S.G. Serse -

Per festeggiare un'infanzia

 

 

I
Palme...!
Allora ti lavavano nell'acqua-di-foglie-verdi; e anche l'acqua era sole verde; e le domestiche di tua madre, ragazzone lucenti, muovevano le gambe calde vicino a te che tremavi...
(Parlo di un felice stato, allora, fra le vesti, nel regno di avvolgenti chiarezze.)

 

Palme! e la dolcezza
d'una vecchiaia delle radici...! La terra
allora bramò essere più sorda, e il cielo più fondo dove gli alberi troppo grandi, stanchi d'un oscuro disegno, stringevano un patto inestricabile...
(Ho fatto questo sogno, all'incirca: un soggiorno sicuro fra le vele entusiaste.)

 

E le alte
radici curve celebravano
l'andar oltre delle vie prodigiose, l'invenzione delle volte e delle navate,
e la luce allora, in più pure imprese feconda, inaugurava il bianco regno dove ho condotto forse un corpo senz'ombra...
(Parlo di un'alta condizione, di una volta, fra gli uomini e le loro figlie, e che masticavano una certa foglia.)

 


Allora gli uomini avevano una bocca più grave, le donne braccia più lente;
allora, col nutrirsi come noi di radici, grandi bestie tacitur-ne si nobilitavano,
e più lunghe su più ombra si alzavano le ciglia...
(Ho sognato questo, e ci ha consunti senza reliquie.)

 

II
E le domestiche di mia madre, ragazzone lucenti... E le nostre ciglia favolose... O
chiarezze! o favori!
Chiamando ogni cosa, declamavo ch'era grande, chiamando ogni bestia, ch'era bella e buona.
O miei più grandi
fiori voraci, fra il fogliame rosso, divoranti tutti i miei più begli
insetti verdi! I cespi fioriti in giardino odoravano come il cimitero di famiglia. E una sorella piccolissima era morta:
ebbi la sua bara di mogano, che profuma, fra gli specchi di tre camere. E non bisognava uccidere il colibri con un sasso... Ma la terra si curvava fra i nostri giuochi come fa la domestica,
quella che ha diritto a una sedia se si sta in casa.

 


Vegetali fervori, o chiarezze, o favori!...
Eppoi quelle mosche, quella specie di mosche, veiso l'ultimo angolo del giardino, che erano come se la luce avesse cantato!

 

Mi ricordo del sale, del sale che la nutrice gialla dové asciugarmi all'angolo degli occhi.
Lo stregone nero sentenziava all'uffizio: " Il mondo è come una piroga, che, girando e girando, non sa più se il vento voleva ridere o piangere... "
E subito i miei occhi cercavano di dipingere
un mondo dondolante fra acque lucenti, scorgevano il li-scio albero maestro dei fusti, la coffa sotto le foglie, e pennoni e antenne, sartie di liana,
dove, troppo lunghi, i fiori
finivano in gridi di pappagalli.

 


III

 

Poi quelle mosche, quella specie di mosche, e l'ultimo angolo del giardino... Qualcuno chiama. Andrò... Credo farò cosi.
- Se non l'infanzia, che c'era allora che non c'è più? Pianure! Pendi i! C'era
più ordine! E tutto era solo regni e confini di raggi. E ombra e luce più vicini allora a essere una stessa cosa... Cosi credevo... Agli orli dei boschi il frutto
poteva cadere
senza che la gioia marcisse alle curve delle nostre labbra. E gli uomini smuovevano più ombra con una bocca più
grave, le donne un sogno più grande con braccia più lente.

 

Crescano le mie membra, e pesino, nutrite di età! Io non frequenterò nessun altro luogo di mulini e di canne, per il sogno dei fanciulli, fosse in acque vive e sonore cosi distribuito... A destra
si metteva al riparo il caffè, a sinistra la manioca (o tele che vengono piegate, o cose da elogiare!)
E da quel lato stavano i cavalli ben marcati, i muli dal pelo raso, e laggiù i buoi;
qua le fruste, e là il grido dell'uccello Annaò - e li v'era la ferita delle canne al mulino.
E una nube
viola e gialla, coior Icica, se si fermava d'improvviso a coronare il vulcano d'oro,
chiamava-col-loro nome, dal fondo delle capanne,' le domestiche!

 

Se non l'infanzia, che c'era allora che non c'è più?...

 


IV

 

E tutto era solo regni e confini di raggi. E gli armenti salivano, le mucche odoravano di melassa fumante... Crescano le mie membra
e pesino, nutrite di età! Ricordo i pianti
d'un giorno troppo bello in un grande, enorme spavento!... il cielo bianco, o silenzio! che fiammeggiò come uno sguardo di febbre... Io piango, quanto
piango, nel cavo di vecchie dolci mani...
Oh! è un puro singhiozzo, che non vuoi essere soccorso, oh! altro non è, e già culla la mia fronte come una grande stella del mattino.

 

Com'era bella tua madre, e pallida
quando cosi alta e stanca, nel piegarsi,
ti calzava il greve cappello di paglia o da sole, coperto d'una doppia foglia di Seguina,
e come, attraversando un sogno dedito alle ombre, lo splendore delle mussoline
inondava il tuo sonno!
La mia fantesca era meticcia e odorava di ricino; sempre le ho visto perle d'un sudore brillante sulla fronte, intor-no agli occhi - e cosi tèpida, la sua bocca aveva il sapore delle mele-rosa, nel fiume, prima di mezzodi.

 

Ma della nonna che si faceva d'ambra
e cosi bene sapeva curare la puntura delle zanzare, dirò che una è bella, quando indossa calze bianche, e ti
s'accosta, attraverso la persiana, con il saggio fiore di fuoco verso le tue lunghe palpebre
d'avorio.

 

E non conobbi tutte le Loro voci, e non conobbi tutte le donne, tutti gli uomini che servivano nell'alta dimora
di legno; ma per lungo tempo ancora ho memoria delle facce insonore, color papàia e noia, che si fermavano
dietro le nostre sedie come astri morti.

V

 

Oh! motivo ho di lodare! Fronte mia sotto mani gialle, mia fronte, ti rammenti dei notturni sudori?
della mezzanotte vaneggiante di febbre e d'un sapore di cisterna?
e dei fiori d'alba blu a danzare sulle cale dei mattino, e dell'ora mezzodi più sonora d'una zanzara, e delle frecce
scagliate dal mare di colori...?
Oh, io ho motivo! Oh, motivo ho di lodare!
Al molo stavano alte navi con musica. C'erano promon-tori di campeggio; frutti di legno che scoppiavano... Ma che se n'è fatto delle alte navi con musica che stavano al molo?

 

Palme...! Allora
un mare più credulo e frequentato da invisibili partenze, disteso come un cielo sui frutteti, s'ingozzava di frutti d'oro, pesci viola e uccelli. Allora, profumi più affabili, espandendosi sulle cime più
faste,
spargevano quel soffio d'un'altra età,
e col solo artificio della cannella nel giardino di mio padre
- o finte! -
glorioso di scaglie e armature un mondo agitato delirava.
(... Oh, io ho motivo di lodare! O favola generosa, tavola d'abbondanza!)

 

 

 

VI

 

Palme!
e sulla scricchiolante dimora tante lance di fiamma!

 

Le voci erano un rumore lucente sottovento... La barca di mio padre, attenta, portava grandi figure bianche: fors'an-che, infine, certi Angeli scarmigliati; oppure uomini sani, vestiti di lino fine e col casco di sambuco (come mio padre, che fu nobile e dignitoso.)

 

Poiché di mattina, per i pallidi campi dell'Acqua nuda, lungo i'Ovest, ho visto andare Principi coi loro Generi, uomini d'alto ceto, vestiti bene e taciturni, perché il mare prima di mezzodi è una Domenica in cui il sonno ha preso il corpo d'un Dio, piegando le gambe.

 

E torce, a mezzodì, si alzarono per le mie fughe.
E credo che Archi, Saloni d'ebano e di latta, s'aecesero ogni sera al sogno dei vulcani,
nell'ora in cui ci giungevano le mani davanti all'idolo vestito di gaia.

 

Palme! e la dolcezza
d'una vecchiaia delle radici...! I soffi alisei, i colombacci e la gatta marrone
traversavano l'amaro fogliame dove, nella crudezza d'una sera dal profumo di Diluvio,
le lune rosee e verdi pendevano come manghi.

*
Intanto gli Zii parlavano basso a mia madre. Avevano legato i loro cavalli alla porta. E la Casa resisteva, sotto gli alberi piurnosi.

 
S

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