L’ELISIR D’AMORE
melodramma giocoso in due atti di Felice Romani

Musica di Gaetano Donizetti  

direttore
ROBERTO RIZZI BRIGNOLI

regia
GIOVANNI ANFUSO
 
maestro del coro
Tiziana Carlini
 
costumi
Silvia Polidori

luci
Bruno Ciulli

movimenti coreografici
Giusy Vittorino

scenografia originale di
Camillo Parravicini
ripresa da
Salvo Tropea

Personaggi e interpreti:

 

Adina SERENA GAMBERONI

Nemorino FRANCESCO MELI
Belcore MASSIMILIANO GAGLIARDO
Dulcamara SIMONE ALAIMO
Giannetta  ROCIO MARTINEZ SERRANO 

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DEL TEATRO MASSIMO BELLINI

 

 

 

La stagione lirica del teatro Massimo Bellini prosegue con l’elisir d’amore con cast ben amalgamato che ci ha offerto uno spettacolo di qualità.

Graziosa nella sua parte è stata Serena Gamberoni che ha saputo ben evidenziare un ruolo non certo facile nelle scritture virtuosistiche che la partitura dell’opera offre. Ha saputo ben evidenziare una parte ora gioiosa nella ragazzetta capricciosa ora triste nella donna che scopre di essersi davvero innamorata del semplicione Nemorino.

Francesco Meli, ha offerto una profonda commozione nella sublime interpretazione nelle parti più malinconiche, fino a culminare in una furtiva lacrima, con richiesta di bis da parte del pubblico. Massimiliano Gagliardo con una gradevole gestualità riesce a rendere amabile la figura del borioso Belcore.

Simone Alaimo ha saputo esprimere con maestria e flessibilità, la logica e filosofia del buffo dottore Dulcamara. Il suo personaggio è stato interpretato con un’accurata dosatura nei suoi atteggiamenti comici, da non stancare lo spettatore come spesso avviene.

Rocio Martinez Serrano ha saputo imporsi dando una nota di colore al personaggio di Giannetta, togliendo dall’anonimato un ruolo da comprimario.

La concertazione del maestro Roberto Rizzi Brignoli, è stata equilibrata ed ha dato ampio respiro al cantato soprattutto nei recitativi.

Raffinata ed elegante è stata la regia di Giovanni Anfuso con delle brillanti trovate nella mimica scenica dei personaggi. Simpatica è stata, ad esempio, l’entrata del drappello degli scalcinati soldati comandati da Belcore all’inizio del primo atto.

Una rappresentazione, quindi, all’insegna del buon gusto e nel rispetto delle attese dei veri amanti dell’opera che non vogliono solo sentire gorgheggi, ma provare delle emozioni. È quanto questo spettacolo ci ha saputo offrire.

 

La trama:

 

Atto primo . Dopo un breve preludio, nell’insolita forma di tema con variazioni, il sipario si apre su una fattoria in un villaggio dei Paesi Baschi, verso la fine del XVIII secolo: i mietitori si stanno riposando dal lavoro dei campi ("Bel conforto al mietitore"). Adina, fittavola ricca e capricciosa, siede in disparte leggendo la storia di Tristano e Isotta. Nemorino, un contadino povero e impacciato, la osserva e si strugge d’amore per lei ("Quanto è bella, quanto è cara"). Sollecitata dai contadini, Adina legge a voce alta la storia che narra di come Tristano fece innamorare Isotta tramite un magico elisir ("Della crudele Isotta"). Nemorino si riconosce subito nella situazione e decide di procurarsi un filtro. Improvvisamente si sente un rullo di tamburo e arriva Belcore, sergente di guarnigione nel villaggio, in cerca di soldati per il suo reggimento. Con fretta e sicumera cerca di sedurre Adina e le propone subito il matrimonio ("Come Paride vezzoso"). Nel duetto seguente Adina fa capire a Nemorino quanto l’amore fedele poco si addica al suo cuore ("Chiedi all’aura lusinghiera"). Annunciato dal suono di una tromba, arriva su un carro dorato il dottor Dulcamara, in effetti un ciarlatano con pretese di taumaturgo, che narra alla folla i propri poteri ("Udite, udite, o rustici"). Affascinato da tanta sapienza, Nemorino si fa avanti e chiede a Dulcamara se possieda «lo stupendo elisir che desta amore». Il ciarlatano intuisce quanto sia sprovveduto Nemorino e gli rifila una bottiglia di vino Bordeaux al prezzo di uno zecchino (tutto ciò che Nemorino possiede), aggiungendo che farà effetto solo dopo ventiquattro ore: giusto il tempo necessario a Dulcamara per allontanarsi dal villaggio. Nemorino, fiducioso di aver nelle mani il potente elisir, incomincia a berne grandi sorsi ("Caro elisir, sei mio"): diventa presto euforico e sicuro di sé, tanto da manifestare indifferenza nei confronti di Adina, la quale si irrita per il suo atteggiamento ("Esulti pur la barbara"). Il desiderio di ripicca è tale in Adina, che ella porta ad acconsentire alla proposta di matrimonio di Belcore; ma il sergente deve partire all’indomani, e propone quindi di anticipare le nozze alla giornata stessa. Nemorino, che sa di poter contare sull’effetto dell’elisir dopo ventiquattro ore, prega Adina di aspettare un giorno a sposare Belcore ("Adina credimi"). Ma Adina si avvia con Belcore, mentre Nemorino smania tra le risa della folla.

 

Atto secondo . Nella fattoria di Adina sono in corso i preparativi per le nozze della padrona di casa. Dulcamara e Adina improvvisano una scenetta cantando una barcarola a due voci ("Io son ricco e tu sei bella"). All’arrivo del notaio per la firma del contratto nuziale, Adina annuncia che lo firmerà solo a sera e alla presenza di Nemorino, per vendicarsi di lui. Frattanto Nemorino si dispera per il mancato effetto dell’elisir e per la mancanza di denaro, che gli servirebbe per comperare un’altra bottiglia del magico liquore. Belcore ha il rimedio da suggerirgli: farsi soldato guadagnando così venti scudi e, pensa Belcore, togliendosi dai piedi. Ma le ristrettezze di Nemorino sono in realtà finite, anche se lui ne è ignaro. Non sa infatti l’ultima nuova: Giannetta, una contadina, va in giro raccontando che uno zio di Nemorino è morto lasciandogli una ricca eredità ("Saria possibile"). Tutte le ragazze del paese circondano ora di attenzioni Nemorino, il quale pensa che l’elisir inizi a fare effetto; lo stesso Dulcamara resta perplesso. Adina, che non sa nulla dell’eredità, guarda con sospetto le attenzioni delle giovani verso Nemorino, svelando così i suoi veri sentimenti verso il ragazzo. Dulcamara le racconta di aver venduto l’elisir a Nemorino e Adina capisce di essere amata ("Quanto amore"). Nemorino, da parte sua, si accorge che mentre le ragazze lo corteggiavano una lagrima è spuntata sugli occhi di Adina ("Una furtiva lagrima"), e questo gli dà la certezza di essere corrisposto. Adina riacquista da Belcore il contratto di arruolamento e lo porta a Nemorino ("Prendi, per me sei libero") invitandolo a rimanere nel villaggio. E qui cade il punto debole dell’opera: Nemorino crede finalmente di aver capito che Adina lo ama, ma ella gli annuncia invece che intende lasciarlo. È troppo perché Nemorino non esploda: le rende il contratto e decide di aggiungersi alla guarnigione di Belcore: «poiché non sono amato, voglio morir soldato», dichiara eroicamente. Adina a questo punto capisce che è il momento di gettare la maschera. Gioia «inesprimibile» in entrambi gli amanti ("Il mio rigor dimentica") e scorno di Belcore, soprattutto quando tutti apprendono che Nemorino è diventato il più ricco del villaggio, e trionfo finale per Dulcamara: nessuno può più dubitare degli effetti del suo taumaturgico elisir ("Ei corregge ogni difetto").

 

(Il racconto della trama è tratto dal dizionario dell’opera Baldini-Castoldi)

 

Nel 1832, un impresario teatrale, tal Alessandro Lanari, era stato abbandonato all’ultimo momento da un compositore in precedenza scritturato. Si doveva dare un’opera nuova per la stagione lirica del Teatro alla Cannobiana e c’era poco tempo. L’impresario conosceva le capacità d’improvvisazione di Donizetti e così decise di rivolgersi a lui.

Non si sa se è verità o leggenda, ma si narra che il compositore bergamasco insieme al poeta Felice Romani, librettista di grande esperienza, in quindici giorni riuscirono produrre un’opera che ebbe per titolo  l’elisir d’amore.

Tratta da Le Philtre, che Eugene Scribe scrisse per la musica di Auber, autore di Fra Diavolo,

Romani non si limitò a una traduzione, ma approntò delle modifiche, cercando di fornire una caratterizzazione di maggior spicco nei personaggi.

Solo apparentemente i personaggi che compaiono sono quelli sfruttati nella commedia dell’arte.

Adina è una civettuola capricciosa, sa leggere, e questo la rende superiore alle altre villanelle del villaggio. Nemorino è l’ingenuo semplicione che fino in fondo crederà nei miracoli dell’elisir.

Il tracotante sergente Belcore, cerca di aprirsi una breccia nel cuore di Adina fingendosi ance lui persona istruita, ma in realtà  fa trasudare una evidente presunzione che lo rende ridicolo agli occhi sia di Adina che delle altre fanciulle. (Come Paride vezzoso). Infine c’è il buffo Dulcamara gran medico dottore enciclopedico, guaritor di tutti i mali.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti dell’opera buffa. Si sentono spesso gli echi rossiniani, come la fine della scena seconda del primo atto oppure nel duetto tra Dulcamara e Nemorino(obbligato, ah sì obbligato!), ma i toni cambiano quando il tema del filtro comincia ad assumere la sua importanza.

La fiducia di Nemorino nei prodigi del vino imbonitogli da Dulcamara, passato per il miracoloso elisir, fa adesso assumere alla musica degli accenti tristi che diventano addirittura drammatici al momento in cui Adina, per fargli dispetto, esorta Belcore di sposarla subito(Adina attendi).

La tristezza che stilla dall’ingenuità di Nemorino raggiunge il suo apice nella romanza: una furtiva lacrima.

Nemorino forse può peccare d’ingenuità, non ha studiato come Adina, ma è un cuore sensibile.

Adina nel rifiutare il suo amore gli dice che è una ragazza capricciosa e volubile e fa sfoggio della sua istruzione in una consumata metafora:

 

Chiedi all'aura lusinghiera

perché vola senza posa
or sul giglio, or sulla rosa,
or sul prato, or sul ruscel:
ti dirà che è in lei natura
l'esser mobile e infedel.

 

Ma il puro Nemorino dal profondo del suo animo replica:

 

Chiedi al rio perché gemente

dalla balza ov'ebbe vita
corre al mar, che a sé l'invita,
e nel mar se n' va a morir:
ti dirà che lo strascina
un poter che non sa dir.

 

Nemorino crede fino in fondo nel filtro. Ci crede a tal punto che alla fine Adina lo amerà facendo assumere al melodramma giocoso la dimensione di una favola.

 


 

Alessandro Scardaci

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