LA BOHÈME

di Giacomo Puccini

Direttore: CARLO RIZZARI

Regia: ROBERTO LAGANÀ MANOLI

Scene: Pier Luigi Samaritani a cura di Roberto Laganà Manoli
Luci: Salvatore Noè

Maestro del coro: Tiziana Carlini

Maestro del coro di voci bianche: Elisa Poidomani

MIMI':  Donata D'Annunzio Lombardi, Grazia Lee (20, 22, 29), Sabina Hyunjee Kim (26)
RODOLFO:  Marcello Giordani, Khachatur Badalyan (22, 27, 29), Gustavo Casanova (20, 26)
MUSETTA: Sabrina Vianello, Manuela Cucuccio (20, 22, 26, 29)
MARCELLO: Vincenzo Taormina, Giovanni Guagliardo (20, 22, 26, 29)
COLLINE: Alessandro Busi
SCHAUNARD:  Fabio Previati, Andrea Porta (20, 22, 26, 29)
BENOIT: Angelo Nardinocchi
ALCINDORO: Angelo Nardinocchi

PARPIGNOL:  Michele Mauro
SERGENTE:  Tino Rametta
DOGANIERE:  Daniele Bartolini
 

Allestimento del Teatro Massimo Bellini
ORCHESTRA, CORO E TECNICI DEL TEATRO MASSIMO BELLINI

Coro di voci bianche Gaudeamus Igitur Concentus 

 


 

Al Massimo di Catania ritorna La Bohème, dopo un’assenza, in verità, non tanto lunga. Il Bellini ci ha offerto un pomeriggio di magia, nonostante i prolungati intervalli a causa di rimostranze sindacali, sulle quali nessuno si permette di entrare nel merito.

Anche La Bohème è un’opera che spesso viene maltrattata con delle incaute scenografie che ne sminuiscono la drammaticità privando chi ascolta di qualunque sensazione.

Laganà Manoli nel riprendere un già provato allestimento di Pierluigi Samaritani per il Bellini alla fine degli anni ’80, tratta l’opera con mera delicatezza, nel rispetto della struttura del libretto e anche della musica.

Non veste i personaggi da barboni, né si inventa gags per affondare il coltello sulla piaga della povertà di questi Bohemien, che parla da sola. La zimarra di Colline non presenta rattoppi come pure gli abiti degli altri personaggi. Una regia che rispetta i personaggi, dunque, ma anche l’ambiente e il momento storico in cui il dramma si svolge.

Una deliziosa Donata D’annunzio nel ruolo di Mimì riesce a strappare la lacrima ai presenti fin dal primo atto. Una bella voce ricca di colori che sa distribuire nei momenti più salienti del melodramma. Auspichiamo di vederla ancora tra le scene del nostro teatro.

Marcello Giordani, ormai di casa nel nostro teatro, ci regala un Rodolfo limpido e schietto. Decisamente un’interpretazione di alto livello.

Sabrina Vianello, riesce a caratterizzare con maestria il personaggio di Musetta. Ora scherzosa, ora dispettosa, ora generosa. Più ruoli in un unico personaggio, che l’artista riesce a dosare con saggezza.

Vincenzo Taormina nei panni del “Buon Marcello” offre con una voce colorita e una bella presenza scenica, un’interpretazione davvero di alta qualità. Alessandro Busi riesce a dare una giusta coloritura al personaggio astratto di Colline. Fabio Previati riesce a interpretare bene il ruolo di Schaunard.

Buona la direzione dell’orchestra seppur esagerata nel sottolineare talvolta il delicato canto di Mimì.

Ottima la direzione del coro e ottimo il gioco di luci. Gradevoli anche le voci bianche dirette da Elisa Poidomani.

Una serata magica che si spera possa esserci ancora donata dopo le ultime deludenti rappresentazioni.

 

foti di Giacomo Orlando

 

GIACOMO PUCCINI A CATANIA

 

Siamo nella primavera del 1894. Puccini si trova a Catania in visita da Giovanni Verga per prendere accordi su una eventuale messa in scena di un suo racconto: La Lupa. È Giulio Ricordi che ha persuaso il musicista ad intraprendere un tale lavoro. Ricordi in realtà voleva cavalcare la tigre del successo di Cavalleria Rusticana, anch’essa tratta da un racconto verghiano di carattere verista.

La lupa: una cupa vicenda basata sulle eccessive voglie di una donna che alla fine porteranno alla rovina se stessa e la figlia. Puccini si trattiene qualche giorno a Catania. Vuole studiare i luoghi, ascoltare canti popolari e vivere l’atmosfera paesana.

Puccini però non è del tutto convinto. In quella vicenda mancavano i personaggi che avrebbero colpito al cuore l’ascoltatore. Mancavano i personaggi simpatici come Marcello e Musetta di Bohème, a cui stava già lavorando prima di recarsi a Catania.

Il decisivo cambio di direzione è determinato dall’incontro con la contessa Blandine Gravina, primogenita di Cosima Wagner. La dona cerca di dissuaderlo di compiere quell’impresa perché era a conoscenza di un segreto, e sentiva che quell’opera gli avrebbe portato sfortuna. Di certo non sono state le previsioni catastrofiche né le previsioni della Contessa a far desistere Puccini. La verità era ben altra.

 

Dopo il successo di Cavalleria, altri autori della Giovine scuola si sono cimentati in opere consistenti di atti unici ed ambientate quasi sempre nel mezzogiorno d’Italia. Nasce quindi nel 1890 Mala Vita di Giordano, nel 1892 Tilda di Cilea e tante altre, ma Puccini era abbastanza intelligente da capire che quel genere non aveva futuro.

Tornato in patria, si rimise a lavorare a Boheme.

Qualcuno spesso conclude frettolosamente che il cambio è stato vantaggioso, ma questo in fondo non lo sapremo mai. Puccini era un artista dalle mille risorse...

Sulla musica di quest’opera sono stati scritti fiumi di parole e noi non possiamo aggiungere nulla di nuovo. Soffermiamoci, invece sull’eleganza dei versi di Giacosa ed illica.

Chi veramente si occupava dei versi era Giacosa, che si occupava anche di raffinare le situazioni di forte intensità lirica, mentre Illica si occupava dell’azione scenica. Da questa fusione sono nati i maggiori capolavori del maestro lucchese.

Analizziamo, quindi, i principali punti dell’opera.

 

In soffitta fa freddo. Un freddo che penetra nelle ossa. Marcello pittore e Rodolfo poeta non hanno di che scaldarsi.

foti di Giacomo Orlando

RODOLFO
volgendosi un poco

 

Nei cieli bigi
guardo fumar dai mille
comignoli Parigi
additando il camino senza fuoco
e penso a quel poltrone
di un vecchio caminetto ingannatore
che vive in ozio come un gran signore.

 

MARCELLO
Le sue rendite oneste
da un pezzo non riceve.

 

RODOLFO
Quelle sciocche foreste
che fan sotto la neve?

 

Non riescono a distrarsi in alcun modo. Il cuore di Musetta è una ghiacciaia e Rodolfo incalza:


RODOLFO
L'amore è un caminetto che sciupa troppo...

 

MARCELLO
... e in fretta!

 

RODOLFO
... dove l'uomo è fascina...

 

MARCELLO
 ... e la donna è l'alare...

 

RODOLFO
... l'una brucia in un soffio...

 

MARCELLO
... e l'altro sta a guardare.


 

Ma la provvidenza fa la sua parte. Arriva Schaunard accompagnato da due garzoni, che recano provviste e soprattutto legna. È riuscito a guadagnare qualche soldo e cerca di raccontare agli amici come vi è riuscito, ma questi non gli danno retta. Sono troppo intenti ad accendere il camino:

 

MARCELLO
ponendo la legna nel camino
Riscaldiamo
il camino!

 

COLLINE
Tanto freddo ha sofferto.

 

Sono affamati e cercano di apparecchiare la tavola. Non con tovaglia, ma con il Costituzional

Bevono, ridono e scherzano. Riescono a cacciare con uno stratagemma Benoit, il padrone di casa, arrivato per reclamare la sua pigione.

Decidono di festeggiare da Momus,un ristorante del Quartier Latino, la vigilia di Natale. Ma Rodolfo ha ancora da lavorare. Deve terminare l'articolo di fondo del “Castoro”.

Bussa la vicina di casa: è Mimì. Le si è spento il lume. Sviene e Rodolfo non sa come fare.

Le spruzza alcune gocce d’acqua sul viso. Mimì rinviene, ma vuole andare a casa e prega Rodolfo di fare in fretta, ma Mimì nel cadere a terra svenuta ha perso la propria chiave di casa e stando davanti la porta per lo spiffero dell’aria le si spegne il lume.

Una raffinata delicatezza nelle avances di Rodolfo. Spegne anche il proprio lume e i due restano al buio, ma fuori vi è una bella luna piena.

Ma un poeta come può corteggiare una fanciulla, se non nel modo in cui recita il libretto:
 

tenendo la mano di Mimì, con voce piena di emozione!
Che gelida manina!
Se la lasci riscaldar.


 

In questi due versi vi è tutta l’eleganza e la galanteria di un poeta giovane e squattrinato. Si noti che ancora il protagonista è il freddo. Rodolfo cerca di trattenere Mimì, raccontandosi.


 

Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d'amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l'anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V'entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m'accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!
Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?

Vi piaccia dir.

 

In quest’incontro l’orchestra fin dall’arrivo di Mimì, seppur con dei colori molto chiari, agisce timidamente.

Mimì accetta anch’essa di raccontarsi:

 

Mi chiamano Mimì,
ma il mio nome è Lucia.
La storia mia
è breve. A tela o a seta
ricamo in casa e fuori...
Son tranquilla e lieta
ed è mio svago
far gigli e rose.
Mi piaccion quelle cose
che han sì dolce malìa,
che parlano d'amor, di primavere,
di sogni e di chimere,
quelle cose che han nome poesia...
Lei m'intende?

 

RODOLFO
commosso
Sì.

 

MIMÌ
Mi chiamano Mimì,
il perché non so.
Sola, mi fo
il pranzo da me stessa.
Non vado sempre a messa,
ma prego assai il Signore.
Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo;
ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell'aprile è mio!
Germoglia in un vaso una rosa...
Foglia a foglia la spio!
Cosi gentile
il profumo d'un fiore!
Ma i fior ch'io faccio, ahimè! non hanno odore.
Altro di me non le saprei narrare.
Sono la sua vicina
che la vien fuori d'ora a importunare.

 

Mimì e Rodolfo hanno viaggiato al di là del tempo e dello spazio: hanno viaggiato nel mondo della poesia. Ma gli amici li richiamano alla realtà. Lo sollecitano a far presto, ma il miracolo d’amore si è compiuto.

 

RODOLFO
O soave fanciulla, o dolce viso
di mite circonfuso alba lunar
in te, vivo ravviso
il sogno ch'io vorrei sempre sognar!
cingendo con le braccia Mimì
Fremon già nell'anima
le dolcezze estreme,
nel bacio freme amor!

La bacia

MIMÌ
assai commossa
Ah! tu sol comandi, amor!...
quasi abbandonandosi
(Oh! come dolci scendono
le sue lusinghe al core...
tu sol comandi, amore!...)

 

Siamo al secondo quadro.


 

Presenta Mimì agli amici, con i seguenti versi:


Eccoci qui
Questa è Mimì,
gaia fioraia.
Il suo venir completa
la bella compagnia,
perché son io il poeta,
essa la poesia.
Dal mio cervel sbocciano i canti,
dalle sue dita sbocciano i fior;
dall'anime esultanti
sboccia l'amor.


Tuttavia gli amici ridono.

 

Rodolfo è geloso, ma nelle scene non c’è spazio per scenate di gelosia. Questa viene raccontata da Mimì a Marcello nel terzo quadro.


 

Rodolfo m’ama. Rodolfo m’ama
mi fugge e si strugge per gelosia.
Un passo, un detto,
un vezzo, un fior lo mettono in sospetto…
Onde corrucci ed ire.
Talor la notte fingo di dormire
e in me lo sento fiso
spiarmi i sogni in viso.
Mi grida ad ogni istante:
Non fai per me, prenditi un altro amante.
Ahimè! In lui parla il rovello;
lo so, ma che rispondergli, Marcello?


 

Ma la realtà è ben altra. La spiega Rodolfo sempre all’amico Marcello. Gli effetti della miseria cominciano ad evidenziarsi e Puccini li sottolinea. Il freddo adesso non lo si esorcizza più col caminetto che vive in ozio o con la ghiacciaia che è il cuore di Musetta.


 

Mimì è tanto malata!
Ogni dì più declina.
La povera piccina
è condannata!


 

MARCELLO
sorpreso
Mimì?

MIMÌ
fra sé
Che vuol dire?


 

RODOLFO
Una terribil tosse
l'esil petto le scuote
e già le smunte gote
di sangue ha rosse...


 

La miseria adesso comincia a chiedere il tributo, che è come vedremo alla fine, alquanto alto.


 

La mia stanza è una tana
squallida...
il fuoco ho spento.
V'entra e l'aggira il vento
di tramontana.
Essa canta e sorride
e il rimorso m'assale.
Me, cagion del fatale
mal che l'uccide!
Mimì di serra è fiore.
Povertà l'ha sfiorita;
per richiamarla in vita
non basta amore!


 

Rodolfo non sa come aiutare Mimì se non cederla ad un amante più facoltoso: Il Viscontino.

Rodolfo non è innamorato di Mimì. L’ama. Il confine fra le due cose è sottilissimo.

Lasciarsi dunque, ma non subito. Passeranno ancora l’inverno insieme.


 

MIMÌ
avviandosi con Rodolfo
Sempre tua per la vita...

 

RODOLFO
Ci lasceremo...

 

MIMÌ
Ci lasceremo alla stagion dei fior...

 

RODOLFO
... alla stagion dei fior...

 

MIMÌ
Vorrei che eterno
durasse il verno!

 

MIMÌ e RODOLFO
dall'interno, allontanandosi
Ci lascerem alla stagion dei fior!
 

L’ultimo quadro si svolge nuovamente nella soffitta. C’è sempre freddo, e il camino è spento, ma non si sente più quell’atmosfera scoppiettante del primo quadro. Marcello ha litigato per l’ennesima volta con Musetta e Mimì è diventata l’amante del Viscontino.
 

MARCELLO
Smette il lavoro
Era in carrozza
vestita come una regina.

 

RODOLFO
allegramente
Evviva!
Ne son contento.

 

MARCELLO
fra sé
(Bugiardo, si strugge d'amor.)


 

Ogni tanto si sente qualche tema del primo quadro, ma sono solo dei frammenti. Informano l’ascoltatore che quel tempo è ormai lontano e qualcosa sta per accadere.

Gli amici ingannano il freddo e la fame, ridendo e scherzando, ma aleggia una certa tensione che si sublima al momento in cui entra Musetta:

MUSETTA
ansimante
C'è Mimì...
Con viva ansietà attorniano Musetta
C'è Mimì che mi segue e che sta male.

 

RODOLFO
Ov'è?

 

MUSETTA
Nel far le scale
più non si resse.

 

Mimì sa che il suo momento è giunto. Vuol morire tra le braccia di Rodolfo.

Adesso sono gli stenti che nel dramma hanno il sopravvento.


 

MUSETTA
da parte agli altri tre
Che ci avete in casa?

 

MARCELLO
Nulla!

 

MUSETTA
Non caffè? Non vino?

 

MARCELLO
con grande sconforto
Nulla! Ah! miseria!

 

Musetta, che finora ne abbiamo visto solo il carattere dispettoso, adesso mostra il suo cuore d’oro e si capisce anche perché Marcello l’ama tanto.


 

MUSETTA
Conduce Marcello lontano da Mimì, si leva gli orecchini e glieli porge dicendogli sottovoce:
A te, vendi, riporta
qualche cordial, manda un dottore!...

 

Mimì ha le mani gelate.

MIMÌ
Ho tanto freddo!...
Se avessi un manicotto! Queste mie mani
riscaldare non si potranno mai?
Tossisce.

Musetta ancora una volta mostra il suo cuore tenero.

 

MUSETTA
Ascolta!
Forse è l'ultima volta
che ha espresso un desiderio, poveretta!
Pel manicotto io vo. Con te verrò.

 

MARCELLO
commosso
Sei buona, o mia Musetta.

 

Colline, che finora si è mostrato come estraneo alle vicende umane, adesso scende dal suo Monte Iperuranio e va ad impegnare la sua giacca. A Giacosa piace ancora una volta usare un termine più poetico: zimarra.


 

COLLINE
Mentre Musetta e Marcello parlavano, si è levato il pastrano
con commozione crescente
Vecchia zimarra, senti,
io resto al pian, tu ascendere
il sacro monte or devi.
Le mie grazie ricevi.
Mai non curvasti il logoro
dorso ai ricchi ed ai potenti.
Passâr nelle tue tasche
come in antri tranquilli
filosofi e poeti.
Ora che i giorni lieti
fuggîr, ti dico: addio,
fedele amico mio.
Addio, addio.


Mimì e Rodolfo restano soli. Giacosa ci regala un altro momento di tensione lirica.

foti di Giacomo Orlando
 

MIMÌ
Apre gli occhi, vede che sono tutti partiti e allunga la mano verso Rodolfo, che gliela bacia amorosamente.
Sono andati? Fingevo di dormire
perché volli con te sola restare.
Ho tante cose che ti voglio dire,
o una sola, ma grande come il mare,
come il mare profonda ed infinita...
Mette le braccia al collo di Rodolfo.
Sei il mio amore e tutta la mia vita!

 

RODOLFO
Ah, Mimì,
mia bella Mimì!

 

MIMÌ
Lascia cadere le braccia.
Son bella ancora?

 

RODOLFO
Bella come un'aurora.

MIMÌ
Hai sbagliato il raffronto.
Volevi dir: bella come un tramonto.


Musetta ci regala ancora un momento di emozione. Prega la Madonna di non far morire Mimì.

 

Madonna benedetta,
fate la grazia a questa poveretta
che non debba morire.


 

Giacosa, o Puccini si rendono conto che la tensione è troppo forte. Ci vuole un’interruzione.


interrompendosi, a Marcello
Qui ci vuole un riparo
perché la fiamma sventola.
Marcello si avvicina e mette un libro ritto sulla tavola formando paravento alla lampada.
Così.

Ma poi riprende.


E che possa guarire.
Madonna santa, io sono
indegna di perdono,
mentre invece Mimì
è un angelo del cielo.


 

Purtroppo Mimì muore.

Muore tra la disperazione di Rodolfo e la partecipazione degli amici che nel corso della vicenda anch’essi hanno imparato ad amarla.

Alessandro Scardaci

 

Foto di Giacomo Orlando

© copyright Akkuaria 2010
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