Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

 

 

Il Giorno della civetta è il libro di Sciascia che ha riscosso maggior successo di pubblico, é stato venduto in un milione di copie, ha dato origine ad una commedia e ad un film diretto nel 1969 da Damiano Damiani; al suo autore ha fruttato la reputazione di “mafiologo” che però Sciascia ha sempre rifiutato.

 

Rileggendo questo romanzo uscito nel 1961 si ha la sensazione di qualcosa di lucidamente profetico; al tempo in cui il libro fu scritto, oltre trent’anni fa, non si parlava sui giornali con la frequenza con cui si fa oggi della mafia. l’Antimafia sarà istituita solo nel 1963; ma lasciamo alle parole dello stesso Sciascia la definizione del problema Mafia: in un pubblico dibattito tenuto a Palermo nel 1965 egli disse: “Indubbiamente la Mafia è un problema nostro.
Io ne ho fatto una esemplificazione narrativa: fino a quel momento esistevano sulla Mafia degli studi, studi molto interessanti, classici addirittura: esisteva una commedia di un autore siciliano che era una apologia della Mafia e nessuno che avesse messo l’accento su questo problema in un’opera narrativa di largo consumo. Io l’ho fatto”. Perchè ho scelto di parlare di questo libro e di questo autore? Forse perchè mi dà l’opportunità di parlare di tante cose che mi stanno a cuore: di letteratura, storia, Sicilia, impegno civile, Mafia, senso dello Stato: tutto questo è presente nell’opera di Sciascia ed in modo particolare nel breve romanzo che è oggetto del nostro Invito alla lettura.
Leonardo Sciascia è nato a Racalmuto, provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921; suo padre Pasquale era impiegato nella zolfara; la storia della sua famiglia, storia di miseria e di privazioni nel mondo allucinante delle miniere di zolfo, luogo letterario per eccellenza degli scrittori siciliani (basta pensare a “Rosso malpelo” di Verga o a “Ciaula scopre la luna” di Pirandello), diviene oggetto di amara riflessione nelle “Parrocchie di Regalpetra” del 1956, prima opera narrativa di Sciascia ampiamente autobiografica: “Uomini del mio sangue furono carusi nelle zolfare, picconieri, braccianti nelle campagne.
Mai per loro la carta buona, sempre il punto basso, come alla leva, sempre il piccone o la zappa, la notte della zolfara o la pioggia sulla schiena. Ad un momento, ecco il punto buono, ecco il capomastro, l’impiegato; e io che non lavoro con le braccia e leggo il mondo attraverso dei libri. Ma è tutto troppo fragile, gente del mio sangue può tornare nella miseria, può tornare a vedere nei figli la sofferenza e il rancore. Finché l’ingiustizia sarà nel mondo, sempre, per tutti, ci sarà questo nodo di paura”.
Con queste parole Sciascia definisce con chiarezza la pesante storia di ingiustizia sociale che ha condannato la sua famiglia ad un ruolo di subalternità e il desiderio di emancipazione attraverso la cultura: la zolfara si impresse nella mente dello scrittore non solo come contesto sociale, ma come metafora di una costrizione alla precarietà che non l’ha mai abbandonato. Per uscire da questa condizione Leonardo frequenta le scuole magistrali entrando in contatto con professori e intellettuali quali ad esempio Vitaliano Brancati, che gli fanno conoscere l’antifascismo e le problematiche morali ad esso connesse: in quegli anni tra il 1935 ed il ’42, Sciascia viene a sapere della guerra di Spagna, di Garcia Lorca fucilato, di Hemingway, delle Brigate internazionali: il suo antifascismo nasce anche dalla consapevolezza del legame secolare che unisce la storia della Sicilia a quella della Spagna e nell’identificazione con la resistenza antifranchista trova le ragioni profonde della sua opposizione al fascismo. Proprio negli anni del fascismo Sciascia incontra in modo consapevole la questione mafiosa. Ai tempi del fascismo il problema siciliano (come prima il brigantaggio) veniva identificato come questione di ordine pubblico per cui era sufficiente inviare prefetti con superpoteri che risolvessero il problema con la forza: il prefetto di Palermo Cesare Mori inviato nel 1925 colpì furiosamente la base mafiosa senza intaccarne minimamente il sistema di potere; Mussolini nei confronti della Mafia non fu diverso dai suoi predecessori ma fu più scaltro di quanti governarono dopo di lui.
Sciascia divenuto maestro prende servizio nella scuola elementare di Racalmuto dove si trova ad affrontare praticamente problemi sociali, politici, umani: per i Siciliani più poveri la nuova Repubblica Italiana significava soprattutto l’obbligo scolastico e la leva militare, vale a dire imposizioni che sottraevano braccia alla terra: lo Stato s’identificava per i poveri in un’entità astratta che sottraeva forza-lavoro e affamava le famiglie senza dar nulla in cambio. Difficile dunque la posizione del maestro Sciascia, intellettuale illuminato dalle idee progressiste, deciso a liberare la sua gente da una ignoranza secolare ma nello stesso tempo espressione di uno Stato considerato nemico e usurpatore, impegnato a diffondere una lingua e un modello culturale sentiti come estranei: tuttavia Sciascia era consapevole che solo attraverso l’istruzione, la comprensione di quella lingua i suoi scolari avrebbero potuto liberarsi di quella secolare subalternità.
Le ore trascorse in classe fecero capire a Sciascia la sconfitta della cultura di cui si faceva portatore; i suoi scolari si annoiavano perché il mondo della scuola era loro totalmente estraneo: “Del resto, finisco a farne promossi più di quanti dovrei, rimando a ottobre quei ragazzi che dovrebbero frequentare le scuole differenziate.... passano le quattro ore di scuola in malinconica fissità, gli occhi senza sguardo, parlano solo per chiedere di andare al cesso.
Quelli che rimando non si presentano mai agli esami di riparazione.” L’esperienza della scuola lo porterà alla determinazione di voler scrivere avendo come destinatario principale dei suoi libri la gente comune, usando una lingua che fosse quanto più possibile semplice e scarna, rinunciando ad ogni complessità e ad ogni sovrastruttura, scegliendo altresì un genere letterario considerato genericamente popolare, il giallo. Ecco dunque tutti gli elementi che portano alla composizione nel ’61 del “Giorno della civetta”, ma ne va aggiunto un altro: la radicata e profonda sicilianità dello scrittore che lo porta, al contrario di altri uomini politici e intellettuali siciliani (Vitaliano Brancati, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Renato Guttuso, Ugo La Malfa) che erano andati a lavorare e si eano affermati nell’Italia continentale, a non lasciare mai la sua terra.
Sciascia se non può lottare per la redenzione degli oppressi dall’interno delle istituzioni (la scuola) sceglie di farlo dall’interno della sua terra assumendone i codici di comportamento, le convenzioni, le problematiche irrisolte.
Il “Giorno della civetta” é stato dunque definito un giallo, ma un giallo certamente inconsueto. Infatti nella prima pagina del libro viene descritto l’omicidio di Salvatore Colasberna e nella decima viene svelato come é stato ucciso e perché; tutto il libro é dedicato alla ricerca delle prove giuridiche che possano incriminare i veri colpevoli, prove che non saranno trovate costringendo le forze dell’ordine a desistere e a dichiararsi sconfitte. Il racconto prende spunto da due fatti realmente avvenuti: l’omicidio del sindacalista socialista Miraglia avvenuto nell’immediato dopoguerra, e la presenza in Sicilia di un ufficiale dei carabinieri, Renato Candida divenuto poi molto amico di Sciascia.
Il meccanismo narrativo che lo scrittore costruisce é notevole: Salvatore Colasberna, piccolo impresario edile, onesto titolare di una ditta che riesce ad ottenere modesti appalti per la costruzione di opere pubbliche, viene ucciso alle 6,30 di mattina sull’autobus che congiunge il piccolo centro con Palermo da due colpi di arma da fuoco; subito dopo è descritto l’arrivo dei carabinieri che tentano di capire dagli astanti cosa è successo ma cozzano contro un muro di silenzio: nessuno c’era, nessuno ha visto nulla, nessuno ha sentito gli spari: Sciascia ci pone subito di fronte al problema della omertà generalizzata e al distacco profondo, quasi genetico fra cittadini e rappresentanti dello Stato che caratterizzano la società che egli si accinge a descrivere.
Nella scena seguente i parenti del morto vengono chiamati in caserma per l’interrogatorio: i due fratelli Colasberna bruciano di vergogna per il luogo in cui si trovano, non per la tragica morte del fratello, ci avverte Sciascia: lo scontro fra “cittadini” e carabinieri diviene ancora più esplicito all’arrivo del protagonista del racconto, il capitano Bellodi, giovane ufficiale dei carabinieri originario di Parma, di aspetto piacevole, democratico ed ex partigiano: “.... dalle prime parole che disse i soci della Santa Fara pensarono continentale con sollievo e disprezzo insieme; i continentali sono gentili ma non capiscono niente”.
Tuttavia, contrariamente alle loro convinzioni, i fratelli del morto si trovano di fronte ad un continentale molto intelligente, già penetrato fino in fondo ai segreti della Sicilia, capace di ricostruire con chiarezza e lucidità il meccanismo del delitto e le sue motivazioni. In questa ricostruzione Sciascia descrive per bocca di Bellodi gli interessi della Mafia in ambito edilizio ed i meccanismi con cui esercitava e manteneva il potere. Tuttavia fino agli anni Settanta la maggioranza dei politici e dei rappresentanti dello Stato sia in Sicilia che a Roma, ha sempre negato l’intreccio tra amministrazione pubblica e associazioni anzi ha addirittura negato l’esistenza della stessa Mafia.
E’ evidente dunque la forza della denuncia di Sciascia in anni caratterizzati da silenzio e omertà da parte delle forze politiche e anche il bisogno urgente di informare l’Italia su un fenomeno che stava facendo marcire la Sicilia e che presto avrebbe dilagato nel continente corrompendo l’Italia intera, cosa che si è purtroppo drammaticamente verificata. Dal punto di vista della tecnica narrativa Sciascia mette a punto, proseguendo nella lettura del libro, una sorta di montaggio parallelo di derivazione cinematografica: le vicende del capitano Bellodi in Sicilia si alternano nella narrazione a quelle del Palazzo, a Roma, dove parlamentari e ministri vengono informati sul troppo zelante ufficiale che cerca di inchiodare alle loro responsabilità quadri intermedi e boss mafiosi. Nel dialogo fra un imprenditore siciliano e un parlamentare riguardo alle coperture politiche su un problema relativo alle zolfare Sciascia denuncia amaramente la cattiva gestione dello Stato e la collusione manifesta fra Mafia e politica. Nelle pagine successive compare un nuovo personaggio, un confidente, che darà la possibilità al capitano di provare giuridicamente le sue costruzioni logiche. Parrinieddu, questo il soprannome del confidente, è il personaggio più ambiguo del romanzo: egli vive letteralmnte assediato dalla paura che, dice Sciascia, “gli stava dentro come un cane arrabbiato”: egli é costretto dalle circostanze a convivere con la Mafia e con lo Stato, cercando di barcamenarsi tra queste due realtà ineluttabili; tuttavia il confidente nel momento in cui incontra il capitano Bellodi capisce che la sua speranza di trarre profitto dalla ambiguità della sua posizione di informatere é conclusa;egli é destinato a rimanere schiacciato da quella stessa ambiguità.
Le parole chiave di questa parte del romanzo sono “paura” e “morte”: “Per la paura di morire ogni giorno affrontavano la morte: e infine la morte scoccava, finalmente la morte, ultima, definitiva, unica morte, non più il doppio giuoco, la doppia morte di ogni ora.”: questi sono i pensieri che Sciascia mette in testa al suo personaggio, mentre subito ne entra in scena un altro, il potatore Paolo Nicolosi, scomparso dalla mattina del delitto, secondo la dichiarazione della moglie. Il capitano Bellodi intuisce che tra i due fatti c’é una relazione ma sa anche che deve attenersi ai fatti: “Niente fantasia. La Sicilia é tutta una fantastica dimensione: e come ci si può star dentro senza fantasia?”
Desidero sottolineare che questa frase, pronunciata dal capitano Bellodi in procinto di interrogare la giovane moglie dello scomparso Nicolosi, é stata posta come epigrafe dalla giornalista francese Marcelle Padovani al libro di Giovanni Falcone “Cose di Cosa Nostra” uscito nel novembre 1991. Giovanni Falcone, come tutti sapete, è stato assassinato con sua moglie e gli uomini della scorta il 23 maggio 1992, solo sei mesi dopo l’uscita del libro-intervista. Da notare che il nome di Sciascia ricorre nel libro di Falcone per ben sei volte, e di questo voglio riportare interamente una citazione che mi sembra pertinente al nostro discorso:”
La cultura della morte non appartiene solamente alla mafia: tutta la Sicilia ne é impregnata. Da noi il giorno dei morti é festa grande:offriamo dolci che si chiamano teste di morto, fatti di zucchero duro come pietra. Solitudine, pessimismo, morte sono i temi della nostra letteratura, da Pirandello a Sciascia. Quasi fossimo un popolo che ha vissuto troppo e di colpo si sente stanco, spossato, svuotato come il Don Fabrizio di Tomasi di Lampedusa”.
Tornando al romanzo ritroviamo il capitano Bellodi che ha condotto un interrogatorio complesso con grande rispetto per la donna, moglie di Nicolosi, che finalmente confessa l’ingiuria, cioè il soprannome con cui è conosciuto in paese l’uomo che suo marito ha incontrato pochi istanti dopo il delitto divenendone uno scomodo testimone: Zicchinetta era venuto fuori però solo nel momento in cui la donna si era sentita minacciata dal maresciallo, non per una libera collaborazione tra Stato e cittadino: Sciascia registra qui una ennesima sconfitta dello Stato nei confronti del sistema mafioso. Dunque Zicchinetta - Diego Marchica - viene arrestato e subito il confidente capisce di essere un uomo morto. Spedisce dunque al capitano Bellodi una lettera con due nomi e poi, come temeva, qualche ora dopo viene ucciso; la lettera con la sua delazione arriva sul tavolo di Bellodi dopo la sua morte e subito il capitano può fare arrestare i due personaggi denunciati: il Pizzuco, ma soprattutto il mandante dei delitti, il noto capomafia, il protettissimo Don Mariano Arena.
Questo personaggio introduce uno degli argomenti più complessi della critica su Sciascia: una sua forma di rispetto per l’etica mafiosa che sembra convivere in lui con la grande forza morale di denuncia e di condanna della Mafia che è il grande merito dello scrittore. Don Mariano nel romanzo esprime grande rispetto per il Capitano Bellodi:sono di fronte due uomini che sono espressione di poteri contrapposti: solo che il potere di Don Mariano è più esteso di quello di Bellodi, la Mafia è più potente dello Stato, e questo consente al boss di esprimere la sua ammirazione nei confronti del nemico, al quale in un brano forse il più celebre del libro, Don Mariano dichiara la sua particolare e anomala filosofia di vita: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... pochissimi gli uomini, i mezzi uomini pochi, ché mi contenterei che l’umanità si fermasse ai mezzi uomini.... e invece no, scende ancora più giù , fino agli ominicchi.... lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo....” .
Malgrado il grande rispetto per Bellodi Don Mariano ha amici potenti in Parlamento e nel Governo che userà per far cadere come un castello di carta tutta la corretta impalcatura logica costruita dall’ufficiale. Persone degnissime, incensurate, forniranno alibi inoppugnabili ai rei confessi; dopo la loro scarcerazione le indagini proseguiranno ma su altre strade. Il capitano Bellodi, a Parma per un periodo di ferie saprà che la vedova Nicolosi e il suo amante sono fortemente sospettati per quei delitti: si preferisce orientare le indagini verso il motivo passionale, più facile e tranquillizzante per tutti. Il capitano Bellodi è stato sconfitto, il maresciallo Ferlisi trasferito.
Nelle ultime pagine del libro lo scenario cambia, siamo a Parma dove Bellodi incontrandosi con i suoi vecchi amici discute della Sicilia, definita incredibile, come del resto tutta l’Italia è incredibile .....” forse tutta l’Italia va diventando Sicilia ...”

\r\n

La conversazione sulla Sicilia prosegue, tutti commentano, citano, rabbrividiscono; poi Bellodi, biondo, colto, nordico, ex combattente della Resistenza dalla parte della divisa e dello Stato, sconfitto dalla Mafia, umiliato dai superiori, confuso, tornando a casa in una Parma quasi lunare per il biancore della neve, lucidamente si rende conto di amare la Sicilia e di volervi tornare anche a costo di rompersi la testa. Questa conclusione ottimista, dopo tante sconfitte e tanto pessimismo che Sciascia ha disseminato nel romanzo, mi fa pensare che la lezione che l’autore ha voluto darci, nel lontano 1961, é una lezione di lungimirante impegno civile e di alta moralità. Quello che è successo negli anni successivi nella società italiana degli anni Settanta e Ottanta può essere brevemente riassunto. Morto Elio Vittorini, l’autore di “Conversazione in Sicilia” nel 1966 la cui celebre polemica con Togliatti riguardo al ruolo degli intellettuali aveva profondamente segnato quegli anni, gli anni del neorealismo vennero poi quelli dell’impegno in politica, nella scuola, nella società che culminarono nel ’68: da qui si ebbe una discesa vertiginosa della vita pubblica negli anni delle stragi fasciste (piazza Fontana, 12 dicembre 1969) e del terrorismo rosso che avrà il suo punto più drammatico nel rapimento e nell’assassinio del presidente della D.C. Aldo Moro nel maggio 1978. In questi anni vi fu un solo intellettuale anticonvenzionale che prese la parola diffusamente per riportare l’attenzione di tutti sulla necessità di un progetto per un nuovo Stato etico, che non ebbe paura di essere impopolare schierandosi dalla parte della verità, al di fuori delle mode culturali e delle logiche di partito: Pier Paolo Pasolini.

Egli purtroppo fu ucciso nel novembre 1975.
Dopo di allora Sciascia, sparito Pasolini, si assunse il compito di polemista, pronto alla critica, alla indignazione, all’invettiva e negli ultimi anni della sua vita fu molto ostile alla stessa sinistra nella quale aveva militato e molto incline al pessimismo: si può dargli torto? Il collegamento fra Pasolini friulano e Sciascia siciliano é comunque più sottile e di natura eminentemente letteraria; l’analisi che Pasolini fa dei testi di Sciascia è essenzialmente linguistica; egli infatti afferma che il tributo che lo scrittore siciliano paga al realismo non é solo legato alla tradizione meridionale e siciliana, cioè i modelli di Sciascia non sono solo Pirandello e Verga, ma anche e soprattutto i grandi maestri del realismo europeo, francese in particolare, come Maupassant, Flaubert, Balzac. “La severità, quasi cupa, delle scritture di Sciascia, é dovuta all’incessante sforzo di tradurre da una forma realistica in un’altra le sue storie: all’incessante ansia di nobilitare le storie vissute in storie pensate.”
Di Sciascia si è parlato molto anche come scrittore amante della ragione, legato alla tradizione illuminista ed epigono di Voltaire; ma tuttavia nella lettura del “Giorno della civetta” i temi fondamentali restano tre: lo Stato, la Legge, la Mafia. I rappresentanti dello Stato (giudici, ufficiali, questori, appuntati) dovrebbero garantire la legge; ma quello stesso Stato permette il trasferimento o l’allontanamento di uomini che fanno troppo il loro dovere. Per il siciliano, spesso ancora suddito, la Mafia si presenta come il potere più forte, quello a cui affidarsi. Nei 34 anni che ci separano dalla pubblicazione del romanzo di Sciascia molto si è detto e scritto sulla Mafia. Molti uomini sono morti, molti sono stati trasferiti o esautorati.
La lotta alla Mafia ha visto alcune vittorie ma anche molte terribili sconfitte. Il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa mandato a Palermo come prefetto fu ucciso barbaramente insieme alla giovane moglie ed all’agente di scorta nel settembre dell’83. Suo figlio Nando l’anno dopo ha pubblicato un coraggioso libro di denuncia dal titolo “Delitto imperfetto” dal quale ho tratto questa citazione: “Usiamo la famiglia contro la Mafia. Già i giovani l’hanno fatto, portando direttamente questi temi dalla scuola alla casa. Educate un giovane alla verità e alla libertà e non sarà mai un mafioso. Egli dirà le cose con il loro nome, dirà Mafia e potere criminale, non dirà potere occulto; farà i nomi sospettabili e non parlerà di insospettabili. Poichè cercherà la verità distinguerà le parole dei criminali dalle parole degli onesti.
E anche se dovrà accettare la raccomandazione per il posto di lavoro, lo considererà non un favore per cui serbare gratitudine ma un prezzo da pagare, offensivo della sua dignità.” Desidero concludere questa lettura del libro di Sciascia riallacciandomi all’attenzione che egli aveva dedicato ai più giovani nella sua esperienza di maestro di scuola elementare con le parole di Luciano Violante, attuale vicepresidente della Camera dei Deputati ma presidente della Commissione Parlamentare Antimafia nella scorsa legislatura: “Non basta abbattere la mafia. Bisogna ricostruire la democrazia nel Mezzogiorno e irrobustirla nel resto d’Italia; e la democrazia non nasce da sola, va costruita con l’impegno degli uomini. L’antimafia diretta a sviluppare la repressione della criminalità mafiosa deve perciò essere accompagnata dall’antimafia della correttezza politica, della efficienza della Pubblica Amministrazione, della scuola funzionante, delle regole del mercato. L’antimafia dei delitti deve essere accompagnata dall’antimafia dei diritti. Uno Stato e un Governo che operassero in questa direzione meriterebbero la fiducia dei cittadini, condizione essenziale per non ridurre la lotta contro la mafia a una guerra fra guardie e ladri e per farle acquisire dignità di un impegno di libertà.”

 

Riferimenti bibliografici
NICOLA FANO, “Come leggere Il giorno della civetta”, Mursia, Milano, 1993.
GIOVANNI FALCONE in collaborazione con MARCELLE PADOVANI, “Cose di Cosa Nostra”, Rizzoli, Milano, 1991
LUCIANO VIOLANTE, “Non è la Piovra”, Einaudi, Torino, 1994.
NANDO DALLA CHIESA, “Delitto imperfetto”, Mondadori, Milano, 1984.
F. GAVINO OLIVIERI, “Un secolo di narrativa:1880 - 1980”, Laterza, Bari, 1983.
PIER PAOLO PASOLINI, “Il mare colore del vino” da “Descrizioni di descrizioni”, Einaudi, Torino, 1973.

 
Il giorno della civetta di Leona

  È vietato l'uso delle immagini e dei testi non autorizzato.
© 2008 Associazione Akkuaria

Presentazione Akkuaria - Statuto Akkuaria - Scrivi Akkuaria