Gaspara Stampa

 

 

La voce più autentica e spontanea della poesia erotica italiana del sedicesimo secolo, nacque a Padova nel 1523 da una famiglia milanese nobile, visse al centro di vita mondana, aperta ai nobili e ai letterati veneziani. Gaspara, che conduceva vita libera e spregiudicata, si meritò grande ammirazione per la sua vivacità intellettuale. Pare che Gaspara fosse anche socia dell'Accademia dei Dubbiosi col nome arcadico di Anassilla.

 

La sua breve vita di donna libera e spregiudicata trascorse, dunque, intensa tra amori fugaci e appassionati, tra i quali dominò la tormentosa relazione d'amore poi troncata dall'amante, che dal 1548 al 1551 la legò al conte Colluttino di Collalto, di cui pianse la lontananza quando il conte andò in Francia al servizio del re, e poi l'abbandono. Ciò che conferisce grande fascino ai suoi versi è l'ispirazione sincera, che risiede specialmente nella forza e nel tormento della passione e che l'autrice riesce a far vivere nel testo poetico con accenti di autentica drammaticità. Questa umanità è resa più intensa, in alcuni momenti, dall'acume con il quale la poetessa coglie e indaga le contraddizioni legate al suo stato di cortigiana, non protetta dal matrimonio o da una condizione socialmente accettata; tuttavia la confessione dei moti dell'animo, se ha grande interesse umano e psicologico, nuoce alla riuscita stilistica, perché ostacola il pieno controllo degli strumenti espressivi e danneggia l'equilibrio formale.

 


Di particolare interesse, poi, i componimenti nei quali rivendica la propria autonomia di scrittrice, il diritto ad avere una propria libertà d'espressione e di sofferenza per amore, sfida insieme alla società e al destino."Esempio infelice del "suo" sesso" si riconosce la Stampa, ma, insieme, non può impedirsi di vivere "in foco", di "vivere ardendo e non sentire il male". Si pensa che Gaspara abbia soggiornato per un certo periodo a Firenze, di certo morì a Venezia nel 1554, dopo quindici giorni di febbre.

 


 

DALLE RIME:


Quasi vago e purpureo giacinto
Che 'n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta,
che lo mantien degli onor suoi dipinto,
subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che 'l sol abbia coperto e cinto,
tal la mia speme, ch'ognor s'erge e cresce,
dinanzi a 'rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor cresce.
Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
Oscura tema, che con lei si mesce,
che la sua luce fia tosto sparita.

 


GIOCHI VERBALI SULLE PENE D'AMORE
Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;
piangerò, arderò, canterò sempre
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre
a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)
la bellezza, il valor e 'l senno a canto
che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre
Amor, natura e studio par che tempre
nel volto, petto e cor del lume santo;
che, quando viene, e quando parte il sole,
la notte e 'l giorno ognor, la state e 'l verno,
tenebre e luce darmi e tormi suole,
tanto con l'occhio fuor, con l'occhio interno,
agli atti suoi, ai modi, a le parole,
splendor, dolcezza e grazia ivi discerno.

 


SCORTA AMOROSA

 

Il cor verrebbe teco,
nel tuo partir signore,
s'egli fosse più meco,
poi che con gli occhi tuoi mi prese Amore.
Dunque verranno teco i sospir miei,
che sol mi son restati
fidi compagni e grati,
e le voci e gli omèe:
e se vedi mancarti la lor scòrta,
pensa ch'io sarò morta.

 


RIMANDATEMI IL COR
Rimandatemi il cor, empio tiranno,
ch'a sì gran torto avete ed istraziate,
e di lui e di me quel proprio fate,
che le tigri e i leon di cerva fanno.

 

Son passati otto giorni,a me un anno,
ch'io non ho vostre lettre od ambasciate,
contra le fé che voi m'avete date,
o fonte di valor, conte, e d'inganno.
Credete ch'io sia Ercol o Sansone
A poter sostener tanto dolore,
giovane e donna e fuor d'ogni ragione,
massime essendo qui senza 'l mio core
e senza voi a mia difensione,
onde mi suol venir forza e vigore?

 

 

Maria Luisa Gravina

 
Gaspara Stampa