Stagione 2008
SPECIALE Arena di Verona 86°Festival lirico 2008
a cura di Alessandro Scardaci
TOSCA

Melodramma eroicomico in tre atti
libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giocosa dal dramma di Victorien
Sardou
musica di Giacomo Puccini
Prima: Roma, Teatro Costanzi, 14 gennaio 1900
Personaggi:
Floria Tosca: celebre cantante (soprano)
Mario Cavaradossi: pittore (tenore)
Barone Scarpia: capo della polizia (baritono)
Cesare Angelotti: ex console della Repubblica Romana
(basso)
Spoletta: agente di polizia (tenore)
Sagrestano (baritono)
Sciarrone: gendarme (basso)
Carceriere (basso)
Pastore (voce bianca)
Sul Verismo di Tosca sono state scritte pagine e pagine. Grida di
sofferenza per le torture a Cavaradossi, le libidinose avances di
Scarpia completamente annebbiato dalla femminilità di Tosca, gli
scampanii di Castel Sant’Angelo come parte integrante
dell’orchestrazione. Decisamente gli elementi vi sono tutti. Ma la fede
di Cavaradossi nelle idee Volteriane, il suo sacrificare la vita pur di
salvare Angelotti e l’attaccamento di Tosca alla Madonna ci fanno invece
pensare ad eroi romantici.
Anche nel Trovatore il Conte di Luna promette a Leonora la salvezza di
Manrico o in Luisa Miller, Wurm ordisce un piano diabolico pur di avere
la ragazza, ma in entrambi i casi, il desiderio è coronato dal
matrimonio, mentre Scarpia promette la libertà di Cavaradossi in cambio
di una prestazione sessuale. Il Verismo di cui si parla credo che in
fondo sia anche questo.
Tosca è una donna bella e troppo amante, come le dichiara Scarpia; è un
personaggio che si regge da solo e non avrebbe neanche bisogno dell’aria
Vissi d’arte, mentre a Cavaradossi non bastano due arie(Recondita
armonia, E lucean le stelle) per potersi affermare. A Scarpia occorrono
due monologhi (‘Va, Tosca’ e ‘Tosca è un buon falco’) per poter
dichiarare in pieno la propria perfidia e malvagità.
Ma veniamo alla serata in Arena.
Una Tosca (Nadia Vezzù) con una bella voce ma che non riesce ad
esercitare sul pubblico la forza che il personaggio si ritrova.
Cavaradossi(Carlo Ventre) è interpretato in maniera dignitosa senza
destare grandi emozioni.
Scarpia, interpretato dal baritono Alberto Mastromarino, più che
esprimere malvagità, esprime cialtroneria; gli manca del tutto quella
galanteria che il personaggio esercita nei confronti di Tosca. Molto
aggraziata la voce del pastorello (Ottavia Dorrucci).
Squallida nel complesso la regia di Hugo De Hana, con degli spunti
talvolta ingenui come la presenza continua dei soldati in scena, e la
sostituzione dei cannoni al posto della gran cassa.
Forse voleva emulare le campane del Kremlino ed i colpi di cannoni alla
prima di Ouverture 1812, ma quella era un’altra circostanza.
Pure di cattivo gusto sono quei finestroni che si aprono nella parete
che fa da sfondo, che nel secondo atto volevano far vedere squarci di
festa, ma che in fondo emettevano solo una luce fastidiosa. Porte
inesistenti, che devono solo essere immaginate, aperte e chiuse con un
cenno della mano alla “Apriti sesamo”.
Buona comunque la direzione dell’orchestra da parte di Giuliano Carella.
Se il regista voleva ribadire il Verismo di quest’opera, credo che non
vi sia riuscito in pieno.
LA TRAMA
ATTO I
Siamo a Roma nel giugno 1800. Nella chiesa di sant’Andrea della
Valle penetra furtivo Cesare Angelotti (basso), ex console della ormai
caduta Repubblica Romana: è riuscito a fuggire di prigione ed ora, con
l’aiuto della sorella, la marchesa Attavanti, possiede la chiave della
cappella di famiglia dove può nascondersi.
Il sagrestano controlla la chiesa e cerca di pulire i pennelli che
serviranno al pittore, il Cavalier Cavaradossi, ne controlla lo stato
dei lavori e recita l’Angelus.
Entra Mario Cavaradossi, che, accingendosi a portare a termine il
ritratto, scopre il quadro e fa scandalizzare il sagrestano, che
riconosce nel sembiante di Maria Maddalena, una sconosciuta devota.
Mario Cavaradossi gli confida che venne proprio colpito dall’intensa
espressione del bel volto dell’ignota mentre era immersa nella
preghiera. Il sagrestano, dopo aver ricordato al pittore di ‘scherzare
coi fanti e di lasciar stare i santi,’ si accomiata. Cesare Angelotti,
credendo di esser rimasto solo, esce dal suo nascondiglio
Mario Cavaradossi chiede chi sia e Cesare, in un primo momento
spaventato fa per nascondersi di nuovo, ma, vedendo Mario, che è un suo
amico di vecchia data, si fa riconoscere e gli si fa incontro. Il loro
colloquio è interrotto dall’arrivo di Floria Tosca (soprano), la bella
cantante innamorata gelosissima di Mario. L’Angelotti si nasconde.
Tosca perlustra la cappella in cerca della donna con cui pensava che il
suo amato si stesse intrattenendo. Dopo essere stata rassicurata sulla
infondatezza dei suoi sospetti, la giovane progetta, dopo lo spettacolo,
di trascorrere il resto della serata nella villa del suo innamorato.
Mario le promette che così avverrà e la congeda da sé. Ella sta per
uscire, quando lanciando uno sguardo al dipinto, riconosce, nelle
fattezze della Maddalena, l’Attavanti e gli fa una scenata di gelosia.
Il giovane la rassicura che prese a modello quella donna a sua insaputa,
la adula per i suoi begli occhi neri, che non reggono il confronto con
quelli azzurri della modella, e Tosca,vinta, dopo averlo baciato, esce
dalla chiesa.
Mario Cavaradossi ora può far cenno all’Angelotti di uscire e l’amico
gli descrive il piano di fuga: la sorella gli ha lasciato in chiesa
abiti femminili con cui possa travestirsi e poter uscire dallo stato o
rimanere nascosto in Roma, tutto pur di potersi sottrarre al barone
Scarpia. Udito quel nome odioso, Mario gli assicura il suo aiuto e lo
consiglia di recarsi ad una sua villa poco distante dalla chiesa
attraverso un sentiero fuori mano, perchè ormai hanno scoperto la sua
fuga e quindi dovrà essere molto cauto. Escono insieme dalla cappella.
Irrompe in chiesa il sagrestano, seguito da allievi e cantori della
Cappella, chierici e confratelli che sono da lui stesso informati della
sconfitta di Napoleone e che quella sera stessa, perciò, ci sarà una
gran festa al Palazzo Farnese in cui canterà Floria Tosca. Tutti felici
intonano il Te Deum ed il sagrestano fatica a spingerli tutti in
sagrestia.
Durante quei festeggiamenti improvvisati entra in chiesa, sulle tracce
di Angelotti, il barone Scarpia (baritono), capo della polizia, seguito
da Spoletta e da alcuni dei suoi uomini. Rimprovera il sagrestano per
quella confusione e, mentre tutti gli altri rientrano in sagrestia,
intima a lui di rimanere. Ordina ai suoi di guardare dappertutto e
rivela all’uomo di chiesa il sospetto che in quel luogo si sia rifugiato
un prigioniero di Stato. Il sospetto si trasforma in certezza quando il
sagrestano si accorge che la cappella Attavanti è socchiusa e trova di
essa in terra una seconda chiave. Scarpia osserva la cappella e ivi
trova un ventaglio con impresso lo stemma della famiglia dei marchesi
Attavanti e nota che il ritratto che si sta dipingendo riproduce il bel
sembiante della marchesa. Nel frattempo uno sbirro porta il paniere che
Mario aveva dato a Cesare ed il sagrestano, sorpreso, lo trova vuoto. A
questo punto Scarpia si fa riferire tutto ciò che il sagrestano conosce
della faccenda, ma il pover’uomo può solo dire di aver lasciato quel
cesto del pittore pieno di vivande poco tempo prima, riposto altrove, e
di vederlo, ora lì, vuoto. Ora Scarpia è persuaso della complicità di
Mario Cavaradossi. Entra Tosca in chiesa, l’uomo, nascondendosi, decide
di suscitare abilmente in lei la gelosia usando il ventaglio con lo
stemma dell’Attavanti trovato accanto ai colori di Cavaradossi.
La ragazza cerca Mario ed il sagrestano le dice di non saperne nulla e
se ne va.
La giovane rimane interdetta temendo un tradimento dell’amato, quando le
compare dinanzi Scarpia che, porgendole l’acqua benedetta s’interessa
del suo stato d’animo e subdolamente cerca di instillarle dubbi sulla
fedeltà di Mario verso di lei: le ricorda che alcune donne si comportano
come Maria Maddalena prima della conversione e le chiede se un ventaglio
può essere utile per dipingere. Tosca esamina l’oggetto muliebre e
riconosce lo stemma degli Attavanti e si rimprovera, ormai adirata, di
essere tornata lì per dichiarare il suo amore al giovane. Nel frattempo
entrano silenziosamente in chiesa uomini e donne. Ipocritamente l’uomo
dimostra dispiacere ed interesse allo stato d’animo della ragazza, che,
furente, si rivolge con minacce al ritratto. L’uomo cerca di calmarla,
la conduce all’aperto, e, quando se ne va, ordina al fido Spoletta
(tenore), di seguirla di nascosto dandogli poi appuntamento a palazzo
Farnese.
Fa il suo ingresso in chiesa il cardinale ed altri popolani. Scarpia,
sperando nel buon fine del suo macchinoso piano di ‘fugare’ ogni
sospetto in Tosca offrendole la certezza della colpevolezza di Mario,
assiste con zelo religioso al Te Deum di ringraziamento officiato per
festeggiare la (presunta) vittoria austriaca di Marengo.
ATTO II
Scarpia sta cenando nelle sue stanze di Palazzo Farnese,
prefigurandosi la scena dell’impiccagione dei due traditori. Chiede al
servo Sciarrone di consegnare a Tosca, dopo la sua esibizione, un
biglietto a suo nome. Sa che ella verrà da lui per amore di Mario.
Sciarrone annunzia l’arrivo di Spoletta e Scarpia gli ordina di farlo
entrare.
Il fido scagnozzo confessa di aver seguito diligentemente la giovane, di
aver cercato nella casa dove ella si era trattenuta ma di non aver
trovato nessuno. Scarpia impallidisce per l’ira e lo minaccia
furiosamente. Timidamente Spoletta gli dice che in quella casa c’era,
però, Mario Cavaradossi e che lo ha tratto con sé ed ora è in
anticamera. Scarpia si ferma pensieroso, si accosta alla finestra da
dove si ode la Cantata eseguita da Tosca e dal Coro nella sala della
Regina di Napoli, Maria Carolina per una festa in onore di Melas.
Scarpia si rende conto che la giovane è là; ordina ai suoi sbirri di far
entrare il Cavaliere Cavaradossi, insieme a Roberti, l’esecutore di
Giustizia, e al Giudice del Fisco.
Entrano tutti in sala e alle proteste di Cavaradossi per il trattamento
subìto, Scarpia oppone una studiata gentilezza e lo interroga sulla fuga
di un prigioniero politico mentre odono la voce di Tosca in sottofondo.
Mario nega di averlo veduto e di avergli fornito vivande ed asilo.
Scarpia, livido d’ira, quasi infastidito dalla bella voce di Tosca, lo
interroga serratamente.
Irrompe Tosca che corre ad abbracciare il giovane innamorato. Ella
accenna di aver compreso di dover tacere su tutta la vicenda. Scarpia
ordina a Sciarrone di aprire la camera della tortura dove entrano Mario,
il Giudice e tutti gli altri. Rimangono in sala Tosca e Scarpia che
prosegue con la giovane l’interrogatorio, nel frattempo s’informa da
Sciarrone se il Cavaliere stia confessando e, all’ennesimo rifiuto,
invita i suoi scagnozzi ad insistere. Descrive a Tosca come viene
torturato Mario e, all’ascolto dei gemiti, chiede di far cessare la
tortura e, rincuorata dalla voce di Mario che l’invita a tacere
ribadisce di non sapere nulla. La tortura riprende e, dopo molte
titubanze, la giovane, straziata dai lamenti del suo amato, rivela a
Scarpia che il console è rifugiato nel pozzo. Le fanno vedere Mario
sanguinante che la rimprovera aspramente quando apprende il suo
tradimento. Sciarrone annunzia la sconfitta di Bonaparte a Marengo e
Cavaradossi ne gioisce: egli viene immediatamente condannato a morte per
alto tradimento, ma riesce a gridare in faccia a Scarpia la sua
esultanza per la vittoria napoleonica .
Tosca lo implora di salvarlo. Scarpia le chiede di darsi a lui in cambio
della vita dell’amante. La ragazza è inorridita dalla proposta. L’uomo
le fa notare il suono dei tamburi che annunziano l’allestimento del
patibolo: non le resta molto tempo per decidere. Spoletta, trafelato,
annunzia che è stato trovato il cadavere di Angelotti, ed è tutto pronto
per Cavaradossi. Su insistenza di Tosca Scarpia, per tranquillizzarla,
dà ordini a Spoletta, per salvare Mario, affinché la fucilazione del
traditore sia solo simulata con i fucili caricati a salve, come era
successo per il Conte Palmieri. Si avvicina dunque a Tosca, che, però,
gli chiede di firmare un salvacondotto per sé ed il suo amato. Mentre
Scarpia lo scrive ella s’impossessa di un coltello della tavola
imbandita e, mentre l’uomo cerca di abbracciarla, sconvolta dall’odio,
lo uccide. Intenerita, gli pone accanto due candele e gli posa sul petto
un crocefisso della sala e, poi esce.
ATTO III
E’ il momento che precede l’alba, si odono le campanelle di un
armento ed il canto di un pastore.
Il carceriere di Castel sant’Angelo riceve un Sergente ed il picchetto
che conduce Cavaradossi alla fucilazione.
Il Carceriere si assicura che sia Mario Cavaradossi, poi il sergente
firma il registro avvertendo il condannato che gli resta un’ora e che
può chiedere l’assistenza di un sacerdote. Piuttosto Mario preferisce
scrivere un biglietto d’addio alla sua amata, e si commuove. Intanto
Spoletta indica a Tosca dove si trova Mario.
La donna, agitata, gli si avvicina e gli fa vedere il salvacondotto; gli
confessa di aver ucciso Scarpia una volta ottenuto ciò che ella
chiedeva. Mario, felice, dolcemente la consola. La ragazza lo avvisa che
la fucilazione sarà mera finzione, e che, una volta andati via i
soldati, essi saranno liberi di fuggire per Civitavecchia.
Sono le quattro del mattino, è giunto il momento. Si avvicinano un
Ufficiale, Spoletta, il Sergente, il Carceriere e un drappello di
soldati. Tosca fa le ultime raccomandazioni al giovane di fingere bene
la sua morte e Mario la rassicura che cadrà “come la Tosca in teatro”.
Avviene la fucilazione, Spoletta impedisce al Sergente di dare il colpo
di grazia.
Tosca si avvicina e, incredula e sconvolta, si trova di fronte al
cadavere di Mario che abbraccia disperata. Sciarrone avverte Spoletta
che è stato ucciso Scarpia da Tosca. La giovane sfugge dalle sue mani e,
dinanzi a lui e agli altri sgherri, si getta dagli spalti del castello.
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