FAUST
Dramma lirico in cinque atti di Jules Barbier e Michel Carré
Musica di Charles Gounod
Assente dal teatro Massimo di Catania dal 1988, dopo la decapitazione
della prima, a causa di uno sciopero è andato in scena giorno 17 gennaio
il Faust di Gounod.
La regia è curata da Francesco Esposito e la direzione dell’orchestra è
affidata al maestro Jean Paul Penin, una firma nel mondo musicale. Si
spera che nel corso della stagione non vi saranno altre sorprese e che i
contenziosi tra personale, orchestrali e Sovrintendente possano
risolversi affinché i melomani catanesi non subiscano altri disagi.
Faust
Roberto Nagy
Mefistofhéles Alexander Vinogradov
Valentin Simone
Piazzola
Marguerite AlexiaVoulgaridou
Siebel
Frederika Brillembourg
Marthe
Gabriella Bosco
Wagner Dario Russo
Direttore
Jean – Paul Penin
Regia
Francesco Esposito
Maestro del coro Tiziana Carlini
Trama:
Atto primo
Chiuso nel suo laboratorio il vecchio dottor Faust si interroga sulla
vanità delle sue ricerche (“Rien! En vain j’interroge”). Si odono
dall’esterno canti che salutano la primavera e la resurrezione. L’eco
gioiosa di tali voci getta Faust nella disperazione. Deciso a
suicidarsi, invoca in un sussulto blasfemo il demonio.
Appare Mefistofele che gli offre fortuna, gloria e potenza. Gli doni
piuttosto la giovinezza, replica Faust: essa è un tesoro che contiene
ogni cosa. Una piccola formalità e avrà ciò che chiede, risponde
Mefistofele; si tratta di cedere l’anima per l’eternità. Davanti
all’esitazione di Faust, Mefistofele fa apparire l’immagine meravigliosa
di Margherita. Detto fatto, il vecchio dottore firma il patto e viene
trasformato in un giovane elegantissimo pronto ai piaceri della vita (“A
moi les plaisirs”).
Atto secondo
È la kermesse, un brulicare di popolo vociante. Valentino, in procinto
di partire per la guerra, affida la sorella Margherita alle cure
dell’amico Siebel; per se stesso non teme, sarà protetto dalla medaglia
sacra che Margherita gli ha donato (“O sainte médaille”). Si unisce
quindi ai compagni d’arme: ci sarà qualcuno che vorrà intonare una
canzone lieta per scacciare la tristezza? Si offre Wagner ma è
interrotto dall’arrivo di Mefistofele. Sarà il nuovo arrivato a cantare
(“Le veau d’or”). Applaudito come cantante, Mefistofele si esibisce
quindi come indovino: predice a Wagner la morte in battaglia, a
Valentino la stessa sorte in duello, a Siebel che non potrà più toccare
fiori senza che appassiscano. Alza quindi un brindisi «alla salute di
Margherita». È veramente troppo per Valentino: estrae la spada ma gli si
spezza in due. Che sia un sortilegio satanico? Meglio scacciare lo
stregone con le spade messe a forma di croce (“De l’enfer qui vient”).
Mefistofele si allontana imbattendosi in Faust. È tempo gli faccia
incontrare Margherita, lo rimprovera il dottore. Solo un momento e la
vedrà, ribatte Mefistofele. Ecco infatti la ragazza uscire dalla chiesa,
mentre si scatena un valzer vorticoso (“Ainsi que la brise légère”).
Mentre Mefistofele allontana Siebel, Faust può avvicinare Margherita
che, con garbo respinge le profferte amorose del cavaliere (“Ne
permettrez-vous”). A Faust, sempre più innamorato, Mefistofele promette
il proprio aiuto.
Atto terzo . Un giardino sul retro della casa di Margherita, al
crepuscolo. Giunge Siebel, che coglie fiori per Margherita (“Faites-lui
mes aveux”). Non fa a tempo a toccarli, però, che avvizziscono. Bagna
allora la mano con l’acqua benedetta e il sortilegio svanisce.
Raggiante, depone i fiori sulla soglia, mentre entrano Faust e
Mefistofele. Faust è rapito dall’incanto del luogo (“Salut, demeure
chaste et pure”), vorrebbe fuggire ma Mefistofele lo richiama all’ordine
e depone un cofanetto di gioielli di fianco ai fiori di Siebel. Ecco
giungere Margherita, assorta nell’immagine del giovane incontrato la
mattina (“Je voudrais bien savoir”); si pone all’arcolaio e canta la
ballata del re di Thulé (“Il était un roi de Thulé”). D’un tratto si
accorge dei fiori e del cofanetto, e non resiste alla tentazione di
indossare i gioielli (“Ah, je ris de me voir”). Entra la vecchia Marta.
Tutto quello che vede le sembra il dono di un ricco innamorato e se ne
compiace con Margherita. Si fanno avanti Faust e Mefistofele.
Quest’ultimo annuncia a Marta la morte del marito e inizia, subito dopo,
a corteggiarla. La vecchia si consola in fretta della vedovanza e
passeggia compiacente con Mefistofele. Faust può così stringere
d’assedio Margherita, che questa volta lo ricambia (“Il se fait tard”);
si rifugia però in casa quando la corte diviene troppo pressante. Faust
vorrebbe fuggire, felice del momento vissuto, ma Mefistofele lo
trattiene: non gli interessa ascoltare ciò che Margherita confesserà
alle stelle? Ecco infatti la ragazza affacciarsi alla finestra e,
credendosi sola, dichiarare tutto il proprio amore. Faust allora,
travolto dalla passione, si palesa a Margherita che gli si abbandona fra
la braccia tra le risate sardoniche di Mefistofele.
Atto quarto . Sedotta e abbandonata da Faust, Margherita è fuggita e
schernita da tutti; solo Siebel le è rimasto fedele. Intenzionata a
cercare conforto in Dio entra in una chiesa ma è tormentata da
Mefistofele, che le ricorda il passato e le preannuncia la dannazione (“Seigneur,
aine permettre”). Tornano i soldati dalla guerra (“Gloire immortelle de
nos aieux”); tra loro è Valentino che non tarda ad apprendere da Siebel
ciò che è successo. Entrano Faust e Mefistofele: il primo vuol rivedere
Margherita, il secondo allora, per farla affacciare, le intona una
serenata offensiva (“Vous qui faites l’endormie”). Giunge furibondo
Valentino che sfida Faust a duello, ma è una lotta impari; il dottore,
aiutato magicamente da Mefistofele, ferisce l’uomo che cade a terra
moribondo. Mentre i due fuggono ecco accorrere Marta, Margherita e un
gruppo di borghesi. Prima di spirare, Valentino maledice la sorella (“Écoute
moi bien, Marguerite”).
Atto quinto . Mefistofele conduce Faust nel suo regno, le montagne dello
Harz. È la notte di Valpurga. A un cenno di Mefistofele il paesaggio
sinistro si muta in un palazzo meraviglioso: le regine e le celebri
cortigiane dell’antichità si offriranno a Faust per ottenebrare il
ricordo del passato. Ma ecco apparirgli d’improvviso la visione di
Margherita, il collo cerchiato di sangue. Turbato, Faust ordina a
Mefistofele di condurlo da lei. Margherita langue in prigione: presa
dalla disperazione ha ucciso il figlio avuto da Faust e deve essere
giustiziata all’alba. Giunge Faust; Margherita, fuori di sé, lo
abbraccia e rievoca il passato (“Oui, c’est toi, je t’aime”).
Inutilmente Faust cerca di riportarla alla ragione e convincerla a
fuggire. Quando Margherita si avvede della presenza di Mefistofele,
invoca le potenze celesti, respinge Faust e cade a terra morta.
«Dannata» grida Mefistofele, «Salvata» canta un coro celeste, che chiude
l’opera inneggiando alla resurrezione.
(Dal dizionario dell’opera Baldini-Castoldi)
Un commentatore di Goethe ebbe a scrivere: se la divinità comparisse
dinanzi a Faust recando nella mano destra la verità e sulla sinistra la
ricerca della verità, Faust si sarebbe buttato sulla sinistra, perché la
conoscenza è valida solo se conquistata col sacrificio.
Non vi è libro che tratta di alchimia o metafisica che non citi almeno
una volta Faust.
Faust è l’uomo che vuol penetrare nei segreti della natura. Vuol
conoscere Dio. Ma per conoscere Dio, sommo bene, bisogna conoscere il
male. Faust compie lo stesso viaggio iniziatico di Dante, che per
giungere a l’amore che move il sole e l’altre stelle, deve conoscere il
male. Bene e male sono quindi due aspetti complementari della stessa
realtà: non si può conoscere l’uno senza conoscere l’altro.
Faust è l’alchimista che prima di produrre la pietra filosofale deve con
molta pazienza mondare la materia, ma cosa è la pietra filosofale se non
la scoperta del proprio Sé Divino?
Mefistofele è quindi il Maestro che lo condurrà alla conoscenza in
cambio della propria anima, ma la suprema conoscenza avverrà dopo la
redenzione, e sarà Margherita a condurlo verso le Schiere Celesti.
Sul mito di Faust è stato scritto molto e molto si continua a scrivere.
La sua figura è presa sempre come esempio da cultori di materie
esoteriche.
Continua ad essere fonte di speculazione di molti filosofi, letterati e
soprattutto artisti.
Il dottor Johannes Faust è veramente esistito e aveva conosciuto altri
iniziati come Cornelius Agrippa e Paracelso di cui si dice che è il
creatore dell’homunculus e dell’elisir di lunga vita.
Fu protetto da personalità illustri e perseguitato da altre. Certe
cronache lo indicano come un gran sapiente altre come un gran
ciarlatano.
Ormai stanco e perseguitato, giunse una sera a una taverna e offrì una
cena ai suoi discepoli, dopodiché si ritirò nella sua stanza.
Fin qui niente di straordinario, ma il mito vuole che durante la notte
esplose una tempesta e una palla di fuoco, attraverso il camino, penetrò
nella stanza di Faust. Si udirono urla e suoni terribili e l’indomani la
camera fu trovata distrutta e del corpo di Faust non ve n’era tra
traccia.
Di Faust restano molti libri ma la loro autenticità è dubbia. Contengono
formule per evocazioni, pratiche alchemiche, nonché disegni della verga
magica e dell’anello magico siglato da simboli ebraici per evocare i
demoni.
Il libretto di J Barbier e M Carré musicato da Gounod si rifà
principalmente all’opera di Goethe, ma si ferma al sacrificio di
Margherita.
Nata come opera comique, Gounod la trasformò successivamente in
grand-opéra che è la forma che oggi vediamo nei teatri e che forse
doveva essere la sua forma originaria, visto che il Faust fu concepito
per l’opéra.
Cinque atti forse sono troppi e l’azione spesso si dilunga in canti e
coretti dove si disperdono i momenti più significativi del lavoro.
Forzato fino all’esasperazione è ad esempio il coro dei soldati:
…
Dispiega l’ali sul vincitor,
accendi nei cor- novello valor.
Per te, patria adorata,
morte sfidiam!
…
Ci ricordano il coro de: Il Trovatore: squilli echeggi la tromba
guerriera.
Probabilmente Gounod deve essere rimasto impressionato favorevolmente da
questa scena ed ha voluto riprodurla. Questo brano, in effetti, era
stato scritto per l’incompiuto Ivan il terribile, trasportato poi in
quest’opera.
Resta di fatto comunque che Gounod, riesce a far emergere la fisionomia
psicologica dei personaggi con grande efficacia.
La limpidezza di Margherita, ad esempio, è tratteggiata dalla ballata
del re di Thule, intercalando i versi con l’esclamazione di meraviglia
nel vedere i gioielli.
La scena finale dell’ascesa di Margherita al cielo, quindi la sua
redenzione, culmina con un suggestivo coro che produce un’emozione non
indifferente all’ascoltatore.
La regia di Francesco Esposito ha completamente vanificato quanto sopra
esposto, ambientando la vicenda in un manicomio, impoverendo
ulteriormente l’opera con gratuita volgarità come l’atto carnale tra
Margherita e Mefistofele con minzione finale.
Le parole del coro finale:
Cristo è resuscitato!
Cristo è rinato!
Pace e felicità
Ai discepoli del Maestro!
Cristo è rinato!
Cristo è risuscitato!
Non giustificano affatto il colpo di pistola che Margherita si dà,
seguito da quello che si dà Faust. Qualunque possa essere il significato
che il regista abbia voluto dare, la scena non produce alcun pathos allo
spettatore.
Fra pazzi, infermieri, soldati ubriachi, bandiere rosse, orge ed
ammucchiate hanno cantato gli artisti che pur non essendo eccezionali
hanno offerto una dignitosa prestazione.
L’orchestra è stata ben diretta da Jean–Paul Penin come pure il coro di
Tiziana Carlini.
I protagonisti Robert Nagy (Faust), Alexander Vinogradov (Mefistofele),Simone
Piazzola(Valentin), Alexia Volgaridou(Marguerite) e Frederika
Brillembourg (Siebel) in un altro contesto avrebbero potuto valorizzare
oltre le capacità vocali anche quelle interpretative.
Nel complesso uno spettacolo mediocre di cui dobbiamo ringraziare la
regia.
Alessandro Scardaci |