TITTA RUFFO
Titta
Ruffo, al secolo Ruffo Cafiero Titta, si spegneva cinquant'anni fa nella sua ultima
residenza fiorentina, a seguito di un attacco cardiaco (aveva sempre sofferto di angina
pectoris). Taceva così quella voce, tanto appropriatamente designata come "la voce
del leone".
Arduo compito è certo quello di ricordarne il personaggio senza indulgere alle tentazioni
della retorica. Del resto pochi sono stati gli artisti che hanno lasciato una traccia
tanto profonda da trasformarsi in autentiche leggende: è accaduto a Caruso, a Chaliapin,
alla Callas e, fra le voci di baritono, a Titta Ruffo.
Presto spiegate sono le ragioni di tanta fama: l'irruzione di Titta Ruffo nel panorama
lirico novecentesco segna una brusca frattura con la tradizione baritonale di fine
ottocento, tutta improntata ad un canto nobile ed introspettivo, di squisiti pregi, ma
ormai poco in linea con i gusti di un pubblico sempre più proteso alla ricerca di forti
emozioni.
L'intuizione di Titta Ruffo fu quella di farsi interprete di tali gusti e,
sfruttando le proprie doti vocali - forse ad oggi ancora ineguagliate - interpretative e
sceniche, forgiare un nuovo ideale di baritono dal canto maschio e vigoroso, da proporre
alle platee nell'incipiente nuovo Secolo.
Lauri Volpi, celeberrimo tenore, ma anche abile narratore ed acuto storico della
vocalità, ha saputo efficacemente descrivere l'importanza del fenomeno Titta Ruffo:
"Il canto vellutato di Battistini, De Luca e Stracciari, condotto con sapienza e
venato di sfumature interiori, dovette subire una specie di sussulto quando si profilò la
sagoma sonora di una voce toscana mordente ed audace, che portò la quotazione dei
baritoni al massimo grado della Borsa dei valori teatrali.".
Pisano di nascita e di famiglia, classe 1877, egli trascorse la propria gioventù a Roma,
dove intraprese lo studio del canto di nascosto dal padre, che lo aveva destinato al
mestiere di fabbro.
Ma fu a Milano, dopo la rottura col genitore, che il giovane Ruffo riuscì a trovare la
propria strada vocale, grazie anche agli insegnamenti di un altro grande pisano, il
baritono Lelio Casini.
Dal debutto romano nel ruolo di un Araldo nel wagneriano Lohengrin, avvenuto al Teatro
Costanzi nel 1898, prese avvio una inarrestabile carriera internazionale, lunga oltre
trentacinque anni. Ma forte fu sempre il legame con le proprie origini toscane, che lo
porto a più riprese a tornare nella propria città di origine, ad esibirsi sul
palcoscenico dell'allora Regio Teatro Nuovo (l'attuale Teatro Verdi).
E proprio nella città di Pisa si ricorda la sua ultima apparizione italiana sulle scene,
in due storiche recite di un'opera, l'Amleto di Thomas, che contribuì a renderlo celebre
per le sue memorabili interpretazioni, delle quali peraltro rimane una significativa
traccia discografica, uno dei pochi reperti del suo formidabile genio artistico.
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