fame di
perfezione
Roberto
Sannino, in arte Iago, costruisce con il suo Negativo a colori
(Akkuaria, 2007) una silloge poetica sospesa tra un’ansia di
perfezione manieristica e l’indissolubile nodo che lega
problematicamente l’Io – l’Ego tanto evocato in queste pagine – alla
realtà.
Non solo in molte delle liriche del nostro autore si riscontra
ossessivo il motivo di una incredulità di fronte al mondo, che in
poesia si trasforma in impossibilità di seguire il filo degli
eventi, ma piuttosto il tema centrale della raccolta sembra essere
una sorta di indecidibilità dell’io poetico di fronte alle forme di
organizzazione del discorso. Entrando ed uscendo da quello che è
l’unico creatore del dettato poetico – l’Autore che ha perso
qualsiasi credibilità in un mondo in cui la poesia, di fatto, non
conta nulla e non muta nulla –, Iago ricostruisce abilmente i
momenti di questa “fame di perfezione” che mai si realizza. E allora
versi come «Errare sulla mia testa, / succhiare il brodo della
teatralità. / Denuncio la scomparsa di me…» (Trascuratezza, p. 35),
mi fanno pensare a una ricerca di corporeità negata che unisce, in
qualche modo, il fare poetico a una necessità oggettiva e quasi
fisica. Stupisce, poi, come nei versi di Sannino l’impossibilità di
una coincidenza piena tra Io e mondo si trasformi in bisogno di
sintesi (basti citare: «Come si può nascere / tra le lacrime e
morire felici? / La semplicità, / è la più grande tra le
difficoltà», Trinità, p. 31), spesso solo vocale, come da chiusa di
La voce.
Percorrendo il libro, spesso incontriamo massime fulminee, frasi che
si chiudono nel verso stesso, e una certa tendenza a soggettivizzare
l’infinito presente e all’accumulazione debordante. Ciò suggerisce,
in alcuni tratti, una eccedenza scrittoria che affoga la pagina e la
riempie di turbini e salti. Sannino riesce meglio, si può dire,
nelle liriche in cui ricerca, invece, la sintesi e si accontenta di
immagini meno barocche. Ma è nella sua poetica, se vogliamo, il
gusto dell’eccedenza, che coincide con una condizione primigenia e
bambinesca, ormai perduta e quindi ricercata, sofferta e voluta,
come canta in questi versi: «La speranza muore, / quando uccidi / il
bambino che è in te. / Innocenza, spontaneità / e dolcezza vengono /
soppiantate da una tacita / premeditazione» (Inquietudine,p. 43). È
un Io che ritiene prioritaria, in un mondo martoriato dalla lotta
umana (poco presente, a dire il vero, in questa silloge), la
ricostruzione e strutturazione dell’identità, e la giudica, in
qualche modo, come condizione necessaria per un giudizio sul mondo.
E detto questo, ci aspettiamo da Sannino, nelle sue prossime prove
poetiche, che certo non mancheranno di suscitare notevoli
apprezzamenti, una poetica più risoluta ed essenziale, che sappia
offrirci, con l’occhio particolare di un autore certamente sensibile
e fedele alla parola, uno sguardo più attento sul mondo e sulla
realtà.
Marco Gatto,
critico letterario
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