Teodoro Ciresola:

I lirici Greci di Carmelo Scelfo

Carmelo Scelfo, oltre che poeta originale, fu anche valente traduttore, seguendo in questo la tradizione dei nostri più grandi poeti, dal Foscolo al Carducci, dal Leopardi al Pascoli. E dobbiamo dire che egli si cimentò con i poeti più impegnativi, uscendone sempre con onore. Abbiamo di lui la traduzione di tutte le poesie di Catullo e di molti lirici greci. Chi si occupa di letteratura, sa quanto ardua e difficile è l’arte del traduttore. Non basta, infatti, riportare nella propria lingua quelli che sono i pensieri e i sentimenti del poeta che si traduce, ma bisogna tener presente che quei pensieri e sentimenti sono espressi con tutte le raffinatezze dell’arte, siano esse spontanee oppure trovate con un lungo e paziente lavoro di cesello.

 

Il Manzoni diceva che Orazio non si traduce, intendendo dire che noi possiamo rendere nella nostra lingua pensieri e sentimenti espressi dal poeta nelle sue odi, ma è impossibile rendere la squisita eleganza dei suoi versi, che costituisce la vera essenza della poesia oraziana.

 

Lo stesso potremmo dire di Catullo e di alcuni poeti greci, come Alceo, Saffo e Simonide, per una ragione diversa da quella addotta dal Manzoni per la poesia di Orazio. Questi poeti, infatti, che appartengono all’esigua schiera dei sommi lirici, una decina al massimo, di cui si onora l’intera umanità, hanno avuto il sublime dono poetico di fissare nell’espressione più semplice esperienze irrepetibili del loro animo. L’espressione poetica è quasi un tenue e sottile velo che ci permette di sentire nella loro pienezza e integrità i sentimenti del poeta.

 

Tenuto presente questo, si comprende che è quasi impossibile che il traduttore riviva l’esperienza del poeta e la sappia rendere con quel tono, per così dire, etereo, che è proprio del poeta.

 

Quello che un traduttore può fare in questi casi è di rendersi conto, quanto più è possibile, dello stato d’animo del poeta nel momento in cui ha creato la poesia, senza pretendere di aggiungere nulla di suo, con la presunzione di ulteriori sviluppi o di presunti abbellimenti.

 

Buon poeta si dimostra lo Scelfo nella traduzione, tutt’altro che facile, dei lirici greci, che egli intraprese e proseguì con giovanile vigore fino agli ultimi anni della sua vita. E a proposito di questa traduzione noi confermiamo il giudizio da noi espresso dopo averla letta dattiloscritta.

 

Lo Scelfo ha dimostrato di essere in grado di interpretare felicemente tutto il pensiero e tutti i sentimenti dei poeti greci tradotti, pur così diversi fra loro. I versi della traduzione hanno il tocco e l’andatura dei versi originali, e si leggono con immenso diletto.

 

Se tutte le traduzioni dei lirici greci possono dirsi felici, quelle però in cui l’arte del traduttore raggiunge il più alto livello sono quelle dell’umano dolore e della serena contemplazione della natura.

 

Il dolore del poeta Teognide privato dei suoi poderi non poteva essere reso con accenti più accorati:

 

O Polipàide, ho udito risuonare acutamente su per l’aria il grido dell’uccello che annunzia il tempo adatto all’aratura. Questo grido il cuore mi ha scosso amaramente, ché da tempo possiedono altri i miei fertili campi, ed i muli non più per me sopportano il giogo dell’aratro, fin da quando dovetti attraversare, con gran tristezza, il mare.

 

E Neobùle, la fanciulla amata e ammirata da Archiloco ecco come ci appare viva e gioiosa nella traduzione dello Scelfo:

 
 

La fanciulla, tenendo fra le mani una fronda di mirto ed una rosa, in cuore ne gioiva, mentre la lunga chioma di tenue ombra le spalle le copriva.

 

Il famoso frammento del cérilo di Alcmane, che tanto piacque al Carducci, che lo riprese e lo rifece a suo modo, viene così interpretato dallo Scelfo:

 
 

Amabili fanciulle, dal dolcissimo canto, dalla voce soave, non più le gambe valgono a portarmi. Oh fossi, fossi il cérilo che, sul fiore dell’onda, dalle alcioni sorretto, sicuro vola, uccel di primavera, colorato di porpora marina.

 

Abbiamo indicato i criteri seguiti dallo Scelto nelle traduzioni, ne abbiamo messo in rilievo alcuni esempi significativi. Ma altri ancora se ne potrebbero addurre a confermare l’abilità e la felicità dello Scelfo traduttore, che anche per questa via conferma le sue doti di autentico poeta.

 

Il Manzoni diceva che Orazio non si traduce, intendendo dire che noi possiamo rendere nella nostra lingua pensieri e sentimenti espressi dal poeta nelle sue odi, ma è impossibile rendere la squisita eleganza dei suoi versi, che costituisce la vera essenza della poesia oraziana.

 

Lo stesso potremmo dire di Catullo e di alcuni poeti greci, come Alceo, Saffo e Simonide, per una ragione diversa da quella addotta dal Manzoni per la poesia di Orazio. Questi poeti, infatti, che appartengono all’esigua schiera dei sommi lirici, una decina al massimo, di cui si onora l’intera umanità, hanno avuto il sublime dono poetico di fissare nell’espressione più semplice esperienze irrepetibili del loro animo. L’espressione poetica è quasi un tenue e sottile velo che ci permette di sentire nella loro pienezza e integrità i sentimenti del poeta.

 

Tenuto presente questo, si comprende che è quasi impossibile che il traduttore riviva l’esperienza del poeta e la sappia rendere con quel tono, per così dire, etereo, che è proprio del poeta.

 

Quello che un traduttore può fare in questi casi è di rendersi conto, quanto più è possibile, dello stato d’animo del poeta nel momento in cui ha creato la poesia, senza pretendere di aggiungere nulla di suo, con la presunzione di ulteriori sviluppi o di presunti abbellimenti.

 

Buon poeta si dimostra lo Scelfo nella traduzione, tutt’altro che facile, dei lirici greci, che egli intraprese e proseguì con giovanile vigore fino agli ultimi anni della sua vita. E a proposito di questa traduzione noi confermiamo il giudizio da noi espresso dopo averla letta dattiloscritta.

 

Lo Scelfo ha dimostrato di essere in grado di interpretare felicemente tutto il pensiero e tutti i sentimenti dei poeti greci tradotti, pur così diversi fra loro. I versi della traduzione hanno il tocco e l’andatura dei versi originali, e si leggono con immenso diletto.

 

Se tutte le traduzioni dei lirici greci possono dirsi felici, quelle però in cui l’arte del traduttore raggiunge il più alto livello sono quelle dell’umano dolore e della serena contemplazione della natura.

 

Il dolore del poeta Teognide privato dei suoi poderi non poteva essere reso con accenti più accorati:

 

O Polipàide, ho udito risuonare acutamente su per l’aria il grido dell’uccello che annunzia il tempo adatto all’aratura. Questo grido il cuore mi ha scosso amaramente, ché da tempo possiedono altri i miei fertili campi, ed i muli non più per me sopportano il giogo dell’aratro, fin da quando dovetti attraversare, con gran tristezza, il mare.

 

E Neobùle, la fanciulla amata e ammirata da Archiloco ecco come ci appare viva e gioiosa nella traduzione dello Scelfo:

 
 

La fanciulla, tenendo fra le mani una fronda di mirto ed una rosa, in cuore ne gioiva, mentre la lunga chioma di tenue ombra le spalle le copriva.

 

Il famoso frammento del cérilo di Alcmane, che tanto piacque al Carducci, che lo riprese e lo rifece a suo modo, viene così interpretato dallo Scelfo:

 
 

Amabili fanciulle, dal dolcissimo canto, dalla voce soave, non più le gambe valgono a portarmi. Oh fossi, fossi il cérilo che, sul fiore dell’onda, dalle alcioni sorretto, sicuro vola, uccel di primavera, colorato di porpora marina.

 
 

Abbiamo indicato i criteri seguiti dallo Scelto nelle traduzioni, ne abbiamo messo in rilievo alcuni esempi significativi. Ma altri ancora se ne potrebbero addurre a confermare l’abilità e la felicità dello Scelfo traduttore, che anche per questa via conferma le sue doti di autentico poeta.

 
Teodoro Ciresola

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