Teognide

 

Di Teognide abbiamo una raccolta di 1389 versi, divisa in due libri. Il primo libro contiene versi di carattere essenzialmente morale e politico; il secondo canta soprattutto l'amore per i giovanetti, amore come lo sentivano i Dori, altamente morale e pedagogico. Quanto al luogo di nascita di Teognide e all'età in cui visse, le opinioni principali sono due. Secondo alcuni, Teognide nacque a Megara Nisea, nella Grecia, intorno al 540; altri invece affermano che Teognide sarebbe nato a Megara Iblea, in Sicilia, e fiorito nella prima metà del V secolo.

Per lui sono buoni gli aristocratici e cattivi gli uomini del popoio. I reggitori che vengono dal popolo portano lo Stato alla rovina. I nobili sono leali e incapaci di ingannare. A causa delle lotte interne della città, il poeta perdette il suo patrimonio e fu costretto all'esilio. Si mostra implacabile contro i nemici che si sono impadroniti dei beni. Diversamente da come pensavano Eschilo ed Erodoto, Teognide non ammette il principio dell'ereditarietà della colpa. una forte personalità sia come uomo sia come poeta. Nelle sue immagini si ammira sobrietà e potenza, per quanto l'espressione possa sembrare ruvida ed arida.

 

A CIRNO

 

Cirno, è gravida questa città: temo
che partorisca un uomo correttore
della nostra insolenza. I cittadini,
invero, sono saggi: i capi, invece,
conducono lo Stato alla rovina.
I nobili giammai furono causa
di danno alla città. Ma se per contro,
al popolaccio piace insolentire,
corrompere i tranquilli cittadini,
dare le liti vinte all'uomo ingiusto,
se, insomma, tanto male ci travaglia,
per ragione di lucro e di potenza,
 questa città per poco, sta pur certo,
condurrà vita tranquilla. Alla plebe
questo è gradito, ricavando il lucro
dal disagio di tutti i cittadini.
E da questo provengono le zuffe,
le lotte sanguinose ed i tiranni.
Rifugga la città da tanto male.

 


O RE

 


O re, figlio di Giove e di Latona,
giammai ti scorderò, sia nel principio
che in fine del mio canto, ed anzi sempre
ti canterò per primo, e ultimo, ed anche
nel mezzo. Dammi ascolto e liete cose
a me concedi. Febo, quanto Leto,
l'augusta dea, te generò, tenendo
stretta una palma tra le bianche mani,
te che il più bello sei degli Immortali,
presso le sponde del rotondo lago,
ambrosia avvolse l'isola di Delo,
rise la terra immensa con l'abisso
del mare bianco. E tu, celeste Artemide,
figlia di Giove, cacciatrice, a cui
Agamennone un tempio dedicava,
sul punto di partire per la guerra
di Troia con le sue celeri navi,
figlia di Giove, ascolta quanto chiedo.
Tieni da me lontano il triste fato,
la morte ed il dolore: tale cosa
per te da poco, per me grande, invece.
O Muse, o Grazie, figlie di Zeus, voi,
alle nozze trovandovi di Cadmo,
questo bel detto pronunziaste: "E' bello
quanto è caro, non bello se non caro".
Tal detto uscì dal vostro labbro eterno.

 


LE GRU

 

O Polipàide, ho udito risuonare
acutamente su per l'aria il grido
dell'uccello che annunzia il tempo adatto
all'aratura. Questo grido il cuore
mi ha scosso amaramente, ché da tempo
possiedono altri i miei fertili campi
ed i muli non più per me sopportano
il giogo dell'aratro,
fin da quando dovetti attraversare,
con gran tristezza, il mare.

 


LA MIGLIORE COSA

 

Di tutte le cose, questa, la migliore per l'uomo:
non venire al mondo, non vedere la luce;
e quando si è nati, prestissimo scendere al'Ade,
e restare sepolti sotto la terra nera (1).

 

(1) il traduttore aveva scritto precedentemente alla traduzione:

 

Piena d'angustie, triste, lacrimosa
la vita,
destinata a finire nella polvere.
Nascer che vale? Vivere che vale?
Meglio restar nel nulla, nel silenzio,
nella pace del nulla interminata.

 


POCHI

 

O Polipàide, pochi troverai,
nella sventura, che fedeli a te
si conservino, gente che dimostri
concorde il cuore e senta in petto
forza di divider con te il bene ed il male.

 

 

 

Da I Lirici Greci traduzione di Carmelo Scelfo

 
Teognide

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