La nascita di Jack di Marco Marino

 

 "L’amore più profondo è l’amore nascosto."
(Hagakure)

 

 

Quando fai il portiere di notte, e hai poco più di vent’anni, ti accorgi che Dio ti invia dei messaggeri, delle persone casuali con le quali, in un altro contesto, non avresti avuto nulla a che fare.

 

Ci sono notti in cui non accade niente di niente, soprattutto d’inverno. Dalla portineria, il mondo si riduce allo sporadico rumore di qualche auto che fa stormire l’assoluto silenzio delle due di notte. Ti accorgi del tempo che passa soltanto perché, dopo mille ciondolii della testa, verso le quattro incominci a sentire i primi uccelli che annunciano il lento incedere del mattino.
Ci sono notti in cui non accade proprio niente.
Ma altre volte.
Arrivano i messaggeri.
Non sempre capisci che si tratta di uno di loro. Pensi sia una persona normale, uno di passaggio. E spesso è davvero così. Una persona normale. Uno di passaggio. Ma questo non significa che non sia un messaggero. Se non ti piace l’idea di Dio - troppo vecchia - e quindi non ti va giù nemmeno quella del messaggero o dell’angelo, non importa. Pensa quello che ti pare. Ma qualcuno – stanne certo – arriva. E la tua vita, anche se per poco, anche se poco, cambia.
Una notte d’estate, verso le tre, Piero stava seduto dentro la portineria dell’albergo. Da mezzanotte, da quando tutti i clienti erano rientrati nelle stanze, non era successo niente. Solo qualche rara automobile. E lo stormire del silenzio notturno. Vuuuummm…
Piero stava leggendo Il gioco del mondo di Cortazàr, quando bussarono alla porta a vetri.
Forse perché troppo attento alla lettura, forse perché troppo vicino al dormiveglia, sobbalzò.
Dall’altra parte del vetro, una ragazza sui venticinque, ventisei anni. Biondina. Niente d’eccezionale.
Piero attivò il citofono.
"Prego…"
"Oddio, scusi se la disturbo a ‘st’ora, ma mio figlio si sente male, la prego mi aiuti…"
"Posso chiamarle un’ambulanza."
"No, la scongiuro, sta veramente male, venga ad aiutarmi. La prego. Per favore."
Piero faceva quel lavoro da meno di due mesi. Non era pronto a una situazione del genere. Qual era la cosa giusta da fare? Telefonare al principale, buttandolo giù dal letto? ignorare la richiesta di quella ragazza e avvertire l’ospedale? oppure semplicemente uscire?
"Ok, aspetti, sto arrivando."
Posò il libro aperto sul tavolo, prese le chiavi dell’albergo e uscì nel giardino. La ragazza gli fece un rapido sorriso.
"Grazie."
"Si figuri. Dove sta suo figlio?"
"In macchina, qua fuori."
Attraversarono il giardino dell’albergo, sul quale aleggiava il dolce profumo del gelsomino. Dalla piccola fontana di pietra, vicino al cespuglio delle rose, giungeva un suono d’acqua. In futuro, ripensando a quella notte, Piero si sarebbe ricordato inaspettatamente di questo particolare. Il canto dell’acqua.
La biondina, camminando velocemente, lo portò vicino a una 206 parcheggiata di fronte al chiosco – chiuso - delle granite.
"Eccoci."
Piero guardò dentro l’auto.
"E suo figlio dov’è?"
"Da nessuna parte."
La ragazza sorrise increspando le labbra. Questo fece riaffiorare in Piero il ricordo d’una sua compagna di liceo con la quale per poco non era finito a letto.
Per qualche istante guardò contemporaneamente la 206 parcheggiata e le labbra della ragazza.
"Come sarebbe a dire?"
"Sarebbe a dire che le ho raccontato una balla. Non ho figli…"
"…"
"…"
"E io che dovrei fare adesso?" chiese Piero, non trovando nulla di meglio da dire.
"Non lo so. Io la parte mia l’ho fatta."
La ragazza sembrava tranquilla. Come se quella bugia senza senso fosse normale. Per un istante, Piero pensò di essere caduto in un tranello, che mentre lui perdeva tempo là fuori a fare il gentile con quella tipa che nemmeno gli piaceva, un suo complice, magari il fidanzato, era entrato nell’hotel per rubare l’incasso della serata.
Piero si guardò intorno, poi lanciò un’occhiata verso l’entrata dell’albergo. Tutto sembrava tranquilla.
"Ma si può sapere che le è saltato in mente? Una stronzata del genere senza…"
"Avevo voglia di stare con qualcuno."
"…come?"
"Avevo voglia di parlare con qualcuno."
Stare o parlare con qualcuno?
L’albergo di Piero stava di fronte alla spiaggia. A quell’ora, gli stabilimenti balneari – che nelle notti d’estate si trasformavano in discoteche sul mare – erano pieni di gente che si divertiva. Fiumi di birra mugghiante, balli sfrenati, corpi sudati e mezzi nudi che s’intrecciavano, oscuri sguardi nel buio.
"Potevi andartene in una discoteca. Ce n’è quante ne vuoi." Senza accorgersene, Piero era passato al tu, e aveva assunto un tono duro.
"Ma io là sulla spiaggia non conosco nessuno."
"Non conosci nemmeno me, se è per questo."
"E’ vero, ma tu hai la faccia simpatica."
"La faccia simpatica. Come no. Prima di bussare all’albergo nemmeno sapevi qual era, la mia faccia!"
"Ti sbagli. È da un po’ di tempo che ti ho notato."
Non era preparato a un’affermazione del genere, per quanto banale. Ti avevo notato. Non aveva mai pensato che qualcuno (soprattutto qualcuna) potesse notarlo. Gli altri ragazzi venivano notati dalle ragazze. Ma lui. Non pensava di essere brutto. Ma essere notato. Da una ragazza.
"E quand’è che m’avresti notato?" Stavolta Piero le sorrise.
"Alcuni giorni fa. Passeggiavo con una mia amica. Tu stavi entrando nell’albergo. Con Yeats sottobraccio."
"Yeats," sorrise ancora Piero, alzando lo sguardo al cielo. "Stavo finendo di leggere La scala a chiocciola."
"Ho pensato che un ragazzo che lavora in un albergo e legge Yeats potesse nascondere qualcosa di bello."
Quella frase, un po’ snob, indusse Piero a guardare la ragazza con maggior attenzione. Aveva dei bei capelli, lisci e biondi, che le ricadevano sulle spalle con eleganza. E gli occhi erano molto grandi. Verdi e grandi. Le ciglia lunghe.
"Io però adesso devo rientrare…"
"Posso venire con te?"
"Be’, oddio, non lo so…"
"Pensi che il tuo principale ti venga a controllare a quest’ora?"
Il problema non era il suo principale. Era la sua ragazza. Nemmeno lei sarebbe mai andata a trovarlo a quell’ora, ovviamente. La questione, casomai, era di ordine etico.
"Penso che sarebbe poco elegante da parte mia lasciarti da sola qui."
"Poco elegante! Se lo fai per galateo, lasciamo stare."
"No, non è per galateo…"
Lei sorrideva. "Ti sto prendendo in giro." Ancora quelle sue labbra arricciate.
Sorrise anche lui.
Si diressero verso l’albergo.
"Io mi chiamo Stefania."
"Piacere. Piero."
Si strinsero la mano.
Attraversarono il giardino. Ninnananna d’acqua, carezza di gelsomino.
"Sei fidanzato?"
Lo era da tre anni. E fino a quel momento aveva pensato d’essere un ragazzo fedele.
"No. Ci siamo lasciati da poco."
"Poverino," sorrise Stefania. "Ecco perché sei così timido con le ragazze: hai paura!"
"Timido? Io timido?" rise lui. Sapeva di esserlo. Ne aveva dato ampia dimostrazione anche in quei pochi minuti di conversazione.
Si sedettero nella portineria.
"Uau, Cortazàr! Lo sapevo che nascondevi qualcosa!"
"Che intendi tu per nascondere?"
Parlarono tutta la notte. Di nebbia. Se fossero state due persone che si conoscevano, e se fosse stata una situazione diversa, quello che si dissero non avrebbe avuto alcun valore. Ma erano due mondi sconosciuti che s’incontravano, ed erano giovani. Ed era una notte d’estate.
Piero finì il turno alle sette.
Lui e Stefania attraversarono il giardino per la terza volta, e si diressero verso l’auto di lui. Il mare era ricoperto di foschia. Un’alba di latte. Sarebbe stata una giornata caldissima.
"Ti va d’invitarmi a colazione?"
"Certo. Conosco un posto dove fanno i cornetti più buoni dell’universo."
Salirono in macchina. Il lungomare era deserto e l’orizzonte inghiottito dalla nebbia del mattino. Qualche barca abbelliva la sbiadita tavolozza del mare.
Si fermarono accanto a una costruzione in legno sulla spiaggia, circondata dalle palme e dai fiori. Gli annaffiatoi automatici erano già in funzione. Per l’aria si spandeva un odore acre di terra bagnata.
Quei cornetti erano davvero i più buoni dell’universo. Caldi e fragranti. Senza capire perché, Piero rimase colpito dalla sensualità delle mani di Stefania mentre strappava le corna al cornetto.
"Faranno pure i cornetti più buoni del mondo, ma servono il cappuccino nei bicchieri di plastica," fece lei ridendo.
Erano seduti su un lettino, sulla sabbia. Il mare era a pochi passi da loro. Silenzioso, e solcato da spettri di barche, si perdeva nella nebbia. Il sole pareva immerso nel latte, un pallido biscotto al burro.
"Che vuoi farci, la perfezione non esiste," fece Piero soffiando sulla superficie schiumosa e bollente del suo cappuccino.
Risalirono in macchina. Dopo qualche minuto, si nascosero fra le dune.
"Guarda guarda, come mai mi porti qui?"
Piero rispose spogliandola.
"Madonna, quanto sei bella!"
Lo pensava davvero.
"Sei bello anche tu."
Lo pensava davvero.
Cominciarono a scopare, ma Piero venne quasi subito.
Parlarono per un’altra mezz’ora. Dai cespugli che circondavano l’auto, proveniva un intenso odore di foglie.
"Senti che odore di foglie?" le chiese lui.
"Odore di foglie?" Lei annusò l’aria. "Non sento niente." Poi rise: "Dimmi che razza di odore è l’odore di foglie."
Rise anche lui. "Questo. Cazzo, ma non lo senti?"
Lei si fece improvvisamente seria. "No, non sento nessun odore di foglie."
Scosse la testa. I capelli le ondeggiarono in un modo che Piero giudicò terribilmente sensuale. Non poté fare a meno di far scivolare i suoi occhi fra le cosce della ragazza, dove s’impigliarono in una folta foresta.
Lei, sorridendo, cominciò a carezzargli il pene, che stava cominciando ad ingrandirsi.
Quando lo sentì bello duro fra le mani, se lo fece spingere di nuovo dentro.
Stavolta vennero insieme. Dopo molto, moltissimo tempo…
Quando raggiunse l’orgasmo, Stefania lanciò un urlo acuto, d’argento, che fece ingelosire Piero per tutte le volte che lei aveva urlato così con altri ragazzi.
"Mio dio, Jack, mi hai fatto impazzire."
"Non mi chiamo Jack." Piero si sentì quasi offeso.
"Lo so che non ti chiami Jack, scemo. Jack è il personaggio d’un libro che ho letto qualche tempo fa."
"E che tipo era?"
"Un grande amatore."
Ancora una volta, Piero si sentì colto di sorpresa.
"Non ho mai pensato d’essere un grande amatore."
"Be’, non pensiamo a tante cose…"
"O forse ci pensiamo troppo…"
Erano quasi le dieci, e la città era già nel caos, quando Piero riaccompagnò Stefania alla 206 parcheggiata vicino all’albergo.
Il chiosco di granite era ancora chiuso.
"Ti avrei offerto volentieri una grattachecca…"
"Sarà per un’altra volta."
Silenzio.
Poi, Piero: "Ci rivedremo?"
"Non lo so, Jack…"
"Ti piace proprio chiamarmi Jack, eh?"
"Te l’ho detto: non sono io a chiamarti Jack. Tu sei Jack. Il grande amatore. Inequivocabilmente."
"Che intendi per grande amatore? Un grande scopatore?"
"No. Un uomo avvolgente."
Jack non capì cosa intendesse Stefania, ma non disse nulla. Invece, le si avvicinò e la baciò con dolcezza. Gli occhi chiusi.
"Grazie di tutto, Jack."
Di nuovo, le sue labbra increspate scostarono il velo che nasconde il mondo, e per un istante ogni cosa divenne d’una bellezza intollerabile.
"Grazie a te. Sono stato benissimo."
"A chi lo dici."
"Spero di rivederti."
"A chi lo dici."
Nei giorni successivi, il nome Jack parve portargli fortuna. Divenne più scaltro con le ragazze, e questo gli permise di nascondersi nottetempo fra le dune, in mezzo alle gambe di qualche occasionale compagna di sbronza. Nonostante questo, attese Stefania tutte le volte che faceva il turno di notte.
Ma lei non tornò mai.

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L’estate passò. Arrivarono le prime piogge di settembre. Le fresche notti di settembre sulla sabbia umida a salutare l’estate con la chitarra. La malinconia dell’imminenza dell’autunno. Jack guardava il mare nero in attesa d’un segno.
Una notte d’ottobre, stava leggendo Hagakure da almeno mezz’ora. Erano quasi le tre, e gli occhi gli si stavano chiudendo. Per vincere il sonno, posò il libro aperto sulla scrivania della portineria e uscì nel giardino.
Era una notte piena di vento. In lontananza, si sentivano le ruote dei cavalloni battere sulla spiaggia. Nell’aria, un odore di salsedine. Dalla fontana di pietra, lo zampillare dell’acqua, arrochito dalle raffiche di vento.
A un tratto, una voce femminile lo chiamò.
"Ciao, Jack."
Un cavallone, che doveva essere enorme, s’infranse sulla battigia con un rombo di tuono.
Ma Jack non lo sentì, tanto forte gli batteva il cuore.

 
La nascita di Jack di Marco Mari

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