Stephane Mallarmé

BREZZA MARINA

 

 

Come è triste la carne... E ho letto tutti i libri!¹
Fuggire! laggiù fuggire! ² Ho udito il canto di uccelli
Ebbri tra l'ignota schiuma e i cieli. ³ Nulla,
Neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi,
Potrà trattenere il mio cuore che s'immerge nel mare.
                          O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada
                          Sul foglio ancora intatto, difeso dal suo candore
                          E neppure la giovane donna che nutre il suo bambino.
Partirò! Nave che culli le tue vele
Leva l'ancora verso un'esotica natura!
Una noia, crede ancora, desolata da speranze crudeli,
Ai fazzoletti agitati nell'ultimo addio.6 E forse
Gli alberi che attirano la tempesta
Il vento farà inclinare sui naufragi
Perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole...7
Ma ascolta, il mio cuore, il canto dei marinai!8

 

 

Brezza marina (Brise marien) fu scritta nel 1865 e pubblicata l'anno successivo sul Parnaso contemporaneo.. La poesia appartiene al primo periodo poetico di Mallarmé e precede la profonda crisi, sia umana (ricorrente stato di depressione) sia intellettuale (perdita della fede, incapacità di portare a termine i suoi progetti), che lo costrinse ad un lungo silenzio poetico, durato fino al 1871, quando riceverà finalmente nuovi stimoli dal vivace ambiente parigino, in cui era stato trasferito per lavoro, e dalla conoscenza di artisti come Rimbaud, Verlaine e i pittori impressionisti.
La lirica presenta temi e motivi ancora legati alla poesia di Baudelaire: il desiderio del viaggio, il bisogno di evasione e di fuga dal reale verso luoghi esotici e lontani, ma pone anche l'esigenza di un'esperienza poetica, innovativa e originale, non più legata alla necessita di definire, ma solo di suggerire di evocare, col suo potere magico, immagini e sensazioni; aspetti che successivamente faranno riconoscere in Mallarmé il caposcuola del Simbolismo. Il desiderio del viaggio come fuga dal presente, dalla noia del quotidiano, e come ricerche di nuove dimensioni e nuovi spazi si presenta nella lirica sotto un duplice aspetto: quello esistenziale, come desiderio di esperienze e realtà nuove e diverse; quello simbolico, che vede rappresentato, nella nave che reca l'oceano, la poesia stessa, nel suo affrontare un mondo ignoto, pieno di pericoli ma anche di infinite possibilità.

 

 

 

Note

 

Schema metrico: nella versione italiana, versi liberi; in quella francese a rima baciata

 


1. la carne... libri! Il verso sintetizza un sentimento tipico del clima decadente di fine Ottocento: uno stato d'animo dominato dalla stanchezza e dalla noia, che investe sia il corpo (la carne) che l'intelletto (i libri).
2. Laggiù fuggire!. Il desiderio di evasione e di fuga si contrappone alla noia. La meta però non è concreta, ma vaga e indefinita (laggiù)
3. Ho udito...i cieli: il poeta sente dentro di sé l'ebbrezza della libertà, come il canto degli uccelli tra l'immensità del cielo e del mare (l'ignota schiuma)
Ignota = senso della verginità, purezza. La schiuma del mare infatti può essere solo vista dall'alto
4. Nulla... bambino: nessun ostacolo può trattenere il poeta dal fuggire, né il ricordo delle bellezze naturali (antichi giardini riflessi negli occhi), né i legami famigliari (la giovane donna che nutre il suo bambino).
5. Partirò... natura!: il desiderio di fuggire, espresso nei versi precedenti, si trasforma qui in una ferma decisione (Partirò!; Leva l'ancora). Nell'immagine della nave come metafora dell'esistenza (o della poesia) le vele rappresentano un'esperienza libera e infinita, mentre l'ancora è il legame col reale, col mondo quotidiano (o la poesia tradizionale) e i suoi riferimenti sicuri e concreti, ma limitati, da cui il poeta vuole allontanarsi.
esotica: appartenente a paesi lontani.
6. Una noia...addio: chi è oppresso dalla noia (che spinge il poeta a fuggire) e dalla caduta della speranza (speranze crudeli), può ancora essere sensibile (crede ancora) alle scene dell'ultimo addio (ai fazzoletti agitati); il viaggio potrebbe infatti concludersi con un naufragio.
7. E forse...isole...: il vento abbatterà (farà inclinare) gli alberi delle navi che attirano i temporali, sopra i naufraghi (naufragi) senza speranza (perduti), senza navi (senza alberi) che li soccorrono, lontano da terre ove poter approdare (fertili isole).
8. Ma...dei marinai!: dopo l'ipotesi del naufragio, riprende il sopravvento, il desiderio di salpare di fuggire lontano, seguendo il canto dei marinai, metafora per indicare il fascino della libertà, dell'avventura della ricerca continua. 

 


Analisi del testo

 


Il viaggio come dimensione esistenziale

 

La poesia è una metafora del viaggio, esistenziale e poetico, verso nuove e più intense esperienze.
Il verso o iniziale della lirica esprime in sintesi uno stato d'animo comune al clima decadente di fine Ottocento di noia e tristezza (lo spleen di Baudelaire) sia fisico (Come è triste la carne...) sia intellettuale (...E ho letto tutti i libri!). Ciò comporta un senso di disagio e d'insofferenza verso la realtà della vita che ha come conseguenza il desiderio di evasione e di fuga (Fuggire!) verso un luogo indefinito (laggiù), infatti per il poeta non è importante tanto la meta del viaggio ma l'idea del viaggio, l'esperienza del nuovo e dell'ignoto (nella lirica rappresentata dal mare) come dimensione dello spirito, come possibile felicità (esotica natura, fertile isole). Niente può ormai più trattenere il poeta (Partirò ! Nave che culli le tue vele/Leva l'ancora), né i ricordi (antichi giardini riflessi negli occhi) né gli affetti familiari (neppure al giovane donna che nutre il suo bambino).

 

Il viaggio come dimensione poetica

 

La poesia è anche metafora della letteratura; alla Noia per le forme tradizionali si contrappone l'esigenza di una forma di poesia nuova, svincolata dalla tradizione e capace, con la forza delle proprie immagini di esprimere l'inesprimibile, di dar voce al silenzio, nella ricerca della parola pura e assoluta (il foglio ancora intatto) col rischio dell'incomunicabilità e dell'incomprensione (Perduti, senz'alberi, lontani da fertili isole) e dal fallimento (naufragi/Perduti, senz'alberi, lontani dalle fertili isole...). Questo pericolo però è superato nell'ultimo verso, in cui la forte avversativa iniziale è una presa di coscienza e una decisione di accettare il rischio (Ma ascolta mio cuore, il canto dei marinai).

 


 

 

Breve biografia

 

Stephane Mallarmé  (Parigi 1842- Valvins 1898) è stato il teorico più lucido della poesia simbolista ed ha avuto un  notevole influsso su tutta la poesia del Novecento dai futuristi che hanno mutuato l'interlinea dei corpi topografici e altri espedienti grafici, agli ermetici che hanno appreso il valore del silenzio come cassa di risonanza attorno alla voce e dai poeti visivi che hanno radicalizzato le sue intuizioni sino a ridurre la poesia a puro segno, a pura figura, a un messaggio che quasi non può più essere letto.  Il poeta nacque da una famiglia di  modeste condizione e la sua vita fu presto segnata da delle disgrazie. A cinque anni perse la madre e poi successivamente morì anche la piccola sorella. Quando divenne adulto il lavoro, un piccolo impiego statale, gli riservò continue umiliazioni che lo portarono ad accumulare numerose frustrazioni Nonostante i  problemi personali, Mallarmé pubblicò una decina di poesie sul Parnasse contemporain e iniziò il poema Hèrodiade Nel 1897 iniziò il racconto Igitur, o la follia di Elbehnon, in cui si trova già tutto lo stile delle poesie successive. Nel 1876 pubblicò Il meriggio di un fauno e nel 1897 Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, in cui sono presenti alcune innovazioni formali quali la rottura del sistema sintattico e del sistema grafico tradizionali. Mallarmé, la cui formazione letteraria avvenne attraverso l'opera di Baudelaire e Poe, esercitò un notevole fascino sulle nuove generazioni di poeti (famosi furono i "martedì letterari " nella sua casa), tanto che P.Veraline, a dispetto della critica benpensante, non esitò a esaltare Mallarmé come maestro e lo incluse nell'opera I poeti maledetti.

 
Stephane Mallarmé