BEATRICE DI TENDA

di Vincenzo Bellini

Direttore
Antonio Pirolli

Regia
Hennimg Brockhaus


Maestro del coro
Tiziana Carlini

Costumista e assistente alle scene
Giancarlo Colis

Assistente alla regia e coreografa
Emma Scialfa

FILIPPO MARIA VISCONTI  Michele Kalmandi, Luca Grassi (4, 7, 10)
BEATRICE DI TENDA Dimitra Theodossiou, Rachele Stanisci (4, 7, 10)
AGNESE DEL MAINO Josè Maria Lo Monaco, Nidia Palacios (4, 7, 10)
OROMBELLO Alejandro Roy, Giorgio Casciarri (4, 7, 10)
ANICHINO  Michele  Mauro
RIZZARDO DEL MAINO  Alfio Marletta

Nuova produzione del Teatro Massimo Bellini


ORCHESTRA, CORO E TECNICI DEL TEATRO MASSIMO BELLINI


 

Assente dal 1997 ritorna a Catania con un cast di cantanti di rispetto, mortificato però da una regia sconsiderata.

Emerge una decisa Beatrice impersonata dalla cantante Dimitra Theodossiou, in un ruolo non certo facile. Riesce molto bene nei cantabili e non mostra alcuno sforzo nei sovracuti. Altrettanto all’altezza del suo ruolo è stata Josè Maria Lo Monaco che abbastanza bene impersonava una Agnese ferita nel suo orgoglio.

Il protervo e vile usurpatore Filippo Maria Visconti è stato ben interpretato da Michele Kalmandi.

Seppure con qualche defaillance ha cantato bene Alejandro Roy nel ruolo di Orombello.

Antonio Pirolli, la cui perizia è ben nota, ha saputo stabilire il giusto equilibrio fra il cantanti, coro e orchestra, riuscendo ad evitare fastidiose coperture reciproche, che spesso avvengono. L’orchestra è stata chiara in tutte le sfumature aggiungendo valore alle voci dei cantanti e al coro, sempre ben diretto da Tiziana Carlini.

Un ottimo lavoro da parte dei musicisti tutti, rovinato dalla regia di Henning Brockhaus. Il regista si è arrogato il diritto di voler comprendere attraverso un millantato linguaggio onirico le intenzioni del musicista Catanese elucubrando sui personaggi ora vestiti in abito scuro, ora da agenti della Gestapo fino a culminare alla fine, con Beatrice vestita in abito da sposa che va al patibolo. Questo massacro in fondo non è stato neanche originale, considerando che gli impermeabili neri, e gli abiti scuri sono ormai solo degli stereotipi comprati a buon mercato dalla ormai usurata fantasia di certi intellettuali che cercando di stupire riescono solo ad ottenere il disprezzo del pubblico. Se la serata è riuscita e il pubblico ha applaudito, precisiamo, è stato solo per le prestazioni degli artisti, non certo per la regia.

Sarebbe riduttivo classificare la Beatrice solo come un dramma storico. In quest’opera, quella che emerge è la nobile figura di una donna in mezzo ad una serie di cialtroni e manigoldi.

È meschina la figura di Filippo Maria Visconti. Cerca un pretesto per liberarsi della moglie Beatrice di venti anni più grande di lui, per impossessarsi dei feudi che il marito Facino Cane le ha lasciato in eredità.

Misera è la figura di Agnese, che denuncia Beatrice al marito di lei, di un’inesistente tradimento, solo per gelosia, dando così a Filippo il motivo che cercava per poterla mandare a morte.

Non certo eroica è la figura di Orombello, che sotto tortura confessa l’inventata relazione amorosa con Beatrice. Si riscatta solo dopo nel ritrattare la confessione.

È Orombello che ama Beatrice, ma questa nonostante tutto, ancora nutre dei sentimenti per il marito.

L’unico personaggio con dignità regale è Beatrice. Neanche sotto tortura macchia il suo onore e nega l’adulterio con Orombello. Ma il gran valore del suo animo viene espresso al momento di salire al patibolo. La nobiltà d’animo di Beatrice culmina nel finale dell’opera. Perdona tutti coloro che in qualche modo hanno contribuito alla sua morte.

Rivolta ad Agnese che implora il suo perdono esclama:


 

Con quel perdono,o misera,

ricevi il mio perdono.

Salga con queste lagrime

A un Dio di pace e amor.


 

Potrebbe sembrare che il malvagio trionfa, in quanto Filippo alla fine, pur senza l’amore di Agnese, di cui forse tanto innamorato non era, consegue il suo scopo. Moralmente però è uno sconfitto e Beatrice ne è consapevole e il suo ultimo pensiero è proprio per lui.


 

Addio.

Ah! Se un’urna è a me concessa,

senza un fior non lasciate,

e sovr’essa il ciel pregate

per Filippo e non per me.

(s’avvicina ad Agnese)

Rammentate a quest’oppressa

Che morendo io l’abbracciai…

Che all’Eterno il core alzai

A implorar per lei mercè.

© copyright Akkuaria 2010
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