L'ARIANNA

"Lasciatemi morire"

Tragedia di O. Rinuccini, musica di C. Monteverdi. Mantova, 1608.

dalle più belle Arie dell'Opera Lirica

 

 

Abbandonata da Teseo, Arianna dispera. Ma viene poi consolata da Bacco.

Arianna (s.). Sopra uno scoglio presso l’isola di Nasso.

 

Lasciatemi morire,

lasciatemi morire;

e che volete voi che mi conforte

in così dura sorte,

in così gran martire?

Lasciatemi morire.

(...)

O Teseo, o Teseo mio,

sì che mio ti vo’ dir, che mio pur sei.

Benché t’involi, ahi crudo! a gli occhi miei.

Volgiti, Teseo mio,

volgiti, Teseo, oh Dio!

Volgiti indietro a rimirar colei

che lasciato ha per te la patria e il regno,

e in queste arene ancora,

cibo di fere dispietate e crude,

lascerà l’ossa ignude.

O Teseo, o Teseo mio,

se tu sapessi, oh Dio!

Se tu sapessi, oimè! come s’affanna

la povera Arianna,

forse, forse pentito

rivolgeresti ancor la prora al lito.

Ma, con l’aure serene

tu te ne vai felice et io qui piango;

a te prepara Atene

liete pompe superbe, et io rimango

cibo di fere in solitarie arene;

te l’uno e l’altro tuo vecchio parente

stringerà lieto, et io

più non vedrovvi, o madre, o padre mio.

Dove, dove è la fede,

che tanto mi giuravi?

Così ne l’alta sede

tu mi ripon de gli avi?

Son queste le corone,

onde m’adorni il crine?

Questi gli scettri sono,

queste le gemme e gli ori:

lasciarmi in abbandono

a fêra che mi strazi e mi divori?

Ah Teseo, ah Teseo mio,

lascerai tu morire,

in van piangendo, in van gridando aita,

la misera Arianna

che a te fidossi e ti dié gloria e vita?

Ahi, che non pur risponde!

O nembi, o turbi, o venti,

sommergetelo voi dentr’a quell’onde!

Correte, orche e balene,

e de le membra immonde

empiete le voragini profonde.

Che parlo, alti! che vaneggio?

Misera, ohimè! che chieggio?

O Teseo, o Teseo mio,

non son, non son quell’io,

non son quell’io che i fêri detti sciolse:

parlò l’affanno mio, parlò il dolore;

parlò la lingua sì, ma non già ‘1 core.

Misera! ancor do loco

a la tradita speme, e non si spegne

fra tanto scherno ancor d’amore il foco?

Spegni tu, Morte, ornai le fiamme indegne;

O madre, o padre, o de l’antico regno

superbi alberghi, ov’ebbi d’or la cuna,

o servi, o fidi amici (ahi fato indegno!)

mirate, ove m’ha scorto empia fortuna!

Mirate di che duol m’han fatto erede

l’amor mio, la mia fede, e l’altrui inganno.

Così va chi tropp’ama e troppo crede.

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   L’unica pagina musicale conservata dell’opera è questo impressionante lamento in stile di "recitar cantando" che l’autore trascrisse prima come madrigale a 5 voci e poi, su nuovo testo latino, come Lamento della Madonna a voce sola.

   Sillabico, affollato di appassionati e strazianti vocativi, imperativi, interrogativi, venato anche di fiera ironia, irto di cromatismi e dissonanze, ardito e scosceso negli intervalli, molto libero ma cadenzato da insistenti ripetizioni poetiche e musicali, apprezzatissimo all’epoca sua, spetta all’eroina greca figlia di Minosse fuggita con Teseo e da lui abbandonata (il lieto fine sarà assicurato dall’intervento di Bacco).

Il personaggio della donna abbandonata popola il melodramma sei-settecentesco, dalla Didone abbandonata di Metastasio all’Armida di Gluck, Haydn, Rossini, Dvoràk: quello di Arianna ebbe le cure musicali anche di Pasquini, Marcello, Haendel, Massenet, Strauss. Prima interprete dell’Arianna di Monteverdi fu Virginia Ramponi detta Florinda, celebre attrice esperta anche di canto.

© copyright Akkuaria 2003
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