
i vecchi, nella fuga, non lasciate.
Da ritenere indegno che, cadendo
in prima fila, ai giovani davanti,
giaccia il vecchio che ha il capo
grigio e il mento.
Il prode esala l’anima gagliarda
disteso a terra, mentre con le mani
si regge le vergogne sanguinanti
cosa turpe a vedersi e che lo sdegno
desta - ed appare interamente nudo.
Tutto s’addice ai giovani fin quando
risplende in essi la dolce
giovinezza,
mirabile per l’uomo, se mai quelli
restano in vita, amabile alle donne.
Dei giovani, sul campo di battaglia,
bello colui che cade in prima fila.
Ed ognuno, le gambe bene aperte,
i piedi pianti saldamente in terra,
stringendo insieme il labbro con i
denti.
Nota: Da I Lirici Greci traduzione di
Carmelo Scelfo
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