Antonio Corsaro
Intervista di Laura Rizzo
'D. Qualcuno tra i suoi autori preferiti: Francesco d’Assisi e Francois Villon, Mallarmé e Samuel Beckett, sono i più grandi Iogoteti ch’io conosca. Logoteti, fondatori di lingue. La lingua da loro fondata non è una lingua linguistica o della comunicazione, ma nuova, che si presta alla definizione semiologica del testo. La logotesi
tende a isolarsi, articolarsi e ordinarsi in sequenze d’ordine superiore oltre
la stessa sintassi. La lingua allora, campo del significante, mette in opera
fattori d’insistenza al di fuori di ogni altra connotazione e d’ogni peso
semantico.
D. Lei ha curato un’antologia di poeti dialettali siciliani. Non ha mai scritto in dialetto? R. Non ho mai scritto nulla in dialetto, la mia lingua materna è stata un aryot di cui non ho memoria. Dall’infanzia a oggi mi sembra di aver sempre tradotto da una lingua straniera. Il risultato? Quello di inseguire i mezzi espressivi con la consapevolezza di non raggiungerli mai. Come ascoltando il canto indecifra-bile d’un merlo, dotato d’altronde della decifrabilità scaturita dalla ripetizione, non priva di significato intelleggibile secondo i moduli dell’alfabeto umano. Vien fatto di pensare a quei due individui seduti ad un tavolo di ristorante che “conversano” a voce neanche alta, ma ben impostata, ben coltivata, ben timbrata, come se una scuola di dizione li avesse preparati per farsi ascoltare dai vicini nei luoghi pubblici; tutto quella che dicono, frase per frase, tutto è assolutamente conforme, previsto; neanche una falla nel sistema ludo-orale (Barthes). Se dunque la mia lingua è quella d’un italiano prevedibile, come potrei scrivere in un dialetto del quale non ho memoria, ‘do é una radicata estensione temporale, quasi innata? Sulla lingua materna dice Barthes: “perché così poco gusto e, o così poca attitudine per le lingue estere? Imparato l’inglese al liceo (noioso: la regina Mab, David Copperfield, She Jtoop io conquer). Avuto più piacere con l’italiano, su cui un vecchio pastore milanese (bizzarra congiunzione) gli diede alcuni rudimenti. Ma di questi idiomi non ha fatto che un vago uso turistico; non .è mai entrato in una lingua; poco gusto per la letteratura straniera, pessimismo costante verso la traduzione, smarrimento davanti alle domande dei traduttori, tanto essi sembrano spesso ignorare quello che io credo sia il senso d’una parola: la constatazione. Tutto questo blocco è l’inverso d’un amore: quello della lingua materna. Non è un amore nazionale: da una parte non crede alla priorità di nessuna lingua; dall’altra, non si sente mai in condizione di sicurezza nella sua lingua”, a Come Roland Barthes sono forse entrato mai in una lingua? Il dialetto in funzione dì lingua materna ha mai avuto per me la struttura d’un soggetto altro? Difficile rispondere. Si sveglia in me semmai dinanzi alla scrittura in Dialetto lo stesso gusto per una lingua tanto straniera da farmi sentire i suoni di chi mi parla in arabo.
D. La sua esperienza all’Università di Debrecen? R. All’Università di Debrecen mi pareva di respirare una cultura mitteleuropea che attraverso la conoscenza di Ady Endre mi permettesse di confrontarmi con una sorta di osmosi dell’esprit francese. Dal Danubio blu mi venivano risonanze ugro-finniche e uralo-altaiche di una letteratura come nuzthesis nel mondo infinito del linguaggio.
D. Qualche chiarimento sul Verticalismo. R. Il verticalismo, al quale ho dedicato una parte del mio tempo immaginario e che intendeva scoprire talune relazioni tra l’arte e la scienza, voleva essere e rappresentare un nuovo metodo di leggere nella realtà, nel momento in cui la realtà si sovrappone senza limiti alle invenzioni scientifiche e ai desideri dello spirito. La sovrapposizione è un dato di fatto di tutta l’esistenza in generale. Corrisponde a una metamorfosi dell’essenza. Per questo, a esempio, l’architettura e la musica si fondano e diventano un’operazione matematica, un prodotto chimico nella immaginazione abbandonata a sé stessa. Il verticalismo non è verticismo. Il mio modello è l’Amphion di Valery. Qui - tra vette e rocce, gli alberi e le fontane vedonor-A-mfioneanimar Si ed agire, mentre nelle sue mani brilla la lira. Nel silenzio in virtù del suo canto e delle corde divine mosse dalle sue dita, le pietre e i blocchi sparsi prendono forma per ordirìarsi a comporre un edificio come nato da una orchestrazione lirica. A verticalizzare un’opera, sia nell’arte che nella scienza, l’unico mezzo viene dallo spirito, come ragione e intuzione, intelletto e sensibilità. In soccorso del mio verticalismo ricordo di avere utilizzato i seguenti saggi: “Le estetiche scientifiche” di Birgia Rauen, “Informazione e emancipazione della coscienza sensibile” di Rurd Alsleben, “Una semiotica dell’arte e matematica e valori estetici” di Ugo Volli, “Messaggi estetici in una lirìguà edenica” dì Umberto Eco, “Computer art” di Ernesto Garcia Camarero, “Fare e ornare” di Xavier Rubert de Ventos. Dasimili saggi deriva la conseguenza che i fenomeni estetici sonoanalizzabili razionalmente e che arte, scienza e filosofia corrono senza distinzione lungo il filo della verticale. Ciò mi accadde, cioé di conciliare differenti forme d’arte e di spiriti, negli anni lontani del “coralismo”.
D. Il poeta è senrpre un credente? Cioé tende ad una “fede”? R. Chi non è poeta.e non è aedente in una verità religiosa se è un uomo ha dentro di sé una possibilità di trance estatica da metterlo nella condizione di vivere, sia pure in momenti effimeri, l’unione cosmica di una umanità che supera gli stessi limiti del tempo e dello spaziò. La poesia o la fede non sono un prodotto della volontà umana, ma l’avvento dell’unica vera vita acquistata dall’intensità della coscienza, là dove poesia e verità si identificano. “Le caratteristiche - ci dice la psicologia - che comunemente sono considerate atte a stabilire la differenza tra rivelazione e prodotti ordinari e naturali dell’attività mentale dell’uomo, appartengono in verità a ogni pensiero e a ogni azione”. Di solito si è indotti a aedere che “i poemi” non scorrono dalla penna né i discorsi eloquenti sgorgano dalla bocca di uomini che non sono abitualmente in grado di pensare poeticamente ed eloqùentemente e la materia sostanziale dei poemi o dei discorsi improvvisati è fatta di tutta l’esperienza interiore, ma esiste anche la possibilità improvvisa che chiunque si riveli poeta e credente.
D. Cosa pensa di chi si droga? R. La droga non è che il pasto nudo della personalità demoltiplicata, come dire tesa a stabilire dei rapporti di grandezza che possono sfiorare la morte, posta sulla linea di collimazione oscura dinanzi a ogni traguardo. L’intossicazione estatica, sia dalla maggior parte delle popolazioni primitive che dai popoli civili, nasce per lo più dalla illusione di possedere un’unione col divino. La droga ha qualcosa di mistico e produce un’ebbrezza piacevole che confina con
l’irrazionale Non-è-un-privilegio del nostro tempo. Semmai nel nostro tempo sono aumentati i procedimenti di natura psichica. L’effetto è sempre lo stesso, quello che conduce alla incoscienza completa. Chi si droga vuole morire.
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