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Nella
fucina dell'anima
di
Antonio Di Grado
Se c'è un archetipo o un emblema, insomma una rappresentazione trasparente e definitiva del nostro modo (dico di noi siciliani) di essere al mondo e di occupare lo spazio vitale, a me pare ch'esso sia l'ulivo saraceno, quell'albero contorto e dolente che s'avvita nell'aria ferma e s'abbarbica al cuore assolato e
desolato dell'isola: e pare una creatura straziata, una scoscesa trascrizione plastica del pathos informe, assoluto.
Questa forma è scolpita nell'immaginario isolano e non c e bisogno di citare l'ultima immagine forgiata nell'agonia da Pirandello ("... c'è un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena ...") per riconoscerla, tenacemente radicata e arditamente protesa, così nel paesaggio dell'anima come nella fucina dell'artista: e specie in quella di Pippo Failla, artista umile e fiero di un'arte di frontiera, popolare e colta, devota alla migliore tradizione e votata a un'ardua, coraggiosa ricerca.
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