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Pippo Failla

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Il saper cogliere da un grappolo d'uva

di Gabriella Canfarelli


    All'inizio, lo spazio esplose e si dilatò.
E in quella esplosione c'era già tutto: l'idrogeno e poi l'elio, il carbonio, l'ossigeno, l'azoto che avrebbero formato le galassie, le stelle e i pianeti, le prime forme di vita e infine l'uomo.


    Dal big bang la fusione e la condensazione dei gas, e dei metalli: materia "inespressiva" cui sarebbe stata data forma, come il ferro e il rame, la cui primordialità si riconduce alla storia umana e, dunque, alla sacralità del rituale creativo con cui l'artista espressamente dichiara "l'ebbrezza della vita ab origine".

 

    L'uomo, e per esso l'artista del nostro tempo, indotto a rimettere in discussione civiltà e valori, si interroga sulla utilità del suo essere nel mondo, presupposto indispensabile alla spinta chiarificatrice dei motivi etici o materialistici che inducono ad agire.


    Pippo Failla, egli stesso crogiuolo dei metalli e dellle leghe, avverte che, per determinare lo spirito dei tempi bisogna riconoscerne le crisi, per cui occorre distinguere, e quindi scegliere, forme raffiguranti i mutamenti e le perdite.


    Nel processo creativo, tra la fase iniziale recettiva e quella finale dell'espulsione, l'artista soffre in corpore suo ogni altra fase antecedente la forma da imprimere: dalla propria percezione/conoscenza di atti e fatti, disaggregati e non, secondo reattività e assimilazione, sino alla elaborazione sua propria di ciò che sente di dovere raffigurare.


Squarciate a mostrare il corpo cavo dove l'anima alligna invisibile, oppure compatte, chiuse da mantelli e drappeggi, le sculture di Failla (talvolta maschere dal ghigno deformante, altre semplicemente figure filiformi), offrono una visione inquieta il cui solo dato rassicurante, almeno in parte, è la coscienza di essere appartenuti ad una madre che ci apparteneva: comunicazione e correlazione tra ogni umano non è dunque, come parrebbe a prima vista, il mero piacere erotico nella sua accezione materialistica di "consumo"; ma quella della suzione di cui non si ha memoria e alla quale vorremmo, più consapevoli, e con la stessa innocenza, ritornare.

 

    Gli organi della prima nutrizione, le mammelle generatrici di affettività corporale prima del distacco, il naturale erotismo delle figure tanto femminili che maschili costituiscono il segno di una perdita della quale ancora oggi si avverte la nostalgia.


    La naturalità perduta è, dunque, il pezzo mancante da raffigurare tanto in senso etico che estetico, superando le contraddizioni per cogliere pienezza e difficoltà del vivere nelle asperità del metallo, nella positura dei corpi, nella staticità delle maschere e l'apparente vuoto degli interni.


    Cogliere il grappolo d'uva offerto da "Bacco", e nei disegni (acini di una rotondità "golosa", piccoli seni dai quali attingere Pebbrezza necessaria a nutrire la vita perché di questa ci si possa nutrire), per tornare all'infanzia del mondo, alla sensualità primaria della fase orale e del piacere incolpevole. E difficile condensare in questa pagina l'esperienza artistica di Pippo Failla; del resto, altri autorevoli ne hanno scritto in precedenza.

 

    È però innegabile che egli continua il percorso creativo di una aspirazione fortemente sentita ed efficacemente espressa in un semplice suo verso: "Nutrimi d'arte col tuo seno, Madre mia".

 

 

 



 

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