La vita di Antonio Corsaro

 

 

II 5 novembre del 1909 nasce in Camporotondo Etneo (Catania), una conca di sciara e di ginestre, Antonio Corsaro, battezzato col nome di Antonino, perché questo è il nome che qui si dà al santo di Padova. Il padre, Ludovico, guardia di finanza, muore tragicamente a Buenos Aires, dopo pochi mesi che vi è arrivato per cercar fortuna insieme con la sposa diciottenne Grazia Longo e il figlio Antonio di 14 mesi, e che si era impiegato come controllore in una società tranviaria. 

Muore schiacciato dalla carrozza di un tram. Di lui il figlio conserva soltanto un medaglioncino ovale con la sua foto e un taccuino di poesie d’amore dedicate alla ragazza che sposerà, firmate invariabilmente: Ludovico poeta. Antonio e la giovanissima madre tornano a Camporotondo in casa del nonno Gaetano, falegname. La madre per vivere fa la sartina, insieme a cinque sorelle. Dopo 15 anni di vedovanza si risposa col fratello del marito, Angelo, e avrà due tigli, Giuseppina e Ludovico, che oggi vivono a Roma, l’una laureata in farmacia e l’altro in ingegneria elettrotecnica. A lei Corsaro dedicherà la raccoltina di liriche: La Vergine, con questa epigrafe: "A mia madre viva e dolente".

 

1921-1933
Antonio entra nel Seminario arcivescovile di Catania. Il 20 ottobre del ‘33 è ordinato sacerdote. Legge Art et Scolastique e Frontières de la Poésie di Jacques Maritain, due libri che con Hunianisme intégral gli svelano talune idee poste in seguito alla base della sua poetica.

 

1934-1938
Conseguita la maturità classica, parte per Milano e s’iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si laurea con una tesi sulla Storia dell ‘umanesimo in Sicilia nei secc. XII-XIII. relatore Luigi Sorrento. Ottiene il massimo dei voti e la lode. Ma il suo interesse preminente non è la filologia romanza, bensì la lettura di Valéry, Gide, Claudel. Con Gide s’incontrerà a Taormina, due anni prima che questi morisse. Legge avidamente A la recherche du temps perdu di Proust e Ulisse di Joyce nella traduzione francese di Valéry Larbaud.
La poesia di Montale e di Ungaretti (con il quale egli conserverà un’affettuosa amicizia) è in questi anni al centro di tutte le polemiche letterarie. Corsaro s’incontra e scontra con Quasimodo che sostiene di essere il fondatore dell’Ermetismo. A Milano, con Alfonso Gatto, che preparava Morto ai paesi, instaura un’amicizia che durerà per più di quarant’anni, fino alla tragica morte dell’amato poeta. Gli altri suoi poeti preferiti sono Saba, Cardarelli, Rebora, Luzi, Campana; i critici: Alfredo Gargiulo, Emilio Cecchi, Giuseppe De Robertis.
L’estetica di Croce e dei crociani gli è estranea. Legge con compiacenza una banale stroncatura che ne fa il mistico Guido Manacorda, autore di testi contemplativi e traduttore del Faust di Goethe. La linea della poesia, cui sente di aderire è quella che va dagli stilnovisti agli ermetici, linea platonica e leopardiana. Studia Eliot e tenta di tradurlo, Mallarmé, che tradurrà più avanti integralmente. Predilige Pascal. Legge sistematicamente Pirandello e va a incontrano alla Fiera del Libro, dove lo trova, in un afosissimo pomeriggio milanese, solo e nincantucciato all’ombra come una cosa dimenticata.
Durante l’estate del ‘36 e del ‘37 frequenta i corsi universitari di Debrecen, visita Budapest e tutta l’Ungheria, invitato dal prof. Oscar Màrffy, docente di lingua e letteratura ungherese nell’Università Cattolica di Milano, che gli affida la traduzione di Szobolcska, di Janos Garay e di Ady Endre per l’antologia: Palpiti del cuore magiaro nella sua letteratura. In Ungheria resta colpito dai cordiali rapporti tra cattolici, ortodossi ed ebrei. Identica impressione riceve quando si reca in Cecoslovacchia; celebra messa in una chiesa di Praga, dove preti cattolici e pastori hussiti praticano il rito eucanistico su altari contrapposti nello stesso tempio. A Praga rimane preso dalla "presenza" di Kafka e di Vladimir Holan. Visita Vienna e la Polonia.
Antifascista, non crede nell’impero mussoliniano e si rifiuta di andare in Africa, come cappellano militare, alla conquista dell’Etiopia. Segue invece con accorata partecipazione la guerra civile spagnola. Ne discute anche con due preti esuli a Milano. Lo amareggia quel che accade sotto il franchismo. Les grands cimetières sous la lune di Georges Bernanos gli mettono in cuore una profonda amarezza. Gli anni milanesi sono determinanti nella formazione del suo spirito. E’ in questo periodo che egli volge la sua attenzione alle maggiori riviste letterarie italiane ed estere come "Vita e Pensiero", "Frontespizio", "La ronda", "Solaria", "Circoli", "Campo di Marte", "Letteratura", "Corrente di vita giovanile", "Convivium". In un’aula buia dell’Università statale ascolta, insieme a Vittorio Sereni, Alfonso Gatto, Giosuè Bonfante, Giancarlo Vigorelli, il "manifesto" dell’ermetismo: Letteratura come vita, scritto da Carlo Bo.

 

 

1938-1945
Ritorna definitivamente a Catania per insegnare lettere in Seminario. Pubblica: Castello marino, poesie ispirate al Cimetière marin di Valéry e al castello sul mare di Acicastello, con una lettera di Carlo Bo; esercizi di un ermetismo formale, che risentono di modelli non del tutto assimilati e che, ciò nonostante, procurano all’autore una lunga e affettuosa lettera di Carlo Betocchi, il quale gli resterà amico per sempre.
La lettera cominciava: Caro amico e tuttavia sconosciuto amico... In Castello marino si avvertiva già il distacco, nelle composizioni responsoriali, dai paradigmi ermetici a favore di una più congeniale forma dell’io oggettivato. Insegna latino e greco nell’Istituto privato Marchese (1939-40); nell’Istituto S. Benedetto (1941-42); nel Liceo statale Spedalieri (1944-45).
Nel Circolo artistico organizza recitai di poeti contemporanei europei insieme a un gruppo di giovani, sotto la regia di Gianni Salvo, col quale più tardi fonderà il Piccolo Teatro di Catania, tuttora in vita, con cartelloni d’avanguardia e programmi di filologia e informazione teatrale. Conosce e apprezza le prime prove dell’amico romanziere Leonardo Sciascia. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo costringe a interrompere l’insegnamento in Seminario. Fa il cappellano dell’Ospizio pe’ Ciechi "Ardizzone Gioene". L’assistenza morale e religiosa ai ciechi, di queste straordinarie creature "con gli occhi caduti in oblio", gli danno una misura dell’esistenza di eccezionale valore e una conoscenza della "alchimie de la douleur", come nemmeno Baudelaire gli aveva fatto capire quando in un sonetto dei Tableaux parisiens li definiva "affreux", chiedendosi: "Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?".

 

Per due anni insegna latino e greco nel Liceo statale "Gulli e Pennisi" di Acireale e fa parte di commissioni di esami per la maturità classica. La guerra, alla quale si rifiuta di andare come cappellano, anche a causa del suo antifascismo, lo ricaccia a Camporotondo, dove trova i soldati di Hitler e assiste all’invasione dei "liberatori", la faccia arsa dal sole d’agosto, e al passaggio dell’VIlI armata comandata da Montgomery. Ha così modo d’incontrare soldati e ufficiali inglesi con i quali legge Keats e Hopkins.

 

È cappellano della Nobile Arciconfraternita dei Bianchi, amministrata dall’aristocrazia catanese, verso la quale in diverse occasioni esprime il suo dissenso critico sul piano sociale e religioso. Assume compiti di assistente ecclesiastico nella FUCI (Federazione Universitaria Cattolici Italiani), tra i Laureati Cattolici e nell’Azione Cattolica Giovanile, ma vi rinuncia dopo qualche anno. Non se ne sente adatto. Per qualche tempo è anche assistente ecclesiastico della sezione catanese UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani).

 

1943-1944
Redige con un gruppo di pittori e scultori catanesi, come M.M. Lazzaro, Sebastiano Milluzzo, Francesco Ranno, Francesco Vaccaielli, Nunzio Sciavarrello, Eugenio Russo, Pippo Giuffrida, ecc. il periodico Art Club, nell’intento di rinnovare l’ambiente artistico ancora legato a desuete forme tradizionali. Interventi, conferenze, mostre (come la "Galleria s. Demetrio" aperta tra le rovine di un palazzo bombardato dagli aerei americani e inglesi), dibattiti, creano attorno alla sua persona un’atmosfera irritata e apertamente ostile, da una parte, e ricca di fermenti e adesioni giovanili, dall’altra. Irrita i "passatisti", per usare un termine messo in voga dal futurismo, un prete che difende e diffonde l’arte d’avanguardia, Kandinsky, Mondnian, Picasso. Qualcuno lo ritiene addirittura pazzo. Ma gli artisti di Art Club andranno alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma. Del gruppo catanese s’interessano Giorgio De Chirico e Renato Guttuso, il primo con diffidenza, il secondo con condiscendenza; se ne interessano pure Emilio Greco, Pericle Fazzini, ecc.

 

L’idea fondamentale che lo spinge a seguire e favorire i movimenti spirituali rivoluzionari o d’avanguardia, tanto in campo artistico quanto in quello etico e religioso, oltre a dipendere dal suo temperamento inquieto e curioso di tutte le espressioni dello spirito, nasce dalla sua convinzione che l’uomo vale soltanto se "si spende" disinteressatamente per rinnovare se stesso e il mondo senza un attimo di tregua.

 

Partecipa agli "Atti del IV Congresso Nazionale di Arti e Tradizioni popolari" con una comunicazione su Leggende catanesi sul mare Ionio (Venezia-Roma, O.N.D., vol. lI). Collabora al volume "I grandi di Sicilia. Scritti celebrativi", con un saggio su Michele Amari e Giuseppe Pitrè.

 

1945
Scrive una presentazione del catalogo La città del sole, in occasione di una mostra del problema nazionale della casa, curata, nel Palazzo della Borsa di Catania, da Ireneo Diotallevi e Franco Marescotti con la collaborazione degli ingegneri: Colosi, Nigrone; dei pittori: Comes, Giuffrida, Magry, Molino, Milluzzo, Pfau, Scandurra, Vaccaielli; degli scultori: Giordano, Marino, Marchese, Russo, Ballarò; dei giornalisti: Maraldi, Simili.
Insegna religione nel Liceo Cutelli (1945-50).

 

1947
Pubblica La Vergine, raccoltina di liriche d’ispirazione rilkiana, con disegni di Sebastiano Milluzzo.

 

1948-1949
Pubblica Frammenti di codici scoperti nell‘Archivio di Stato di Catania, per la revisione dell’umanesimo in Sicilia, nell"’Archivio Storico per la Sicilia Orientale" (Serie IV, a. 1, 1948).

 

Escono i Responsori, una raccolta di poesie in forma dialogata, echeggianti la melodia gregoriana di otto toni e un peregrino, su cui il tenore domina senza piegare, — scrive l’autore in una nota introduttiva sul canto responsoriale — guardando con tranquilla sicurezza le cadenze che vengono a posarglisi ai piedi, ora dattiliche ora spondaiche.

 

Nel ‘49 gli viene assegnato il Premio Roma in Campidoglio.

 

Contribuisce, con lezioni di semantica, al Metodo psicopedagogico per la correzione della balbuzie, in un corso tenuto per circa sei anni insieme al maestro Rosario Maria Bonanno, Sebastiano Milluzzo, Enzo Arena, Michele Cantarella. Ditale Metodo, primo in Italia, sarà ricavato un volume (1949).

 

 

1950-1 956
Insegna religione nell’Istituto Statale d’Arte. Collabora a "Traguardo azzurro" con articoli sulla poesia contemporanea. Inizia la collaborazione alla terza pagina del quotidiano "La Sicilia", che non ha mai interrotto fino ad oggi.

 

Nel ‘50 pubblica un libro di prose d’arte e di riflessioni: Plurabella o delle immagini corali. Il libro non suscita echi apprezzabili, cade in un silenzio quasi totale. Qualcuno su "Il Borghese" ne fa una critica ironica, una vera stroncatura. Corsaro, che non ha mai avuto simpatia per quel rotocalco, ne rimane soddisfatto. Del resto in più occasioni ha dichiarato che gli piacciono più le stroncature che gli elogi. Di elogi non sa che farsene, come delle cariche e dei diplomi. Dice di non meritarli, e poi lo ùmiliano. In compenso Luigi Fallacara fa una recensione cordiale e ammirata di Lo spazio ardente e del libro stroncato, tirando in causa Jacopone da Todi. L’editore Vallecchi lo lancia tra i Poeti nuovi, raccolti e presentati da Ugo Fasolo. Vi appare con un lungo responsono dal titolo: Composizione della nostra speranza. Nel ‘52 è incluso nella vallecchiana Antologia della poesia religiosa contemporanea, curata da Valerio Volpini, il quale lo presenta scrivendo fra l’altro: "La sua è una occasione singolarissima comunque la si voglia giudicare sul piano dei risultati (che per noi sono positivi, s’intende); il suo discorso poetico ha alla radice un convincimento teorico che egli ha ripetutamente chiarito in puntuali note, la coralità; infatti il verso tende a farsi parola-canto, ad esprimersi non nella singolarità della confessione o della dichiarazione staccata, ma nell’enunciazione ieratica e profetica, nella espressione ingigantita da una necessità di aderire direttamente alla Verità e di rivestire il mezzo espressivo stesso di ricchezze letterarie, di un apparato che quasi potrebbe essere paragonato a quello sfolgorante della liturgia".
Nello stesso anno esce Il Figlio dell’Uomo, preceduto daun Commento di Carlo Betocchi, il quale definisce questa raccolta di poesie un "incontro di spiritualità terrestre e di infocata saggezza religiosa".

 

Nel ‘52 scrive sette "balletti liturgici" dal titolo L’ombra del primo giorno.., fino al settimo. Sono le "ombre" delle civiltà: greca, romana, persiana, indiana, ecc., sceneggiate e intercalate da canti. L’anno successivo pubblica Aaron, balletto liturgico sacerdotale,Asul modulo dell’Amphion di Valéry, in cui le pietre stesse si muovono per costruire un altare.
Dirige frattanto la rivista letteraria "Cammino", nella quale appare il suo Manifesto del Coralismo, che ha come teoria centrale il discorso di Cristo nell’ultima Cena, secondo il Vangelo di Giovanni: l’unità e l’amore, il chanan e la charis, la domanda e la risposta. Vi pubblica anche una Piccola antologia corale. Traduzioni da T.S. Eliot, da P. Claudel e da Pierre Emmanuel. La rivista ha successo tra i giovani di tutta Italia.
Ne accettano la collaborazione scrittori, tra gli altri, come Massimo Bontempelli, A.G. Bragaglia, Giorgio Caproni, Goffredo Parise, Alberto Bevilacqua, il regista Vittorio De Sica, Ferruccio Ulivi, Giacinto Spagnoletti. Nella direzione è assistito da Lorenzo Martucci, editore e sociologo, e da Vincenzo Di Maria, saggista e tipografo. La rivista morrà dietro il fallimento della Casa editrice Camene.
Nel ‘53 cura, per la stessa Casa, con l’architetto Galassi, Tutta Sicilia, una rivista d’arte.
E’ a Parigi e fa ricerche nella Bibliothèque Nationale; conosce Francis Jeanson, filosofo sartriano, che andrà a morire nella guerra d’indipendenza d’Algeria; frequenta la redazione di Esprit, rue de Jacob e s’incontra col suo direttore, il bernanosiano Albert Béguin (giugno 1956). Nel ‘57 fa amicizia con J.-M. Domenach, succeduto a Béguin nella direzione della rivista. A partire da quest’anno Parigi sarà sua meta costante, annuale, fino al 1967.
Col "Treno Bianco" va pellegrino a Lourdes, capitale della preghiera e del dolore. Ne scrive per "La Sicilia". Tornerà a Lourdes ancora due volte e s’immergerà nelle acque che hanno toccato piaghe purulente, senza che ne avesse bisogno per una qualche sua malattia. Le impressioni che ne riceve corrispondono a quelle descritte daJ.-K. Huysmans nel polemico e devoto libro Les foules de Lourdes. Collabora con articoli sulla letteratura italiana contemporanea al quotidiano cattolico di Parigi "La Croix".

 

Nel ‘54 e nel ‘55 escono altri suoi due responsori: Responsorio dell’Av-vento, sulla "Fiera Letteraria" (n. 52) e Responsorio della Passione, su

 

"La Rocca" (n. 6, a. XIV). Per la repressione sovietica in Ungheria scrive il Responsorio magiaro ("La Sicilia", 6 novembre 1956). Invitato

 

da don Giovanni Rossi, direttore de "La Rocca", va in Sardegna, a Cagliari, per un convegno di scrittori cattolici.

 

Incontra a Parigi, nella "Galérie Clara Vinci" del Quartiere Latino, il giovane pittore Raza, del quale l’incanta la religiosa interiorità nel modo d’intendere la vita e la natura, e si dedica allo studio della pittura indiana.

 

Pubblica due libri di poesia: Pietra di solitudine (1955), che gli procura l’amicizia di Elio Vittorini, eAntifone per una fanciulla santa (1955).

 

1959
Fonda la rivista letteraria "Incidenza" (a. I, n. 1, giugno-luglio 1959), la cui redazione è composta da Sebastiano Addamo, Vito Librando, Manlio Sgalambro, Fiore Torrisi. La rivista fa scandalo negli ambienti ecclesiastici per il suo programma inteso a instaurare un dialogo tra cattqlici e marxisti. Vi pubblica una "vecchia dedica" di Bernanos contro i cardinali e i generali francesi, articoli sui principali difetti degli intellettuali cattolici italiani, in corrispondenza con quelli della rivista "Leggere", diretta da Gino Montesanto. Ma sono alcune pagine di un suo Diario di un prete, in cui è attaccata la formazione seminaristica nella maniera d’interpretare la vocazione a indisporre l’arcivescovo di Catania, Guido Luigi Bentivoglio, che gli intima di sciogliere la redazione "atea" o non pubblicare più la rivista, e intanto lo sospende dall’insegnamento in Seminario.
Pubblica la "Collana Poeti di Incidenza" e presenta tra i primi giovani:
Eugenia Di Grazia, Salvatore Mirone, Salvatore Salemi, Giuseppe Padalino, Sebastiano Grasso.

 

1959-1967
Insegna lettere italiane, latine e greche alle alunne del Pio Istituto S. Benedetto di Catania; e italiano e latino nell’Istituto S. Michele di Acireale.

 

1960
È a Bayonne per conoscere i luoghi di Francis Jammes, il poeta delle Géorgfques chrétiennes, e i baschi franco-spagnoli. Ne constata, di questi, le condizioni di miseria e di avvilimento. Passa qualche giorno a Biarritz, città che non gli deposita se non un ricordo di sbanaccata mondanità. Va quindi a Madrid, prende alloggio vicino al Prado e visita la casa di Lope de Vega e di Cervantes. Nella casa del clero madrileno incontra preti studenti dell’Università e li invita a mandare "servizi" per "Incidenza" sulla Spagna cattolica e sul regime del Caudillo. I preti gli fanno capire di aver paura: i loro telefoni sono controllati e così la loro corrispondenza. A Madrid celebra su altari d’oro preziosissimi. Al momento del canone in cui si prega "pro duce nostro Franco" salta la preghiera. "Non pro mundo rogo", dirà. Tutta Madrid, al suo sguardo, appare come una grande calle scaglionata di ciechi che vendono biglietti della lotteria nazionale, chiusa dalla Puerta del ScI. Ha dinanzi agli occhi i grandi cimiteri sotto la luna bernanosiani.

 

1962
Geneviève Burckhardt traduce in francese le sue poesie e le include nell’antologia Italie poétique contemporaine (premier regard), stampata dalle parigine Editions du Dauphin. Nel corso di quest’anno Corsaro si dedica allo studio della cronologia féneloniana e rileva le certezze e le incertezze di un "esprit à faire peur", come soleva ripetere l’aquila di Meaux, Bossuet, per l’amico (e poi nemico, perché fu lui a farlo condannare dal papa su talune idee "eretiche" delle Maximes des saints), cigno di Cambrai, Fénelon.
Al Cabinet des manuscrits della Bibliothèque Nationale di Parigi scopre, con l’aiuto di Jean Adhémar, conservateur, un carteggio di Denis Moreau, valet de chambre del giovanissimo duca di Borgogna alla corte di Luigi XIV, con Roger de Gaignières e Fénelon. Il carteggio sarà pubblicato nel 1968 in un volume dal titolo Ritratto come quartina, cioè, "portrait" e "quatrain" che nel sec. XVII andavano insieme sulla stampa celebrativa, da Malherbe a Rigaud.
Per la "Nuova collana di poesia contemporanea: Secondo Novecento", Giacinto Spagnoletti cura una scelta delle sue poesie che prende il titolo: L’isola dell’amore lunare.
Pubblica un saggio sulla Religiosità di Nino Savarese, scrittore di Enna.

 

1967
Assistente di letteratura italiana nel Magistero di Perugia. Sette mesi di "estasi" francescana. Pubblica la traduzione di tutte le Poesie di Mallarmé. Collabora a "I minori" delle Ediz. Marzorati di Milano.

 

1968-1982
Insegna lingua e letteratura francese nell’Università di Palermo. Pubblica: Astrattismo nella poesia francese del seicento e altri studi (1968) ed il primo saggio di questa raccolta è segnalato come "tesi originale" dall’Accademia dei Lincei; Il nuovo romanzo francese (1970); Forma e immagine, saggi su Villon, Pascal, Proust; Su Beckett (1972); Lettura retorica, strutturale e critica (1973); 11 nuovo teatro francese (1973); in versi, Il potere è la morte. Narrazione per Camio Torres (1972); Tel Quel/La poesia, saggi su Denis Roche, Marcelin Pleynet, Jean-Pierre Faye (1978); la traduzione delle Cinq Grandes Odes di Paul Claudel (1969) e di La nouvelle histoire de Mouchette di Georges Bernanos (nelle Edizioni Logos col titolo Mouchette, 1980).
Collabora alle edizioni francesi dell’Università di Dublino. E’ in corrispondenza con Jules Brody della Columbia University per gli studi fèneloniani. Collabora alle due edizioni del Dizionario della letteratura mondiale del 900 nelle sezioni italiana e francese. Sue pièces teatrali:
Pluto, pasticciaccio aristofanesco, messo in scena dal Piccolo Teatro di Catania; Le uova fatali della gallina volante, per le Edizioni del Verticalismo (1980); Operetta solubile nel fuoco, per le stesse edizioni; Commissario, ho fame, mi arresti!, in "Sicilia oggi"; I fiori del male di Baudelaire, sceneggiatura per il Teatro Gamma di Catania sotto la regia di Gianni Scuto. In questi anni è a Roma, a Pisa, ad Alba, a Rimini, ed a Loreto (1976), per partecipare ai convegni del "Gruppo di Presenza Culturale" ed a quelli dei sacerdoti decenti universitari.
Dirige "Sicilia oggi", un rotocalco quindicinale di politica, economia e cultura.
Le Edizioni Logos di Roma pubblicano il Diario d’un prete sciolto, e ristampano, in seconda edizione rivista e ampliata,Il Figlio dell’Uomo, e La Vergine, con l’aggiunta di una "Orazione corale per salutare la Madre di Dio", un "Responsorio di presentazione della Sicilia alla Madonna della Sciara" e un’ode a "La Vergine della Risurrezione".
La stessa Editrice ha in preparazione nella collana "Classici Logos", con il titolo L’isola dell’amore lunare, tutte le sue opere in versi (1941-1981).
Luigi Fallacara, nel maggio 1956, scrisse su ‘:Città di Vita": "Corsaro non coglie dal di fuori la bellezza creata, ma dal di dentro, che anzi la sua potenza lirica si manifesta rendendo oggettivi gli stessi suoi sentimenti in quanto toccano, abbracciano la realtà desiderata ed amata, in modo che essa non rimane affidata all’immagine, a una rapida armonia, o a una meditazione astratta, ma si fa realtà vivente, nel dolore, nella gioia, nell’attesa e nel desiderio". Giudizio che ha trovati concordi E.F. Accrocca, P. Bargellini, Lanfranco Caretti, Enrico Falqui, Paolo Marletta, P.P. Pasolini, Leonardo Sciascia, Sebastiano Addamo, Silvano Nigro, Santi Correnti, Leonardo Patanè.

 

La sua Storia dei papi, in 303 quartine (una per ogni papa, da Pietro a Giovanni Paolo li, compresi gli antipapi) è una "summa" che racchiude un passato e indica una svolta nel segno di una fede che in un mondo morso dalla credibility gap è tanto più vera quanto più sofferta:

 

"Crainte chaste, piété, force, conseil, science, intelligence, sagesse, que dirait-on d’une oeuvre où l’on reconnaitrait les traces de ces dons?". E anche: "C’est de souffrance et de bonté".

 

 


 

Antonio Corsaro è nato a Camporotondo Etneo nel 1909. Nel ‘21 entra nel Seminario arcivescovile di Catania dove viene ordinato sacerdote il 20ottobre 1933. Conseguita la maturità classica nel 1934 parte per Milano e s’iscrive alla facoltà di lettere e filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

 

Si laurea con una tesi sulla “storia dell’Umanesimo in Sicilia nei secoli XII e XIII”, relatore Luigi Sorrento. Ottiene il massimo dei voti e la lode. Ma il suo interesse preminente non è la filologia romanza, bensì la lettura di Valéry, Gide, Claudel. Con Gide s’incontrerà a Taormina, due anni prima che questi morisse. Legge avidamente A ‘la reclierche du temps perdu di Proust e Ulisse di Joyce nella traduzione francese di Valéry Larbaud.
Durante l’estate del ‘36 e del ‘37 frequenta i corsi universitari di Debrecen, visita Budapest e tutta l’Ungheria, invitato dal prof. Oscar Màrffy, docente di lingua e letteratura ungherese nell’Università Cattolica di Milano, che gli affida la traduzione di Szobolcska, di Janos Garay e di Ady Endre per l’antologia:
Palpitidel cuore magiaro nella sua letteratura. In Ungheria resta colpito dai cordiali rapporti tra cattolici, ortodossi ed ebrei. Identica impressione riceve quando si reca in Cecoslovacchia; celebra messa in una chiesa di Praga, dove preti cattolici e pastori hussi ti praticano il rito eucaristico su altari contrapposti nello stesso tempio. A Praga rimane preso dalla “presenza” di Kafka e di Vladimir Holan. Visita Vienna e la Polonia.
Antifascista, non crede nell’impero mussoliniano e si rifiuta di andare in Africa, come cappellano militare, alla conquista dell’Etiopia. Segue invece con accorata partecipazione la guerra civile spagnola. Ne discute anche con due preti esuli a Milano. Lo amareggia quel che accade sotto il franchismo. Les grands cimetières sous la lune di Georges Bernanos gli mettono in cuore una profonda amarezza.
Gli anni milanesi sono determinanti nella formazione del suo spirito. È in questo periodo che egli volge la sua attenzione alle maggiori riviste letterarie italiane ed estere come "Vita e pensiero" “Frontespizio”, “La ronda”, “Solaria”, “Circoli”, “Campo di Marte”, “Letteratura”, “Corrente di vita giovanile”, “Convivium”.
In un’aula buia dell’Università statale ascolta, insieme a Vittorio Sereni, Alfonso Gatto, Giosuè Bonfante, Giancarlo Vigorelli. il “manifesto” delI’ermetismo: Letteratura come vita, scritto da Carlo Bo.
NeI 1938 ritorna definitivamente a Catania per insegnare lettere in Semina-rio e pubblica Castello marino, poesie ispirate al Cimitière marin di Valery e al Castello sul mare di Acicastello, con una lettera di Carlo Bo.
Dal 1939 al ‘40 insegna latino e greco presso un istituto privato. E ancora dal ‘41 al ‘42
nell’istituto San Benedetto e nel ‘44-’45 nel liceo Statale Spedalieri.
Fonda assieme a Gianni Salvo il Piccolo Teatro di Catania. Organizza recitals di poesie a Catania. In quegli stessi anni ‘43-44 redige il periodico “Art-Club” assieme a un gruppo di pittori e scultori catanesi.
A principio degli anni ‘50 dirige la rivista letteraria “Cammino” nella quale appare il suo “Manifesto del Coralismo” che ha come teoria centrale il discorso di Cristo nell’ultima cena.
Nel ‘53 assieme all’architetto Galassi cura la redazione della rivista d’arte “Tutta Sicilia”. Successivamente è a Parigi dove frequenta la redazione di “Exprit” e ne conosce il direttore. Da quell’incontro nasce l’occasione per una decennale amicizia ininterrotta con gli ambienti della cultura parigina. Nel 1959 fonda la rivista letteraria “Incidenza” avendo in redazione Sebastiano Addamo, Vito Librando, Manlio Sgalambro e Fiore Torrisi.
Dal 1959 al 1967 insegna lettere italiane latine e greche al San Benedetto di Catania e italiano e latino nell’istituto San Michele di Acireale. Nel 1960 è a Bayonne per conoscere i luoghi di FrancisJammes. Va quindi a Madrid per visitare la casa di Lope de Vega e di Cervantes. Nel 1967 è assistente di letteratura italiana nel Magistero di Perugia. Dal 1968 al 1982 insegna lingue e letteratura francese nell’università di Palermo.
Questi anni sono intensi di rinnovate attività in Italia, all’estero e anche a Catania dove vengono rappresentate sue pièces teatrali. Trova anche il tempo di dirigere un rotocalco quindicinale di politica, economia e cultura “Sicilia Oggi”.
Vive a Catania mantenendo vivaci e influenti corrispondenze culturali.

 

Tra le opere pubblicate da don Antonio Corsaro citiamo:

 

Poesia:
Castello marino, 1941;
La Vergine, 1947/81;
Responsori, 1949;
Compo-sizione della nostra speranza, 1950;
Plurabella, 1950;
Il Figlio dell’Uomo, 1951/81;
Plurabella, o delle immagini cortili, 1954;
Pietra di solitudine, 1955;
Antifone per una fanciulla santa, 1955;
L’isola dell’amore lunare, 1962;
Il potere è la morte (Narrazione per Camilo Torres), 1972;
Storia dei papi, 1982.
Balletti liturgici: Aaron, 1953;
L’ombra del primo giorno, 1954;
L’ombra del secondo giorno. 1954;
L’ombra del terzo giorno, 1954;
L’ombra del quarto giorno, 1954;
L’ombra del quinto giorno. 1954;
L’ombra del sesto giorno, 1954;
L’ombra del settimo giorno, 1954.

 

Narrativa: Diario d’un prete sciolto, 1982.
Saggistica: Astrattismo nella poesia francese del Seicento e altri studi, 1968;
Ritratto come quartina con “lettere” inedite di Denis Morcau, 1968;
Manifesto del coralismno, 1952;
Il nuovo romanzo francese, 1970;
Donna e immagine (Studisu Villon, Pascal, Proust), 1971;
Su Beckett, 1973;
Il nuovo teatro francese, 1973; Tel Quel/La poesia, 1978.
Teatro: PLuto (pasticciaccio aristofanesco), 1978; Le uova fatali della gallina volante, 1980; Operetta solubile nel fuoco, 1980; Commissario, ho fame, mi arresti!, 1980; 1 fiori del male (riduzione da Baudclaireì, 1980.
Traduzioni: Mallarmé, Tutte le poesie, 1967; Claudel, Cinque grandiodi, 1969; BernanoS, Mouchette, 1980; Péguy, Eva, 1982.


 

 'Lettera di Carlo Bo'

 

'“Caro Corsaro, tu mi chiedi per il tuo primo libro di poesie una nota che lo accompagni davanti al lettore, e sei così troppo buono e modesto: il tuo libro non ha bisogno di argini, vive immediatamente per le condizioni e la sincerità della forma.', ' Se avrà un lettore attento e estremamente provvisto delle ultime notizie della poesia - da Rilke a Eliot, da Ungaretti a Valéry - questi dovrà subito riconoscere la sua necessità e nell’innocenza della sua protesta una volontà di parola colma. Mi sembra che molto voglia dire l’onestà della tua prima presenza, la naturale facoltà dell’errore: ti sei preoccupato meno di darci dei risultati accomodati e praticati che non una immagirìe larga e continua della tua intelligenza poetica.

La conquista della tua parola non sarà, dunque, una cosa facile, non avrà nessuna idea di successo ma significherà un lavoro intero dell’anima, la soluzione di tutta una vita d’attesa, di volontà, di fiducia. Soprattutto dimostri della forza nell’evitare quelle posizioni illusorie di distribuzione del testo che avresti sempre suggerite dalla tua abilità, proprio da quella abilità, che a volte sacrifichi a una gaucherie, a un esempio d’errore, pieni di salute. Quel lettore che sei e risulta con tanta chiarezza dagli elementi comuni del tuo testo poetico ha giustamente consigliato una maggiore volontà, il senso d’uno sforzo al gusto delle convenienze e dei confronti migliorati. Nessuno ti potrà accusare di accomodamenti di testo, di facoltà meccaniche; la sincerità con cui ti cerchi e poi insegni un ritmo interiore ci dice appunto che nei tuoi esercizi ti sei tenuto nel giro d’un’onda magari superiore alle tue forze ma in fondo necessaria alla forma dell’anima. Non conta che certi movimenti laterali - come tu stesso mi fai notare - siano riscontrabili in Ungaretti o in Cardarelli: non conta che un lettore del Rilke delle Elegie possa ritrovare nei tuoi versi dei limiti esattamente ripresi: si tratta di accenti consumati in te stesso e ormai entrati nell’equilibrio del tuo sangue. D’altronde il disordine con cui sono disegnati nel testo ci assicura della loro conquistata innocenza e più del movimento maggiore in cui sei trascinato, al di fuori. Caso mai da fare dei nomi sono proprio quelli che non - sono rappresentati da nessun esempio: son nomi allusivi a un risultato e non già cifre d’una frequenza lirica trasferita. Non si può certo definire l’ansia gonfia in cui - nonostante tutto, sì la tua volontà di bene e il sigillo della tua missione - ti perdi ma ci è concesso però osservare fino a che punto nell’irritabile accento del tuo verso tu sopporti il peso della tua vocazione: dell’atto irrimediabile.

Un giorno ti ho parlato di Francis Thompson e sei rimasto contento d’esser stato un po’ scoperto: Thompson - non faccio una questione di confronti, un equilibrio di colori e di musiche - è appunto un’idea reperibile nella tua figura intera di poeta, d’anima consacrata alla partecipazione del suo verbo. Per me conta di più l’immagine di questo sacrificio generale - una voce sciolta da un silenzio più docile verso la nostra pena - che un diario accorto in un ordine sentimentale. La volontà di canto - seppure qui converrebbe parlare piuttosto di vocazione - ti libera dagli argomenti minori, dal calcolo materiale delle probabilità - da una complicata funzione di rapimenti pratici. Potrei darti i punti diversi in cui obbedisci a questa legge vera e antica per te contro le cadute e gli errori (quelli che meno sembrano errori e più felici combinazioni d’arte) che ogni tanto frenano l’impeto, la naturale irruenza del tuo sangue.

Questo doppio registro, infine vinto e superato, è riscontrabile nel Castello Marino, in una composizione dove un:lettore veramente soccorso può sostenere il corso sincero della vicenda lirica, e insieme le infinite occasioni dei sensi. Sembra che nonostante, anzi proprio contro gli esempi più suscettibili da una memoria letteraria tu debba riuscire oltre un argine di misure, nel centro d’un respiro che sopporta tutta l’anima. Non so che cosa potrà sembrare questa poesia a un lettore lontano da una larga antologia europea del secolo - incomincia da Keats e finisce a Claudel e ricorda Quasimodo - forse potrà apparire eccessivamente ricca e impura, tumultuosa e poi sottile: forse gioverebbe per una vera lettura tener presenti quei limiti occasionali di soluzione e allora non si farebbe una semplice questione d’ambizioni più o meno soddisfatte ma specialmente di quell’ordine a cui senza ritegno si affida il nostro poeta. Certamente chi ha scritto Antifone, Responsori, Frammenti per i giorni di Job nel suo lavoro non ha pensato agli ammonimenti - ormai famosi - lasciati in un celebre saggio sulla poesia da Jacques Maritain: però il desiderio e la volontà di risolvere la poesia in un ordine di bene (“se non è illusione ho voluto redimere - la parola è cristiana - la natura di alcuni poeti nell’uomo redento”) ci lasciano molto vicino - ricordi? - a quelle parole che sappiamo a memoria:

“Crainte chaste, piété, force, conseil, sciencè, intelligence, sagesse, que diraiton d’une oeuvre où l’on reconnaitrait les traces de ces dons?”

Mi sembri su questa Strada, nel giro di quest’ambizione: è già un premio; no?E ancora: C’est de souffrance et de bonté, Il tuo aff.mo Carlo Bo”

(Una lettera del 5 agosto ‘41, in un Castello marino”, ed. SEI, Torino, 1941)

 

La vita di Antonio Corsaro

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