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La storia del Teatro La Scala di Milano
Iniziò tutto il 3 agosto 1778, al termine di una giornata afosa.
Per la prima volta i milanesi si accalcarono in piazza della Scala per assistere alla
parata delle personalità. Quella sera veniva inaugurato con grande fasto il nuovo Teatro
alla Scala disegnato dal Piermarini, al cospetto dell'arciduca Ferdinando e della consorte
Maria Ricciarda Beatrice d'Este.
Il ballo, in quell'occasione, era presentato con molto risalto:
occupava la seconda metà del programma, mentre nella prima veniva offerto un melodramma.
Erano dunque perfettamente rispettati i dettami della tradizione
teatrale settecentesca che voleva lo spettacolo costituito da opera lirica e azione
coreutica. Si trattava nel primo caso dell'Europa riconosciuta di Antonio Salieri, nel
secondo di due coreografie, Pafio e Mirra ossia i Prigionieri di Cipro, su musica dello
stesso Salieri, e Apollo Placato su una partitura di Louis de Baillou.
La Scala esibiva così, già da quella "prima" assoluta,
la sua doppia anima di tempio della lirica e della danza.
Quell'evento rappresentò per il ballo la consacrazione ufficiale
di una tradizione che aveva messo radici a Milano tre secoli prima.
Fin dall'epoca rinascimentale, infatti, l'arte di Tersicore
erastata qui ampiamente coltivata come espressione sociale e rappresentazione teatrale e
aveva prodotto importanti didatti e trattatisti; nella città avevano lavorato a lungo
maestri di fama come Domenico da Ferrara e Guglielmo Ebreo.
La corte sforzesca fu teatro di feste e balli sfarzosi che vennero
esaltati dal genio di Leonardo da Vinci, il quale si divertì a inventare, per giostre e
tornei, complessi apparati scenografici.
A riprova dell'amore e attenzione tributati alla danza nell'era
sforzesca, non è superfluo ricordare che persino i festeggiamenti delle nozze tra
Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, allieva prediletta di Lorenzo Lavagnolo e grande
patita del genere per tutta la vita, ospitarono uno spettacolo coreografico.
Ma gli aneddoti sulla Milano "danzante" non si
esauriscono qui: le cronache dell'epoca ci raccontano che il milanese Pompeo Diobono,
maestro di fama europea, fu accolto con onori da capo di stato quando si recò a Parigi
per insegnare ballo a Carlo Duca d'Orleans, incoronato poi re con il nome di Carlo IX.
Ad un allievo di Diobono, Cesare Negri, si devono le famose
"cinque posizioni" della tecnica classico-accademica teorizzate nel trattato
"Le Gratie d'Amore", tuttora valide. Con l'inaugurazione della Scala, la
tradizione trovò dunque la cornice ideale per crescere e sperimentare nuove vie.
Presto, al teatro si legò un'altra figuraportante della storia
della danza, quel Gasparo Angiolini che, in una pungente "querelle" con il
francese Jean Georges Noverre, si disputò la paternità del balletto d'azione.
La fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento videro il fiorire
dell'arte coreutica, con serate che offrivano fino a quattro balli "piccoli" e
"grandi".
L'epoca a cavallo tra Classicismo e Romanticismo fu segnata
dall'opera di Salvatore Viganò, maestro del ballo dal 1813 fino alla morte avvenuta nel
1821; con lui, la Scala raggiunse un fulgore tale da offuscare le glorie parigine. Dalla
stretta collaborazione con il geniale scenografo Alessandro Sanquirico, nacquero i
maggiori successi di Viganò di cui Stendhal fu entusiasta estimatore.
"Gli Strelizi", "Prometeo",
"Dedalo", la "Vestale", "I Titani" erano balletti nei quali
il gusto del grande affresco si sposava all'esaltazione della pantomima.
Con l'incremento del numero degli spettacoli si fece impellente
l'esigenza di creare una compagnia stabile e quindi un "vivaio" di talenti
proprio: risale al 1813 la nascita dell'Imperial Regia Accademia di ballo alla Scala,
seconda scuola (in senso cronologico) a carattere professionistico dopo quella del San
Carlo di Napoli.
Venticinque anni dopo, la neo-istituzione trovò il suo maggior
maestro in Carlo Blasis, incaricato assieme alla moglie, Annunziata Ramaccini, del
perfezionamento degli allievi.
Autore del "Tráité élémentaire théorique et pratique de
l'art de la danse" e, soprattutto, del "Code of Terpsichore", opere che
codificarono scientificamente la tecnica accademica, Blasis formò tutta una generazione
di stelle tra cui Fanny Cerrito, Carlotta Grisi, Amalia Ferraris, Sofia Fuoco, Amina
Boschetti, Claudina Cucchi, Giovanni Casati, Ippolito Montplaisir. Con il Romanticismo il
palcoscenico della Scala si popolò di creature eteree rischiarate dalla grazia di
fantasie lunari.
Si affermò il primato della ballerina come fulcro dell'azione
scenica a discapito degli interpreti maschili, spesso ridotti al ruolo di semplici
"porteurs" delle dive in tutù.
Queste ultime brillarono di luce propria e si conquistarono glorie
immortali nella galleria delle silfidi, delle Giselle ed Esmeralde.
Si chiamavano entrambe Fanny, la Cerrito e la Elssler: sette anni
di differenza, la prima napoletana, sensuale e rotonda nelle forme; la seconda, austriaca
e drammatica.
Sulle due primedonne, la cui rivalità divise i ballettomani in
fazioni incandescenti, trionfò la divina Maria Taglioni, fuoriclasse dal fascino
evanescente e lunare, la Silfide per eccellenza.
Tra le zarine della danza, si contesero i favori del pubblico
Carolina Rosati e Amalia Ferraris, mentre non ebbe mai il battesimo della Scala Carlotta
Grisi, probabilmente l'unico idolo romantico a non essere consacrato qui. Nella seconda
metà dell'Ottocento, la scuola "milanese" aveva raggiunto un'espansione tale da
vantare rappresentanti (per lo più allievi di Blasis) in ben quarantaquattro teatri
d'Europa.
Primato questo che si perpetuò indisturbato fino alla fine
dell'Ottocento, epoca in cui erano in attività in tutto il mondo 150 prime ballerine
italiane, la metà delle quali uscite dalla Scala.
Svaniti i vapori romantici, si fece strada un nuovo modo di
sentire, o meglio, di pensare la danza.
L'elogio al progresso e il gusto per la "grandeur"
suggeriti dal Positivismo dilatarono i contorni dello spazio scenico e dell'azione
coreografica, moltiplicando le file del corpo di ballo in una gigantesca macchina
teatrale.
Nelle mani di Luigi Manzotti si affermò il genere del "ballo
grande" che raggiunse il risultato più vistoso in "Excelsior" (1881),
rappresentato anche a Parigi dove fu addirittura costruito un teatro per ospitarlo, e a
Londra; a Milano fu necessario offrirlo contemporaneamente alla Scala e al Dal Verme, per
il pubblico più popolare.
Da Milano partirono stelle che lasciarono un'impronta indelebile
nella grande stagione dei Balletti Russi di Sergej Diaghilev. Crocevia delle arti dal
segno rivoluzionario, la celebre compagnia di Diaghilev (accolta freddamente alla Scala
nel 1927) ebbe un'ascendenza scaligera nel "maestro dei maestri", Enrico
Cecchetti. Al termine dell'esperienza russa e di una parentesi londinese, Cecchetti fece
ritorno alla Scala a settantacinque anni; purtroppo solo per poco tempo, dal '25 al '28.
Nonostante ciò, la sua eredità alla guida della Scuola alimentò talenti del calibro di
Attilia Radice, Ria Teresa Legnani, Vincenzo Celli, Gennaro Corbo che contribuirono a
sostenere la situazione divenuta precaria del balletto italiano. Allieva di Cecchetti fu
pure Cia Fornaroli (moglie di Walter Toscanini) che gli su bentrò alla direzione
dell'accademia fino al '32; a lei seguirono Jia Ruskaja e Ettorina Mazzucchelli. Nel '43,
un bombardamento distrusse la Scala, lasciando Milano temporaneamente senza il
"suo" teatro. Per tre anni, la compagnia si esibì altrove (al Lirico come al
Palazzo dello Sport) trasformandosi in organismo itinerante. Alla riapertura della sala,
il Balletto della Scala fu rilanciato dalla guida illuminata di Aurelio Milloss che
rinforzò repertorio e compagnia. Il fermento culturale che segnò gli anni Cinquanta e
Sessanta ampliò i confini artistici italiani, portando sul maggiore palcoscenico le
principali compagini internazionali, dall'Operà di Parigi diretta da Serge Lifar al
Sadler's Wells di Londra, con la sublime Margot Fonteyn, al New York City Ballet.
Il famoso Bolscioi si fece attendere invece fino al 1970. Fu
inoltre l'epoca dei balletti dell'austriaca Margherita Wallmann, mentre in scena
brillavano Olga Amati, Gilda Majocchi, Luciana Novaro, Ugo dell'Ara, Wanda Sciaccaluga,
Giulio Perugini. Si perfezionava intanto la generazione futura che avrebbe rappresentato
per molti anni la tradizione milanese nel mondo: Carla Fracci, Luciana Savignano, Liliana
Cosi. Alla Scala diventarono di casa le grandi étoiles internazionali come Yvette
Chauvirè, Oriella Dorella, Rudolf Nureyev, Anna Razzi, Tamara Toumanova, Galina Ulanova,
Alicia Markova e la prestigiosa coppia di flamenco Antonio e Mariemma.
Si ampliarono gli orizzonti
coreografici del repertorio attraverso le nuove produzioni firmate da George Balanchine,
John Cranko, Roland Petit, Rudolf Nureyev, Serge Lifar. Negli anni Ottanta un rapido
ricambio ha visto alternarsi al timone della compagnia esponenti del balletto italiano e
internazionale: Giuseppe Carbone, Rosella Hightower, Patricia Neary, Robert De Warren,
Elisabetta Terabust. Attualmente il responsabile del Corpo di Ballo è Giuseppe Carbone.
E il futuro? Nuovi talenti e ospiti di prestigio.
Ma non solo: un repertorio aperto alle sollecitazioni
contemporanee nel rispetto della tradizione.
Più danza, insomma, sul palcoscenico della Scala e all'estero.
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