Un angelo luciferino

 

Il 31 agosto 1867 era sabato. A Parigi faceva molto caldo e tutti quelli che potevano, avevano lasciato la città per luoghi più ameni ed ombrosi. Un po' come succede adesso, insomma, morire durante il fine settimana, e per giunta d'estate, significa morire praticamente soli. Ai funerali di Charles Pierre Baudelaire, celebrati il due settembre con rito cattolico, partecipano quindi poche persone: la madre, gli amici più intimi. All'ingresso del cimitero di Montparnasse uno scoppio di tuono, una improvvisa raffica di vento, sollevano una nuvola di foglie secche che ricopre il feretro.

 

Così il poeta dei Fiori del Male, consumato dalla sifilide, dall'alcool e dall'oppio, usciva a 46 anni dal palcoscenico - che aveva amato ed odiato ad un tempo - in un modo che probabilmente non gli sarebbe spiaciuto: un po' teatrale e comunque diverso, singolare.
In ogni caso, non aveva mai amato la folla, cosciente com'era del cambiamento che avviene in ogni uomo quando si trova in mezzo ai suoi simili. Oggi la chiamiamo "massificazione" mentre allora non aveva un nome, ma era spaventosa come ora e come sempre.
Una delle sue foto più famose, posta sulla copertina di tante edizioni delle sue opere, ce lo mostra come doveva essere intorno ai 35 anni: fronte ampia resa ancora più spaziosa dalla stempiatura, viso scavato, labbra sottili e occhi profondi, infossati, cupi e brillanti.
Un'espressione strana ed inquietante. È il senno di poi a far sembrare così strano quello sguardo? Certo è che è difficile osservare quella foto e non pensare a ciò che quegli occhi hanno visto, a ciò che da quella fronte, da quella testa, è nato. La critica, unanime, ha riconosciuto a Baudelaire ed alla sua opera un ruolo di primaria importanza nella nascita della poesia moderna, e nella scoperta della moderna sensibilità. Come ogni grande poeta, e come del resto ogni grande tout court, Baudelaire ha incarnato in sé ed ha dato voce a quello che di nuovo covava, a tutti i fenomeni appena accennati, a tutte le speranze ed angosce che percorrevano il suo tempo a cavallo tra due civiltà, tra due ere. La nascente società industriale mostrava già alcuni dei tratti che ora non ci fanno più inorridire solo perché ci siamo abituati; l'Ancien Régime, tra mille scosse, si avviava alla fine, ma Parigi viveva come se il Re Sole dimorasse ancora a Versailles. L'ipocrisia borghese di coloro che vedono nemici dappertutto cavalcava già la tigre, mentre i socialisti utopici (l'utopia del socialismo?) incontravano desideri e speranze di intellettuali e sognatori raccolti tra i più diversi strati della società. Ed in questo magma Baudelaire si muoveva non a proprio agio, anzi, ma lo percorreva ugualmente tutto: origini borghesi, infanzia ed adolescenza tranquille, protette (le lettere che scriveva alla madre dal collegio sono quanto di più edificante si possa immaginare.
Colme di buoni propositi e di soddisfazioni per i risultati conseguiti. Solo, a volte, un accenno alla noia, l'espressione di una specie di malessere...). E poi ancora amore per le belle lettere e vita di bohème, giornalismo variamente impegnato o satirico e azione politica, amori irregolari e, sempre, tanta solitudine. Perché a nature come la sua non è dato trovare amici: discepoli, questo sì, occasionali compagni di strada, ammiratori e certo molti nemici. L'unica persona che Baudelaire sentì davvero vicina, e questo per tutta la vita, è la madre.
Che possiamo immaginare come una dolce signora spaventata da quel figlio di cui sicuramente si sarà chiesta tante volte da chi avesse preso tutta la sua stranezza, e però anche affascinata da una personalità fragile, profonda, oscura, tenera in modo rabbiosamente esclusivo. Il padre, quello vero, Baudelaire non poteva ricordano: un oscuro pittore morto nel 1827, quando Charles aveva solo sei anni. Per il patrigno, invece, concepì con gli anni una vera repulsione, e davvero non si può immaginare niente di più lontano da Baudelaire del generale rigoroso e rigido che fu marito di sua madre per tanti anni.
Baudelaire, dunque. attraversa il suo tempo e la sua città vivendo profondamente immerso in essi, eppure sorvolandoli: senza sapere chi cercare ma sapendo, o meglio sentendo, cosa cercare e dove per ridare un senso (o magari per confermare l'assenza di senso) all'essere uomo. Uomo eterno, senza confini: uomo astonico, oppure metastorico.
La prima, grande barriera che Baudelaire cerca di infrangere è proprio quella del confine spazio-temporale. La sua poesia. per essere poesia, deve essere libera e sciolta: non dai legami imposti dalla forma, dalla metrica, dallo stile (questi anzi sono ben presenti e vincolanti), ma da contenuti descrittivi, esplicativi, divulgativi. Con la sicurezza di chi sa trarre ciò che gli serve dagli autori e dai poeti - ma non dimentichiamo neppure il fascino che su Baudelaire rivestì sempre la pittura - del passato amati e studiati sino quasi a possederli, compie uno scatto secco e decisivo in avanti per dare o ridare voce al silenzio, ai vi venti pilastri che lasciano a tratti sfuggire confuse parole.
Si guarda intorno e chiude le orecchie per acume la percezione dei colori e delle forme; in silenzio, ascolta la notte e i respiri infiniti; annusa profumi fino a sentirli sulla pelle. Non si preclude nessuna esperienza sensoriale, e già possiamo trovare qui un primo elemento di grande modernità: noi uomini del XX secolo siamo infatti ciechi e sordi per necessità e autodifesa, ma anche per pigrizia, e forse amiamo Baudelaire perché solo attraverso la sua poesia riusciamo ancora a sentire il profumo di olii preziosi e, lontana lontana, la voce degli alberi, i viventi pilastri.
E ne siamo anche spaventati, perché l'orrore dell'abisso che separa l'uomo dal resto del mondo si avverte più forte che mai insieme alla triste miseria della vita, alla sua inspiegabile assurdità. Abisso che abbiamo creato e fortemente voluto a partire dal Settecento, secolo dei Lumi, all'insegna della razionalità che ha sì allontanato (ma lo ha fatto poi davvero?) il sonno della ragione che genera mostri, ma ha anche inesorabilmente strappato da sé. "Superstizione", "suggestione": questo è ciò che di meglio siamo riusciti a trovare per incasellare - perché l'uomo industriale deve poter dare ad ogni cosa una precisa collocazione - il desiderio profondo ed invincibile di unità col mondo e con sé, che è poi la stessa cosa.
Ma, cacciata dalla porta, la "superstizione" è rientrata, come si suoi dire, dalla finestra: molto prima degli hippy, molto prima di Hesse e di tutti coloro che negli ultimi decenni hanno denunciato l'assurdità del mondo tecnologico, nella prima metà dell'Ottocento Baudelaire (ma non solo) aveva Baudelaire a trenta quattro anni in un intuito il male che l'uomo si stava facendo, e soffrendolo in prima persona lo aveva "detto".
Non come profeta di sventura: solo come uomo che riesce a parlare esclusivamente attraverso la poesia. Di qui gli accostamenti strani, inconsueti e spaventosi per la morale borghese dell'epoca - veramente lo sono anche per noi, adesso - e la ricerca di parole creative, ossia di "simboli" (ed ecco da dove nasce il termine "simbolismo" che designa un'intera corrente poetica nata con Baudelaire) che riuscissero ad evocare qualcosa senza dirlo. Perché un vocabolario troppo ricco e troppo usato aumenta le capacità descrittive, ma non apporta significati, anzi, ne toglie. E la vera grandezza di Baudelaire sta proprio nell'aver creato immagini e simboli senza tempo, universali, che conservano tutta la loro forza per sempre.
Con Baudelaire prende forza la poetica dell'arte per l'arte, l'art pour l'art: qualsiasi forma d'arte (ma in particolare la poesia) viene svincolata da ogni contatto con la realtà storica e sociale - che è invece il terreno privilegiato per il romanzo realista o verista che nasce proprio in questo secolo per realizzarsi invece in un fatto tutto interiore, una ricerca assolutamente intima.

Non che nella poesia di Baudelaire manchino immagini di crudo realismo, è vero anzi il contrario; esse sono pero da intendersi in senso del tutto simbolico, e la loro efficacia realistica serve proprio a dar loro più forza ed a far sì che nessuno possa leggerle e scorrere via.
Come in Spleen l'Angoscia pianta infine la sua bandiera sul cranio reclinato della Speranza, così le immagini evocate da Baudelaire si incidono nella mente del lettore con impronta profonda. Nulla è lasciato al caso nella sua poesia: c'è una costante e persino ossessiva ricerca della parola e della musicalità del metro che devono assolutamente produrre quell'effetto: l'esigenza di scrivere e la spinta dell'immaginazione vengono in qualche modo domate e contenute in una perfezione formale che le esalta e che rende ancor più potente il messaggio.
Un grande critico, Luigi De Nardis, ha lasciato un'efficace e "poetica" descrizione di questo processo creativo: "Baudelaire crede in un mondo di forme perfette e esistenti da sempre, irraggiungibili come i gioielli sepolti nel 'cimitero solingo' della sua anima, a cui tenta di avvicinarsi per scandagli, talvolta anche usando rabbiosamente la zappa.
Il sonetto è nato da tempo, è come un diamante perfetto che aspetta di essere liberato dalle incrostazioni impure, dalle scorie: il poeta moderno cercherà di riportarlo alla superficie e di calarvi dentro il suo ideale di bellezza ardente e malinconica, di articolare in essi i suoi rimorsi ed i suoi incubi, di esprimere attraverso essi la sua nostalgia di un mondo perfetto e perduto per sempre".
Gli spunti autobiografici, poi, sono quasi con rabbia allontanati da sé, diventando anch'essi simbolo di una condizione universale. "In questo libro atroce - scrive Baudelaire - ho messo tutto il mio cuore, tutta la mia tenerezza, tutta la mia religione (travestita), tutto il mio odio. Vero è che io scriverò il contrario e giurerò sugli dei che si tratta di un libro di arte pura".
Non è difficile immaginare lo scandalo suscitato a Parigi, nel 1857, dalla pubblicazione della prima edizione dei Fiori del Male. Baudelaire era già un personaggio noto negli ambienti letterari ed artistici, ed era noto anche per l'eccentricità che lo contraddiceva: si aggirava per le strade di Parigi con abiti rigorosamente fuori moda e un libro - diverso tutti i giorni - sotto il braccio; a volte in compagnia ma più spesso da solo.
Assiduo frequentatore di botteghe d'arte, sempre alla ricerca del diamante sepolto nel fango, spendeva migliaia di franchi per l'acquisto di quadri spesso di valore molto inferiore: in questo pagava lo scotto non dell'inesperienza (era anzi un profondo conoscitore) quanto della sfortuna e della disonestà dei mercanti, ai quali certo non pareva vero aver trovato un cliente che non contestava mai un prezzo.
Non fu mai, del resto, oculato amministratore dei propri beni: dilapidata in breve tempo gran parte dell'eredità paterna, venne posto per volere della famiglia sotto la tutela di un curatore che gli impedì di liquidare tutto. Ma la rendita che il tutore gli passava era del tutto insufficiente a coprire le sue spese: spesso inseguito da creditori della più varia specie (sarti, calzolai, osti, padroni di casa) era costretto a chiedere ospitalità o aiuto alla madre, mentre altre volte si rifugiava da Jeanne, la mulatta che per molti anni e attraverso molti abbandoni e ritorni gli fu compagna. La sua vita era quindi quanto di più lontano si possa immaginare agli occhi degli eterni benpensanti: non poteva essere altrimenti per la sua poesia. Al contrario, i suoi studi critici e le sue recensione erano apprezzate, e gli veniva riconosciuto un innegabile fiuto da talent-scout. Tra le sue "scoperte" la più nota è senz'altro quella di Edgar Allan Poe, le cui opere tradusse per la prima volta in francese, e di cui si considerava per alcuni versi "discepolo".
Non era dunque, Baudelaire, nuovo agli scandali: ma la condanna a trecento franchi di multa ed alla soppressione di cinque poesie dall'edizione dei Fiori del 1857 non era cosa da poco, soprattutto alla luce di quelle righe autobiografiche: "In questo libro atroce c'è tutto il mio cuore ...".
D'altra parte, non si riesce neppure ad immaginarlo portato in vita agli allori della gloria e della fama, circondato da folle di ammiratori: li avrebbe allontanati con un gesto annoiato, forse anche spaventato. Era, come è stato definito, un angelo luciferino.
Le esasperazioni e gli estremi lo affascinavano e terrorizzavano insieme, e non poteva allontanarsene. Così, ora noi "lo vediamo, dal fondo dell'inferno terreno dove l'ha sommerso la noia, invocare a testimonio il cielo ch'egli ha saputo adempiere al suo dovere 'come un perfetto alchimista e come un'anima santà".

 

Recenzione di Olivia Trioschi

Roma

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