Arena di Verona
Giacomo Puccini
TURANDOT
di Alessandro Scardaci

Personaggi ed interpreti
Turandot Cristina Piperno
Imperatore Altoum Angelo Casertano
Timur Marco Spotti
Calaf Francesco Hong
Liù Fiorenza Cedolins
Ping Filippo bettoschi
Pong Enzo Peroni
Pang Stefano Pisani
Mandarino Angelo Nardinocchi
Principe di Persia Francesco napoletano
Direttore Daniel Oren
Regia Yuri Alexandrov
Scene e costumi Viacheslav Okunev
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e tecnici dell’Arena di Verona
Coro di Voci bianche A.LI.VE diretto da PaoloFacincani
Maestro del Coro Marco Faelli
Direttore del Corpo di ballo Maria Grazia Garofoli
Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
A
Pechino, al tempo delle favole
Così si legge nel frontespizio del libretto, dopo l’elenco dei
personaggi con i relativi registri di voce.
Questa frase, annuncia in maniera poetica un viaggio in un mondo misto
di onirismo, umanità ed esoterismo(e non esotismo, cui hanno dibattuto
ampiamente i più eminenti critici musicali). Una favola, insomma che,
citando Fedele D’amico, termina …quando svanito quel fioco sibilo
dell’ottavino che conclude il corteo funebre di Liù…
Una favola cui Puccini crede fino alla sua morte a Bruxelles, dopo aver
subito un’operazione alla gola.
Aveva portato con sé un fascicolo di trentasei pagine che contenevano le
tracce del finale, da lui pensato e ripensato. Avrebbe voluto lavorarvi
durante la convalescenza e trovarvi la soluzione finale, ma
un’improvvisa crisi cardiaca lo condusse ad una repentina morte dopo
l’intervento.
Il finale. Il peggiore degli enigmi che Puccini doveva risolvere e che
lo assillò per circa un anno finché la morte non giunse proprio in
quella clinica di Bruxelles, lasciando così l’opera incompiuta.
Fin dall’inizio sapeva che un bacio non sarebbe bastato a trasformare la
crudele principessa in una donna innamorata, ci voleva qualcosa che
catalizzasse la trasmutazione del personaggio.
A questo proposito era stata aggiunta Liù, molto più vicina alle eroine
pucciniane, alla pari di Manon, Mimì, Tosca, Butterfly che non la stessa
principessa Turandot.
Liù, che riesce ad intenerire per un attimo il cuore della crudele
principessa:
“Chi pose tanta forza nel tuo cuore?”
“Principessa l’amore!”
Risponde la fanciulla. L’amore è il tema che Puccini predilige, ma che
in questa circostanza non sapeva sviluppare.
Eppure la soluzione avrebbe potuto essere nei versi di Liù che seguono
la frase precedente.
Tanto amore, segreto, inconfessato,
grande così che questi strazi son
dolcezze per me, perché ne faccio dono
al mio Signore…
Perché, tacendo, io gli do il tuo amore…
Te gli do, principessa, e perdo tutto!
Persino l’impossibile speranza!…
Legatemi! Straziatemi!
Tormenti e spasimi
Date a me!
Ah!…Come offerta
Suprema del mio amore!
Il maestro con la sublime musica che accompagna questi versi dimostra
ampiamente di averli catturati. Liù non può sparire così dalla scena
come insalutato ospite, non la si può escludere così dal duetto finale
d’amore. Liù dona le proprie sofferenze al suo Signore e sono proprio
queste che procurano il disgelo alla terribile principessa. Liù, nella
sua purezza d’animo, comprende che la principessa è una donna che soffre
e riversa, con la sua morte, tali sofferenze su di sé. Questa è stata
l’azione di Liù, e forse il maestro voleva che nel finale venissero
mutati in azione i versi sopra citati.
Questo è l’esoterismo della favola, citato inizialmente. Se volessimo
usare il linguaggio delle religioni vediche, Liù scioglie il Karma della
principessa e le ridona la gioia dell’amore che forse aveva perso nelle
sue precedenti vite. Liù, quindi, disgela il cuore di Turandot, e non il
bacio di Calaf.
È una favola, ma il regista sembra dimenticarsene più volte. Nel primo
atto, ad esempio, una folla eccitata in un delirio crescente, viene
smorzato da gags inutili come un pupazzo alto che marcia molleggiando o
degli acrobati che saltano su un letto a molle.
Una Turandot che appare dopo la decapitazione del Principe di Persia,
trasformata in una sorta di monolite con una lampadina in capo degna più
di un film di fantascienza che di un’opera del tempo delle favole.
Infine nell’ultimo atto la folla in preda alla paura, inferocita
calpesterà il cadavere di Liù che muore senza pronunciare il nome del
Principe Ignoto, vanificando così uno dei momenti più struggenti e
ricchi di pathos che la storia del melodramma ci offre.
Un vero peccato per queste cadute di stile, perché la regia di Yuri
Alexandrov nel complesso è abbastanza efficace e colorita. Bella l’idea
dell’Imperatore all’interno della grande sfera. Le luci sono ben dosate
ed i movimenti di massa ben articolati.
Una splendida e bella Turandot nel mezzosoprano Cristina Piperno che
riesce a mantenere un canto uniforme, senza soluzioni di stile,
nonostante le difficoltà della parte.
Una dolce Fiorenza Cedolins, che sa impersonare con una voce duttile la
commovente Liù.
Il tenore Francesco Hong ci offre un eccezionale Calaf che ha
sollecitato la richiesta del bis, non concesso, della famosa “Nessun
dorma”.
Riuscita la figura di Timur interpretata saggiamente da Marco Spotti. Un
comprimario che ha saputo rendere efficiente un ruolo con poche battute
ma importante, è stato Angelo Casertano nel ruolo dell’imperatore Altoum.
Molto riuscita è stata la caratterizzazione dei tre
panciuti
ministri Ping, Pong e Pang, interpretati rispettivamente da Filippo
Bettoschi, Enzo Peroni e Stefano Pisani.
Raffinate, scene e costumi di Viacheslav Okunev.
L’orchestra è stata magistralmente diretta da Daniel Oren.
Belli i cori diretti da Marco Faelli, come pure il coro di voci bianche
diretto da Paolo Facincani.
Nel complesso una bella edizione che riscatta le violenze ed i
maltrattamenti subiti da quest’opera da altri registi, in altri teatri
del mondo.

La trama:
Atto
primo. A Pechino, in un imprecisato e mitico «tempo delle
favole». Gli spalti delle mura della città imperiale appaiono nella luce
sfolgorante del tramonto, sui quali campeggia, ammonimento sinistro, una
fila di pali con infissi i teschi dei pretendenti giustiziati dalla
crudele principessa Turandot. Gli spalti sono interrotti da un loggiato,
ai piedi del quale si trova il grande gong di bronzo, il cui suono dà
avvio alla partita con la morte degli enigmi di Turandot; Pechino
scintilla dorata in lontananza. Dall’alto delle mura, su una musica
tagliente e dissonante che nel corso di tutta l’opera sta in relazione
con la crudeltà della protagonista, il mandarino si appresta ad
annunciare la «legge di Turandot» alla folla multicolore che si accalca
nel palazzo imperiale: la principessa andrà sposa a chi, di sangue
regale, scioglierà i tre enigmi da lei proposti; ma il boia Pu-Tin-Pao è
pronto a decapitare quelli che falliscono, come lo sfortunato principe
di Persia, che salirà al patibolo al sorgere della luna. La folla,
eccitata dalla notizia, muove verso la reggia invocando Pu-Tin-Pao e
travolge il vecchio Timur, re tartaro spodestato, e la piccola Liù, che
invoca per lui soccorso. È qui che il principe Calaf ritrova il padre,
ne ascolta la storia ("Perduta la battaglia, vecchio re senza regno") e
quella di Liù, la fanciulla che ha condiviso le sofferenze di Timur
soltanto perché lui, Calaf, un giorno, nella reggia le aveva sorriso. Si
avanzano i servi del boia intenti ad affilare la lama della spada di
Pu-Tin-Pao nel corso di un coro selvaggio ("Ungi, arrota, che la lama
guizzi"). Nel frattempo il cielo si è oscurato e gli astanti invocano la
luna (gli epiteti ne mettono in evidenza il sinistro livore: «faccia
pallida», «testa mozza», «o esangue, o squallida», «o amante smunta dei
morti») e, al sorgere di questa, il boia Pu-Tin-Pao. Il corteo del
principe di Persia è aperto dal canto di una schiera di ragazzi ("Là sui
monti dell’est"), impostato su una delle melodie cinesi autentiche
presenti nell’opera, quella di ‘Mo li hua’ (Fior di gelsomino), che da
qui in avanti è sempre posta in relazione al fascino incantatore della
principessa. Sulle note lugubri di un «tempo di marcia funebre»,
avanzano i sacerdoti con le offerte, i mandarini e gli alti dignitari.
Nel frattempo i riflessi dorati dell’inizio si trasformano in livori
argentei: Turandot, colpita da un raggio di luna, appare sul loggiato
«come una visione» e risponde con gesto imperioso di condanna alle
richieste di grazia della folla. Sulle note del corteo che, seguito
dalla folla, si allontana oltre gli spalti, il principe Calaf, rapito
dall’inattesa visione di bellezza, rimane immobile ed estatico ("Non
senti? Il suo profumo nell’aria"), prima di avanzare verso il gong,
proprio mentre si ode da lontano il grido straziato del principe di
Persia. Timur, poi Liù, quindi i tre ministri-maschera Ping, Pang e Pong
tentano di dissuaderlo: l’uno giocando la carta della pietà filiale ("Stringiti
a me"), l’altro quella del proprio amore segreto; i tre, serrandolo
dappresso tutt’insieme con un terzetto, nel quale dapprima gli parlano
delle nefandezze che si compiono nel Palazzo Imperiale («Qui si strozza!
Si sgozza!/ Si trivella! Si spella!/ Si uncina e scapitozza!/ Si sega e
si sbudella!»), quindi si provano a ridimensionare la bellezza di
Turandot («se la spogli nuda,/ È carne! Carne cruda!/ Roba che non si
mangia») rispetto alle molteplici gioie che la vita riserva e, infine,
di spaventarlo descrivendogli l’oscurità degli enigmi ("Notte senza
lumicino"). Nulla però sembra smuovere il principe ignoto dal folle
proposito, verso il quale lo spingono anche le apparizioni spettrali
delle ombre dei morti per Turandot ("Non indugiare! Se chiami appare/
quella che, estinti, ci fa sognare!"); non serve neppure l’accorata
preghiera di Liù ("Signore, ascolta"), che Puccini intona con una delle
melodie più patetiche dell’opera. Attratto con tutte le sue fibre dal
«fulgido volto» della principessa, Calaf come un forsennato dà tre colpi
nel gong, ogni volta invocando il nome di Turandot, al quale Liù, Timur
e i tre ministri rispondono con «la morte!».
Atto secondo
. Quadro primo . Dopo l’affresco cerimoniale folgorante e
sinistro del primo atto, culminato nella tensione del gesto di sfida del
principe ignoto, il primo quadro è una sorta di intermezzo: quello che
Puccini nella corrrispondenza con i librettisti chiamava anche il
«fuoribordo». I tre ministri Ping, Pang e Pong si ritrovano nella loro
tenda, decorata con strane figure simboliche cinesi, a ripassare sia il
protocollo nuziale sia quello funebre, per esser pronti ad allestire
l’uno o l’altro a secondo dell’esito della nuova sfida lanciata a
Turandot dal principe ignoto. Stanchi dell’infinita crudeltà della
principessa, i tre si abbandonano al ricordo dei tempi felici anteriori
alla sua nascita, allorché «tutto andava secondo/ l’antichissima regola
del mondo», nonché alla rievocazione nostalgica della tranquillità della
vita lontano dalla corte ("Ho una casa nell’Honan"). E mentre la reggia
già ferve di preparativi per l’ennesima prova degli enigmi, sulla
ripresa del coro dei servi del carnefice del primo atto, essi invocano
la resa della principessa e, quasi sognando, immaginano di approntare
l’alcova per la prima notte d’amore di colei «che fu ghiaccio» e che
«ora vampa ed ardor» ("O Tigre, o Tigre, o grande Marescialla del
cielo"). Quadro secondo . La vicenda ritorna nel vivo con la
prova degli enigmi, una volta che la corte imperiale ha preso posto
sull’enorme scalinata di marmo che sta al centro del piazzale della
reggia: i mandarini nelle loro vesti azzurro e oro, gli otto sapienti
con gran pompa sulla sommità della scalinata, i tre ministri in abito
giallo da cerimonia, quindi, vecchissimo e ieratico, l’imperatore Altoum
in veste bianca, tra le nuvole d’incenso e lo sventolio degli stendardi
bianchi e gialli. In quello che è un vero e proprio rito di investitura
alla prova di Turandot, nel quale spicca l’opposizione tra la voce
tenorile fioca ed esangue dell’imperatore e quella giovane e vigorosa di
Calaf, ai tentativi estremi di dissuasione del decrepito Altoum ("Basta
sangue, giovine va’"), ostinato il principe ignoto risponde per tre
volte con la medesima frase: «Figlio del cielo, io chiedo/ d’affrontare
la prova». Il mandarino bandisce la nuova prova sulla stessa musica
dissonante udita all’inizio del primo atto. La principessa si avanza,
preceduta dalla melodia cinese ‘Mo li hua’ cantata dai ragazzi, e va a
collocarsi ai piedi del trono, «bellissima, impassibile»: guardando con
occhi «freddissimi» il principe ignoto. Nell’aria che segue ("In questa
reggia, or son mill’anni e mille"), essa spiega le ragioni della sua
ferocia. Propone quindi al principe ignoto i tre enigmi, scanditi dal
motivo della crudeltà, le cui soluzioni (speranza, sangue, Turandot)
sono strettamente implicate con la sfera simbolica dell’opera. Vinta dal
principe, ma non doma, Turandot implora invano il padre Altoum di
salvarla dalle «braccia dello straniero», invocando la propria sacralità
e prospettando al principe tutto il proprio odio. Ma è lo stesso Calaf,
con gesto di generosità, a rinunciare alla vittoria e a proporre a sua
volta una prova a Turandot: qualora essa avesse saputo svelarne il nome
prima dell’alba, egli avrebbe accettato di morire.
Atto terzo .
Quadro primo . Nel giardino della reggia per un notturno
gravido d’attesa, solcato dagli echi delle voci degli araldi che
diffondono la volontà di Turandot: tutti veglino e cerchino di conoscere
il nome del principe ignoto. Anche Calaf veglia e ascolta «come se quasi
più non vivesse nella realtà», proiettato ormai verso la vittoria
definitiva dell’alba e del bacio a Turandot («Il nome mio nessun saprà/
sulla tua bocca lo dirò/ quando la luce splenderà»). È questa
l’occasione per la tipica aria tenorile pucciniana, di grande slancio
lirico ("Nessun dorma"). Per carpire il nome del principe ignoto, e
salvarsi così dall’efferata vendetta di Turdandot, i tre ministri gli
offrono l’amore di fanciulle bellissime e procaci, la ricchezza, la
gloria di essere stato il solo vincitore della spietata principessa.
All’ennesimo rifiuto del principe, un gruppo di sgherri introduce Timur
e Liù logori e insanguinati, sospettati di essere a conoscenza del nome
segreto. Liù, però, non è disposta a tradire Calaf e, lei piccola
schiava, affronta con determinazione la principessa di gelo ("Tanto
amore segreto" e "Tu che di gel sei cinta"), la tortura e il suicidio
per dare la vittoria all’uomo che ama. Il compianto accorato di Timur e
di Calaf sul corpo di Liù morta avvia il mesto corteo funebre, che sta
in parallelo con quello per lo sfortunato principe di Persia nel primo
atto. (Fin qui la parte dell’opera che Puccini riuscì a portare a
termine prima della morte il 29 novembre 1924; la partitura dell’ultimo
episodio, quello cruciale in cui la principessa è scossa e trasformata
dall’amore, fu realizzata in seguito da Franco Alfano, sulla base dei
fogli di abbozzi pucciniani.) All’uscita della folla, Turandot e il
principe ignoto rimangono soli, l’uno di fronte all’altra. Calaf con
l’impeto della passione riesce a baciare la principessa, la quale, come
trasfigurata, rimane senza voce, né forza, né volontà. Ormai si levano
le prime luci dell’alba, e Calaf rivela il proprio nome a Turandot, dopo
che essa gli ha confessato il «brivido fatale» da cui fu colta al suo
arrivo, l’odio e l’amore suscitato in lei dalla sua «superba certezza».
Quadro secondo . È un quadro brevissimo, che funge da epilogo
all’opera: l’imperatore, circondato dalla corte, dai dignitari, dai
sapienti e dai soldati, si presenta alla folla insieme a Turandot e al
principe non più ignoto. La principessa annuncia di conoscere finalmente
il nome dello straniero: «amore».
(Il racconto della trama è tratto dal dizionario dell’opera
Baldini-Castoldi)
Foto: Archivio Fondazione Arena di Verona. Foto ENNEVI |