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RIGOLETTO
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave

Musica
GIUSEPPE VERDI

Direttore
ROBERTO PATERNOSTRO

Regia, scene, costumi, luci
ROBERTO LAGANA' MANOLI

Maestro del coro
Tiziana Carlini


Il duca di Mantova Ivan Magrì,  Paolo Fanale (9, 13, 16)
Rigoletto Carmelo Corrado Caruso, Leo An (9, 13, 16)
Gilda Gladys Rossi, Ekaterina Bakanova (9, 13, 16)
Sparafucile Ramaz Chikviladze
Maddalena Monica Minarelli
Il conte di Monterone Aleksandar Stefanoski
Giovanna Antonella Fioretti
Paggio Francesca Aparo
La Contessa Concetta Cannavò
Borsa Alfio Marletta
Marullo Paolo La Delfa
Il Conte Di Ceprano Daniele Bartolini
Usciere Concetto Rametta


Nuovo allestimento scenico del Teatro Massimo Bellini
ORCHESTRA, CORO E TECNICI DEL TEATRO MASSIMO BELLINI

 



 

Foto Giacomo Orlando

 

La stagione lirica del 2011 chiude con una delle opere più popolari del repertorio Verdiano. Assente da lungo tempo dai nostri cartelloni, la direzione artistica ci ha voluto donare una produzione di tutto rispetto e che segna un ulteriore progresso nella ripresa del nostro teatro.
La regia è firmata da Roberto Laganà Manoli, che ha curato anche le scene e costumi. Un quadro che nel suo insieme si presenta in maniera armoniosa alla vista dello spettatore. Originale è l’idea dei ballerini-marionette che accompagnano lo svolgimento del primo quadro. I movimenti nella loro globalità sono equilibrati e aderenti alle indicazioni del libretto. Ben caratterizzati i personaggi.
Il tenore catanese Ivan Magrì, all’inizio stenta a decollare nell’interpretazione del Duca di Mantova, ma poi nel duetto con Gilda riesce a tirar fuori la voce, e offrire una performance di buona fattura.
Il baritono Carmelo Corrado Caruso riesce a marcare gli aspetti intimistici di Rigoletto: ora sprezzante nei confronti dei cortigiani schernitori, ora uomo infelice, ora uomo che vive perennemente nell’angoscia.
Molto aggraziata Gladys Rossi nel ruolo di Gilda. Una voce alquanto duttile e ricca di colori che l’artista sa ben distribuire al suo personaggio. Sparafucile, interpretato dal basso Ramaz Chikviladze, conferisce al personaggio la giusta calibratura di assassino gentiluomo.(Un ladro son forse? Son forse un bandito? Qual altro cliente da me fu tradito!... Mi paga quest’uomo…fedele m’avrà.)
Una sensuale Maddalena è ben resa dal contralto Antonella Fioretti.
Degno di nota è anche il comprimario Aleksandar Stefanoski nel ruolo di Monterone, che fa trasparire tutto il dolore e rabbia che poi sfociano nella maledizione.
L’orchestra è stata diretta dal Maestro Roberto Paternostro. Il coro, sotto la direzione di Tiziana Carlini, riesce sempre a regalare al pubblico dei gradevoli momenti nell’ascolto.

La trama
Atto primo. Il duca corteggia la contessa di Ceprano, ma l’attira anche una fanciulla che vede ogni domenica quando si reca, in incognito, in chiesa. Comunque le donne sono, per lui, tutte da conquistare, purché avvenenti (ballata "Questa o quella"). Il gobbo Rigoletto, buffone di corte, provoca il conte di Ceprano, e i cortigiani meditano di punire la sua insolenza. Sopravviene il conte di Monterone, al quale il duca ha sedotto la figlia; Rigoletto lo sberteggia e Monterone lo maledice.

La successiva scena presenta la casa, molto appartata, di Rigoletto. È notte e Rigoletto è avvicinato da Sparafucile, un sicario disposto a servirlo in caso di bisogno. Rigoletto, rimasto solo, confronta la propria arma (la lingua beffarda) con l’arma di Sparafucile, che è la spada ("Pari siamo"), ma la maledizione di Monterone l’ha turbato. Nella sua casa vive la figlia Gilda, custodita dalla domestica Giovanna. L’incontro tra Gilda e Rigoletto è tenerissimo, ma la giovane vorrebbe sapere chi è stata sua madre. Una donna simile a un angelo, risponde Rigoletto, prematuramente morta ("Deh, non parlare al misero", che diviene duetto con la replica di Gilda "Oh, quanto dolor"). Rigoletto raccomanda poi a Giovanna di vegliare su Gilda ("Ah, veglia o donna questo fior"), ma proprio Giovanna, non appena Rigoletto s’allontana, consente al duca, che si è travestito, di entrare in casa e di presentarsi a Gilda come Gualtier Maldé, il misero studente che la segue in chiesa ogni domenica e di cui la fanciulla, pur senza sapere chi sia, si è innamorata. Un duetto iniziato dal duca ("È il sol dell’anima") è interrotto dai passi di un gruppo di cortigiani, ma poi concluso dal Vivacissimo "Addio, addio, speranza ed anima". Rimasta sola, Gilda esprime il proprio amore per colui che crede essere uno studente ("Caro nome"). Il gruppo dei cortigiani, che si propongono di rapirla ritenendola amante di Rigoletto, è sorpreso dall’arrivo del buffone, che rincasa senza egli stesso sapere perché. Nel buio, Borsa fa credere a Rigoletto che egli e i suoi compagni intendono rapire la moglie del conte di Ceprano, il cui palazzo si trova nelle vicinanze. Rigoletto viene bendato giacché tutti – gli si dice – sono mascherati, e i cortigiani rapiscono Gilda ("Zitti, zitti, moviamo a vendetta"). Rigoletto, rimasto solo, si avvede della beffa: gli torna alla mente la maledizione di Monterone e perde i sensi.
 

Atto secondo. In una sala del palazzo ducale. Il duca è turbato perché, tornato di notte nella casa di Rigoletto, non ha più trovato Gilda ("Ella mi fu rapita"); medita di vendicarsi, ma pensa soprattutto al dolore e al terrore di Gilda ("Parmi veder le lacrime"). Entrano i cortigiani, e gli annunciano d’aver rapito l’amante di Rigoletto ("Scorrendo uniti remota via"). Appreso che Gilda è stata condotta nel suo palazzo, il duca corre esultante a raggiungerla ("Possente amor mi chiama"). Sopravviene Rigoletto: simula dapprima indifferenza, poi inveisce contro i cortigiani ("Cortigiani, vil razza dannata"); invoca infine la loro pietà, e li scaccia quando è raggiunto da Gilda, che gli narra come abbia conosciuto il duca ("Tutte le feste al tempio") e come da lui sia stata ingannata e ora oltraggiata. Rigoletto cerca di confortarla ma, alla vista di Monterone che è condotto in carcere, decide di vendicare il vecchio conte e se stesso ("Sì, vendetta, tremenda vendetta"), mentre Gilda invoca pietà per colui che le ha fatto del male.
Atto terzo . In riva al Mincio, nottetempo, nella locanda di Sparafucile, dove Maddalena, sorella del sicario, ha attirato il duca, che in incognito la corteggia. Lì giunge anche Rigoletto con Gilda, che indossa abiti maschili e che verrà fatta partire per Verona; prima dovrà però constatare come il duca le sia infedele. Il duca, che si è travestito da ufficiale di cavalleria, canta un’aria sulla volubilità delle donne ("La donna è mobile"); quindi dà inizio a un quartetto con Gilda, Maddalena e Rigoletto, che culmina nell’Andante "Bella figlia dell’amore".

Mentre Maddalena si beffa delle profferte del suo corteggiatore, Gilda ricorda con amarezza le parole lusingatrici che il duca le aveva rivolto; Rigoletto la esorta a dimenticare. Gilda parte, e Rigoletto anticipa a Sparafucile dieci scudi, promettendone altrettanti quando gli sarà consegnato, chiuso in un sacco, il cadavere del corteggiatore di Maddalena. Maddalena, tuttavia (mentre inizia un uragano, alla cui descrizione partecipano vocalizzando a bocca chiusa le voci maschili del coro), chiede a Spararucile di non uccidere l’avvenente giovane (ossia il duca), che nel frattempo si è disteso su un letto trovato nel granaio e che, prima di addormentarsi, accenna qualche frase di "La donna è mobile"; nel frattempo, Maddalena ha convinto il fratello a risparmiare il giovane ufficiale. Sparafucile ucciderà, invece, il primo viandante che chiederà ospitalità nella locanda e ne consegnerà il corpo, chiuso in un sacco, a Rigoletto. Ma il primo viandante è Gilda che, spinta dall’amore per il duca, è tornata alla locanda e decide di morire per lui, dopo aver ascoltato quanto Sparafucile e Maddalena hanno convenuto. Viene infatti pugnalata, e quando Rigoletto aprirà, fuori dell’osteria, il sacco consegnatogli da Sparafucile, troverà il corpo dell’agonizzante figlia. Mentre il duca si allontana cantando la beffarda melodia di "La donna è mobile", Gilda muore, dopo aver chiesto al disperato Rigoletto il perdono per sé e per il suo seduttore.
(La presente trama è tratta dal sito Myword.it)





Da Cremona, il 3 giugno 1850, Verdi scriveva a Francesco Maria Piave, autore del libretto:
«Il titolo deve essere La maledizione di Vallier, ossia per essere più corto La Maledizione».
La parola maledizione non piaceva alla censura Austriaca, che ne pretese il cambio del titolo. Non stiamo qui a indagare sul perché quel vocabolo non piacesse neppure se pronunciato in altro contesto, magari più innocente come ne L’elisir d’amore: nel verso «Maledettissima combinazione…» la censura pretese il cambio «Vedete un poco che combinazione». Insomma in una società perbene non si maledice.
Ma non era solo questo che non piaceva alla censura Austriaca. Se a Parigi il dramma di Hugo Le roi s’amuse venne proibito dopo la prima rappresentazione, una ragione doveva pur esserci, pertanto la Direzione Centrale d’Ordine Pubblico volle vedere il libretto. Non era solo la maledizione che non andava, vi era anche un re libertino che aveva sedotto la figlia del buffone di corte (il più basso dei sudditi). Nel libretto vi era un buffone deforme, ma padre di una bella fanciulla di cui si preoccupa fino al parossismo. Personaggi come un sicario (Sparafucile) e una prostituta (Maddalena) stridevano in una società perbenista come quella di allora, soprattutto se poi al di sopra vi è un re corrotto e perverso. Su tutti aleggia la figura di Gilda, pura fanciulla romantica, innamorata che alla fine muore per il Re. Era troppo, e allora si pretesero tagli e sostituzioni. Quindi niente maledizione. Il protagonista da Triboletto divenne Rigoletto (da rigoler, in francese ridere).
Non più re scapestrato, ma un inesistente Duca di Mantova.
Gabbata la censura, tuttavia la linfa rimane. Verdi si cura poco del duca corrotto, conta il dramma di un uomo che possiede un unico bene: la figlia. Tormentato dalla paura che possa perderla, che le venga sedotta, disonorata, fino al punto che questo tormento si materializza. È la paura della maledizione che si recepisce fin dalle prime note ribattute del preludio e che ricorrono più volte nel corso dell’opera.
“Quel vecchio maledivami”. La maledizione, quindi arriva. Rigoletto vuole vendicarsi, ma la vendetta gli ritorna contro e l’unica vittima innocente di tutto il dramma è Gilda, che offre la propria vita per salvare dalla morte le uniche persone che le hanno fatto del male.

 

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