Stagione 2008

TEATRO MASSIMO VINCENZO BELLINI


 

Manon Lescaut


 

 

Quando si parla di Manon Lescaut non può mancare il confronto con la Manon di Massenet o seppur meno famosa, con la Manon di Auber. Lo stesso Puccini questo lo sapeva molto bene, ma la sua scelta fu precisa. A Marco Praga, che gli faceva notare che si sarebbe dovuto misurare con la fortunata Manon di Massenet, il Maestro rispose: « Lui la sentirà alla francese, con la cipria e i minuetti. Io la sentirò all'italiana, con passione disperata».

L’intento di Puccini era chiaro: voleva elevare il personaggio. Manon come Violetta di Traviata viveva il dramma della solitudine, alla quale non rimaneva che abbandonarsi ad una vita scellerata di lusso, piaceri e diversivi, ma solo come ripiego non come intento. Una donna alla ricerca dell’amore incondizionato, che nessuno le saprà dare, neanche il giovane Des Grieux pronto ad imbarcarsi con lei come mozzo quando la deporteranno in America, ma il suo non è amore è passione.

Manon quell’amore non lo troverà e ne pagherà lo scotto con la morte nel deserto, innalzandosi così al grado di eroina, alla stessa stregua di Tosca, Mimi, Butterfly, Liù.


 

La stesura del libretto fu alquanto travagliata e a vari autori si deve la sua paternità. Si iniziò con Ruggero Leoncavallo, ma questi se ne trasse subito fuori, non per incapacità, ma forse per sottrarsi dalla tirannia del musicista. In seguito Puccini conobbe il commediografo Marco Praga che volentieri accettò di occuparsene a condizione di essere collaborato dal giovane poeta Domenico Oliva.

Quando il lavoro fu consegnato a Puccini, questi si mostrò insoddisfatto e la pretesa di modifiche, fondamentali per la riuscita dell’opera, convinse i due autori a rinunciare. Venne la volta di Giacosa ed Illica, ai quali toccò il compito di operare varie correzioni e tagli. Persino a Giulio Ricordi, toccò l’onere di qualche rimaneggiamento.

Probabilmente, nessuna tra le persone citate riusciva a cogliere quello che veramente Puccini aveva in mente per quest’opera per la quale non voleva ripetere la triste esperienza di Edgar, che fu un solenne fiasco grazie al misero libretto dello scapigliato Ferdinando Fontana.

Stavolta Puccini fu risoluto: l’opera doveva essere concepita secondo le sue richieste e questo atteggiamento lo accompagnò per tutta la sua vita di artista. I poveri Illica e Giacosa, a lungo suoi compagni di viaggio, non poche volte tribolarono per un verso o addirittura una parola.

Il travaglio durò circa cinque anni, con il risultato di un’opera scollegata in certi tratti ma con la musica di Puccini che fa da ottimo collante.

Infatti, la sera dell’1 febbraio 1893, al teatro Regio di Torino l’opera fu accolta dal pubblico in maniera trionfale chiamando il Maestro per ben otto volte alla ribalta, riscattandosi così dal disastro di Edgar.


 

Ma cerchiamo di percorrere le tappe fondamentali dell’opera cogliendo i tratti più drammatici.

Invitato dagli amici studenti, in una piazza antistante una locanda ad Amiens, Renato Des Grieux inneggia all’amore improvvisando una canzonetta (tra voi belle: cavatina).

Puccini riesce a descrivere molto bene l’attimo goliardico che si sta vivendo con la freschezza di una musica dai toni allegri che si dissolvono presto con l’arrivo di Manon, accompagnata dal fratello Lescaut. Des Grieux rimane affascinato dalla bellezza della donna. I due giovani si scambiano qualche parola e Des Grieux apprende che un chiostro attende Manon.

Rimasto solo, il giovane studente intona un’aria(donna non vidi mai) dove esprime il fascino subito.

Manon ed il fratello giungono alla locanda insieme al vecchio, ma ricco Geronte di De Ravoir che viaggia con loro.

Geronte progetta di rapire Manon ed ordina all’oste, dietro compenso, di approntare una carrozza.

I due giovani si rivedono intonando un duetto via via dai toni sempre più accesi dove in Des Grieux comincia a manifestarsi la passione per la fanciulla:


 

Nelle pupille fulgide, profonde

Sfavilla il desiderio dell’amore…

Amor ora vi parlai Ah! date all’onde

Del nuovo incanto il dolce labbro e il cor.

V’amo! V’amo! Quest’attimo di giorno

Rendete eterno ed infinito!


 

Des Grieux rivela a Manon il piano di Geronte e la supplica di fuggire con lui anziché col vecchio.

I due giovani fuggono lasciando il vecchio maledetto disperato, ma il fratello lo rassicura: Manon è abituata a vivere nel lusso e presto abbandonerà il giovane studente.


 

Parigi! E’ là Manon…

Già non si perde.

Ma borsa di studente presto rimane al verde.

Manon non vuol miseria!


 


 


 


 

Il secondo atto si svolge, infatti, nel lussuoso palazzo di Geronte, dove adesso vive Manon. Come aveva predetto il fratello, Manon si è stancata presto della miseria.

Tuttavia la donna non è felice e rivela al fratello che il lusso non l’appaga e che prima almeno aveva l’amore, ma adesso si sente sola.


 

In quelle trine morbide…

Nell’alcova dorata

V’è un silenzio,

un gelido mortal…

v’è un silenzio,

un freddo che m’agghiaccia!...


 

Non abbiamo ancora parlato della figura squallida del fratello, che fin dall’inizio, cercando dei vantaggi proficui, ha cercato di condurre Manon nella casa del vecchio, facendo finta di non sapere cosa in realtà egli bramava.

Ipocritamente nel primo atto rivela al vecchio:


 

Vedo…Manon con le sue grazie leggiadre

Ha suscitato in voi un affetto di padre!...


 

Ed il vecchio ancor più falsamente risponde:

Non altrimenti!


 

Adesso Lescaut rivela a Manon che ha iniziato Des Grieux al gioco insegnandogli a barare. Vincendo potrà tornare da lei offrendole la vita lussuosa che desidera.

Manon non è una donna fatua, avendo appreso come Des Grieux si è ridotto per lei, viene presa dai rimorsi e dice tra sé dolorosamente.

Per me tu lotti,

per me, vile che ti lasciai

che tanto duol ti costai!


 

La vita di Manon si svolge tra una prova di vestito ed una parrucca, madrigali, balli e come lei stessa afferma:

son tutte belle cose!

(sbadigliando)

Pur m’annoio


 


 

Des Grieux giunge e la rimprovera aspramente per averlo abbandonato, ma poi nuovamente si lascia sedurre ed i due iniziano un duetto d’amore di sapore Wagneriano che ricorda Tristano e Isotta.

Come l’idillio fra Tristano e Isotta viene interrotto dal vile Melot che conduce Marco dagli amanti, anche l’idillio tra Des Grieux e Manon è interrotto da Geronte, ma la donna, mettendo uno specchio di fronte al viso di Geronte, lo schernisce:


 

Guardatevi…guardatevi!...

Se errai, leale

Ditelo!... E poi

Guardate noi!


 

A questo punto i due giovani amanti devono fuggire, ma Manon non vuole lasciare i gioielli che desidera portare con se. Des Grieux è preso dallo sconforto:


 

Ah Manon,

mi tradisce il tuo folle pensier;

sempre la stessa, sempre la stessa!...

Ricordandole che per lei si è dato al gioco barando, continua:


 

Io? Tuo schiavo e tua vittima discendo

La scala dell’infamia…

Fango nel fango io sono

E turpe eroe da bisca

m’insozzo, mi vendo…

l’onta più vile mi avvicina a te!


 

Sono versi bellissimi che descrivono chiaramente il degrado morale a cui si riduce una persona malata di passione per una donna.

Nel frattempo giunge Lescaut che avverte i due amanti che Geronte li ha denunziati e stanno arrivando le guardie, ma è troppo tardi e Manon viene arrestata.


 

Il terzo atto è preceduto da un poema sinfonico di carattere descrittivo, sono ripresi vari temi del secondo e quarto atto (Io voglio il tuo perdono…)

Il dramma a questo punto decolla ed ogni parola, ogni nota ha un sapore altamente drammatico.

Siamo al porto di Le Havre, Manon sarà deportata in America come prostituta, ma Des Grieux spera ancora. Il fratello ha corrotto una guardia che ne consentirà la fuga, ma il piano viene scoperto e Manon sarà costretta a partire. A questo punto inizia uno dei brani più angoscianti della produzione pucciniana: è la scena della deportazione: le donne vengono chiamate all’appello e ad una ad una s’imbarcano e contemporaneamente Manon e Des Grieux si dicono addio per l’ultima volta.

Improvvisamente però Des Grieux stringe Manon a sé e con fare minaccioso (Ah! non v’avvicinate!), la stringe a sé, ma poi la lascia ed inizia ad implorare il comandante di prendere a bordo anche lui come mozzo. Commosso il comandante accetta:


 

Ah! Popolar le Americhe, giovanotto desiate?

Ebben…ebben sia pur!


 

Manon e Des Grieux si abbracciano ed il terzo atto si chiude con il tema di «nell’occhio tuo profondo» che esalta una felicità temporanea che presto si discioglierà.


 

La sinteticità caratterizza, anche se non sempre, le opere di Puccini.

All’inizio dell’ultimo atto, anche lo spettatore più distratto si chiede come i due amanti sono finiti nella landa.

Quando i due innamorati giungono in America riescono a vivere in pace per un certo periodo di tempo finchè Des Grieux comunica al Governatore la sua volontà di sposare Manon, ma egli invece vuole darla in sposa a suo nipote Synnelet anch’egli innamorato di lei.

Des Grieux sfida a duello Synnelet e credendo di averlo ucciso, fugge con Manon da New Orleans avventurandosi nelle zone selvagge della Louisiana, sperando di raggiungere un insediamento inglese.

Affranta dalla fatica e dagli stenti, Manon sente che la fine è ormai vicina, proprio in quel deserto che si è portata dentro durante l’intera sua esistenza. Adesso prende coscienza della propria solitudine e dell’inutilità della sua vita:


 

Sola…perduta, abbandonata…

In landa desolata! Orror!

Intorno a me s’oscura il ciel!...

Ahimè son sola!

E nel profondo

Deserto io cado, strazio crudel, ah!

Sola abbandonata, io la deserta donna!


 

Nei versi che seguono, semplici ma di una profondità estrema, Manon fa il bilancio della propria esistenza. Ormai stanca vorrebbe porre fine alla sua vita da una parte, ma da un’altra parte non vuole morire, non per paura, ma forse per rimediare al male commesso.


 

Ah! Mia beltà funesta

Ire novelle accende…

Strappar da lui mi si volea; or tutto

il mio passato orribile risorge,

e vivo innanzi al guardo mio si posa.

Ah! di sangue s’è macchiato!...

Ah! Tutto è finito!

Asil di pace ora la tomba invoco


 

No…non voglio morir!...

Amore, aita!


 

L’orchestra riesce a tratteggiare l’aria di morte che aleggia attorno ai due amanti, non sa di marcia funebre, ma di fine, di qualcosa d’incompiuto o di disperazione e con le ultime parole di Manon:


 

Le mie colpe…travolgerà l’oblio…

Ma…l’amor mio non muor…


 

L’opera ha termine.


 


 


 

Un’opera così toccante, che fa vibrare l’ascoltatore, purtroppo è stata vanificata da un’esecuzione molto superficiale da parte degli artisti.

Il tenore Marcello Giordani è stato all’ultimo momento sostituito da Maurizio Graziani a causa di indisposizione, ma neanche quest’ultimo purtroppo doveva essere molto in forma poiché ha steccato più volte negli ultimi due atti, proprio i più drammatici e si vedeva chiaramente che stava male anche lui. Limpida la voce di Adina Nitescu (Manon), ma di scarso spessore interpretativo.

La trovata del regista di mettere Geronte (interpretato da Andrea Patucelli) sulla sedia a rotelle in fondo si è rivelata inefficace e contraddittoria.

Discreta la direzione dell’orchestra da parte di Stefano Ranzani, ma che non riesce a sottolineare le parti più intense dell’opera che passano completamente inosservate, si veda ad esempio la deportazione o la morte di Manon.

Se i Pucciniani doc avevano posto delle aspettative, sono rimasti profondamente delusi.


 

Antonella e Alessandro Scardaci
 

© copyright Akkuaria 2008
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