Uno spazio senza
gravità
di
Claudio Milluzzo
Nel panorama delle ultime tendenze moderne, capita sovente riscontare
un movimento oscillatorio, a pendolo, di talune ricerche che tendono a consacrarsi, a
imporsi come esperienze tangibili e quindi prodotti soggetti ad una scelta di gusto, di
critica e di mercato, adombrando o quanto meno non indicando necessariamente, in una
letteratura vasta e insipiente, gli specifici programmi che si sono stretti attorno alla
loro volontà d'azione.
La conclusione della brillante e fruttuosa stagione delle avanguardie,
ha aperto un vuoto oceanico e senza precedenti, tra la nostra storia passata, quella
attuale e il futuro che si disegna sempre più in prospettive labili e distorte, in uno
spazio senza alcuna gravità dove tutto fluttua incessantemente, sovrapponendosi e
ritornando in una fisionomia caduca e irrisolta, inamovibile da costruzioni culturali
miracolose.
Pippo Failla ha intuito con grande lucidità, con estremo rigore
mentale, questo stato di cose, questa incertezza e ha compreso che l'unica risposta
possibile, era ancorarsi a se stessi, al proprio lavoro vissuto come riscatto sensibile
sulla materia che, vinta nella sua resistenza fisica oggettiva, si spezza in una ondata di
luce e di passione.
Egli si é formato nell'esperienza vera, autentica della bottega: il
padre Salvatore, bravissimo ed esperto cesellatore, lo avvia, attraverso un severo e
fecondo apprendistato, verso i sani segreti del mestiere e i vettori manuali
indispensabili per il possesso assoluto del proprio strumentario. Si delineano i primi
esercizi giovanili, le riflessioni acerbe e pulsanti d'ingegno di una realtà attraversata
nelle sfaccettature, nei suoi particolari più inquieti e interrogativi.
Poi le fondamentali esperienze a Milano e a Zurigo dove é
docente di laboratorio tecnico presso la locale Accademia di Belle Arti. Ma il richiamo
alle origini, alla terra che lo ha visto nascere e crescere, in una polvere meravigliosa
di sole e di mare, prendono prepotentemente il sopravvento e lo spingono, dopo lunghi anni
di assenza, a fare ritorno stabilmente. Vasto e autorevole l'iter dei lavori pubblici che
l'artista ha realizzato durante la sua attività in diverse città dell'isola. Nel 1959,
appronta, in una rigorosità compositiva asciutta e fortemente evocativa, il portale della
chiesa di Monserrato a Catania: una teoria di pannelli sbalzati dove l'autore dà una
prova eloquente di una indomita forza plastica, di donatelliana memoria, la riflessione
più pura e intelligibile del tema sacro.
Ad Enna esegue oltre alla porta, l'altare maggiore della Cattedrale, e suoi pezzi sono
oggi accolti nei più importanti musei del mondo (basti citare quello d'arte moderna
vaticana e d'arte moderna nazionale di Abu Dhabi, nel golfo persico).
Ma al di là di questi impegnativi incarichi e di questi altissimi riconoscimenti,
imprescindibile rimane la sua attività parallela, vale a dire "da studio" nella
quale si evince la sintesi e il tragitto di tutta la sua vicenda
tematica-linguistico-tecnico.
Innanzitutto il rapporto con il ferro, la sua anima antica, sonora, ostinata che viene
piegata, in successive sequenze, alla violenza del fuoco e delle braccia. Poi le prime
fasi operative con la realizzazione di una struttura filiforme, tubulare, sulla quale
prende posto la materia colata a strati, quasi a pennellate con un apposito cannello di
fiamma ossidrica.
"È questa la mia vita!", esclama Failla in un boato di
entusiasmo, ed é particolare notare come queste opere enuncino ognuna, separatamente, un
pregnante sostrato che, destituendosi dall'occasionalità della tematica prescelta, si
pone nella sfera più trascendentale e intimistica dell'espressione. Scriveva Werner
Hofmann a proposito del Monumento a Balzac di Auguste Rodin, che in sostanza il valore
dell'opera stava nella sua forma indefinita, in un processo plastico "alla ricerca
del proprio scopo". La superficie quindi non si dava all'occhio in un effetto
concluso, ma come preludio, movimento di una infinità di passaggi volumetrici.
Nelle sculture di Pippo Failla credo che emerga questa volontà determinata di non
giungere alla fine compositiva, ma di giustapporre vari inizi tra loro uniti che si
protraggono ancora, oltre, sempre più nel versante magico della visibilità.
Nei suoi personaggi paludati in lunghi mantelli, quasi
estroflessioni severe, ieratiche in un gioco di vuoto e di pieno, l'artista lancia
perentoriamente, con coraggio e dignità di uomo libero una mordace requisitoria nei
confronti di una società artefatta e malata di potere. In quei volti s'incide, con
tragica ironia, un teatro di stati d'animo compositi che trovano il culmine, in alcuni
saggi, nella trasformazione in sembianze animalesche dove, la precarietà dell'esistenza e
l'ossessione di un dramma, si fanno crudo manifesto, dilagando.
Nelle figure muliebri, la superficie si fa più spianata e sensuale e preciso riferimento
acquistano i seni (in alcuni casi presenti anche nel soggetto maschile), come contatto
affettuoso e indissolubile con la figura materna, faro luminoso e alcova insostituibile
anche nella sua maturità.
Il
martello, la mazza, i punzoni, la sgorbia d'incudine, ogni attrezzo s'addentra come radici
cariche di sangue, sagomando lo spessore, lo scavo, sfiorato adesso in un battito lieve di
farfalla, adesso aggredito in uno scossone tagliente. E poi quelle ombre, quei valori che
cercano, dispiegandosi come mani di cuore, quel ritrovato sito armonico, quella verità.
Non certo minore né secondario il nutrito e colto repertorio grafico,
ad inchiostro, nel cui segno solido e robusto si connette con grande coerenza tutto il suo
specchio poetico. Nelle recentissime testimonianze Pippo Failla tende sempre più ad un
concetto astratto, sintetico dell'idea che, iscrivendosi in una circolarità incorporea,
stabilisce i termini esatti di quell'equilibrio che intercorre tra "stasi e
movimento". Sono statuine deliziose, partecipate, guizzanti, come brevi energie in un
ricordo che vola, come colpi di stecca nell'aria.
Nella sua fucina, al numero 5 di via S. Pietro a Catania, Failla
s'aggira felice tra le sue creature assorte con l'entusiasmo e il sorriso del primo
giorno. Fuori, dalla vetrina a tendine bianche, una colomba sembra un mondo. Un occhio nel
sole. Nella libertà.
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