Sebben sulla sabbia non si possa remare
è facile fra le dune che appare,
una dolce fanciulla con gli occhi del cielo
ed il corpo coperto da un velo;
sulle esili spalle reca seco una vela
e fra le mani una piccola mela,
come anche un timone per nella notte guidare
chi nel deserto non può navigare.
Appar la fanciulla fra l’alba e il tramonto
se gridi il suo nome intonando un bel canto,
e danza, volteggia profumando d’oriente
i pellegrini più stanchi e più lontan dalla gente;
dicon che un tempo nella stagion degli amori
lei visse felice un sol giorno tra i fiori,
poiché fra le margherite, amando sostare,
giunse un’onda dal mare che la volle sposare.
Disse a quell’onda: – farfalla son’io
perché t’allontani dalla legge di Dio,
tu che sei grande ritorna nel mare
fra i granchi e i merluzzi lasciandomi stare –;
ma era dolce il suo corpo e belle quell’ali
rifiutava dei prìncipi i mille regali,
così quando uno scoglio la ospitò per pregare
giunse un’onda più grossa e la fece annegare.


Volava, volava, e coperta da un velo
parlava ai ginepri dell’azzurro del cielo,
diceva che ognuno ha una madre e una stella
e che mai esistì una terra più bella;
è vera e la narro questa triste sua storia
perché nei ricordi si ritrovi la gloria,
e non come oggi che la bellezza raggiante
vien uccisa ed occulta dall’infamia incalzante.
Dapprima annaspò ma quell’onda fu forte
così venne decisa la morte,
cercò un debole scampo fra le fauci del mare
ma la grazia non giunse e non poté più volare;
disperate le querce ed i pulcini nel nido
piangevan colei che nelle vicinanze del lido
giocando col vento, fra fiori ed aiuole
non vide ad un tratto più il giorno, più il sole.
Chinarono i salici le lor fronde più alte
tremaron le terre fertili e incolte,
si vestiron le rose di lagrime e pianto
quando chiesero i gigli all’allodola il canto;
– mai più – disse il vento – verrò a rinfrescare
con zeffiro e brezza la superficie del mare,
poiché fissa ed immota come trepida stella
è l’anima in ciel d’una dolce farfalla. –
– Dio che del cosmo sei il grande sovrano
ascolta la preghiera del ramo,
che pria generoso di foglie e di frutti
è triste e ricurvo per chi s’è persa tra i flutti;
né gemma vermiglia, né tenera foglia
più sul mio braccio germoglia
e neanche un bel canto baciato dal sole
conforta il mio cuore, la mia corteccia che duole. –


– Oh luce splendente, pianeti e comete
spegnete per sempre la sua fame e la sete
quando in silenzio fra migliaia di stelle
non potrà ascoltar le mie canzoni più belle;
cullatela ordunque e con baci e carezze
non lasciatela sola in balìa delle brezze,
che il mio canto di grillo possa ancora allietare
chi cercava un rifugio trovandolo in mare. –
Né rosa o cipresso né mandorlo in fiore
né vita palustre ha or più gioia nel cuore,
primavera non era o spiga d’estate
se lei non volava fra monti e vallate;
pianse la natura pregando il buon Dio
d’ancora ascoltar di quell’ali il fruscìo,
quel canto sommesso, quel canto giulivo
trasportato sul monte oppur sul declivo”.



Eskander Yousuf El Kabir
 

 

 

 

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