Mimnermo

 

Nacque a Colofone, o, più probabilmente, a Smirne, nell'Asia Minore. Fiorì tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo. Si propende a credere che fosse di famiglia nobile. Fu musicista e flautista, oltre che poeta. Compose un poemetto Smirneide, che con altri argomenti trattava della guerra combattuta tra Smirnei e Lidi. Sotto il titolo Nanno gli antichi citano dei frammenti di natura assai diversa. Mimnermo è un grande poeta del piacere; ma in lui l'idea del godimento è legata a quella della sua fugacità e del dolore. In versi dolcissimi, impeccabili espresse i sentimenti semplici e sinceri del suo cuore.', 'IL VIAGGIO DEL SOLE

 

 

Il sole grave peso giornaliero
ebbe in sua sorte: e non hanno riposo
tanto il sole che i suoi cavalli quando
la bella Aurora, dalle dita rosee,
lasciando il mare, sale in oriente.
Il concavo giaciglio, molto bello,
fornito d'ali, e d'oro rilucente,
che le mani foggiarono d'Efesto,
 trasporta il sole, mentre dorme ancora.
L'aureo giaciglio muove dal paese
delle Esperidi, e via, a fior dell'onda
correndo, giunge presto sulla terra
degli Etiopi. Cavalli e cocchio sostano
qui fino a quando in cielo ricompare
l'Aurora mattiniera.
Allora il figlio d'Iperione sul suo carro ascende.

 

 

 

A SESSANT'ANNI (1)

 

Voglia il Cielo che, giunto a sessant'anni,
senza tristezze e senza malattie,
mi colga, infine, l'orrido destino.

 


(1) Sullo stesso argomento, il traduttore aveva scritto questo sonetto:

 

Io conterò fra poco sessant'anni
che è il principio dell'orrida vecchiezza,
di quell'età che innumeri malanni
apporta con la fin d'ogni dolcezza.
E scompare con essa la bellezza
del corpo cui, tra gli altri gravi danni,
perenne opprime mortale tristezza.
E' la vecchiezza età piena d'affanni.
Non più rosei pensieri nella mente.
Non più sorride al cuore la speranza.
Non più letizia, festa, riso o canto.
D'un fervido passato solamente
il lugubre pensiero in cuore avanza
del prossimo riposo al camposanto.

 

(Dalla raccolta di poesie inedite: "Nuvoli e sereno").

 

 

 

SIMILI ALLE FOGLIE

 


Noi, quali foglie che produce il tempo
di primavera tepida e ridente,
quando crescono presto sotto il sole,
noi similmente, per un tempo assai
breve, godiamo il fiore della vita,
non ricevendo dagli Dei nè bene
nè male. Stanno accanto a noi le Parche:
l'una tiene il destino, fra le mani,
della vecchiaia, l'altra, della morte.
Triste la sorte della stirpe umana.
Dura la giovinezza quanto dura
il giorno in terra. Allor che sopraggiunge
la fine della bella età, per l'uomo
meglio morire che restare in vita.
Molte sciagure affliggono i mortali
in questo mondo. L'uno perde i beni,
causa, questa, di pene e di miseria;
l'altro piange la morte dei figliuoli,
e sentendone molto la mancanza,
con gran dolore scende sotto terra; (1)
altri da grave morbo è logorato.
Sulla terra non vi è persona alcuna
a cui Giove non mandi molti mali.

 


(1) con gran dolore: Secondo alcuni commentatori, perché non avrà chi assicuri la perpetuità della stirpe, chi onori la sua tomba. A proposito di questo triste carme di Mimnermo si riferisce la seguente poesia del traduttore scritta tanti anni fa, prima che egli leggesse i versi dolorosi del poeta greco. La poesia del traduttore si trova pubblicata nel volume "Voci dell'anima".

 


PIETA' DI NOI

 


Pietà, Signore: da per tutto insidie
son tese contro noi, tristi mortali,
dalla terra, dagli uomini, dal cielo,
dalla natura, a volte cruda e cieca.
Alcun da lento morbo è consumato,
altri il figlio sì tosto estinto piange,
altri il fratello o l'adorata madre.
Il villanello a cui la terra è scarsa,
piange, chè a lui nel crudo verno manca
il pane, che lui sfami e i figlioletti.
Gli averi a questi toglie uomo rapace,
la vita a quello toglie uomo feroce.
Ora malore fiero, vasto, immane
compie stragi di balde vite umane.
Or cataclisma abbatte, strugge o brucia
città fiorenti, o pingui vasti campi.
Oh non c'è umano cui non prema il duolo,
oh non c'è umano che non pianga o gema:
tutta la terra piange, soffre e langue,
tutta la terra è immersa nel dolore.
Pietà di noi, di noi pietà, Signore.

 


SENZA L'ALMA AFRODITE

 

Che vita, che di bello ha il mondo senza
l'alma Afrodite? Ch'io possa morire
quando più non godrò di questi beni:
furtivi amori, dolci doni, gioie.
Della giovane età son questi i fiori,
mirabili per l'uomo e per la donna.
Poi, quando sopraggiunge la vecchiaia
squallida, grave affanno opprime sempre
il misero mortale, e non l'allieta
raggio di sole, è oggetto di disprezzo
alle donne, odioso anche ai fanciulli:
talmente ripugnante e vergognosa resero
i Numi all'uomo la vecchiaia.

 

 

 

Da I Lirici Greci traduzione di Carmelo Scelfo

 
Mimnermo

È vietato l'uso delle immagini e dei testi non autorizzato.
© 2008 Associazione Akkuaria

Presentazione Akkuaria - Statuto Akkuaria - Scrivi Akkuaria