Leopardi
ritrovata in una chiesa lettera all'amico Ranieri
Il direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli:
«Non c'è ombra di dubbio, è autografa» Il manoscritto, rinvenuto dalla GdF in una parrocchia di campagna vicino Lecce, era sparito 27 anni fa dopo un furto Ritratto di Giacomo Leopardi Roma, (Adnkronos) - lunedì , 22 luglio 2002
«Caro Ranieri, ti stringo al mio cuore che in ogni evento possibile e non possibile sarà eternamente tuo». Così Giacomo Leopardi scriveva all'amico Antonio Ranieri. La lettera manoscritta originale è stata ritrovata in una parrocchia di campagna di un piccolo paese pugliese, Salice Salentino (Lecce).
Il foglio era stato nascosto da ignoti dietro un quadro custodito nella chiesa della Madonna del Latte.
La scoperta è stata fatta dalla Guardia di Finanza di Lecce, che ha condotto le indagini sulla sparizione di questo importante cimelio letterario. Scritta nel 1832, quando Leopardi si trovava a Firenze, la missiva è indirizzata al letterato napoletano Antonio Ranieri, nei confronti dei quali il poeta fa trasparire un'affettuosa amicizia. L'autografo è stato autenticato dagli esperti del Centro nazionale di studi leopardiani di Recanati e della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove sono conservate numerose lettere di Leopardi. La lettera misteriosamente ricomparsa nella chiesetta di campagna, era stata trafugata decenni fa da una raccolta epistolare acquistata nel 1981 dallo Stato italiano e consegnata, poi, in custodia alla Biblioteca Nazionale ''Vittorio Emanuele III'' di Napoli. Il contenuto della missiva spedita a Ranieri e' noto e pubblicato, a partire dal 1909, quando apparve, insieme ad altri autografi leopardiani fino ad allora inediti, sulla rivista ''Nuova Antologia''.
Poi il critico letterario Francesco Flora inserì il manoscritto nel volume delle ''Lettere'' di Giacomo Leopardi, stampato da Mondadori nel 1949. La scoperta della lettera leopardiana è avvenuta una decina di giorni fa - come è stato precisato in una conferenza stampa delle Fiamme Gialle a Lecce - a seguito di una intensa e delicata attività investigativa da parte del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. La notizia è stata resa nota solo a seguito degli accertamenti che ne hanno definito la sua autenticità, confermata da illustri docenti di letteratura italiana. Ecco il testo della lettera manoscritta recuperata dalla Guardia di Finanza di Lecce:
''Ranieri mio. Io credeva appena a' miei occhi leggendo la tua del 6. Tanta vigliaccheria in animo umano o muliebre non è né sarà mai credibile se non dopo il fatto, come in questo caso. Sento ch'è affatto inutile ch'io tenti d'esprimerti
la mia compassione, perché qualunque più viva parola sarebbe
infinitamente inferiore al vero. Vorrei poterti consolare da vicino,
vorrei che questa cosa non si opponesse alla congiunzione, da noi
tanto meditata e desiderata, dei nostri destini. Ranieri mio, tu non
mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere: ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo, che noi viviamo l'uno per l'altro, o almeno io per te; sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sara' eternamente tuo''. La Gdf ha accertato che il cimelio apparteneva, in origine, alla famiglia napoletana Carafa d'Andria, a cui era stata donata da Americo di Gennaro Ferrigni, marito di Enrichetta Ranieri, sorella di Antonio. La lettera faceva parte inizialmente di una raccolta di 39 missive di Leopardi ad Antonio Ranieri, tutte indirizzate tra il 24 novembre 1832 e il 13 aprile 1833.
Queste lettere furono notificate dallo Stato una prima volta al proprietario, il duca Antonio Carafa d'Andria, e, successivamente, il 5 marzo 1964, agli eredi per il loro ''interesse particolarmente importante''. Nel 1975, insieme con altri oggetti e libri d'arte, l'album che custodiva le 39 epistole leopardiane, ancora integro, venne rubato dall'abitazione napoletana del duca Riccardo Carafa.
Quando ricomparve sul mercato antiquario, l'album era già mutilo della lettera datata 11 dicembre 1832, segnata con il numero progressivo '6', apposto con una matita nera, in alto a destra del foglio, probabilmente dallo stesso Ranieri. La raccolta fu successivamente messa all'asta a Milano dalla casa Finarte nel 1981: nella vendita del 31 ottobre, di quello stesso anno, il ministero dei Beni culturali esercitò il diritto di prelazione dello Stato, aggiudicandosela per 58milioni e 240mila lire.
Le 38 lettere originali furono assegnate alla Biblioteca Nazionale di Napoli, già custode della gran parte degli autografi leopardiani, dove pervenne l'8 settembre 1982. La lettera recuperata fu scritta nel periodo in cui Antonio Ranieri, invaghito dell'attrice Maddalena Pelzet, abbandona Firenze per seguirne gli spostamenti. Rimasto solo nella capitale del Granducato di Toscana, Giacomo Leopardi scrive all'amico napoletano i 39 brevi messaggi affettuosissimi, caratterizzati dall'ansia di raggiungere il proprio destino e quello dell'amico.
Il loro ricongiungimento avverrà di lì a poco. Nell'aprile 1833, Ranieri rientra a Firenze, da dove, in settembre, riparte insieme con Leopardi. Dopo una breve sosta a Roma, i due amici raggiungono Napoli il 2 ottobre 1833. Qui vivranno fino alla morte del poeta, avvenuta il 14 giugno 1837. Quando Leopardi abbandonò la città toscana, i letterati fiorentini in contatto con l'autore di ''A Silvia'' fecero numerose illazioni sull'abbandono improvviso della città toscana da parte del poeta. Tra le voci circolate, così riferiscono documenti dell'epoca, ci fu anche quella che si recasse nella città dei Papi per farsi prete, anzi ''cardinale'', come scrisse ironicamente Gian Pietro Vieusseux. Per ora regna il più fitto mistero su come la lettera originale di Leopardi sia finita nella chiesetta di campagna di Salice Salentino (Lecce).
Il documento è stato materialmente recuperato dal tenente colonnello Michele Dell'Agli, comandante del Nucleo provinciale di polizia tributaria di Lecce della Guardia di Finanza, con l'aiuto del luogotenente Michele Caldarola. Gli inquirenti, che su questo aspetto hanno mantenuto il massimo riserbo, non sembrano tuttavia escludere che a celare dietro al quadro della chiesa la missiva possano essere state delle persone che a suo tempo entrarono in possesso della lettera rubata nella casa napoletana del duca Riccardo Carafa.
Il manoscritto è stato sottoposto a sequestro da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lecce. Con tutta probabilita' nei prossimi giorni la missiva sarà data ''in affidamento giudiziale'' alla Biblioteca Nazionale di Napoli, in attesa di compiere tutti gli accertamenti del caso. Alla Biblioteca partenopea è conservato quasi il 90% degli autografi leopardiani. ''Su quella lettera non c'é ombra di dubbio: ha la stessa grafia di Giacomo Leopardi ed è scritta sulla stessa carta delle altre 38 missive indirizzate ad Antonio Ranieri tra il 1832 e il 1833. Per questo l'ho riconosciuta subito come autografa del grande poeta'' ha detto Mauro Giancaspro, direttore della Biblioteca Nazionale ''Vittorio Emanuele III'' di Napoli, che è stato contattato dalla Guardia di Finanza di Lecce subito dopo il ritrovamento. ''Con la lettera recuperata dalle Fiamme Gialle, datata 11 dicembre 1832, abbiamo ritrovato l'anello mancante tra le lettere da noi possedute'', ha commentato Giancaspro.
''Si tratta di una lettera appassionata, in cui Leopardi manifesta tutto il dramma della sua solitudine e al tempo stesso l'amicizia appassionata per Ranieri. Siamo di fronte ad una grafia - ha spiegato Giancaspro - a tratti tormentata, ma sempre spontanea; una scrittura destinata all'intimità', non per essere pubblicata''. Ai cronisti che gli hanno fatto notare come talvolta la lettera ritrovata sia stata usata per fare illazioni sulla presunta omosessualita' del grande poeta di Recanati, il direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli ha replicato: ''Io non credo all'omosessualità di Leopardi, sostenere una cosa del genere è sicuramente una forzatura. Certo è che Giacomo soffriva la solitudine e cercava affetto ovunque. A Ranieri scrive in maniera appassionata, con disperazione, ma da qui ad arrivare a sostenere l'omosessualità del poeta c'è differenza''.
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