ARENA DI VERONA 2009
Giuseppe Verdi Aida
di Alessandro Scardaci

Il Re Orlin Anastassov
Amneris Anna Smirnova
Aida Kristin Lewwis
Radames Walter Fraccaro
Ramfis Marco Spotti
Amonasro AmbrogioMaestri
Un messaggero Enzo Peroni
Sacerdotessa Antonella Trevisan
Prima ballerina ospite Myrna Kamara
Prima ballerina Amaya Ugarteche
Direttore Daniel Oren
Regia Gianfranco De Bosio
Coreografia Susanna Egri
Rievocazione dell’Aida del 1913
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Maestro del Coro Marco Faelli
Direttore del Corpo di ballo Maria Grazia Garofoli
Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
L’allestimento dell’Arena è lo stesso dello scorso anno, ossia quello
del 1913 con la regia di Gianfranco de Bosio. A tal proposito non
possiamo che ribadire si tratta di una regia molto elegante e raffinata,
che rispetta il carattere dei personaggi.
Un’Aida con lo spessore di una vera principessa che dopo la marcia
trionfale ed il “Non mi tradir” di Amonasro si reca tra i
prigionieri suoi “fratelli” a dar loro conforto, è interpretata
dal soprano Kristina Lewis. Bel timbro di voce che sa modulare nei versi
più struggenti come “Numi Pietà” o ”Non maledirmi”.
Anna Smirnova, sa ben destreggiare nel suo ruolo contrastato tra ira e
amore. Ora fiera e vendicativa, (“chi ti salva sciagurato”) e l’affanno
per la sorte di Radames (“ohimè morir mi sento”).
Walter Fraccaro, ci regala una coinvolgente interpretazione di fiero
guerriero nel ruolo di Radames, ma anche di un innamorato.
Ambrogio Fraccaro interpreta un imponente e fiero Amonasro che ci ha
saputo offrire momenti di vera tensione nel duetto con Aida.
Il ruolo del Re è interpretato da Orlin Anastassov mentre lo ieratico
Ramfis è ben reso da Marco Spotti.
Le ballerine Mirna Kamara e Amaya Ugarteche hanno offerto una ottima
interpretazione delle splendide coreografie di Susanna Egri.
Splendido il coro diretto Marco faelli.
Le voci erano ben armonizzate ed in perfetta sincronia con l’orchestra
grazie alla direzione di Daniel Oren.
In definitiva una bella serata, che ha reso onore ad uno dei più grandi
geni del melodramma che il mondo ci ha invidiato o ci invidia.
Verdi, dopo il successo in verità non tanto caldo, del Don Carlos
all’opéra di Parigi, era alla ricerca di un soggetto che offrisse dei
nuovi filoni d’ispirazione. Nel Luglio 1870 Camille Du Locle,
librettista del Don Carlos insieme a Joseèh Méry, inviò al maestro un
soggetto egiziano tratto da una novella che l’archeologo Auguste
Mariette diceva di aver ricavato da un’antica leggenda.
Aida andò in scena per la prima volta al Cairo il 24 dicembre del 1871,
mentre il canale di Suez era stato aperto nel 1869. Non corrisponde,
quindi a verità che Verdi abbia composto Aida in occasione
dell’inaugurazione del canale di Suez.
In realtà il primo Kedivé d’Egitto Ismail Pascià dopo aver costruito il
teatro dell’opera, lo inaugurò con Rigoletto, due settimane prima
dell’apertura del canale di Suez.
Ismail Pascià voleva un’opera su soggetto egiziano e pensò a Verdi e in
caso di rifiuto a Gounod o Wagner.
Verdi accettò di buon grado e dopo aver spogliato il soggetto di tutte
le sue parti non “teatrabili” si mise subito al lavoro. Egli stesso si
occupò di redigere il libretto nelle parti riguardanti l’azione,
Ghislanzoni si occupò solo dei versi.
Poiché i musicisti durante la marcia trionfale dovevano camminare e
suonare, Verdi, da buon uomo di teatro, sfruttando la sua esperienza di
Busseto come compositore di musiche per banda, ideò delle particolari
trombe, che ancor oggi si chiamano trombe dell’Aida, consistenti in
lunghe trombe dritte che producevano la scala fondamentale
sol-do-re-mi-fa-sol.
Verdi non si recò al Cairo per mettere in scena l’opera, adducendo come
scusa la paura del mare, in verità egli era poco interessato
all’esecuzione del Cairo, invece lavorò con impegno per l’esecuzione
alla Scala alla quale era più interessato, ponendo fra l’altro delle
precise condizioni per l’esecuzione.
Per l’occorrenza aveva composto una sinfonia, che poi egli stesso scartò
perché troppo brutta ed
al suo posto aveva concepito quell’elegante preludio che gli valse
l’accusa di Wagnerismo.
Aveva comunque apportato notevoli cambiamenti sia al libretto sia alla
musica. L’opera andò in scena alla Scala l’8 febbraio 1875.
Il Wagnerismo attribuito a Verdi in effetti non fu solo per i violini
tremolanti, ma anche per aver attribuito un motivo ad ogni personaggio
come usava Wagner. Ma ricordiamo che Verdi fa uso di queste forme anche
ne “la forza del destino”.
In realtà Verdi sentiva l’esigenza di un teatro nuovo, che escludesse
schemi ormai desueti che in fondo ancora piacevano a certi impresari
dell’epoca ancorati ancora al Grand Opérà.
Certo non sono mancati passi falsi come la cabaletta “Si fuggiam da
queste mura”, ma si tratta solo di un peccato veniale che si perdona
in una struttura così multicromatica di colori come può essere Aida.

TRAMA
Atto
primo . Scena prima. Grande sala del palazzo del re a
Menfi. Ai lati, statue monumentali e arbusti in fiore; sullo sfondo,
palazzi, templi e piramidi. Ramfis, capo dei sacerdoti, condivide con
Radamès, valoroso capitano dell’esercito faraonico, i timori di una
nuova invasione degli Etiopi. Già Iside ha nominato il condottiero delle
truppe reali, e presto il re ne rivelerà il nome. Radamès sogna di
essere il prescelto, per ritornare dall’impresa cinto di allori e per
ridare trono e patria alla donna che, riamato, ama: Aida, figlia del re
d’Etiopia, caduta in mani egiziane ("Se quel guerrier io fossi!...
Celeste Aida"). Ma di Radamès è invaghita anche la figlia del re
d’Egitto, Amneris, che sospetta nella schiava una umiliante rivale e
cerca di scoprire, attraverso abili sondaggi, la temuta verità: ad Aida
rivolge subdole parole di affetto ("Vieni, o diletta"), a Radamès
sguardi insieme innamorati e indagatori. Un messaggero porta intanto la
notizia che orde etiopi, guidate dal loro monarca Amonasro, hanno
varcato i confini e marciano su Tebe. È la guerra. Al cospetto delle
guardie, dei capitani, dei ministri e dei sacerdoti, il re annuncia il
nome dell’eroe designato: Radamès. Esultano i presenti, ma non Aida che,
combattuta tra l’amore per il padre e la passione insana per il più
temibile dei nemici, chiede aiuto ai numi ("Ritorna vincitor... Numi,
pietà del mio soffrir"), osservata a distanza dall’accorta Amneris.
Scena seconda . Interno del tempio di Vulcano. Fra danze mistiche e
invocazioni agli dèi ("Possente Fthà"), in una fuga di colonne che si
perde nelle tenebre, Radamès, il capo velato d’argento, riceve da Ramfis
la spada che lo consacra capo dell’esercito egiziano.
Atto
secondo . Scena prima . Una stanza dell’appartamento
di Amneris. Assistita dalle ancelle, mentre piccoli schiavi mori danzano
per lei, la principessa si prepara a festeggiare la vittoria degli
Egiziani. E quando entra Aida, non resiste alla tentazione di un duello
con la rivale. Mostra rispetto per il suo dolore ("Fu la sorte
dell’armi"); poi, con l’astuta finzione della morte di Radamès sul campo
di battaglia, la induce a mettere a nudo il suo cuore e glielo trafigge.
Immediate minacce seguono l’ingenua confessione di Aida, e la schiava è
costretta a implorare perdono. Scena seconda . Le trombe della
vittoria richiamano la popolazione alla cerimonia del trionfo. La folla
si accalca alle porte di Tebe. Il re, con il suo seguito di ministri,
sacerdoti, capitani, flabelliferi e portainsegne, siede sul trono con la
figlia Amneris ("Gloria all’Egitto"). Sfilano i carri di guerra, i vasi
sacri, le statue degli dèi; un gruppo di danzatrici porta i tesori dei
vinti. Tra le ovazioni del popolo, fa il suo ingresso Radamès. Amneris
lo incorona con il serto dei vincitori, il re promette solennemente di
soddisfare ogni suo desiderio. Con la generosità degli eroi il
condottiero chiede che siano radunati i prigionieri e domanda per loro
vita e libertà, non sapendo che tra di essi si nasconde Amonasro.
Unendosi in coro alle parole di Radamès, tutti implorano clemenza. Anche
l’implacabile Ramfis ("Son nemici e prodi sono") è costretto a mutare
giudizio; a garanzia della pace convince però il sovrano a trattenere in
ostaggio Aida e un guerriero, in realtà Amonasro, che giura di avere
sepolto il re degli Etiopi. Si compie, anche se solo in parte, la
volontà di Radamès, e i prigionieri vengono liberati. Ma un altro
premio, indesiderato quanto irrinunciabile, attende l’eroe egiziano: la
mano di Amneris, che gioisce della vittoria amorosa, mentre Aida piange
il proprio destino e Amonasro giura vendetta.
Atto
terzo . Le acque quiete del Nilo, rocce di granito tra palmizi
frondosi, il tempio di Iside che si staglia contro il cielo stellato.
Una barca approda silenziosa sulle rive sacre. Guidata dal gran
sacerdote, Amneris leva preghiere alla dea perché protegga le sue nozze
imminenti. Ma quella notte, sulle stesse sponde, Aida attende Radamès,
rimpiangendo la patria perduta ("O patria mia... O cieli azzurri").
Amonasro però precede il nemico e, prima con sollecitazioni, poi con
minacce, convince la figlia a tradire l’amante per salvare il suo popolo
("A te grave cagion m’adduce... Rivedrai le foreste imbalsamate"). Una
nuova guerra si profila all’orizzonte, gli Etiopi sono pronti ad
attaccare gli Egiziani, con ogni mezzo, anche con l’inganno. Per questo
Aida dovrà farsi rivelare dall’ignaro Radamès i piani di battaglia
dell’esercito faraonico. Oppressa dall’angoscia, la schiava incontra
l’innamorato simulando serenità, sogna con lui una fuga d’amore ("Pur ti
riveggo mia dolce Aida... Là, tra foreste vergini") e ottiene le
informazioni richieste dal padre. Non pago, Amonasro esce dal
nascondiglio dove ha ascoltato ogni parola, si presenta a Radamès come
il re degli Etiopi e cerca di conquistare il disperato condottiero alla
causa etiope. Ma Amneris, spia infaticabile, denuncia il complotto ai
sacerdoti e alle guardie. Grazie all’aiuto di Radamès, Amonasro e Aida
riescono a fuggire, mentre il giovane si consegna a Ramfis, rassegnato a
pagare la propria colpa.
Atto quarto . Scena prima . Una sala maestosa
nel palazzo del re d’Egitto, sulla sinistra la porta che conduce ai
sotterranei delle sentenze. Combattuta tra il risentimento e l’amore
("L’aborrita rivale a me sfuggia"), Amneris ordina che le sia condotto
il prigioniero. Vuole salvare, con la vita dell’uomo che ama, la sua
stessa felicità, il matrimonio a lungo sospirato. Ma Radamès è ormai
deciso a non opporsi al destino, né intende più nascondere i sentimenti
che lo legano ad Aida ("Già i sacerdoti adunansi"). Al centro dei suoi
pensieri ora non c’è che lei, la schiava liberata, sopravvissuta alla
battaglia dove è morto suo padre e prossima a ricongiungersi con il suo
popolo. I sacerdoti, «bianche larve», sono già pronti a giustiziare il
traditore; Amneris maledice se stessa e la gelosia che non ha saputo
reprimere ("Ohimè! morir mi sento"): si dispera, urla, implora pietà per
l’innocente Radamès. Ma il condottiero non si discolpa e la sentenza
capitale viene pronunciata. Scena seconda . Al piano superiore,
il tempio splendente d’oro e di luce di Vulcano; sotto, la cripta in cui
Radamès sta per essere murato. I sacerdoti chiudono il sotterraneo,
Radamès pronuncia per l’ultima volta il nome di Aida ("La fatal pietra
sovra me si chiuse") e, come in sogno, la donna gli appare. Non è una
visione, Aida è venuta a morire con lui ("Morir! sì pura e bella"). Gli
innamorati si abbracciano e si congedano, uniti e senza rimpianti, dal
mondo crudele che li ha condannati ("O terra, addio"). Sopra di loro
Amneris, vestita a lutto, prega sulla tomba dell’amato, invocando la
pace.
(Il racconto della trama è
tratto dal dizionario dell’opera Baldini-Castoldi)
Foto: Archivio Fondazione Arena di Verona.
Foto ENNEVI
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