Gabriele D'Annunzio (1863-1938)
Nel 1863 nasceva a Pescara Gabriele D'Annunzio da famiglia agiata; nel 1874 fu iscritto al collegio Cicognini di Prato ove si fece subito notare per l'irrequietezza e la vivacità del suo carattere, la palese tendenza al divertimento e allo scherzo malizioso e pesante. Ancora in convitto pubblicò, nel '79, una raccolta in versi: Primo Vere.Conseguita nell'81 la licenza liceale si stabilì a Roma dove entrò a contatto con ambienti sia letterari sia aristocratici, iniziando una fortunata attività di giornalista, di scrittore, di uomo di mondo. Si iscrisse all'Università presso la facoltà di lettere, ma non la frequentò mai, perché impegnato in altri interessi di studio. Fu nella redazione del "Capitan Fracassa" di Scarfoglio e lavorò alla "Cronaca bizantina", un periodico fondato da Sommaruga.Giunse improvviso il matrimonio con Maria Harduin di Gallese, dopo una romantica e breve fuga in treno.Negli anni successivi accentuò i tratti già presenti nei suoi primi scritti e divenne lo scrittore dell'alta società romana, della quale esaltò i riti mondani.Nel 1889, dopo un soggiorno a Francavilla, compose "Il Piacere". Dal '91 al '93 abitò a Napoli con Maria Gravina ed in questo periodo nacquero numerosi lavori come le "Odi Navali", il "Poema Paradisiaco" e il "Trionfo della Morte".D'Annunzio si occupò della propria rinomanza, che coltivava con una vita volutamente sontuosa e con scandali calcolati abilmente. Tra i tanti gesti clamorosi vi fu una campagna elettorale che lo portò in Parlamento dove sedette all'estrema destra, facendosi notare per qualche clamoroso colpo di scena quale il passaggio nel 1900 all'estrema sinistra.Il soggiorno alla Capponcina fu all'insegna di altri amori, tra i quali la relazione con l'attrice Eleonara Duse che descrisse impietosamente nel romanzo "Il Fuoco" (1910). Nel 1910 oppresso dai debiti si trasferì in Francia dove compose molte opere teatrali (come "Le Martyre de Saint Sébastien) e poetiche (come "La Contemplazione della Morte" e le "Canzoni delle Gesta d'oltremare" per l'impresa libica). Scoppiata la prima guerra mondiale e cominciata in Italia l'agitazione interventista, nel '15 rientrò in patria dove diventò uno dei più fanatici interventisti, pronunciò da Quarto un discorso che appare come un appello a correre in guerra. La guerra gli offrì il momento più eroico della sua vita e l'occasione per le sue spericolate ed eccentriche gesta: la Beffa di Buccari, il volo su Trieste nel'15 e un volo su Vienna nel '18. Ferito in un incidente perdette l'occhio destro e durante la convalescenza scrisse "Il notturno".Alla fine della guerra fu animatore di gesti nazionalisti e diffuse il mito della "vittoria mutilata". L'ultima azione fu la "marcia su Fiume", città della quale divenne legislatore sino al '21.Si ritirò infine nella villa di Gardone Riviera, da lui chiamato "Il Vittoriale" che trasformò in un mausoleo fastoso della sua vita e della sua opera. Qui, pur non smettendo di partecipare sia pure con scritti e messaggi agli eventi del paese, lo colse la morte nel '38.LA POETICADefinito da B. Croce "dilettante di sensazioni", D'Annunzio interpreta il gusto decadente e intende il poeta come soggetto inimitabile dotato di acuta sensibilità.L'arte è attività suprema, fortemente soggettiva ed esaltante. Alla base del pensiero dannunziano è possibile riscontrare queste tre componenti: estetismo, panismo, superomismo. "Il Piacere" è considerato la vera e propria "bibbia" del decadentismo italiano, in cui il protagonista incarna il simbolo della sfrenatezza sensuale che sfocia nella lussuria, generando insoddisfazione e inappagamento dei desideri. Andrea Sperelli è un personaggio autobiografico, poiché è l'incarnazione di quello che l'autore avrebbe voluto essere.L'esteta vive da uomo fuori dal comune perché eccezionalmente dotato e raffinato.Nel romanzo il poeta rivela una ricerca della bellezza come prototipo di una donna affascinante e sfuggente, espressione di ciò che può ammaliare un esteta.L'estetismo tende a rappresentare immagini cariche di compiacimento estetico. Il culto per la parola predilige quella provocatoria, suggestiva e la forma preziosa e barocca. Soprattutto in Alcyone l'autore esprime il panismo, il cui nome deriva dal dio Pan che tornato sulla terra, invita gli uomini a immergersi nelle cose, a immedesimarsi in esse; le parole e le immagini si fanno evanescenti, mentre il linguaggio è analogico ed evocativo. Una concezione decadente della realtà consente di attribuire alla natura caratteristiche umane e all'uomo di immergersi nella natura. Si attenua fino quasi ad annullarsi la distinzione tra il soggetto-poeta e l'oggetto-natura.Dietro alle parole c'è però il vuoto più completo di pensiero, ma soprattutto di sentimento.È riscontrabile nel poeta il desiderio di imporsi, di agire e ciò sconfina in megalomania già riscontrabile nel poeta adolescente che negli anni maturi risente della nuova filosofia tedesca (superomismo).D'Annunzio, avendo rifiutato di porsi una problematica del vivere, si proiettò in una vita attiva e combattiva. Il suo vitalismo si rivelò in due sensi: come insofferenza di una vita comune e normale e come vagheggiamento della "bella morte eroica". Egli perciò insiste sui temi della grandezza, dell'orgoglio, dell'eroismo estetizzante.Costretto a reprimere gli impeti adolescenziali, seppe fondere vita e arte in una sintesi di eroismo e decadentismo.Egli determinò la svolta più importante del decadentismo, quella superomistica, a cui aderì dopo la lettura nietzschiana. Il superomismo si adeguò alla carriera tribunizia, ma prima ancora la via era stata imboccata con i romanzi "Il Trionfo della morte" (1894) e " Le Vergini delle rocce" (1895) per proseguire con "Il fuoco" e "Forse che si forse che no" (1910) i cui protagonisti (Giorgio Aurispa, Claudio Cantelmo, Stelio Effrena e Paolo Tarsis) incarnavano la figura del super-uomo tribuno proponendolo come il modello del nuovo capo politico, il cui compito era ricondurre "il gregge all'obbedienza".In D'Annunzio il superuomo trovava la sua perfetta identificazione, con l'artista, la vita inimitabile diveniva l'arte stessa, banco di prova delle sperimentazione delle passioni e della volubilità dell'uomo. In lui non fu tanto la vita a tenere dietro l'arte, ma fu l'arte a seguire le eccentricità della vita e ciò costò al poeta un'accusa di divismo e superficialità.rnE' da notare che esiste, in contrapposizione ai due aspetti del vitalismo, un senso di stanchezza improvvisa: sentì il desiderio di purificazione, di innocenza e allora si rifugiò nei ricordi a lui più cari. L'opera che meglio esprime questa condizione è "Poema Paradisiaco" (1893), in cui una buona assimilazione del simbolismo francese gli consentì di rinnovarsi in misura soddisfacente.Vi è il passaggio dalla sensualità alla purezza e all'innocenza di una vita semplice. In questi improvvisi ripiegamenti interiori mancava una amara consapevolezza della caducità delle cose e della precarietà dell'uomo: questi motivi si potevano avvertire solo superficialmente, ma non c'era un sincero proposito di rinnovamento dello spirito. Da un affannoso fiorire di sensazioni e di immagini si genera il "Notturno", che egli compose al buio e nel quale si alternano e si intrecciano due motivi: il rimpianto dell'adolescenza e della vita in genere consumata e perduta; l'immediato rimpianto dell'azione di guerra, del rischio mortale del volo su Vienna.Il "Notturno", nato come diario, si arricchisce di sogni, ricordi, visioni, apparendo come una autoglorificazione D'Annunzio si spoglia quindi di qualsiasi dimensione superumana e tensione vitalistica per attuare un sincero ripiegamento interiore. "Il verso è tutto […]; può definire l'indefinibile e dire l'ineffabile;può abbracciare l'illimitato e penetrare l'abisso […]; può, infine, raggiungere l'Assoluto". "Bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte" "Avido d'amore e di piacere, non aveva ancora interamente amato né aveva ancor mai goduto ingenuamente"."Nel tumulto delle inclinazioni contraddittorie egli aveva smarrito ogni volontà ed ogni moralità. La volontà, abdicando, aveva ceduto lo scettro agli istinti; il senso estetico aveva sostituito il senso morale. Ma codesto senso estetico appunto, sottilissimo e potentissimo e sempre attivo, gli manteneva nello spirito un certo equilibrio"da "Il piacere"' |