GIUDITTA CANTÚ TURINA
la musa di Bellini
di Elvy Sacchi
Giuditta
nasce il 13 febbraio 1803 da Giuseppe Cantù, ricco mercante pavese di seterie
trasferitosi a Milano, e da Carolina Sopranzi,(figlia a sua volta del barone Luigi
Sopranzi e della nobile Giuditta Appiani.)
Educata alle arti e alla vita raffinata di città, era ancora un'adolescente nutrita di
letture romantiche e desiderosa di feste e divertimenti, quando a 16 anni sposa a Milano,
con una principesca cerimonia a S.Babila, il ricco proprietario terriero cremonese
Ferdinando Turina, uomo di campagna un po' rude, per quanto anche buono e generoso.
Presto
delusa dalla vita coniugale e dal marito distratto dagli affari, al quale non riesce a
dare un figlio, le è tuttavia consentito allontanarsi dalla villa di Casalbuttano per
distrarsi e frequentare feste e concerti, viaggiando con il fratello Gaetano a Milano e a
Genova.
Proprio
arrivando qui nel 1828 per l'inaugurazione del teatro Carlo Felice, conosce Vincenzo
Bellini di cui si rappresentava la "Bianca e Fernando".
Nasce
tra loro una intensa passione, ma la relazione è tenuta segreta, tanto che Bellini
frequenterà insospettato casa Turina, trattenendosi anche a Casalbuttano per comporre.
A Moltrasio Bellini giunge ospite del munifico conte Alessandro Lucini Passalacqua, il cui
palazzo sul Lago di Como, dotato di una ricchissima biblioteca e di pregevoli opere
d'arte, era cenacolo d'artisti e letterati, e dove probabilmente erano già stati ospiti
anche i Turina.
Da un documento autografo di Bellini (citato da Cencio Poggi in un suo saggio sul
musicista datato 1891) si rileva che egli stesso si adoperò nel 1829 per l'affitto della
vicina Villa Salterio a Moltrasio, sollecitando l'interessamento del conte Passalacqua,
presumibilmente (secondo il Poggi) per conto della famiglia Turina, ovvero per la famiglia
Cantù (come sostiene Carmelo Neri nel suo "Bellini e Giuditta Turina"edito nel
1998).
Sta
di fatto che la più piccola e raccolta Villa Salterio a Moltrasio, affacciata
direttamente sul lago e protetta da un ombroso parco,venne affittata ai Turina Cantù
diventando la dimora di campagna preferita da Giuditta che, sempre un po' cagionevole di
salute, vi avrebbe trascorso intere stagioni, vivendo qui le ore più serene del suo amore
con l'inquieto Vincenzo.
Moltrasio
e la sua romantica atmosfera, furono tra il 1829 e il 1833 il principale teatro di quel
lungo periodo di "tenera affezione" che tanto influì sull'ispirazione del
musicista e che Giuditta avrebbe ricordato e rimpianto sino ai suoi ultimi giorni.
Le
arie di "Straniera" e de "la Sonnambula" in gran parte composte qui,
testimoniano del felice influsso di queste circostanze sulla creatività di Bellini, il
quale in questi soggiorni lariani si avvantaggiava anche della frequentazione con la sua
interprete preferita, Giuditta Pasta. Infatti raggiungeva agevolmente in barca la sponda
opposta di Blevio dove, nella stupenda villa "la Roda" della famosa cantante,
proprio di fronte a Villa Salterio, si davano convegno artisti, compositori e cantanti.
La
relazione tra Giuditta Turina e Bellini si era alimentata anche nell'appagamento delle
loro intime attese in quel particolare momento delle loro vite: lei aveva aperto al
giovane artista le porte del bel mondo delle ville, della ricchezza, delle relazioni; lui
l'aveva riscossa da una vita opaca, circondandola di premure e dandole occasione di
brillare al centro di una notorietà, se pure troppo spesso chiaccherata.
Infatti,
per questo amore, che suscitò invidie e maldicenze,la reputazione di Giuditta subì
giudizi controversi e spesso malevoli.
L'armonia
tra i due amanti, frequentemente incrinata da gelosie, ripicche e qualche velenosa
intromissione,era destinata a guastarsi quando la segretezza della relazione venne meno.
Tuttavia ella che amò sinceramente, in pochi anni perse tutto: il buon marito Ferdinando,
non potendo ignorare alcune lettere compromettenti, l'avrebbe ripudiata, condannandola per
tutta la vita a subire l'ostracismo dell'intera famiglia Turina e Bellini di lì a poco
l'avrebbe abbandonata definitivamente quando, tornando da Londra, nel 1834 si stabilirà
definitivamente a Parigi, anche per allontanarsi da quella pericolosa epidemia di colera
che andava diffondendosi in Lombardia.
Quando
fu chiara la volontà di Bellini di troncare quella relazione fattasi troppo complicata,
Giuditta ne soffrì vivamente, come documentano talune sue lettere a Florimo, l'amico
fedele di Vincenzo.
Ciononostante,
incaricata ancora dallo stesso Bellini della vendita della sua mobilia rimasta a Milano, e
forse vagheggiando ancora di raggiungerlo a Parigi, ella assolverà anche questa
incombenza, fedele ancora alle abituali premure per lui e per i suoi alloggi milanesi,da
quello dei primi tempi in Via S.Vittore e Quaranta Martiri a quello nel Palazzo Appiani,
suoi parenti.
L'improvvisa morte di Bellini a Puteaux nel 1835, dal quale - come lamenterà più tardi
al Florimo - Giuditta sentiva di essere stata "barbaramente abbandonata in mezzo a
tanti dispiaceri", la colse inaspettata lasciandole l'animo esacerbato e sconvolto.
Giuditta, l'amante di Vincenzo Bellini, la tenera ispiratrice, la musa del genio che tanta
parte ebbe nella sua breve e intensa vita creativa, gli sarebbe sopravvissuta ancora
trentasei anni, che avrebbe trascorso nell'ombra e assai malferma in salute.
Rimasta
vedova negli ultimi anni, vissuti proprio in quei modesti locali a piano terra di Via
S.Vittore e Quaranta Martiri, l'odierna via Verri, dove aveva alloggiato il suo giovane
Vincenzo, lì assistita dagli affezionati domestici, chiuderà gli occhi il 1 dicembre
1871.
|