Carissimi,
con profondo dolore vi annuncio la scomparsa di uno dei
nostri Autori, Giuseppe Schillaci in arte Sòstene.
Un infarto fulminante lo ha sottratto agli affetti dei suoi
cari, degli amici e di tutte le persone che lo stimavano sia
come persona, come avvocato e soprattutto come Artista:
scrittore, musicista.
Giuseppe era una delle più preziosi voci che la nostra terra
di Sicilia abbia avuto. Con lui scompare una memoria storica
e scompare anche un valido e insostituibile pilastro per la
nostra Associazione.
Con Giuseppe abbiamo trascorso parecchie ore a discutere di
molti di Voi, della vostra poesia, del vostro modo di
scrivere. Con Giuseppe abbiamo lavorato su i vostri testi.
Giuseppe era il Presidente di Giuria del noto concorso
Letterario di Akkuaria "I veli della Luna".
Giuseppe Schillaci era un uomo schivo di qualsiasi forma di
notorietà, amava operare in silenzio, amava restare
nell'ombra. Amava la musica e la poesia.
Avremmo dovuto fare insieme parecchie cose; cose che farò da
sola in sua memoria...
Domenica 20 gennaio 2008 sarà
ricordato durante il nostro appuntamento a Pagani nella
Libreria Otium di Raffaella Mazzotta.
Concludo qui questa nota... perché ho una ferita al cuore
troppo aperta per continuare.
Ma vi lascio in compagnia delle sue
parole, qui su Akkuaria,
il luogo che più di tutti amava.
vera ambra
La luna se ne va
da questa notte,
e mette a nudo le lance delle
canne,
le rughe dei vecchi occhi vivi
le vene delle foglie umide
Se ne va sempre carica
sempre leggiadra e misteriosa
Se ne va col fiato dei pensieri
ammutoliti
Quando tramonta non ha futuro
e l'abbandono coglie senza
sforzo
la solitudine mortale ci
abbraccia amica
La luna se ne va da questa notte
e non vedremo più alba
e non avremo rimpianti
La luna se ne va da questa
notte,
e mette a nudo le lance delle
canne,
le rughe dei vecchi occhi vivi
le vene delle foglie umide
Se ne va sempre carica
sempre leggiadra e misteriosa
Se ne va col fiato dei pensieri
ammutoliti
Quando tramonta non ha futuro
e l'abbandono coglie senza
sforzo
la solitudine mortale ci
abbraccia amica
La luna se ne va da questa notte
e non vedremo più alba
e non avremo rimpianti
Chi è Sòstene?
Sòstene è un artista che vive nell'acqua e nell'aria. Un
abitante ideale per le nostre pagine... e come ogni artista
preferisce che siano le sue parole a dire ciò che vuole che gli
altri sappiano...
Se qualcuno chiedesse a Sòstene chi sia, risponderebbe: un
artista, ma pensando alla musica più che alla poesia. a sedici
anni studia per due anni pianoforte, fino alla morte del padre,
quando deve pensare a cose più impellenti, e smette di suonare.
Al tempo non aveva ancora scoperto la sua migliore qualità: la
voce. peraltro, sin dall'età di quattordici anni, scrive versi
cui non ha mai dato molta importanza, ritenendo che quello di
poeta e di scrittore sia un mestiere vero e proprio, che
comporta un preciso ed attento studio. Sebbene lui non abbia mai
atteso a quello studio, tuttavia si appassiona istintivamente ai
classici greci e latini, di cui studia le opere principali e la
metrica; studi che si riversano nell'attività musicale che,
frattanto, è stata ripresa (intorno ai 22 anni). studia per 4
anni musica e chitarra classica, facendo contemporaneamente
ricerche sul "campo" di musica popolare, che rimane ancora la
sua passione più grande, anche se oggi rivissuta in modo molto
più originale degli inizi. per alcuni anni si dedica
professionalmente all'attività musicale. incide un "33" (in
vinile trattandosi di epoche preistoriche) per la Fonit Cetra,
studia per due anni sax tenore, si diploma in teoria e
solfeggio, scrive ed interpreta musiche per la rai e per il
teatro (ometto i particolari per brevità). nel frattempo è
iniziata la scrittura di un romanzo, ad oggi non conclusa, dal
titolo provvisorio di "Wilkinson: pensò l'uomo..." l'attività
poetica prosegue, ma si rifiuta ancora di prenderla sul serio.
devesi considerare che, essendo tutti gli italiani poeti, è
difficile prendersi sul serio in quest'ambito.
La scrittura viene da lui considerata come sfogo cadetto di una
certa perenne adolescenza, che affligge molti di noi, e sulla
quale è meglio stendere un provvido velo di riserbo. il
riconoscimento ottenuto dai lettori di akkuaria è - come avrete
capito - il primo; né potrebbe essere altrimenti dato che è la
prima volta che una composizione letteraria esce dai cassetti
ben inchiavardati di casa Sòstene. la circostanza lo riempie di
gioia -nonostante la sufficienza con cui Sòstene ha sempre
guardato alla propria attività di scrittore- perché in ogni
artista c'è la manifesta o celata speranza di rompere una qual
certa solitudine umana e giungere agli altri con la parte più
intima di sé: l'emissione creativa. nell'atto creativo, infatti,
non c'è spazio per la convenzione, per l'apparire, per il
calcolo di convenienza, pena il fallimento e la distruzione
dello stesso linguaggio adottato.
Lo pseudonimo di Sòstene appare solo nel 1997 quando la carriera
professionale del nostro (egli per vivere svolge da 18 anni una
professione diversa da quella di musicista) gli consiglia
riserbo, soprattutto in relazione all'attività di spettacolo
che, seppure molto diradata, ha ripreso. vi risparmio le tappe
- peraltro alcune veramente esaltanti - ed i riconoscimenti
all'arte del nostro; il quale ringrazia tutti i generosi lettori
di Akkuaria, oltre che la redazione e l'amica Vera, e minaccia
di pubblicare ancora qualcosa. un abbraccio a tutti e, dato il
periodo, un migliore 2001, da
Sostene
4 luglio 2000
In questo mercato il silenzio ti frastorna,
di penose visioni;
bocche spalancate,
denti gialli,
le nere unghie dell'infanzia;
mentre dolce il cuore ti batte,
sei contorta dal dolore,
e ti sto accanto
e ti tengo fra le mani,
come un raggio di luce
che mi brucia.
incontro per strada il tuo rancore,
e attorno ascolto
palpitare una menzogna
e bruciare dentro mille fiamme,
ed il mio urlo
così diverso
ti giunge uguale;
e l'abbraccio
in un attimo fugge
dopo cento olocausti.
in un lago di sangue
questi cuori ho trovato
per doverti lasciare
tenero pasto
a quei mostri spalancati.
solo in alito di vento mi vedrai,
in raggio di luce,
o come nota
lieve e gioiosa:
se d'un sorriso morremo
avremo ancora tempo
per la felicità.
Sòstene
Il Vascello d’oro
Prefazione
Non ho nemmeno cercato, come sempre, un amico importante o,
comunque, un vero poeta, un maestro, che mi dicesse chi sono,
quanto valgo. Ho la presunzione di sapermi giudicare con più
obiettività e con più severità insieme di qualsivoglia estraneo.
Colui che mi guida, non è fatto di carne, né il mio intelletto è
annebbiato dalla vanagloria. Sono un verseggiatore della
domenica, e nessuno dei seguenti versi è mai stato corretto e
riveduto: questa ne è una riprova. La metrica segue vie
interiori, la cui musica è opinabile, e risultato
d’immedesimazione poco professionale. Eppure nessuna poesia ho
amato di più che quella dei classici, ma l’intelletto e
l’ispirazione non mi bastano, per dirmi loro epigone.
Il Vascello è tanto modesto da non meritare un varo innanzi alle
Autorità: la piccola imbarcazione, scarna di orpelli, reca,
però, nomi incisi nella memoria di un piccolo essere:
Alessandro, mio vero, grandissimo amore: Messaggero di Dio in
questa mia scontrosa esistenza, della quale rendo sempre e
comunque infinitamente grazie; Carla, unica apparizione
femminile degna di questo nome, autentica destinataria del vero
Amore terreno, creatura le cui virtù, come le mie, restano
inascoltate sulla terra, per ottenere miglior fortuna altrove;
Marisa, peggior voce del mondo femminile, indomito alfiere del
profondo peccato; tanto pervicace nel male da far supporre la
stupidità, da assurgere a mito d’ogni intoppo: mito tutto al
femminile fatto d’inconsistenza e sopraffazione, alla quale mi
sono dato ostinatamente supponendo in lei quel che ella medesima
mostruosamente nega a sé (non sono il solo sfortunato, se
ricordo certi versi di Pavese).
Molto le devo, se ho scoperto l’abisso di cui siamo partecipi, e
la forza del Male in noi e nel mondo. Ma nell’essere Artista,
seppure non poeta, v’è un collegamento con l’Assoluto: lo stato
di possessione descritto da Platone; in esso e per esso Egli si
degna di parlare, e il nostro corpo mortale si rivela nella sua
essenza di veicolo e strumento. Una parola adesso mi affiora
verso Lucio, un soffio fra le labbra per un segreto, prezioso
amico, che mi illumina certi sentieri d’oro zecchino, e mi fa
meno solo innanzi ai miei veri compiti.
Così dico degli altri Lumi terreni: Vincenzo, Domenico, Du Gan.
E taccio di quelli che mi sono giunti attraverso gli scritti
immortali: inestimabili amici quotidiani. Ora comprenderà il mio
coraggioso Lettore quel che sarebbe andato perso se un altro,
anche vero, grande poeta, avesse scritto una insigne prefazione
al posto mio: l’avrebbe depredato della mia sostanza, della mia
stessa vita in queste righe, sconoscendo l’origine e la fonte
d’ogni pur sciatta espressione.
Mi attendo che la nascita di questa raccolta sarà la sua stessa
fine, ma pretendo che sia la ghigliottina giustamente decretata
solo dopo la lettura: sia almeno questo, in una Nazione senza
giustizia, un processo autentico, libero e giusto.
Quel che mi resta da dire farebbe un libro ponderoso, per ciò
conviene concludere col semplice auspicio che almeno uno solo
trovi qui quel piccolo ristoro che spero tocchi ad ogni essere
che sta sotto il sole.
Va poscritto che non sono degno di dirmi autore di poesie:
chiamatele, con me, componimenti.
L’Autore
16.1.2003
Vorrei garantirti,
lettore raffinato,
inusitati diaporama
d’appropriati fonèmi
circa un’eroica guarnizione
di vissuta caffettiera,
o la vana oleatura
d’una cerniera arrugginita:
accattivanti segni
d’eroiche lotte,
prontamente marcati d’ironìa,
ché non si dia l’erba medica
a retoriche ganasce.
Eppure vorrai perdonarmi
- ma so che non vuoi -
d’ignorare i titolati opifici
che a ciclo raffinano,
per esclusivi amatori,
le perle par tuo.
In cambio t’assicuro,
ad evitare inestetici sgomenti,
che non starò a guaire
dietro la soglia.
*
1.3.1991
Alla condotta medica di Motta
si legge di non stare
troppo accanto i suoni;
che le orecchie siano vestiboli della mente,
forse la Usl ancora sconosce;
forse fra le mandibole
delle talpe sonnacchiose,
o il rombo del fuoco centrale
ed il fruscìo dell’aria fra i crisantemi,
forse la vita
sottoterra è un suono.
*
2.3.1991
Griderò per sentirti,
ti vorrò a bocca aperta.
In vece di parole,
spasmi di laringe:
né luce, né campi,
ed il vino mi sembra essere stato uva
neanche un momento.
*
2.3.1991 Se
Se fossi una sponda,
o un letto profondo,
un suono soltanto,
potrebbe stasera
scorrermi addosso.
Griderò per averti,
ma il suono che leggo
è gia tanto indietro
di venti battute.
*
10.1.1992
Ah! La ruota del mulino,
le voci del mugnaio,
le cicale delle due.
Ah! La voglia di te.
*
1.5.1991
Ti prego non parlare
mi sconvolgi le papere;
non tirarmi le orecchie
mi fanno sentire ogni cosa;
sentire il vuoto e gli schiaffi,
il confusissimo vento
le cose che non dico,
ti prego non suoniamo forte
mi sconvolgi le papere.
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