Pope
CANTO I
Quale fiera offesa da amorose cause origini,
quali vaste contese da inette cose sorgano, io canto. Queste rime, o Musa, son dovute a Caryll;
queste, anche Belinda degni d’uno sguardo: esile è l’argomento, ma non così la lode,
se lei m’ispira e lui gradisce il canto. Narra, o dea! quale bizzarro motivo indusse
un cortese Lord ad aggredire una Belle gentile? Oh narra quale causa, ancor più bizzarra e ignota,
istigò una Belle gentile a respingere un Lord? Gesta tanto audaci intraprendono piccoli uomini,
in teneri petti dimora sì possente furia? Tra bianche cortine Sole scoccò un timoroso raggio,
e aprì quegli occhi che eclissano il giorno; ora i cagnolini si scrollano al risveglio,
e amanti insonni, a mezzogiorno in punto, si destano:
tre volte suonò la campana, la pantofola percosse il suolo,
l’oriolo, toccato, trillò argentino.
Belinda ancor premeva il piumoso guanciale,
il Silfo suo custode prolungava il dolce riposo.
Aveva, lui, chiamato al silenzioso letto il sogno mattutino sospeso sul suo capo.
Un giovane splendente più d’un Beau in festa, (persino in sonno le avvampò la guancia)
sembrava l’orecchio le sfiorasse con suadenti labbra,
e così sussurrando diceva, o le pareva:
Bellissima tra le mortali, tu delicata cura
di mille scintillanti abitanti dell’aria !
Se mai sfiorò il tuo pensiero infante una visione,
fra quante s’apprendono da nutrici e preti, di elfi aerei, scorti tra luci ed ombre della luna,
il pegno d’argento, il cerchio d’erba, o le vergini visitate da potenze angeliche,
incoronate d’oro e inghirlandate di celesti fiori, ascolta e credimi! il tuo valore sappi,
né limitare alle cose di quaggiù, umile, le tue mire.
Segrete verità celate al dotto orgoglio, si svelano alle vergini solo e ai fanciulli: che importa se dubbiosi sapienti non prestano fede?
Sempre ci crederanno le belle e gli innocenti.
Sappi, dunque: spiriti innumerevoli volano a te d’intorno,
l’agile milizia del cielo inferiore; questi, benché invisibili, sono sempre in volo,
pendono sul palco, si librano sul Ring. Pensa a quale equipaggio possiedi nell’aria,
e con sprezzo mira due paggi e una portantina. Come ora tu sei, un tempo noi eravamo,
racchiusi in leggiadra forma femminea; quindi, con facile transito, passiamo
dai terrestri veicoli a questi fatti d’aria.
Non credere, quando s’invola un fiato effimero di donna,
che le sue vanità all’istante siano morte: ulteriori vanità ella ancora contempla,
e benché più non giochi, spia le carte.
Gioia per le dorate carrozze, quand’era in vita,
e amore per l’Ombre, sopravvivono alla morte.
Poiché quando le belle in gran pompa spirano, agli elementi primi l’anima ritorna: gli spiriti di ardenti virago in fiamme
ascendono, e hanno nome di Salamandre.
Gli animi teneramente docili all’acqua scivolano,
e con le ninfe il té sorseggiano, loro elemento.
La bigotta, più grave, sprofonda nello Gnomo, e sempre a caccia di misfatti vaga sulla terra.
Le lievi Coquettes lassù nei Silfi riparano, e scherzano e svolano nei campi dell’aria.
Sappi ancora. Chiunque bella e casta respinge l’uomo, da un Silfo è abbracciata: poiché gli spiriti, liberati da leggi mortali, con agio
assumono il sesso e la forma che gli aggrada.
Cosa difende la purezza di vergini languorose, ai balli di corte, e alle mascherate di notte,
salve dall’amico traditore, dall’audace giovane, dall’occhiata di giorno, dal sussurro al buio;
quando la grata occasione sollecita caldi desideri,
quando la musica scioglie, quando la danza infiamma?
E solo il Silfo, i celesti prudenti lo sanno,
sebbene sia Onore la parola per gli uomini quaggiù.
Ci sono ninfe, troppo orgogliose del loro volto, predestinate per la vita all’abbraccio degli Gnomi.
Questi gonfiano le loro ambizioni, ne esaltano l’orgoglio,
quando le offerte sono sprezzate, e l’amore negato.
Allora frivole idee affollano la vacua mente;
mentre Pari e Duchi, e il maestoso seguito appaiono, e Giarrettiere, Stelle e Corone,
e con dolce voce, Vostra Grazia lusinga il loro orecchio.
Sono questi a infettare precocemente l’anima femminile,
alle giovani Coquettes insegnano a occhieggiare, un finto rossore apprendono a gote infantili, e palpiti per un Beau a cuori bambini.
Spesso quando il mondo immagina smarrimenti di donna i Silfi per misteriosi labirinti le conducono,
entro il vertiginoso cerchio esse avanzano, una vecchia impudenza con una nuova espellono.
Quale tenera fanciulla non sarà vittima della cena di costui, se non per il ballo di quell’altro?
Quando Florio parla, quale vergine resisterebbe,
se il cortese Damone non le stringesse la mano?
Con cangianti vanità, da ogni parte, muovono l’instabile trastullo del loro cuore;
dove si affrontano parrucca con parrucca, fiocco con fiocco,
un Beau scaccia un Beau, e un cocchio un altro cocchio.
Leggerezza i fallaci mortali la chiamano, oh ciechi innanzi al Vero! i Silfi tutto dispongono. Uno di questi son io, che intende proteggerti,
spirito custode, e Ariele è il mio nome.
Poco fa, scorrendo per i cristallini deserti dell’aria,
nel chiaro specchio della tua stella guida vidi, ahimè! l’imminenza d’un evento spaventoso,
prima che in mare il sole di quest’oggi cali.
Ma il cielo non rivela cosa, come, dove: ammonita dal Silfo, o pia vergine, in guardia!
svelarti questo solamente può il tuo guardiano.
Attenta a tutti, ma più attenta all’uomo! Disse; quando Shock pensò che troppo ella dormiva,
saltò sì, e la sua lingua ridestò la dama. Fu allora Belinda! se la Fama il vero dice,
che i primi sguardi apristi su un Billet-doux; ferite, incanti, e ardori, non appena leggesti, l’intera visione svanì dalla tua mente.
E ora, svelata, la toletta si mostra, argentei vasi in misterioso ordine disposti.
Prima, in bianca veste, la ninfa intenta adora
a capo scoperto, i numi della cosmetica. Celestiale immagine nello specchio appare,
a quella s’inchina, a quella alza lo sguardo; la sacerdotessa minore, al lato dell’altare,
tremando, inizia i sacri riti dell’orgoglio.
Tesori innumerevoli s’aprono all’istante, e ivi
appaiono le variegate offerte del mondo; da ognuna ella delicatamente sceglie con minuta cura,
e orna la dea con l’abbagliante spoglia.
Questo scrigno disserra le splendenti gemme dell’India, e un’intera Arabia spira dalla scatola laggiù.
La tartaruga e l’elefante qui s’uniscono, trasformati in pettini, maculati o candidi.
Qui file di spilli s’estendono in splendenti schiere,
piumini, ciprie, nei, Bibbie, Billet-doux.
Ora tremenda venustà cinge ogni arme;
la bella a ogni istante cresce d’incanti, raggiusta i sorrisi, ridesta ogni grazia,
raduna le meraviglie tutte del suo volto; vede per gradi divampare un rosso più puro,
e lampi più acuti le guizzano negli occhi.
I Silfi laboriosi circondano l’amata cura;
chi ordina l’acconciatura, chi sparte la chioma, chi increspa la manica, chi piega la veste;
e Betty è lodata per fatiche non sue.
CANTO Il
Non più glorioso, nell’eterea piana,
sorge primamente il sole sul violaceo mare, di colei che avanza, rivale dei suoi raggi,
solcando il seno del Tamigi argenteo.
Belle ninfe e giovani benvestiti le splendevano attorno,
ma bgni occhio era fisso su lei sola.
Portava sul bianco petto una brillante croce,
un ebreo l’avrebbe baciata, un infedele adorata.
Il vivido aspetto rivela un animo pronto, rapido come l’occhio e come quello inquieto: favori a nessuno, a tutti i suoi sorrisi irradia,
spesso respinge, mai una volta offende.
Brillante quale sole, l’occhio colpisce chi lo guarda,
e, come il sole, splende su tutti uguale.
Elegante scioltezza, e dolcezza senza orgoglio, ne nascondono i difetti, se difetti nascondono le BelIes: se in sorte le toccano errori femminili,
guardala in volto, li oblierai tutti.
Questa ninfa, per la rovina degli uomini, c oltivava due riccioli, graziosamente penduli sul dietro
in boccoli uguali, e ben cospiravano per ornare con lucenti anella il levigato eburneo collo.
Amore in questi labirinti i suoi schiavi inserra,
e cuori potenti sono tenuti con sottili catene. Con laccioli di crine insidiamo gli uccelli,
funicelle di capelli sorprendono la pinnata preda, belle chiome irretiscono l’imperiale razza dell’uomo,
e bellezza ci trascina con un capello solo.
L’avventuroso Barone ammirò i riccioli splendenti,
vide, volle e al premio aspirò: risoluto a vincere, studia il modo,
se rapire con forza, o ingannare con frode; poiché quando il successo la fatica d’un amante premia,
pochi domandano, se con frode o con forza conseguì il fine Per questo, prima che Febo sorgesse, aveva implorato
cielo propizio, e adorato aveva ogni nume, ma soprattutto Amore. Per Amore costruì un altare: una dozzina di ampi romanzi francesi, rilegati in oro.
Ivi deposte erano tre giarrettiere, un guanto scompagnato;
e i trofei tutti dei passati amori.
Con amorosi BiIlet-doux accende la pira,
e tre volte sospira d’amore per eccitare la fiamma.
Indi prostrato cade, e supplica con occhio ardente
presto d’avere, e a lungo possedere il premio: i numi ascoltarono, e per metà esaudirono la prece,
il resto, i venti lo dispersero per l’aere vuoto.
Ma ora tranquillo il dipinto vascello scivola, i raggi del sole tremanti sull’ondeggiante flutto,
mentre pervade il cielo una struggente melodia, e smorzati suoni sulle acque spirano.
Piane fluiscono le onde, gli zefiri scherzano gentili,
Belinda sorrideva, e tutto il mondo era in festa.
Eccetto il Silfo. Da gravi pensieri oppresso,
l’imminente sventura pesava sul suo petto.
Convoca subito gli abitanti dell’aria;
le lucenti squadre attorno alle vele s’adunano: dolci sopra le sartie aerei bisbigli alitano,
che zefiri sembrano alla compagnia lì sotto.
Chi al sole le ali da insetto dispiega, fluttua sulla brezza, o affonda in nubi d’oro. Forme trasparenti, troppo sottili per l’umana vista,
fluidi corpi quasi nella luce sciolti. Libere al vento le ariose vesti volano,
fini lucenti orditi di rugiadoso velo; bagnati nei più ricchi colori dei cieli,
dove la luce scherza in tinte sempre miste, mentre ogni raggio saetta nuovi effimeri colori, colori che mutano quando le ali agitano.
In mezzo al cerchio, sulla dorata antenna, più alto di tutta la testa, Ariele stava;
le purpuree ali aperte al sole, sollevò l’azzurra verga, e così iniziò. Voi Silfi e Silfidi, al vostro capo porgete orecchio,
Spiriti, Fate, Genii, Elfi, Demoni, udite! Conoscete le sfere e Ldiversi compiti assegnati,
da leggi eterne, alla gente dell’aria. Chi nei campi di purissimo etere scherza,
si scalda e s’imbianca alla vampa del giorno.
Chi guida l’alto corso di vaganti globi, o rotola i pianeti per il cielo sconfinato.
Chi meno sottile, allume pallido della luna insegue le stelle che balenano nella notte,
o sugge i vapori in basso nell’aria più densa, o intinge le ali nel dipinto arco,
o fomenta fiere tempeste sul mare invernale, o sul campo stilla la benefica pioggia.
Altri sulla terra la razza umana reggono, vigilano sugli eventi e tutte le azioni guidano: ai loro capi compete la cura delle nazioni,
e di proteggere con armi divine il trono britannico. Più umile compito è il nostro, accudire alle belle,
cura non meno piacevole, benché meno gloriosa.
Salvare la cipria da un vento troppo rude, non permettere che le imprigionate essenze esalino,
attingere freschi colori da fiori primaverili, rubare agli arcobaleni prima che in pioggia cadano
un bagno più lustro; inanellare gli ondosi capelli,
aiutare i rossori, ispirare i vezzi; anzi spesso, nei sogni, diamo l’idea
di cambiare una balza, o aggiungere un falpalà. Quest’oggi, neri presagi minacciano la bella più luminosa
che mai meritasse la cura di spirito custode; un’orrenda sventura, per forza, o frode,
ma cosa, o dove, i Fati hanno avvolto nella notte.
Se la ninfa infrangerà la legge di Diana, o un fragile vaso di porcellana s’incrinerà,
o macchiera il suo onore, o il broccato nuovo,
scordera le orazioni, o mancherà alla mascherata,
o perderà il cuore, o la collana, al ballo; o se il cielo ha decretato che Shock debba perire,
Presto dunque spiriti! al vostro compito accorrete; l
’ondeggiante ventaglio sia di Zefiretta cura; gli orecchini a te, Brillante, consegniamo;
e, Momentilla, a te tocca l’oriolo; tu, Crispissa, bada al ricciolo diletto;
Ariele stesso farà la guardia a Shock. A cinquanta Silfi eletti, di merito speciale,
affidiamo l’importante incarico, la gonna: spesso abbiamo visto cedere quella difesa sette volte cinta,
benché dura di cerchi e armata di stecche di balena.
Formate una forte linea attorno all’orlo argenteo,
e difen&te l’ampia circonferenza tutt’attorno.
Qualsiasi spirito, incurante del dovere, abbandoni il posto, o lasci la bella indifesa,
sentirà l’acuta vendetta calare tosto sulla sua colpa,
sarà turato in fiale, o trafitto da spilli, o tuffato in laghi d’amari liquidi giacerà,
o ficcato per secoli nella cruna d’un ago: gomme e pomate gli impediranno il volo,
mentre invischiato invano batte le seriche ali; o allumi astringenti con potenza riduttiva c ontrarranno la sottile essenza come fiore secco.
O legato quale Issione, l’infelice sentirà il moto vorticoso del roteante macinino, tra vapori di bollente cioccolata avvamperà, e tremerà per il mare che lì sotto schiuma!
Disse; e gli spiriti dalle vele scendono; chi circonda la ninfa, cerchio nel cerchio,
chi tesse i labirintici riccioli della chioma, chi s’aggrappa ai pendenti dell’orecchio;
(con cuore palpitante attendono lo spaventoso evento,
ansiosi, e tremanti per la nascita del Fato.
CANTO III
Vicino a quei prati sempre di fiori incoronati,
dove il Tamigi orgogliosamente vigila le alte torri,
sorge una struttura di maestosa forma,
0che dalla confinante Hampton prende nome.
Qui gli statisti britanni spesso decidono la caduta
di tiranni stranieri, e di ninfe in patria; qui tu, grande Anna! che tre regni obbediscono,
ora consiglio prendi ora il tè.
Quivi eroi e ninfe s’adunano,
ad assaggiare un poco i piaceri della corte; in vario conversare passano ore istruttive,
chi diede il ballo, o chi fece l’ultima visita: uno parla della gloria della regina inglese,
e uno descrive un delizioso paravento indiano; un terzo interpreta moti, facce e sguardi;
a ogni detto una reputazione muore.
Tabacchiera e ventaglio riempiono le pause del cicaleccio,
con canti, risa, occhiate e tutto il resto. Intanto declinando dal mezzodì, il sole obliquamente vibra il caldo raggio; i giudici affamati firmano presto la sentenza, i miserabili sono impiccati, perché la giuria vada a pranzo; il mercante dalla Borsa torna in pace,
e i lunghi travagli della toletta cessano.
Ora Belinda, che desiderio di fama adesca, brama lo scontro con i due avventurosi cavalieri,
in singolar tenzone a Ombre tentar la sorte; e il petto gonfia per conquiste ancora da fare.
Subito le tre bande s’approntano a incrociar le armi,
ognuna del sacro numero del nove.
Non appena ella sciorina le carte, l’aerea guardia
discende, e siede su ogni seme importante: primo Ariele appollaiato su un Matadoro,
poi tutti, secondo il rango che gli compete; poiché i Silfi, ancora memori dell’antica origine,
sono, come donne, straordinariamente solleciti del posto.
Guardate, quattro Re di riverita maestà, con candidi favoriti e forcuta barba;
e quattro belle Regine con in mano un fiore, eloquente emblema d’un potere più dolce; quattro Fanti in farsetto succinto, una banda di fidi, berretta in testa, e alabarda in pugno; e truppe multicolori, un corteo splendente,
muovono al combattimento sul vellutato piano.
L’abile ninfa ispeziona con cura le proprie forze;
«Sia Picche!» disse, e il trionfo fu Picche.
Ora entrano in guerra i suoi bruni Matadori,
nell’aspetto simili ai duci degli scuri Mori.
Primo Spadiglio, signore invincibile! prigionieri fece due trionfi e ripulì la piazza.
Altri ancora Maniglio costrinse alla resa, e marciò, vincitore, dal verde pianoro.
Basto lo seguì, ma il fato suo più duro s’ebbe solo un trionfo e una carta plebea.
Poi con la grande sciabola, un capo annoso, la canuta maestà di Picche appare;
solo una gamba virile, svela alla vista; il resto lo copre il manto multicolore.
Il Fante ribelle che osa attaccare il suo principe,
diventa la giusta vittima della collera reale.
Persino il potente Pam che re e regine abbatté, e falcidiò armate combattendo a Lu,
tristi casi della guerra! ora, privo d’aiuto, perisce inglorioso per la vittrice Picche!
Fin qui i due eserciti a Belinda cedono; al Barone ora il Fato lascia il campo.
La sua Amazzone guerriera assale l’armata, l’imperiale consorte della corona di Picche.
Il nero tiranno di Fiori, sua prima vittima, morì,
a dispetto del fiero cipiglio e del barbaro orgoglio: a che gli serve il cerchio regale sul capo,
le membra giganti in possente atto spiegate? che si trascini la lunga veste sontuosa,
e fra tutti i monarchi solo stringa il globo?
Il Barone adesso i suoi Quadri getta in fretta; il ricamato Re che mostra solo metà faccia,
e la fulgente Regina, con forze congiunte, facile conquista fanno di truppe in fuga.
Fiori, Quadri, Cuori, in gran disordine si vedono,
con turbe promiscue ricoprono il verde pianoro. Così quando disperso fugge un esercito in rotta,
di truppe d’Asia, e d’Africa i neri figli, con uguale disordine scappano genti diverse,
di vari costumi e di vari colori, i battaglioni rotti dis-uniti cadono,
mucchi su mucchi; un Fato comune tutti li vince.
Il Fante di Quadri tenta le sue ingannevoli arti,
e vince (oh vergognoso caso!) la Regina di Cuori.
In quella, il sangue disertò la verginale gota,
livido pallore si diffonde in tutto il volto; ella vede, e trema per il male imminente,
proprio tra le fauci di Rovina, e di Codiglio.
E ora (come spesso in casi disperati), da una buona mossa dipende il fato comune.
S’avanza un Asso di Cuori: il Re non visto, si nascondeva nella mano, in lutto per la regina prigioniera
Alla vendetta scatta con alacre passo, e s’abbatte come fulmine sull’Asso a terra.
La ninfa esultante riempie di grida il cielo,
le rispondono i muri, i boschi, e i lunghi canali.
Oh sciocchi mortali! sempre ciechi innanzi al Fato,
troppo presto avviliti, troppo presto esultanti!
All’improvviso questi onori vi saranno tolti, e maledetto sarà per sempre il giorno vittorioso.
Mirate! la tavola di tazze e cucchiai è coronata,
i chicchi crepitano, il macinino gira.
Sui lucenti altari del Giappone innalzano
l’argentea lampada; focosi spiriti divampano.
Dai beccucci d’argento i grati liquori scorrono, mentre la porcellana riceve il fumante flusso.
Ad un tempo soddisfano l’odorato e il gusto, e frequenti tazze prolungano il ricco pasto.
Prossima alla bella si libra l’aerea guardia;
chi, mentr’ella sorseggia, il fumante vapore sventola,
chi sopra il grembo le premurose ali dispiega, tremando, e preoccupato per il ricco broccato.
Caffè (che rende saggio il politicante, il quale penetra ogni cosa con occhio semichiuso),
col vapore mandò al cervello del Barone nuovi stratagemmi per la conquista del ricciolo radioso.
Ah cessa impetuoso giovane! desisti in tempo,
temi gli giusti dei, e pensa al Fato di Scilla!
mutata in uccello, e destinata a volteggiare in aria,
a caro prezzo paga l’ingiuria al capello di Niso!
Ma quando al male l’umana volontà si volge, assai presto trova gli esatti strumenti di danno!
Proprio allora, Clarissa estrasse con grazia suadente
dallo splendido astuccio un’arma a doppio taglio;
così le romanzesche dame assistono i cavalieri, recano la lancia, e li armano in battaglia.
Egli il dono prende con riverenza, e tende il minuscolo ordigno sulla punta delle dita, l’apre proprio dietro il collo di Belinda, mentr’ella sui fragranti vapori curva il capo: veloci al ricciolo mille spiritelli accorrono,
mille ali, a turno, indietro soffiano i capelli, tre volte pizzicano il diamante all’orecchio,
tre volte ella si volse, e tre volte il nemico s’accostò.
Giusto in quell’istante, l’ansioso Ariele frugò
i segreti recessi del pensiero verginale; e poggiato ai fiori sul suo seno,
spiava le idee nascenti nella sua mente, d’improvviso vide, a dispetto d’ogni sua arte,
un amante terrestre nascosto nei suo cuore.
Stupito, confuso, scoprì estinto il suo potere,
si rassegnò al Fato, e con un sospiro si ritrasse. Il Pari ora spalanca la lucente forfex,
per serrare il ricciolo; ora la ricongiunge, per tagliare.
Persino allora, prima che la fatale macchina si chiudesse,
un Silfo infelice troppo ardentemente s’interpose;
il Fato premette le forbici, e divise il Silfo in due
(ma l’aerea sostanza presto si ricongiunge), le punte unendosi i sacri capelli separano dalla bella testa,
per sempre, oh per sempre!
Scoccò allora dagli occhi di lei il vivo lampo, e grida di orrore lacerano i cieli sgomenti.
Urla più forti non si levano all’empireo pietoso, -quando il marito o il cagnetto esala l’ultimo respiro, o quando ricchi vasi di porcellana, caduti dall’alto, giacciono in polvere luminosa e dipinti frammenti!
Corone trionfali mi cingano ora le tempie (il vincitore gridò), mio è il premio glorioso!
Finché il pesce nel ruscello, e l’uccello nell’aria gode,
o sul tiro a sei la bella britannica, finché si leggerà Atalantis, o il cuscinetto ornerà il letto della dama,
finché si andrà in visita in giorni solenni, e tanti ceri arderanno in ordine splendente,
finché le ninfe accettano inviti, o danno appuntamenti, tanto vivranno l’onore, il nome e la lode mia!
Quel che il tempo risparmia, finisce il ferro, e i monumenti, come gli uomini, soggiacciono al Fato!
Il ferro distrusse la fatica degli dei, e incenerì le torri imperiose di Troia; il ferro sovvertì le opere dell’umano orgoglio, e abbatté al suolo gli archi di trionfo.
Quale meraviglia allora, bella ninfa! che la tua chioma provi il vigore vincente del ferro irresistibile?
CANTO IV
Ma ansiose cure opprimevano la pensosa ninfa,
e passioni segrete le travagliavano in petto. Non giovane re preso vivo in battaglia,
non sdegnosa vergine sopravvissuta alle sue grazie,
non ardente amante derubato d’ogni estasi, non antica dama quando le si nega un bacio,
non fiero tiranno che impenitente muore, non Cinzia cui si affibbiò storto il manteau,
provarono mai tanta ira, rabbia, dispetto, come te, dolente vergine! per la chioma tua rapita. Poiché, nel triste momento, quando i Silfi si ritrassero,
e Ariele piangendo da Belinda s’involò, Umbrielo, uno scuro melanconico spiritello,
fra quanti mai offuscarono il luminoso volto del giorno,
giù al centro della terra, il suo naturale sfondo,
riparò in cerca del tenebroso antro di Malinconia. Veloce sulle ali cenerine vola lo Gnomo,
e tra il fumo giunse alla cupa dimora. L’allegra brezza questa tetra regione non conosce,
il temuto Levante è l’unico vento che vi soffia. Qui, in una grotta, chiusa ermeticamente all’aria,
e con ombre schermata dall’odioso bagliore diurno,
sempre ella sospira sul pensoso letto, Pena al fianco, Emicrania al capo. Due ancelle attendono al trono: simili in grado,
ma diverse assai nella figura e nel volto. Qui stava Cattiva Indole, vecchia zitella,
la grinzosa forma, abbigliata in bianco e nero; di preci in abbondanza per mattina, sera e mezzodì;
la mano è ricolma; il petto di satire. Là Affettazione con aria malaticcia
mostra sulla guancia le rose dei vent’anni, artatamente blesa, la testa incline da un lato,
sviene con vezzo, e con orgoglio langue; sulla ricca trapunta affonda con garbato lamento,
avvolta nella veste, per malattia e per mostra. Le belle sentono simili mali,
quando una camicia nuova dà una nuova infermità. Un costante vapore sopra il palazzo vola;
bizzarri fantasmi s’alzano insieme alle nebbie; spaventosi, come sogni d’eremiti tra l’orrore dei boschi,
o fulgidi come visioni di vergini morenti. Ora diavoli corruschi, e serpi attorte in spire,
esangui larve, tombe spalancate, e fuochi purpurei: ora laghi d’oro liquido, elisie scene,
e cupole cristalline, e angeli ex machinis. Innumerevoli turbe si vedono d’ogni lato
di corpi mutati in varie forme da Melanconia. Quivi stanno teiere viventi, un braccio teso,
uno curvo; il manico questo, e quello il beccuccio: là una pignatta cammina come il tripode di Omero;
qui sospira una brocca, là chiacchiera un timballo d’oca;
gli uomini sono gravidi, così opera potente fantasia,
e le vergini mutate in bottiglie, a gran voce chiedono tapppi Salvo passò lo Gnomo in mezzo alla fantastica schiera
in mano un rametto di benefico asplenio. Poi così apostrofò il nume — Ave lunatica regina!
che governi le donne dai quindici ai cinquant’anni,
genitrice dei vapori e del femminile ingegno, che dai l’attacco isterico o poetico,
su temperamenti vari agisci in vari modi, chi prende medicine, chi scribacchia drammi; per te le orgogliose differiscono le visite, e le devote stizzite vanno a pregare. Una ninfa v’è che il tuo potere sdegna, e tiene mille altre in gioia uguale.
Ma oh! se mai il tuo Gnomo rovinò una grazia, o suscitò un foruncolo su un bel volto, come il rosolio infiammò le guance della matrona, o il colore mutò perdendo al gioco; se mai di immaginarie corna piantai teste, o scompigliai sottane, o rovesciai letti, o seminai sospetto quando non v’era ombra di scortesia, o scomposi l’acconciatura d’una Prude, o se mai feci ammalare lo stitico cagnetto, e le lagrime di occhi tanto splendidi non lo guarirono: ascoltami, e Belinda sia toccata da Tristezza; questo atto da solo rende malinconico mezzo mondo.
La dea con aria scontenta sembra respingerlo, benché esaudisca il voto.
Una borsa meravigliosa tra le mani serra, simile a quella dove un tempo Ulisse tenne i venti;
qui raccoglie la forza dei polmoni femminili, sospiri, singhiozzi, passioni e la guerra delle lingue.
Poi riempie una fiala con svenevoli paure, molli tristezze, struggenti affanni e lagrime fluenti.
Lo Gnomo rallegrandosi prende i doni, spiega le ali nere, e lentamente riascende al giorno.
Trovò la ninfa abbandonata tra le braccia di Talestre,
gli occhi a terra e la chioma sciolta. Proprio sopra le teste lacerò la borsa rigonfia,
e tutte le furie si precipitarono allo sbocco. D’ira arde Belinda più che mortale,
e la fiera Talestre soffia sul fuoco crescente. O infelice vergine! levò le palme, e gridò: (mentre gli echi di Hampton, infelice vergine! risposero)
Fu per questo che sì assidua cura avesti d’approntare spillone, pettine, essenza; per questo i riccioli stringesti in cartacei ceppi,
per questo li intrecciasti a tormentosi ferri? per questo stringesti con bende la tenera testa,
e bravamente reggesti il doppio peso di piombo? Oh dei! esibirà il rapitore i tuoi capelli,
ai galanti invidiosi e alle attonite dame! Onore non voglia! al cui trono impareggiabile
il nostro sesso agi, piaceri, virtù, tutto offre.
Mi par già di scorgere le tue lagrime, d’udire già le orribili cose dette,
di vederti già nel brindisi degradata, e l’onore tuo in un bisbiglio perso!
Come soccorrerò, allora, la tua fama screditata? sarà allora un’infamia sembrarti amica!
e questa preda, preda inestimabile, esposta sotto il cristallo per gli occhi stupefatti,
saltata dai circolari raggi del diamante, brillerà per sempre sulla rapace mano?
Prima crescerà l’erba a Hyde Park, e i begli spiriti abiteranno al Bow;
prima terra, aria, mare cadano nel caos, uomini, scimmie, cagnetti, pappagalli, tutti periscano!
Ella disse; poi furente da Sir Piume ripara, e ordina al Beau di pretendere i preziosi capelli: (Sir Plume, della tabacchiera d’ambra giustamente fiero,
e della leggiadra manovra d’una macchiata canna) con occhio zelante, e tonda stolta faccia,
prima egli aprì la tabacchiera, poi il caso, e in tal modo proruppe « Signore, mà, che diavolo?
P. . .io! maledetto ricciolo! in nome di dio, siate cortese!
Alla malora! non è mica uno scherzo, per favore, accidenti! « Datele la ciocca. » disse, e tambureggiava sulla tabacchiera. Mi addolora molto (replicò a sua volta il Pari)
che parli invano, chi parla così bene. Ma su questo ricciolo, su questo santo ricciolo lo giuro (che mai più si riunirà alla deserta chioma,
che mai più il suo vanto rinnoverà, reciso dall’adorabile testa dove poco fa cresceva),
finché le mie nari aspireranno l’aere vitale, questa mano, che lo vinse, sempre lo esibirà.
Disse, e nel dire, in orgoglioso trionfo dispiegò
l’ornamento a lungo conteso di quella chioma. Ma Umbriele, odioso Gnomo! non si trattiene;
rompe la fiala da cui i dolori scorrono. Poi mirate! la ninfa leggiadramente afflitta appare,
gli occhi quasi languenti, quasi affogati nel pianto; sul rigonfio seno piegava il capo vacillante,
che, con un sospiro, levò; e così disse. Per sempre maledetto sia questo odiato giorno,
che mi strappò il ricciolo più bello, il favorito!
Felice! Oh, mille volte felice sarei stata, se mai questi occhi avessero visto Hampton Court!
Pur non sono io la prima vergine ingannata, per amor delle corti destinata a molti affanni.
Oh fossi invece rimasta non ammirata 0su isola deserta, o remota landa nordica;
ove la carrozza dorata mai solca la via, ove nessuno impara l’Ombre, nessuno gusta il Bohea!
là avessi celato le mie grazie a occhio mortale, come rose che nei deserti fioriscono e muoiono.
Cosa indusse l’animo mio a errare con giovani Lord? Oh fossi rimasta a dir le mie preghiere in casa!
Era questo che i presagi mattutini sembrava dicessero;
tre volte dalla mano tremante cadde la scatola dei nei;
la vacillante porcellana si scosse senza vento, inoltre, Poli stava muto, e Shock era proprio scortese!
Un Silfo pure m’avvisò delle minacce del Fato, in mistiche visioni, troppo tardi ora credute!
Guardate i miseri resti di questa chioma distrutta!
Le mie mani strapperanno quanto anche la tua rapina serba
questi, in due neri riccioli ammaestrati a scindersi, un tempo davano nuove bellezze al niveo collo. Il ricciolo gemello se ne sta ora sgraziato, solo,
e nel destino del suo compagno prevede il proprio;
liscio pende, esige le fatali forbici; e tenta, ancora una volta, le mani tue sacrileghe.
Oh, se accontentato ti fossi, crudele! di prendere
ciocche meno in vista, o una ciocca qualsiasi, non questa!
CANTO V
Disse: l’assemblea pietosa si sciolse in pianto,
ma il Fato e Giove avevano tappato le orecchie del Barone. Invano Talestre lo assale di rimproveri,
chi commuoverà quando fallisce Belinda la bella? Neanche la metà così fermo era il Troiano,
quando Anna implorava e Didone invano infuriava. Poi la grave Clarissa con grazia agitò il ventaglio;
si fece silenzio, e così la ninfa iniziò. Ditemi, perché sono le belle su tutte lodate e onorate,
passione del saggio, brindisi del fatuo? Perché ornate di quanto terra e mare offrono,
perché angeli son dette, e quali angeli adorate? Perché circondano i nostri cocchi i Beaux bianco-guantati,
perché s’inchina il palco laterale dai più remoti seggi?
Quanto vane sono tutte queste glorie, tutte le nostre pene,
se il senno non conserva quanto beltà guadagna: che gli uomini dicano, quando orniamo il palco centrale,
Mirate la prima per virtù, come per volto! Oh! se danzare tutta la notte, e abbigliarsi tutto il giorno,
scongiurasse il vaiolo, o cacciasse la vecchiaia;
chi non spregerebbe il faticoso prodotto della massaia,
o chi imparare vorrebbe una cosa utile? Nèi, persino occhiate, converrebbero a una santa,
né dipingersi sarebbe certo gran peccato. Ma poiché, ahimè! la fragile bellezza perirà,
con ricci o senza ricci, poiché la chioma ingrigerà, poiché dipinte, o non dipinte, tutte appassiranno,
e colei che sprezza l’uomo, morirà zitella; che ci resta allora, se non usare bene il nostro potere,
e mantenere sempre il buonumore, qual che sia la perdita?
E credimi, cara! il buonumore la vince, quando falliscono arie, capricci, grida, rimbrotti.
Le belle invano l’occhio leggiadro ruotano; gli incanti colpiscono la vista, ma il merito avvince l’anima.
Così parlò la dama, ma non seguì l’applauso; Belinda s’accigliò, Talestre la chiamò Prude.
All’armi, all’armi! la fiera virago grida, e veloce come lampo vola alla battaglia.
Ognuno si schiera, e l’attacco s’inizia; scattano ventagli, frusciano sete, e forti stecche crepitano;
le grida degli eroi e delle eroine si levano confuse,
e basse voci e acute percuotono i cieli. Non maneggiano essi armi comuni,
come dèi combattono, né temono ferita mortale. Così quando l’audace Omero induce gli dei alla battaglia e petti celesti delirano di passioni umane; contro Pallade, Marte; contro Latona, Mercurio s’arma; e l’Olimpo tutto risuona di alti squilli. Il tuono di Giove romba, e il cielo tutt’attorno trema; il glauco Nettuno infuria, i mugghianti abissi risuonano; Terra scuote le tentennanti torri, il suolo s’apre; e le pallide larve trasaliscono al bagliore del giorno!
Umbriele trionfante in cima a un candeliere sbatté le ali liete e s’accomodò per assistere alla battaglia: poggiati alle spille-aste, gli spiritelli contemplano
l’insorgente mischia, o aiutano lo scontro. Mentre tra la calca l’infuriata Talestre vola, e semina morte in giro da entrambi gli occhi, un Beau e uno sciocco perirono nella ressa, l’uno morì in metafora, l’altro in arietta. O ninfa crudele! Morte in vita io soffro, gridò Dapperwit, e cadde accanto alla sedia. Uno sguardo afflitto Sir Fopling levò,
Quegli occhi son sì micidiali — fu l’ultima battuta: così sulla fiorita sponda del Meandro giace
il cigno spirante, e mentre canta muore. Quando l’ardito Sir Plume ebbe a terra tirato Clarissa,
Cloe avanzò, e lo uccise con un cipiglio; sorrise alla vista del gagliardo eroe trucidato,
ma al suo riso, il Beau ritorna in vita. Ora Giove sospende in aria l’aurea bilancia,
pesa gli intelletti degli uomini contro la chioma della dama;
il giogo incerto a lungo pencola da un lato all’altro;
alla fine gli intelletti salgono, i capelli calano. Mirate la feroce Belinda contro il Barone vola,
con più lampi del solito negli occhi; né temeva il capo di cimentarsi nell’ineguale tenzone,
che unicamente bramava sulla nemica spirare.
Ma questo ardito Lord, di virile forza dotato, solo col dito e col pollice ella vinse: proprio lì dove le narici aspiravano il vitale soffio,
una presa di tabacco l’astuta vergine gettò; gli Gnomi dirigono, per ogni atomo giusti, i pungenti grani della titillante polvere.
All’improvviso, d’insorgenti lagrime l’occhio straripa,
e l’alta cupola ri-echeggia al suo naso. Ora al tuo fato soccombi, gridò l’irata Belinda,
e uno spillone mortale trasse dal fianco. (Lo stesso, per ornare l’antica persona, il trisavolo portava al collo in tre anelli da sigillo;
che poi, fusi, formarono un’enorme fibbia per la veste della vedova: poi divenne il fischietto della bisnonna bambina,
le campanelle ella suonava, e il fischietto soffiava;
poi come spillone abbellì la chioma materna, a lungo lo portò costei, e ora è di Belinda.) Non vantarti della mia caduta (lui gridò) beffarda nemica!
tu da un altro sarai stesa così in basso. Non credere, la morte non abbatte il mio spirito altero;
tutto quel che temo, è lasciarti indietro! Invece, ch’io viva ancora,
e bruci tra le fiamme di Cupido, — ma bruci vivo. Rendi il ricciolo! essa grida; e tutt’attorno
Rendi il ricciolo! i soffitti a volte echeggiano. Non fiero Otello in così alti accenti
ruggì per il fazzoletto causa del suo dolore. Ma ecco, spesso gli ambiziosi propositi sono frustrati,
e i capi litigano finché ogni premio è perso! Il ricciolo, vinto con colpa, e tenuto con pena,
è ovunque cercato, ma cercato invano: Il di tal premio nessun mortale goda,
così il cielo decreta! al cielo chi s’oppone? Alcuni lo ritennero asceso alla sfera lunare,
poiché tutte le cose smarrite sulla terra, sono ivi in custodia. Qui gli intelletti degli eroi sono tenuti in ponderosi vasi,
e quelli dei Beaux in tabacchiere e astucci. Ivi si trovano giuramenti rotti, elemosine dell’ultimo minuto,
cuori di amanti ricuciti con fili di frange; promesse di cortigiano, e preghiere di malato,
sorrisi di puttane, e lagrime di eredi, gabbie per zanzare, e catene per aggiogare pulci;
farfalle secche, e tomi di casistica. Ma fidatevi della Musa — essa lo vide ascendere, benché seguito solo da acuti occhi poetici: (così il grande fondatore di Roma ai cieli si ritrasse,
a Procolo solo rivelato alla vista). Una subitanea stella sfrecciò per l’aria limpida e trascinava una radiante coda di capelli. Neanche i riccioli di Berenice sorsero primamente sì lucenti, i cieli cospargendo di scapigliata luce.
I Silfi la vedono fiammeggiare mentre è in volo, e lieti seguono il suo corso per i cieli.
Lei il Beau-monde osserverà dal Mali, e saluterà in musica il suo propizio raggio. Lei l’amante felice scambierà per Venere,
e innalzerà preci dal lago di Rosamonda. E Partridge con lo sguardo di Galileo scrutando, lei tosto discoprirà nei cieli sgombri; e donde l’egregio mago farà previsioni sul fato di Lou Is, e sulla caduta di Roma.
Allora cessa, splendida ninfa! il pianto sul rapito ricciolo che nuova gloria accresce alla lucente sfera!
Non tutte le ciocche, vanto della bella chioma, attireranno tanta invidia quanto il boccolo perso. Dopo tutti gli assassinii del tuo occhio,
dopo milioni di morti, quando tu stessa morrai; quando i bei soli tramonteranno, che tramontare debbono,
e tutte le ciocche poseranno in polvere; questo ricciolo, la Musa consacrerà alla Fama,
e tra le stelle inscriverà di Belinda il nome!
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