Epistola a Vera

 

DA

“EPISTOLA A VERA AMBRA”

                           

   di Benedetto Macaronio

 

 

 

                                                                               Ma qui la morta poesì resurga,

                                                                                o sante Muse, poi che vostro sono;

                                                                               e qui Caliopè alquanto surga

                                                                                                 (Purgatorio, I 7-9)

 

Videbis poetas raros quidem, natura rerum disponente ut rara quaelibet cara simul et clara sint.

                                                         Francesco Petrarca, Invectivae contra medicum

 

 

La forma vuol essere digerita altrettanto bene del contenuto; anzi, essa si digerisce molto più difficilmente.

                                                          Johann Wolfgang von Goethe

 

Io sono Aristarco Scannabue, e voglio adoperare il mio giudizio, e voglio col mio giudizio giudicare anche il giudizio degli altri, e giudicarlo severamente, senza curarmi un fico dell’autorità di chicchessia”

                                                         Giuseppe Baretti, Frusta letteraria

 

 

 

-------- Considerazioni sulla Poesia ---------

 

I

 

Vera, ti avrei scritto un po’ prima, ma soltanto ieri ho potuto ritirare la stampante, alla quale ho fatto sostituire il nastro, indispensabile per poter lavorare col computer e stampare quanto scrivo col mio apparecchietto che hai veduto sullo scrittoio.

Quando ci siamo incontrati, nella mia dolcissima Roma, e tra l’altro ho avuto il piacere di conoscere di presenza l’amico Marco, mi hai dato alcuni testi della Ediprom. Li ho letti tutti, ad eccezione de La prigione del lampo, poiché mi riservo di leggerlo in altro tempo, trattandosi di un libro in prosa.

Rammenti quanto ti ho detto nella sede di quella associazione culturale vicino a Cinecittà? E rammenti ancora i libri di poesia sul mio tavolo? Ecco, parafrasando il Petrarca: ad patres revertor. Intendo che non può darsi poesia se non si ritorna alle fonti genuine e ad uno studio costante e severo.

Non bastano i buoni sentimenti e le buone intenzioni, per comporre versi che abbiano dignità poetica. Tutti gli sperimentalismi del nostro tempo sono, a mio parere, affatto inutili, se non addirittura nocivi, in quanto non producono poesia.

Ti ho anche detto che sto facendo una cura “disintossicante”, e questo dopo aver letto un mucchio di composizioni verbali (non oso definirle “poesia”), rivolgendomi a quegli autori le cui opere possiedono, indiscutibilmente, l’impronta dell’arte.

Avrai già letto, suppongo, i “versi” che appaiono nel numero doppio (15-16) di Via Lattea (a proposito, la Rivista ha cessato le pubblicazioni) di autori selezionati non da me e che trovo assolutamente discutibili, e quindi niente affatto poeti. Cosa mi dici di siffatte composizioni verbali? Leggi un po’ le poesie (si dice tanto per dire). L’unico degno commento potrebbe essere una frase di questo tipo: e mo questo che sta a di’? (Te lo dico proprio in romanesco; anzi: ner trasteverinico idioma der sor Ciavatta!).

Ho ripreso a leggere, Vera, o sto leggendo per la prima volta, opere poetiche sparse lungo l’arco della letteratura italiana (per non parlare anche degli stranieri) : Petrarca, Lorenzo De’ Medici, il Boccaccio del Ninfale fiesolano e del Teseida, Giovanni Pascoli, e quel grande che risponde al nome di Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo (cito a casaccio e non cronologicamente).

Applicandomi a questi autori, e ad altri ancora, io mi ritrovo davvero nel mondo della Poesia: di quella Poesia che parla all’intelletto, al sentimento, all’immaginazione, dove la parola crea il ritmo determina la musicalità.

Ecco, parafrasando un detto di Orazio, potremmo dire: verbum ut musica. Del resto, anche il poeta Paul Verlaine ha enunciato qualcosa di simile in Art poétique, “de la musique avant toute chose”. Con ciò non intendo che tutte le composizioni poetiche debbano essere necessariamente musicali; ma che almeno abbiano quella dignità formale, che deriva da un sapiente uso della metrica.

Ricordo quanto mi hai detto, nella tua venuta a Roma, che occorre, cioè, far ricorso ad ogni mezzo, compresa la grafica e il disegno (se rammento bene), per far sì che le persone si interessino alla poesia.

Trovo davvero inopportuna una siffatta operazione, e per ben due motivi:

1°) la poesia dev’essere accettata di per sé stessa, senza l’ausilio di puntelli pietosi, grucce, orpelli esteriori al testo poetico;

2°) credi proprio che tutti vogliano interessarsi all’ars metrica? Ti rammenterò le parole dell’Ariosto:

 

Degli uomini son vani li appetiti:

a chi piace la chierca, a chi la spada,

a chi la patria, a chi li strani liti.

                        (Satira III)

 

Io so, per esperienza, che voler indurre ad amare o ad accettare qualcosa produce, il più delle volte, l’effetto opposto a ciò che ci si prefigge. E, a questo proposito, ti dirò che trovo patetici quei poeti che s’imbarcano in operazioni di siffatto genere, andando a leggere i loro versi nelle scuole, davanti a scolaresche le quali o non hanno interesse o in queste esibizioni trovano un diversivo per eludere le lezioni. E mi sembra che tali poeti vadano mendicando l’elemosina di essere ascoltati: non est dignum!

Qualora vogliamo che la poesia ritorni alla sua dignità primiera, è necessario abbandonare stravaganze e sperimentalismi di vario genere per tornare su quella via tracciata dagli antichi padri.

Ecco, dirò, con le stesse parole del maggior poeta, e fabbro della lingua nostra:

 

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliopè alquanto surga.

 

Attenzione, però! Quando dico che dobbiamo ritornare ai padri, mica intendo che dobbiamo scrivere come nel passato si scriveva. È chiaro che ciò non è assolutamente possibile, poiché la lingua, ogni lingua, tende naturalmente a trasformarsi: altro è l’italiano di Dante, altro quello di Pietro Bembo, di Giambattista Marino, del Parini, del Carducci, del Gozzano, di Marino Moretti e così via discorrendo. Quel che voglio significare è, parlando di poesia, che occorre ritornare al ben collaudato sistema metrico, come ho già detto e non mi stanco di ripetere.

Esempio: leggendo le composizioni della Manfredi-Gigliotti ho trovato due parole, in Alba rossa, che hanno la pretesa di formare un verso, ma che verso non sono perché manca la necessaria disposizione degli accenti tonici: “avventurieri, commercianti”. Questa è prosa, pura prosa! Vogliamo un po’ vedere come avrebbe potuto scrivere meglio? Ecco: “mercanti, avventurieri”. A parte il fatto che il termine mercante suggerisce bene un’altra epoca (si fa riferimento al Medio Evo), se noti bene, troverai un perfetto settenario. È questione di stile. E di buon gusto. Ti renderai conto, inoltre, che il vocabolo commercianti, per via della doppia consonante che vi è contenuta fa inciampare la lingua, suona male, almeno in tale contesto, e non produce alcun effetto poetico, cioè metrico. E pur tuttavia, se avesse scritto “commercianti, avventurieri”, avrebbe prodotto un effetto senz’altro buono, dato che la disposizione sillabica, quindi la caduta degli accenti, dà un ottonario. Ciò dimostra come molti, che hanno la pretesa di esser “poeti”, non sanno poetare. Purtroppo!

Notiamo, anche, che la lingua italiana è tale che, talvolta, nonostante si scriva in prosa, ci scappino dei versi. Qualche esempio? Eccone un paio tratti dal quotidiano “Il Messaggero”: Si sbriciola il cuore d’Italia (novenario); Cimabue, addio per sempre (ottonario). Sono i titoli di articoli in occasione del terremoto. Altro caso più illustre? Se consulti La scienza in cucina di Pellegrino Artusi, leggerai quanto segue: Pestate gli amaretti nel mortaio. Se noti bene, troverai il ritmo di un endecasillabo perfetto, con l’accento fisso sulla decima sillaba: mortàio. Ma è ancor più notevole quanto leggiamo in questo brano di prosa:

rileggeremo queste memorie sdrajati su l’erta che guarda la solitudine d’Arquà, nell’ora che il dì va mancando.

Ti prego di osservare quanto segue: se leggiamo sdrajati su l’erta che guarda, abbiamo la disposizione metrica del novenario; se, invece, leggiamo: che guarda la solitudine d’Arquà, / nell’ora che il dì va mancando… un endecasillabo seguito da novenario. Anche l’inizio del periodo, Rileggeremo queste memorie, ha il ritmo di un verso: è un decasillabo. Ed è bella e poetica l’espressione nell’ora che il dì va mancando.

E non è nient’altro che prosa! Ma di quale autore! Questa frase, che abbiamo appena esaminata, è tratta da Ultime lettere di Jacopo Ortis. (Per inciso: rileggendo quanto scritto sopra, mi sono accorto che mi è scappato un verso ottonario: Questa è prosa, pura prosa! E mica l’ho fatto apposta, credimi.) Quindi, credo che non sia difficile fare buoni versi, a chi è avvezzo alla lingua italiana (ohibò, m’è scappato ancora un altro verso: un decasillabo!).

Rammento, per inciso, un fatto che mi è accaduto anni addietro, trovandomi appena fuori della stazione di Santa Maria del Fiore, in attesa che si facesse l’ora per prendere il trenino diretto a Prato. C’era una ragazza, vestita mica male, che chiedeva l’elemosina e si è messa pure alle mie calcagna seguendomi, per un breve tratto. Orbene, per trarmi d’impaccio, fingendo di non capire, le ho detto, testualmente: “Je ne comprends pas” , e ho tirato dritto per via Nazionale.

Sai cosa la ragazza mi ha gridato dietro? “Perché sei così cattivo?”, e null’altro.

Quelle parole mi hanno colpito, e mentre camminavo me le andavo rimuginando, ripetendole, tra me e me. Cosa c’era mai di tanto particolare in quell’esclamazione, nella quale mi sembrava di avvertire un non so che di familiare, un qualcosa come un déja entendu? Semplicemente la cadenza dell’ottonario. E non solo. Ho avvertito, anche, quasi una reminiscenza   gozzaniana:

 

“O Guido! Che cosa t’ho fatto

di male per farmi così?”

 

Potrà sembrare anche una banalità, uno dei tanti fatterelli che possono capitare a chiunque, nella vita di ogni giorno. Eppure una cosa così insignificante mi ha indotto a riflettere sulla naturale metricità de “l’idioma gentil sonante e puro”, come lo definì l’Alfieri. E mi è venuto di pensare che non per nulla mi trovavo nella città di Dante.

 

 

                                                         II

  Suggerirei, a coloro che vogliono dedicarsi alla poesia, di leggere i grandi autori. Anche i dialettali, sì, pure quelli, perché no? Carlo Porta, Pinin Pacot, Belli, Pascarella, Trilussa, insieme ai poeti che scrivono nella lingua nazionale, “la lengua de la patria granda”, per dirla con un’espressione piemontese.

Vi è sempre da apprendere.

Alcune settimane orsono ho acquistato I Canti di Leopardi, editi dalla Newton. In appendice vi sono riportati versi con le relative varianti e modifiche: utilissimo, questo, per rendersi conto quale cammino ha compiuto il poeta per giungere alla perfezione stilistica del verso.

L’esercizio della scrittura, sia che si tratti di prosa, sia che riguardi la versificazione, richiede attenzione ed un costante studio sulla parola ed una continua consultazione di vocabolari e dizionari (compresi quelli dei sinonimi e delle etimologie).

Ma è necessario, pure, stare attenti alle tematiche che si trattano e al modo con cui si trattano. Noto che oggi molti poeti, e poetesse, hanno il vezzo dell’aspirazione: intendo significare che ad ogni piè sospinto si leggono espressioni di siffatto genere: “vorrei essere il monte”; “vorrei essere il mare”; “vorrei essere l’onda”, etc. Ma, naturalmente, sono quelle persone che appartengono al sottobosco. Questo piangersi addosso non mi va per nulla. Oppure quelli che dicono: sono questo; sono quest’altro. Idem!

C’è anche un’altra categoria di autori che non accetto: quei poeti (si dice per dire) che s’impaludano nell’oscurità di metafore e traslati a tal punto da risultare illeggibili. E credono di essere moderni, e di dire cose interessanti! E, tuttavia, sono accettati, pubblicati e favorevolmente criticati. Ciò che mi lascia quanto mai perplesso è proprio questo: come mai, oggi va di moda un tipo di scrittura “poetica” (si dice sempre per dire) oscura e incomprensibile, e comunque universalmente accettata?

I critici che le sono benevoli non lo faranno mica per timore di apparire retrivi e superati? La qual cosa mi rammenta, molto da vicino, quella fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’Imperatore, dove tutti, Imperatore compreso, si sentivano obbligati ad ammirare tessuti che non vedevano, e non vedevano per il semplicissimo fatto che non esistevano, per non apparire stupidi o inetti all’officio cui erano preposti.

Non sarà mica la stessa cosa per i signori critici?

Mi sorge alquanto un sospetto.

Poco più sopra ho accennato alla Poesia (quella vera, per intenderci, quindi quella con la iniziale maiuscola) che parla all’intelletto, al sentimento, all’immaginazione.

Orbene, da questi tre elementi essa deve scaturire e, al contempo, di essi dev’essere la destinataria. Aggiungendovi, naturalmente, l’elemento formale, ossia la metrica e le varie figure retoriche, che sono necessarie, anzi essenziali, perché la composizione assurga agli alti livelli dell’arte.

Vogliamo scorrere insieme due brevi composizioni?

 

Il LAMPO

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto:

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto:

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

 

Il TUONO 

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo.

e tacque, e poi rimareggiò rinfranto

e poi vani. Soave allora un canto

s’udì di madre, e il moto di una culla.

 

Considera un po’ queste due brevi composizioni metriche nei loro elementi linguistici: noterai, nella prima l’uso sapiente del verbo al singolare per due soggetti distinti che vengono fusi in uno, quasi che cielo e terra, nella tempesta, siano una sola entità; molto efficace, nel quarto verso la reiterazione dell’aggettivo e quella felice espressione, “tacito tumulto”, molto simile ad un ossimoro, se non un ossimoro vero e proprio, che rende vivida l’impressione cromatica del contrasto tra il buio fitto d’una notte tempestosa e il lampo che repentino s’accende e sparisce in un vibrìo di luce. Il quinto verso rende benissimo l’immediatezza dell’immagine e il rapidissimo succedersi delle due azioni: l’apparire e lo scomparire della casa, anche perché tra i due verbi manca il segno d’interpunzione. Ecco come si può magistralmente descrivere un fenomeno visivo.

Vediamo adesso la seconda poesia. Qui la sensazione si fa uditiva, grazie al sapiente giuoco delle assonanze e delle onomatopee, non che la ripetizione dei fonemi “an”, “in” e la reiterazione della “u”, scandita ben quattro volte, che dànno spessore fonetico alla descrizione, facendone un piccolo gioiello di musicalità. Sono belle entrambe, le due liriche; ma la seconda la trovo più sonora.

Questa lezione ci viene da un grande maestro della Poesia, Giovanni Pascoli; il quale molte volte ha fatto ricorso all’onomatopea per dare maggior forza descrittiva ai suoi versi. E bada bene che siffatta tecnica nulla ha da spartire con i giochetti astrusi e bizzarri delle rime del secentesco Ludovico Lepòreo, autore barocco, che nei suoi sonetti, i cosiddetti Leporeambi, si scapricciò in bislaccherie di assonanze, rime interne ed esterne, sia pure con l’intento di ironizzare sugli strumenti metrici della tradizione petrarchesca.

Le composizioni or ora lette appartengono a quel genere di poesia che parla all’immaginazione; ma altre ve ne sono, che si rivolgono al sentimento (inutile che dica quali, son tante!) o all’intelletto. Ecco, considera un po’ il poema dì Dante, dove immaginazione, sentimento ed intelletto si fondono mirabilmente.

Ma la “poesia” odierna?

È mia convinzione, e penso di non errare, che molti “poeti” di questo nostro impoetico periodo passeranno alla storia della Letteratura non già per la loro intrinseca validità, inesistente, ma come testimonianze di un costume letterario, di una moda. Non diversamente è accaduto per quella pletora di verseggiatori del Seicento italiano, intendo i marinisti, che ricordiamo soltanto per le stranezze concettuali (las agudezas, come dicevano gli spagnoli del tempo) e i funambolismi verbali.

Eppure, nonostante tutto, quei verseggiatori avevano il merito dì attenersi alle regole della metrica. Ma oggi, cosa avviene oggi?

Sono una miriade quelli che si sentono in diritto di definirsi poeti solo perché scrivono parole, una sotto l’altra, credendo di comporre versi. Questo modo di pensare credo che derivi da una errata interpetrazione, forse dovuta a studi superficiali, oppure ad una forma di orecchiamento, di certa poesia ermetica (mi viene in mente Ungaretti, uno dei miei maestri ideali), ovvero per un malinteso senso di libertà e di modernismo, se non addirittura di dominante fatuità.

Ma Giuseppe Ungaretti è veramente poeta! Se leggiamo le sue composizioni con un minimo di applicazione, vi troviamo ciò che s’intende “Poesia”.

Ho presente una sua breve composizione che voglio trascrivere, sia pure a memoria:

 

SOLDATI

Si sta come

d’autunno

sugli alberi le foglie

 

Nella sua brevità, che rammenta uno haiku nipponico, ha il ritmo del settenario (si stá come d’autúnno [accento fisso sulla sesta] / sugli álberi le fóglie [accento fisso sulla sesta]).

La validità di questi versi (“versicoli”, li definisce il Guglielmino, però senza alcun intento riduttivo o spregiativo) consiste non solamente nella parte puramente tecnica, quindi formale, ma nel significato che da un dato contingente, limitato nel tempo e nello spazio, quale è appunto il momento della guerra, dunque storico, si espande alla visione universale di una condizione di precarietà dei viventi e di tutte le cose.

Una condizione, dico, ch’è al di fuori della Storia, in quanto quest’ultima non è altro che il susseguirsi delle azioni dell‘Uomo.

In Guida al Novecento, il Guglielmino nota quanto segue:

Sul piano poetico l’itinerario di Ungaretti, iniziatore e maestro riconosciuto dell’ermetismo, procede da una iniziale rivolta contro le forme poetiche tradizionali a una lenta e faticosa realizzazione di una volontà di canto che lo porta a riconquistare, rinnovandolo, il tradizionale endecasillabo

Riconquistare e rinnovare, nota bene, (il corsivo è mio), mica distruggere e annullare.

Ben vengano i rinnovamenti, sicuro! Ma che abbiano la medesima efficacia, il medesimo effetto che la linfa vitale ha per le piante. Diano rinnovato vigore al frondoso albero della Poesia! Ma son davvero rinnovamenti le operazioncine di tanti e tanti autorini e autorine del nostro tempo? Niente del tutto!

Essi coltivano alberelli stentati, rachitici, con ramicelli scheletrici e fragili che dànno non pomi maturi, succosi, ma frutticini rinseccoliti, insipidi; e con l’illusione beata di tirar su querce poderose e sequoie giganti. Per cui si potrebbe dire, con padre Dante,

 

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti,

non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

 

 

                                                      III    

 

Ho sott’occhi un libretto, Il dolore di una nenia bianca, autore Salvo Fazio. Edito da Via Lattea (“Costellazioni - collana di Poesia”), ovviamente, prima di essere pubblicato, il dattiloscritto è passato per le mani di un membro della redazione (puoi bene immaginare chi), il quale, tout court, senza neanche degnarsi di sottoporlo ad una mia lettura, lo ha consegnato alla tipografia.

Orbene, una volta pubblicato ed avutene io alcune copie, ne ho letto i versi.

Una catastrofe! La silloge si apre con l’introduzione di Maria Attanasio, la quale, con un linguaggio culto, scomodando anche Fernando Pessoa e Paul Celan, giustifica (diciamo pure così) l’operato “poetico” dell’autore. Ma quale giustificazioni si possono dare, per dei “versi” che si ammantano nella nebulosità di metafore, se pur lo sono, oscure e indecifrabili? Eccone una, tra le tante:

 

GATTO D’ORIENTE

Il cibo

versato nella mia bocca

è quello di un passero

con le ali mozzate

piange di lontano

un gatto d’Oriente

apre la ferita

del tempo

la goccia

è lenta

nelle mani

e l’acqua esaurisce la sete

il gatto ripercorre

il labirinto delle ore

e nella casa non c’è nessuno

qualcuno è nel mio cuore

 

Confesso che non ci si capisce proprio un bel niente: sono parole, immagini atassiche, una scrittura in parte metrica e in parte prosastica. Questa sarebbe dunque ciò che oggi s’intende per poesia?

Rammento un disegno di Francisco Goya y Lucientes: sueño de la razon produce monstros.

Proprio così: il sonno della ragione produce mostri.

E mi viene di pensare, tra l’altro, che nel campo della Poesia sta accadendo un po’ quello che succede in quello della cinematografia. Mi spiego meglio: si fa un gran parlare di effetti speciali, immagini reali e virtuali mescolate insieme, e via di seguito. È mia impressione che gli effetti speciali, se usati smodatamente, servano a coprire e celare la povertà dei contenuti.

Lo stesso vale per la Poesia. Non dico che ciò non sia già accaduto; basti ricordare il periodo barocco in cui la fantasia poetica esplode in una girandola di fantasmagorie, in una audacia di immaginativa quale mai era stata nei secoli precedenti e in quelli successivi. Scopo di quei poeti, o, meglio, verseggiatori, era quello di impressionare, suggestionare, sbalordire.

Giambattista Marino dichiara:

 

                                  È del poeta il fin, la maraviglia;

                                   ....................................................…

                                  chi non sa far stupir, vada alla striglia.

 

Se non altro, allora, chi leggeva quel genere di poesia era colpito nell’immaginazione dalla pirotecnia, dirò così, di quei giuochi verbali e dalla bizzarria degli accostamenti e delle immagini.

Ricordiamo i versi di Giuseppe Artale, che si rifanno al vangelo di Luca nel seguente episodio:

 

Uno dei farisei lo [Gesù di Nazaret] invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato (Luca, 7: 36 38).

 

 Vero o apocrifo che sia, esso, nella semplicità della descrizione elementare, laconica, ha stimolato fortemente l’immaginazione del poeta, il quale, paragonando la chioma della donna al Tago, dunque ad un fiume, e i “lumi”, ossia gli occhi, a due Soli, compone questa agudeza, di cui leggiamo il finale:

 

che il crin s’è un Tago e son due Soli i lumi,

prodigio tal non rimirò natura:

bagnar coi Soli e rasciugar coi fiumi

 

Ed ecco l’effetto speciale. Ma la maggior parte della produzione odierna non ha neppur questo merito.

Ci troviamo in presenza, nel più dei casi, di un cerebralismo affine a sé stesso.

E allora non abbiamo una poesia che parli anche all’intelletto, bensì una non poesia che esprime inintelligibilità: grado zero della comprensione.

 

Pregio del linguaggio è essere chiaro e insieme non sciatto.

 

Afferma Aristolele nella sua Poetica, con parole che non hanno bisogno di chiosa.

Che senso ha scrivere per non essere compresi? La Poesia nasce dalla realtà, nasce da un pensiero concreto, anche se il dato reale viene trasfigurato, poi, dall’immaginazione, e mai da un astratto e assurdo cerebralismo.

Sono anche convinto di una cosa: molti che si dicono poeti sono individui che si sono alienati, sì, proprio così, alienati, insisto su questo termine, dalla realtà. Essi non parlano delle cose che li circondano, dell’ambiente in cui vivono (rammento certe poesie di Umberto Saba), di sentimenti che tutti possano comprendere, ma si librano in un’atmosfera di cerebrale astrattezza, tipico esempio ne sono i versi riportati più sopra, estraniandosi dalla concretezza.

Se consideri il poema di Dante, soprattutto nelle prime due cantiche, vi troverai qualcosa di assolutamente concreto: l’Uomo, con le sue passioni, le sue tragedie; e la sua storia, sia a livello individuale (Paolo e Francesca, il Conte Ugolino, Guido da Montefeltro) che collettivo (il papato, i Guelfi e i Ghibellini, i Bianchi e i Neri, Fiorenza, etc.). La Divina Commedia, o Comedìa, secondo la stessa espressione dell’Alighieri, è un’opera consistente, corposa, per quanto ambientata in un mondo immaginario e ultraterreno.

E dirò di più: nonostante il carattere di “Poema Sacro”, nonostante sia la descrizione seppure fantastica di un viaggio nei presunti regni dell’Oltretomba, tuttavia in esso si trovano esempi ed analogie tratti dalle azioni più semplici, direi addirittura banali, della vita normale, dell’esistenza quotidiana. Ed eccone qualche breve saggio:

 

Io vidi due sedere a sé poggiati

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volentieri vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia

come coltel di scardova le scaglie

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

          (Inf.. XXIX, 72 - 84)

 

Notiamo, la cosa è di per sé lapalissiana, come in quattro terzine contigue vi siano ben tre esempi presi da oggetti o azioni che riguardano la nostra quotidianità: ciò che si fa in cucina e quel che normalmente avviene in una scuderia.

Lo stesso discorso vale per altri poemi quali Orlando Furioso, Gerusalemme liberata, oppure Os Lusiades di Luís Vaz de Camões, il maggior poeta portoghese.

È ovvio che il poema di Dante, così come gli altri, non possa venire compreso se non si possiedono determinate cognizioni di storia, teologia, mitologia, cosmografia geografia e astronomia, sia pure ad un livello elementare; lo stesso vale per il poema Os Lusiades. Tuttavia, quando se ne ha la chiave per penetrarli, questi poemi diventano ben comprensibili e di godibile lettura.

In tal caso la maggiore o minore comprensione deriva dal grado d’istruzione (non dico cultura, poiché è un termine troppo alto: essa è appannaggio per pochi), di chi legge. Ma cosa dire di tanta “poesia” odierna che, “sotto il velame de li versi strani”, mostra solamente il vuoto, quindi una “poesia”, non semantica e, in quanto tale non poesia?

Vorrei fare un accostamento con la pittura. Osservando un quadro astratto, anche se non se ne coglie il significato, esso può sempre darci un senso di godimento per via dell’accostamento dei colori, dunque la pura cromaticità, e la stranezza delle forme effigiate. Forme e colori danno una sensazione immediata; cosa che non accade con un testo, dove occorre, tra la parola e chi legge, la mediazione del significato. Rendendosi quest’ultimo oscuro, o venendo a mancare affatto, il dettato diventa incomprensibile, annullando così il messaggio che vorrebbe trasmettere, ammesso che di messaggio si tratti e non piuttosto di un solipsistico soliloquium.

Leggendo talune composizione, che hanno la pretesa di essere “poetiche”, ma in realtà sono irreali, gelide architetture cerebrali, provo la medesima sensazione, sgradevole, di quando osservo un paesaggio urbano, notturno, in cui prevalgono l’assoluta, spartana linearità delle forme e il freddo bagliore delle luci: mi dànno un senso di disagio; addirittura, di raggelante vuoto.

Produzioni siffatte sarebbero dovute, sembra, ad una crisi di valori, per cui, crollate solide certezze, rimesso tutto in discussione e andando alla ricerca di nuove forme espressive, si elabora un modus diverso di fare arte.

Già, la crisi dei valori, la ricerca di nuove forme!

Les dieux s’en vont, l’Uomo resta. La crisi dei valori è un fatto storico, peculiare ad una determinata èra, quindi un dato concluso ad un particolare periodo, o momento, della Storia. Ma l‘Uomo, che della Storia è il facitore, di per sé è astorico. I suoi sentimenti, le sue passioni, l’istinto verso ciò che si conviene definire Bello trascendono il dato cronotopico, poiché immutabile è la natura dell’Homo Sapiens. Essa è una costante ciclica: identica a sé stessa, e in ogni tempo e in ogni luogo.

Ho presente la dottrina vichiana dei corsi e dei ricorsi, non che quel detto attribuito a Salomone: nihil sub sole novum. Forse, uso quest’avverbio di tempo perché la mia è semplicemente una congettura, in quanto non posso predire il futuro, l’Uomo ritornerà a quelle forme.

Negli anni Sessanta, quando si cominciò a parlare di “avanguardia” e “sperimentalismo”, Angelo Guglielmi in Avanguardia e sperimentalismo asserisce la morte di una certa arte o, per meglio dire, di un certo modo di fare arte.artistiche che per lunga teoria di secoli hanno accompagnato il suo cammino.

Poiché l’arte oggi non si pone obiettivi di rappresentazione, giacché la rappresentazione presuppone l’esistenza di un oggetto rappresentabile quando invece è proprio questo oggetto a mancare (in altre parole non posso rappresentare un uomo e le sue azioni se non ho una idea precisa su di lui e la mancanza di una idea precisa su di lui non dipende da una mia insufficienza di giudizio ma dalla sua incapacità o meglio dall’impossibilità che egli stesso soffre di sistemare se stesso e le sue azioni in un contesto esplicito e significante), dunque essendo l’arte rimasta priva di scopi rappresentativi (privazione intervenuta con la crisi della storia e quella connessa delle ideologie), quali altri scopi, quali altre mete può essa porre a suo obiettivo? E difficile dirlo. Anzi, stante le premesse sopraccennate la conclusione più naturale è che l’arte è morta. E in un certo senso è una conclusione non del tutto infondata. Certamente è morta l’idea di arte che ci ha fin qui accompagnati. È morta l’arte che si risolve interamente in valore estetico, è morta l’arte in quanto valore autonomo e distinto, è morta l’arte come conoscenza intuitiva, come visione sintetica e comprensiva della totalità del reale. L’arte oggi ha assunto le funzioni che erano state di competenza delle ideologie O meglio, ha occupato il vuoto creatosi con la crisi delle ideologie. Alle ideologie spettava il compito di Interpretare. di accogliere il reale, in una struttura razionale, di fornire una prospettiva di significati all’esistenza Naturalmente questi non sono compiti assumibili dall’arte che ad essi non può e non potrà mai rispondere. Tuttavia se l’arte non ha la possibilità di comprendere la realtà, che la crisi delle ideologie ha allontanato dall’intelligenza dell’uomo, essa può mettersi sulle sue tracce. Suo compito è ritrovarla. Naturalmente una volta ritrovatala. non potrà rivolgerle delle domande. Dovrà accontentarsi di tenerla a vista. Comunque sarà sempre un modo (l’unico possibile) di riallacciare con essa il rapporto interrotto. Si tratterà di un rapporto oscuro, sotterraneo. Certamente non lucido. Purtuttavia di un rapporto.

È dunque in questo senso che l’arte di oggi è un’arte di ricerca. L’oggetto della ricerca è la realtà Abbiamo visto che l’arte se riesce nei suoi scopi e ritrova la realtà non la ritrova e non la può ritrovare che allo stato brado, al grado zero, come materia fisica. E una volta trovatala il suo compito è finito. Scoperto il nascondiglio non può andare al di là. Peraltro non è un nascondiglio che si scopre una volta per tutte. Le strade che portano al reale si chiudono subito dopo che sono state aperte. Così bisogna riaprirle sempre di nuovo. Si tratta di strade impervie, che resistono alle aggressioni più accanite, e che chiedono un dispiegamento di forze e di mezzi enorme. Di qui quel carattere faticoso che ha l’arte di oggi e soprattutto di qui il fatto che l’arte di oggi è così poco “artistica” e in essa sono fortemente predominanti i contenuti critico-saggisti.

Ho voluto riportare quella parte che ha come titolo Il nuovo obiettivo dell’arte (i corsivi che vi si trovano sono miei) per esaminare con una certa comodità l’argomento di cui stiamo trattando; anche se, lo confesso umilmente, c’è qualcosa che non mi sembra del tutto chiara. Laddove l’autore, per esempio, parla di rappresentazione che presupponga “l’esistenza di un oggetto rappresentabile”, che egli non trova, poiché tale oggetto, l’Uomo in tal caso, non sa trovare una propria collocazione che lo identifichi in modo esplicito, mi sembra piuttosto oscuro. La crisi di consolidati valori, per non dire di tutta una civiltà, ha determinato, secondo il Guglielmi, la morte dell’arte, o, più esattamente, “l’idea di arte che ci ha fin qui accompagnati”. C’è sempre un alcunché di cui non trovo il bandolo. Le crisi vi sono sempre state, e vi saranno: considera tutti quegli eventi, Cristianesimo, invasioni barbariche, etc. che hanno prodotto il crollo dell’Impero romano.

Mica solo in senso politico, ma ideologico ed esistenziale. E l’Umanesimo, non che il conseguente Rinascimento, che, sotto determinati aspetti, rappresentano la crisi del Medio Evo e dei suoi valori etico religiosi, con Qualcuno osserverà a questo punto: Come fate a rendervi conto che l’alienazione c’è e si estende? Ce ne rendiamo conto attraverso i frutti dell’albero, ossia attraverso la bruttezza, stupidità, volgarità. ignobiltà. disumanità e insomma irrealtà delle cose e degli uomini intorno a noi. [...]

Quali vie scelgono gli scrittori per oggettivare l’alienazione ossia la crisi del rapporto con la realtà? Due vie, principalmente, quella del realismo e quella dello sperimentalismo. [… ]

Il realismo critico appunta la sua attenzione sui contenuti; Lo sperimentalismo si studia invece d’inventare nuove tecniche del linguaggio allo scopo di raggiungere quel rapporto fresco ed autentico con la realtà che le vecchie tecniche ormai esaurite non possono più assicurare. […] Del resto tutti coloro che protestano contro lo sperimentalismo dovrebbero riflettere ch’esso è sempre esistito; che in tutti i tempi gli scrittori cercarono nuove tecniche del linguaggio in sostituzione delle vecchie ormai esaurite; e che ciò che si chiama talvolta astrattismo e formalismo è in realtà meno astratto e formale di tanti procedimenti tradizionali universalmente accettati. Lo sperimentalismo è caratteristico delle epoche spiritualmente agguerrite e ambiziose, Il medioevo fu un’epoca “sperimentale”.l’avvento dell’Homo Novus, che non più contempla il Cielo con gli occhi dello “spirito”, ma lo scruta con la mente di Copernico e il cannocchiale di Galilei, senza indulgere o adagiarsi si comode posizioni aristoteliche; che guarda alla terra come al luogo deputato di ogni possibile azione, attuando, così l’idea volitiva e fattiva del quisque faber fortuna suae (Machiavelli docet), non è esso stesso una crisi, vale a dire uno sconvolgimento di valori?

E la stessa Riforma (attuata da Luther, col principio del libero esame, in cui mi sembra di scorgervi un antesignano dell’Illuminismo), donde scaturisce il pensiero calvinista sulla predestinazione; il quale, a sua volta, diede origine a quelle attività che stanno alla base del capitalismo, non lo è?

Ribattendo il tasto sul concetto di alienazione, e sulla crisi che di essa è la logica conseguenza, Alberto Moravia scrive:

 

                                                           IV

 

Temo, comunque, che in molti casi, e da persone affatto incapaci, si sia abusato dello sperimentalismo, snaturato dalle sue esigenze intrinseche e trasformato in una moda o in un giuoco sconsiderato, affine a se stesso.

Ammesso che possa chiamarsi “sperimentalismo” il costume invalso, purtroppo, ai nostri giorni, di scrivere parole incolonnate e impilate, da far pensare alle teste di un totem, così come usano tanti sprovveduti, con la pretesa di far poesia.

Se crisi di valori c’è stata, e continua a esservi, mi sembra opportuno che dobbiamo riconoscere anche una crisi della scrittura ed una perdita del concetto di poesia. È un fatto, questo, che ci cade continuamente sotto gli occhi. Basterà dare appena appena uno sguardo a tanta produzione stampata e pubblicata, per rendersi conto della realtà e vastità di tale aberrante fenomeno, che definirei come mancanza di coscienza poetica.

Si scrive, sì, e molto, anche troppo. Ma che cosa, e come si scrive? Possiamo accettare mistificazioni gabellate per poesia, quando poesia non sono?

Eccone un esempio, uno fra i tantissimi:

 

                                              SERA

 

                      Quant’ è bella

                               la sera col suo manto

                              luccicante di paiettes.

                     Quant’ è bello

                                guardare il cielo

                               con la luna serena.

                      Quant’è bello

                                ricordarmi di te.

 

Ci siamo forse ridotti a ondeggiare tra due poli negativi, vale a dire quello della più oscura indecifrabilità e quello della banalità più imbecille e squallida? E abbiamo ancora il coraggio di definire col termine di “poesia” ciò che poesia assolutamente non è?

Ricordo la dura osservazione di un personaggio del Satyricon:

Parentes obiurgatione digni sunt, qui nolunt liberos suos severa lege proficere”.

Ebbene, non sono degni di biasimo coloro i quali, atteggiandosi a poeti, si precipitano a scrivere in preda all’entusiasmo, il necessario sostegno delle nozioni più indispensabili? L’entusiasmo, e in tal caso s’intende il fervore, quando non venga sostenuto da una ben sperimentata maestria, è sempre nocivo: edifica sulla sabbia, non sulla roccia.

E non sono altrettanto meritevoli di reprensione quegli stolti che ne divengono mallevadori e complici, tributando con criminale leggerezza lodi e plausi ignominiosi?

È calzante, a tal uopo, un detto di Leonardo: Chi non punisce il male, comanda che si facci ; mentre per coloro che improvvisano e si atteggiano a poeti, non avendo però i necessari strumenti, vale quest’altro: Chi poco pensa, molto erra.  

La crisi della scrittura non dipende da altro se non da una crisi dello stesso pensiero, della ragione che si smarrisce nei meandri di una falsa libertà mistificatrice, dal rifiuto, cioè, di una disciplina mentale che si può solamente conseguire con un rigoroso e perseverante studio di quegli autori, quei Maestri di ogni tempo e nazione, che hanno davvero fatto poesia.

Con ciò non voglio affatto suggerire la pedissequa imitazione, mi sembra ovvio. Non possiamo leggere Pascoli e pascoleggiare, oppure Ariosto e scrivere come lui; intendo, piuttosto, che noi dobbiamo emulare quei Grandi nella loro dignità poetica. Ecco, versi come quelli sopra riportati sarebbero approvati da un Giorgio Caproni, da un Giuseppe Parini, o da una poetessa come Ada Negri o Maria Luisa Spaziani?

Io oso affermare, senza tema di smentita, che c’è dignità poetica in un solo verso di Gabriello Chiabrera, Fulvio Testi, Paolo Rolli che non in tutta la smorta, desolante produzione della pletora di tanti cosiddetti poeti odierni, che non sono neanche verseggiatori come, per fare un esempio, lo fu Alberto Cavaliere, autore de La chimica in versi e Storia di Roma in versi.

Anzi, non c’è possibilità alcuna di riscontro: si correrebbe il rischio di offendere i poeti testé citati. Chiabrera, Testi, Rolli, che pur non essendo considerati tra i maggiori, hanno poetato con decoro e rispettabilità; sono entrati, a buon diritto, nella storia della letteratura, e hanno una loro inconfutabile nobiltà.

Moltissima poesia di questo tempo è, se mi si consente un paragone che calza a pennello, espresso volutamente in termini danteschi:

                            nave sanza nocchiero in gran tempesta…

E dico “poesia”! Ma ben altro termine dovrei usare, che non so trovare o non riesco a coniare. Forse “spazzatura”, o “defecazione di un pensiero infetto e delirante” sarebbero definizioni molto più appropriate. In verità, lo sono senz’altro!

In un almanacco ho trovato il seguente distico:

 

                              moda priva di cervello

                            per il nuovo butta il bello.

 

Bisogna emulare i Grandi. Certamente non è facile riuscirvi, né è sempre data la possibilità dl farlo. Ma almeno tentare! E per far ciò occorrono un forte senso di autocritica; una conoscenza e un controllo della parola; non sentirsi mai ecessivamente sicuri di sé (il che non significa frustrazione o sfiducia).

Occorre, anche, non coltivare affidamento alcuno in riviste o concorsi, ai quali basta prendere parte per ricevere “la fronda peneia”, ed essere consacrati poeti con medaglie da pataccari, insulsi, variopinti diplomini e targhe di partecipazione, il tutto elargito con scellerata profusione.

A coloro che si sentono gratificati per queste corbellerie (“pinzillacchere, diceva un grande comico napoletano), io sarò lieto di rivolgere l’invito a meditare l’ammonimento che Mefistofele indirizza a Faust nel poema di Goethe:

 

 In fondo, in fondo, tu sei quello che sei. Mettiti parrucche con milioni di riccioli, colloca il piede su coturni alti un braccio, tu resti sempre quello che sei.

 

 Ed è opportuno che bisogna sempre mantenere saldi i contatti con la realtà.

Oh, ecco! L’ho pronunciata la grande parola: Realtà!

Tanti, autori e autrici, credono di dire cose nuove e interessanti cacciandosi in garbugli verbali, o facendo uso strano e improprio di segni grafici, come nel seguente caso:

 

                      ? Tu, uo=mo sai (sai?)

                     cosa vu=ol dire essere solo

                     sino al=la morte?

                     ? Non a=vere nemmeno l’ombra?

 

E così via di seguito, usque ad finem.

Senza alcun dubbio chi ha scritto questi “versi” aveva l’intenzione di esprimere qualcosa; e, da quanto mi sembra aver capito, precisamente certa condizione esistenziale: per l’esattezza, la zericità dell’Uomo, nel contesto dell’equazione (eq=uazione: sic, come appare nel testo!) della vita. Ma non sarebbe stato bene se li avesse scritti con quel sistema tradizionale, in cui la parola, qualora ben costrutta, manifesta in maniera efficace un qual modo di essere, e la forza di un sentimento, e la condizione d’uno stato d’animo?

In un passo del Purgatorio si trova espressa un’immagine: essa ribadisce l’idea della natura dell’Uomo, quindi la sua condizione esistenziale quale dovrebbe essere, almeno secondo la concezione religiosa di Dante:

 

                      O superbi cristian, miseri lassi,                      

                che, de la vista della mente infermi,

              fidanza avete ne’ ritrosi passi,

                          

                      non v’accorgete voi che noi siam vermi

                nati a formar l’angelica farfalla,

                      che vola a la giustizia sanza schermi?

 

                     Di che l’animo vostro in alto galla

                     poi siete quasi entomata in difetto

                    si come vermo in cui formazion falla?

                                          (Purg. X 121 - 129)

              

La solenne reprimenda si fa similitudine; figurazione dove bene s’incastona il termine scientifico “entomata” (dal vocabolo della bassa latinità “entoma-atis”, quasi a dire “bacherozzolo”); e la metafora, seppure desunta da Aurelio Agostino: “Omnes homines de carne nascentes, quid sunt nisi vermes?”, e “Et de vermibus angelos facit”, diviene una descrizione poeticamente allegorica.

Non a caso ho voluto riportare questi exempla, ponendo a confronto due tipi di scritture opposte, affinché si possa valutare, con imparzialità, la differenza tra ciò che è poesia e ciò che non lo è.

 

                                                          V

 

Per quel che concerne il fattore formale, giudico opportuno soffermarmi su quella che concerne il fattore formale, giudico opportuno soffermarmi su quella che, non a caso, viene definita arte metrica. Quanto dirò su questo argomento non ha, né può logicamente averla, la pretesa della novità; non intendo affermare, con l’Ariosto,

 

                         “cosa non detta in prosa mai né in rima”.

 

Ciò che ho da menzionare non è nient’altro che la reiterazione di argomenti saputi e risaputi, ma che, tuttavia, è bene richiamare alla mente, poiché, secondo l’antico detto, repetita juvant. Soprattutto in un’epoca di dilettantismo e di stolta improvvisazione. E andiamo al dunque.

Innanzi tutto: qual è la differenza tra “prosa” e “poesia”?

Per aver chiaro questo concetto, occorre tener presente il significato di “prosa”, la cui origine è da ricercarsi nella locuzione latina “prosa [oratio]”, “scritto in linea retta”, sottintendendo “discorso”. In linea retta, perché obbedisce alle regole della grammatica, della retorica, dello stile, del buon gusto, etc., ma non a quelle del “versus”, ossia le leggi della metrica. Il “versus” ( dal verbo latino “vertere”, “volgere”, “girare”), donde il nostro italiano “verso”, viene definito come “… sistema di suoni armonici, cioè misurabili mediante il ritorno di tempi forti e tempi deboli (arsi e tesi), in una successione di vocaboli; tale sistema può essere quantitativo, se misurato, come presso gli antichi Greci e Romani, sul tempo occorrente a pronunziare ciascuna sillaba; oppure accentuativo, se, come in pressoché tutte le lingue moderne, l’alternarsi di suoni forti e suoni deboli è rappresentato dall’avvicendarsi di sillabe toniche (cioè fornite di accento) e di sillabe atone (cioè prive di accento)…”. E mi sembra che questo sia abbastanza chiaro. Quindi, tenendo presente siffatto principio, è più che ovvio e scontato che la Poesia richiede la “metrica”, ovvero l’arte della misura, l’arte del ritmo (in greco, metron significa “misura“, “cadenza”; dalla stessa radice indeuropea di “réin”, scorrere).

Ma perché questo preambolo? Perché dire cose risapute col rischio di annoiare o, peggio, di apparire pedante, presuntuoso, saccente o che so io? Perché tanti sono oggi che si dedicano all’ars poetica senza conoscere gli strumenti necessari all’uopo, in una totale mancanza di deontologia professionale. Chi mai sarebbe così stolto da pretendere di pilotare un aereo, senza avere le essenziali prerogative e conoscenze di volo che un pilota deve necessariamente possedere? E non giudicheremmo folle chi volesse intraprendere la professione medica ignorandone la scienza? Mentre scrivo, mi sovvengo dei versi di un giovanissimo poeta d’altri tempi, giovanissimo, intendo, quando li compose tra il 1803-1804, mi riferisco ad Alessandro Manzoni, non ancora ventenne, e vorrei riportarli, perché degni di meditazione.

 

Se alcun da furia d’ irritato nervo,

O da grave Ciprigna, o da loquace

Tosse dannato a l’odiosa coltre,

Me sanator volesse, il poverello,

Cred’io, n’andrebbe a giudicar se vera

D’Aristippo o di Plato è la sentenza.

Venga un altro, e mi dica: “Il mal vicino

Deviò l’acqua dal mio fondo: a lui

Vo’ mover piato, e mio legal t’eleggo.”

Fingi che posto il trito Flacco, io tenti

Con l’inesperta man scotere il dritto

Fuor de la polve de l’enorme Baldo.

Che fia? Con danno il misero cliente,

Io con vergogna fuggirem dal foro,

Molto ridendo l’avversario e Temi.

Or d’onde è mai che il medico e il perito

Di legge osi far versi? Anzi non sia

Chi, dotto appena ad allogare un tempo

Le sparse membra di Maron, che a lui

Disgiunse ad arte il precettor, non creda

Poter quando che voglia esser poeta?

Nulla di questo appar più lieve: eppure

Tal vinse acri nemici, e tenne il morso

A genti ardite, che domar non seppe

I numeri ritrosi: ed io conosco

Di questa plebe indocile i tumulti.

 

Ecco: questa è la savia considerazione di un ragazzo che non aveva neppure venti anni… Meditate, gente, meditate!

Cosa non direbbe mai, oggi, Alessandro Manzoni, se potesse leggere tutta quella congerie di parole, quella pletora di versicoli e versacci che molti, ottenebrati dalla loro ignoranza e cecità osano definire poesia?

L’esercizio della scrittura, sia che si faccia della prosa o che si componga in versi, richiede impegno ed una severa preparazione; non si può, e non si deve, improvvisare, se si vuole ottenere un risultato concreto e dignitoso.     

In questo periodo di facili entusiasmi, di dilettantismo criminale, di corsa verso un successo tanto facile quanto futile ed effimero, di fretta, sempre più fretta, non c’è più il tempo per fermarsi e riflettere. Manca la volontà di sottomettersi alla rigida disciplina degli studi; non vi è il buon senso dell’autocritica, l’esercizio dell’impegno costante e severo, la pazienza di maturare per dare buoni frutti. Oggi tutto dev’essere facile, e facilitato; non avendo la voglia di masticare, si vuole la pappina che vada giù, senza sprecarsi a muovere le mascelle: eh, costa fatica muoverle, le mascelle!

E io, non a caso, voglio rifarmi a Quinto Orazio Flacco, riferendomi, per l’esattezza, alla Epistula ad Pisonese, citando, testualmente, le parole del poeta:

 

Natura fieret laudabile carmen an arte,     

quaesitum est; ego nec studium sine divite vena

nec rude quid possit video ingenium; alterius sic

altera poscit opem res et coniurat amice.

 

Oggi, come sempre, occorre, per chi voglia dedicarsi all’Ars poetica tener costantemente presente questo utilissimo precetto, considerando i tempi in cui ci troviamo a vivere.

Ma cosa dico mai? Forse sono uscito di senno! Rivolgersi agli “antiqui huomini", come faceva il Machiavelli? E in una beatissima epoca che guarda al futuro, agli spazi interplanetari e interstellari, in un mondo dinamico che conosce il continuo evolversi della scienza, in cui si parla tanto di Cyberspazio e universi virtuali, mentre il presente scivola come sabbia fra le dita?

Ma sì, via, buttiamo pure tutte le regole, concediamoci liberamente alla sfrenatezza: nel nome della libertà, del progresso, della demagogia, della par condicio, facciamo a meno di tutto. E accettiamo ogni cosa. Meno, s’intende, il buon senso. In nome di quale legge assoluta si dovrebbe negare il titolo di poeta (o poetessa) ad una persona che si sente realizzata, e dunque felice, sol perché riesce ad imbrattare della carta senza commettere errori di grammatica (o quasi) o scrivere strafalcioni ortografici, ricevendo per giunta plausi, pergamene, targhette e medagliette di ineffabili premi letterari? Tutto è permesso, tutto è concesso: Ergo vivamus, dum licet esse bene, come dice nel suo sproloquio Trimalcione.

Scherzo, naturalmente, se pur sia lecito scherzare su cose di una certa gravità.

Tempo addietro mi è capitata fra le mani una antologia, chiamiamola pure così, in cui erano raccolte diverse “voci poetiche", si dice sempre per dire, di autori ed autrici che avevano partecipato ad un cosiddetto concorso di poesia, svoltosi da voi, in Sicilia, e per l’esattezza in quel di Messina. Ho avuto modo di esaminare, con tranquillità, tutte le “poesie” che erano state premiate. Un disastro, un vero disastro. Soltanto una, in dialetto marchigiano, aveva dignità poetica, oltre uno o due haiku. Il rimanente era d’una scadenza totale.

E non basta. Per sopraggiunta, l’autore della prefazione non lodava l’editore per il coraggio dimostrato nella pubblicazione di quell’antologia?

A dire il vero, fino adesso non ho compreso affatto abbia voluto dire, questo signore, e in che cosa consista, secondo lui, siffatto coraggio. Forse non esiste la libertà di stampa e quindi di pubblicazione? Vi sono, per caso, leggi che proibiscano i libri, come avviene in un’America futura, concepita da Ray Bradbury nel romanzo Fahrenheit 451, dove si descrive una società nella quale i testi di qualsiasi genere vengono messi al bando e dati alle fiamme da un apposito corpo di pompieri?

Oppure, malignamente, ma realisticamente, debbo supporre che il coraggio dell’editore consista nel fatto di aver pubblicate delle castronerie, sbolognandole per opere che abbiano tanto di imprimatur da parte di Erato?   

Ed io mi chiedo, a buon diritto, come possano esistere ed operare certe giurie che non hanno alcun senso critico ed elargiscono, manibus plenis, lodi e riconoscimenti quasi fossero bruscolini. Eppure è comprensibile: molte cose, oggi, avvengono all’insegna della superficialità e quindi della banalità, non che d’una sorta di indulgente bonarietà balorda e criminale, il buonismo per l’appunto, il cui motto è: datur omnibus, che ignora il buon senso del già citato Orazio, sul quale converrebbe, invece, meditare:

                    

Ludere qui nescit, campestribus abstinet armis,

indoctusque pilae discive trochive quiescit,

ne spissae risum tollant impune coronae;

qui nescit, versus tamen audet fingere.

 

E mi vien da fare una riflessione: vi sono leggi che puniscono chi approfitta ed abusa dell’altrui credulità, e mi stanno anche bene. Or dunque, perché non emanarne una che colpisca quei cotali, banditori e patroni di concorsi impoetici da quattro soldi, o anche meno; che formano giurie di assoluti incompetenti; che spandono generosamente premiucoli e patacche su chiunque partecipi, senza una sana e logica discriminazione, alimentando così illusioni e vanaglorie, forse perché memori del detto Sol omnibus lucet?   

Ma torniamo al nocciolo dell’argomento.

La Poesia, per esser veramente tale, richiede soltanto due componenti essenziali: la forma e il contenuto. In altre parole, e in termini aristotelici, essa altro non è che un sinolo, cioè la fusione di materia (contenuto: concetto, sentimento, immagine) e forma ( metrica, figure retoriche, etc.). Quest’ultima è assolutamente essenziale, in quanto costituisce l’essenza (ousia??secondo l’espressione di Aristotele) di ciò che diciamo “creazione poetica”.

Quanto più l’una e l’altra avranno validità, tanto più una composizione assurgerà a dignità artistica. Né è ammissibile che un’opera poetica, che abbia la pretesa di essere veramente tale, possa prescindere dalla validità dei contenuti o da una forma che non risponda ai canoni estetici. Contenuto e forma sono binomio indispensabile.

In quanto alla materia, ovvero i soggetti e gli argomenti, ciò dipende dalla sensibilità e dal grado di cultura di chi scrive; e non vi sono regole, anche se il buon senso suggerisce di evitare tutte quelle tematiche che rientrano nella sfera del kitsch, tanto care ai cosiddetti poeti del sottobosco. Pertanto, libertà di scelta, sia pure entro i limiti del buon gusto e del discernimento.

Il contenuto di un argomento può esser legato a fatti puramente accessori, accidentali, come avvenuto in Italia durante il cosiddetto Risorgimento, allorché la febbre patriottica (o il delirio) scatenò tanti poeti che buttarono versi e versi, per eccitare gli animi alla lotta. Ma quale valore hanno, sul piano estetico o su quello di un significato filosofico ed esistenziale, prose e versi legati ad una pura contingenza storica? Chi può interessarsi, oggi, a Stornelli Italiani di Francesco Dall’Ongaro, se non qualche studioso che voglia documentarsi su quel periodo?

All’opposto, la lirica di Leopardi resiste alla lima di Chronos, ai mutamenti della società, ai cambiamenti storici, poiché si rifà alle eterne problematiche dell’Uomo, ai più profondi quesiti della vita e del nostro Dasein. Basterà rammentare il soggetto del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, uno tra i più belli e significativi poemi dell’Ottocento, e non soltanto di quel secolo,

dove risuona il dolente quesito:

 

                                         Se la vita è sventura,

                                        Perché da noi si dura?

 

Nel quale sento riecheggiare l’interrogativo di Lucrezio:

 

                                         Quidve mali fuerat nobis non esse creatis?

                                                                     (De Rerum Natura,V 174)      

 

Ricordo d’aver letto, in un’antologia scolastica, d’altri anni e ideologie, una poesia di Francesco Pastonchi, in cui si esaltava l’eroismo dell’umile ma fiero fante italiano della Grande Guerra. Una composizione che poteva senz’altro incontrare il gusto di allora, con l’immagine del soldato ferito che ascende una gradinata (“retorica del tempo!", per dirla col Gozzano), sulla cui cima lo attendono l’Italia e Dante. Composizione, ripeto, che rimane legata e circoscritta al periodo che l’ha ispirata, e che altro valore non ha se non quello di documento e testimonianza d’una certa epoca.

Si consideri adesso una poesia nata anch’essa da un dato contingente: la guerra. Intitolata Soldati, fa parte dell’ungarettiano Porto sepolto. L’abbiamo già letta, ma leggiamola di nuovo:

 

                                         Si sta come

                                         d’autunno

                                         sugli alberi

                                         le foglie      

 

Scaturiti dalla riflessione di carattere esistenziale di un semplice fante, in un momento drammatico della sua vita e di quella di tutta una società, questi versi, con la brevità e l’essenzialità di uno haiku, acquisiscono un significato particolare, in quanto rispecchiano la condizione precaria di tutti i viventi. Quindi non “epocali", non agglutinati ad un particolare momento storico, o gusto o costume, ma con una valenza universale, sorella, se mi si passa l’espressione, a quella che ritroviamo espressa nel poemetto biblico Giobbe:

                  

                                          L’uomo, nato di donna,

                                         breve di giorni e sazio d’inquietudine,

                                         come un fiore spunta e avvizzisce…

                   

Qualcosa, insomma, che elude il dato causale e non si lascia confinare dai limiti ristretti di un periodo distinto, ma trascende ogni tempo perché appartiene a tutti i tempi.

Ben raramente la poesia d’occasione permane; di solito è un fuoco di paglia, e ben presto si estingue dopo una vampata, proprio perché scaturisce non da una profonda epifania di pensiero, bensì da un giuoco superficiale e banale, che non incide e non lascia traccia alcuna. Spesso una certa esaltazione (potremmo anche usare il termine entusiasmo, nella sua accezione semantica) sospinge quelle persone che hanno, sì, il pallino della poesia, ma del tutto prive d’afflato poetico, a comporre versi sugli argomenti più disparati, o su quelli up to date, come, per esempio, quelli di carattere ecologico, che oggi fanno tanto moda. Sono, costoro, i cosiddetti “poeti del sottobosco”; essi si sentono in obbligo di sfornare i loro versicoli balordi, senza che vi siano profonde esigenze o di sentimento, o di estetica o di un pensiero filosofico.

Vanità o superficialità? L’una e l’altra. Del resto, moralmente, i due termini si equivalgono.

 

                                                          VI

 

Per quel che riguarda la forma, si rendono necessarie alcune riflessioni, muovendo da quelli che Edgar Allan Poe definisce “brevi effetti poetici”. Occorre distinguere, innanzitutto, due diversi stili poetici: lo stile piano, narrativo e discorsivo e lo stile lirico, basato sul giuoco delle allitterazioni, assonanze, onomatopeie, traslati, e quanto altro serve per raggiungere un determinato grado di liricità. Tuttavia, in taluni casi, i due stili possono mescolarsi, ne è un modello illustre la Divina Commedia, in cui l’autore usa uno stile discorsivo in un sermo vulgaris, trattandosi della relazione di un viaggio, sia pure immaginario e ultraterreno, ma dove vi sono afflati di alta liricità.     

Un chiaro esempio del primo lo si ritrova nelle Satire dell’Ariosto, o nel poemetto di Gozzano, La signorina Felicita, dove l’andamento procede, sia pure nella perfezione metrica e nella dignità compositiva, pacatamente e senza slanci lirici. Vediamo un po’ l’Ariosto:

 

                                         In casa mia mi sa meglio una rapa

                                         Ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco,

                                          e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,

                                         che all’altrui mensa tordo, starna o porco

                                         selvaggio; e così sotto una vil coltre,

                                         come di seta o d’oro, ben mi corco.

                                                                (Satira III)

 

Casi dello stesso genere possono ritrovarsi in tanti autori; il Moretti, per citarne uno, o, se vogliamo spingerci oltre Oceano, Edgar Lee Master con la sua Spoon River Anthology.

Lo stile lirico, all’opposto, è quando la parola si fa musica e il verso evoca suggestioni, come nella seguente terzina:

 

                                          Quale ne’ plenilunii sereni

                                         Trivïa ride tra le ninfe etterne

                                         Che dipingon lo ciel per tutti per tutti i seni…

                                                               (Par. XXIII, 25-27)

 

 

Facendo un passo indietro, ci soffermeremo sull’incipit del canto secondo del Purgatorio: 

 

                                          Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto,

                                         lo cui meridïan cerchio coverchia

                                         Ierusalèm col suo più alto punto;

                                        

                                         E la notte, che opposita a lui cerchia,

                                         uscia di Gange fuor con le Bilance

                                         che le caggion di man quando soverchia;

                                      

                                         sì che le bianche e le vermiglie guance,

                                         là dov’ i’ era, de la bella Aurora,

                                         per troppa etate divenivan rance.

                                                               (Purg. II, 1-9)

                                                               

 

L’esposizione geografica e astronomica, con la quale il poeta descrive e puntualizza il sorgere dell’aurora, potrebbe essere qualcosa di freddo, arido, impoetico, come di solito lo sono tutte le descrizioni scientifiche, che non lasciano adito a voli pindarici e lirismi. Eppure, quanta bellezza, quanta grazia, quanta sensibilità estetica vi troviamo, soprattutto nella seconda e terza strofa.

Un normale, per non dire addirittura banale, fenomeno, che nulla ha di straordinario, magistralmente trattato da un poeta quale l’Alighieri, si fa poesia; grazie anche all’uso sapiente di quella figura retorica che è la prosopopea o “personificazione", non che alla musicalità delle parole, che sembrano trasformarsi in neumi, se vogliamo usare il termine, ormai desueto ed arcaico, che denota le notazioni musicali di allora. ísììE questo non è che uno dei tanti esempi di cui è cosparso il poema dantesco.   

Consideriamo adesso questi versi del Pascoli:

 

                                          E cadenzato dalla gora viene

                                         Lo sciabordare delle lavandare

                                         Con tonfi spessi e lunghe cantilene…

 

Si tengano presenti i seguenti fonemi: en, an, on, e il verbo onomatopeico del secondo verso. È proprio in essi il meccanismo di un risultato indiscutibilmente musicale.

 

Ma anche le rappresentazioni giocano un ruolo fondamentale.

Esaminiamo, a mo’ di esempio, il seguente haiku composto da me:

 

                                           Onde infuriate -

                                          il vecchio marinaio

                                          osserva e fuma

 

Molto semplice, in apparenza, addirittura elementare, questa poesia è una vera propria metafora, avendo senso ambivalente e quindi una duplice chiave d’interpetrazione.

La prima è quella letterale: un mare in tempesta e un marinaio, che sta a guardare fumando la pipa. Pura rappresentazione visiva, nient’altro che un quadro.

La seconda, “sotto il velame de li versi", cela un significato di carattere analogico e allegorico.

Ci troviamo, dunque, davanti ad una immagine concettuale, che non esclude comunque quella rappresentativa: il mare può essere l’esistenza, o l’individuo, o la società; la tempesta, passioni e lotte d’ogni genere, che travagliano il nostro Dasein.

Il marinaio, vecchio (si badi: non è casuale la presenza dell’aggettivo), è chi, divenuto “del mondo esperto e de li vizi umani", metaforicamente dunque un lupo di mare, avendo appreso con la maturità la lezione dell’esistenza, si tiene lontano da ogni passione, “e fuma”. Particolare, quest’ultimo, non insignificante, poiché indica non soltanto il distacco dell’uomo da ciò che osserva, ma anche la ricerca del piacere minuto tra le cose modeste e piccole, nella libertà più totale da bramosie e conflitti.

E, a proposito di ciò, mi piace rammentare i versi di Lucrezio, col quale avverto una profonda affinità:

 

                    Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,

                   e terra magnum alterius spectare laborem;

                   non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,

                   sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.

                                                    (De Rerum Natura, II 1-4)

 

Vi è ancora un’altra poesia che vorrei trascrivere, apparsa sul quinto volume dell’antologia L’altro Novecento, edita da Bastogi, a cura di Vittoriano Esposito. Sono soltanto tre versi, ma non è mica uno haiku. Confesso che mi piace, mi si perdoni l’impudenza, perché è mia.

 

                                            GIORNO

 

                     Ombre sognanti verso l’occidente.

                     La pleniluce annulla l’estensione.                                                                              

                     Ombre stanche, appassite, volte a oriente.

 

Dovrebbe apparire evidente, mi sembra, quanto si vuole rappresentare, in maniera incisiva e con una appropriata similitudine: i momenti fondamentali dell’esistenza, giovinezza, maturità, vecchiaia, descritti mediante un normalissimo fenomeno astronomico, quello del moto apparente del Sole attorno alla Terra.

Sorto appena l’astro, le ombre dei corpi si allungano verso il luogo opposto al suo sorgere, l’occaso; nell’ora meridiana, quando esso è nel punto zenitale, le ombre si addensano attorno ai corpi che le proiettano, per poi avanzare e prolungarsi ad oriente, mentre il dì inclina al tramonto.

In ciò io scorgo una analogia molto bella.

Le “Ombre” sono l’Uomo (Pulvis et umbra sumus, afferma Orazio); “sognanti”: quella verde età, quella primavera della vita che tende all’avvenire, e guarda avanti a sé con uno sguardo ricolmo di attese mendaci.

 

                     Che pensieri soavi

                     Che speranze, che cori, o Silvia mia!     

                     Quale allor ci apparia

                     La vita umana e il fato!

 

Sospira Leopardi, rimembrando tempi che furono.

 

Ma la giovinezza si trasforma; diviene età adulta. La maturità, la “pleniluce”, propende all’agire e “annulla l’estensione” dei sogni, per concentrarsi tutta sulla realtà e sull’operare, così come Faust brama la Tat, l’azione.

E sopravviene, poi, inesorabile, il crepuscolo che prelude alla notte.

Allora le “Ombre stanche, appassite”, giunte a quell’età dove ognuno deve

 

                     calar le vele e raccoglier le sarte,

 

si volgono nostalgicamente a considerare e il cammino percorso e gli anni consumati, in un consuntivo di quanto hanno compiuto, tralasciato, o ancora da fare; non che i sogni chimerici e “le belle illusioni”, che hanno alimentato il loro agire. Ignare, molte di esse, dell’osservazione di Lucio Anneo Seneca:

 

Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac negligentiam diffluit, ubi nulli bonae rei inpenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus

 

Ecco, in quei tre versi, che a me sembrano riusciti, attraverso un giuoco di immagini sono state espresse multa paucis. Per una migliore resa sul piano linguistico e poetico, credo che il termine “pleniluce” sia atto ad esprimere efficacemente la pienezza della luminosità del mezzogiorno. Inoltre, particolare davvero curioso, dopo avere scritto questa poesia mi son reso conto che le lettere iniziali formano un acrostico: OLO.

In italiano non vuol dire niente; tutto al più, è un grecismo usato in alcune parole composte. In finlandese, invece, significa: “esistenza”.   

                    

                                                         VII

 

E andiamo ad altro argomento che mi urge.

Trovo che molta “poesia” odierna è assolutamente priva di “poesia”.

La si potrebbe definire poesia impoetica? Ma se è impoetica, allora che poesia è? Che bel guazzabuglio! In ogni caso si tratta di qualcosa di assolutamente cerebrale, e così gelida, così incomprensibile, che non fa presa in alcun modo, non trovando corrispondenza alcuna e nel sentimento, e nell’immaginazione.

Aberrazione, quindi, privata da ogni essenza poetica, snaturata, resa inefficace, il cui dominio è il caos in cui la ragione si disperde, il sentimento diviene un mero flatus vocis e l’immaginazione impazzisce, smarrendosi nel vuoto di una folle astrattezza.

Antipoesia!

Ma in altri evi, tra le antiche genti, la poesia fu ricchezza d’immaginazione, e canto, e ritmo, e attraeva, e affascinava, e commuoveva, poiché eccitava in uno e la fantasia e il sentimento. Ed i poeti apparivano circonfulsi da un’aureola di sacralità. Non a caso il mito greco immaginò Orfeo, poeta e musico della Tracia, il cui canto, accompagnato dalla cetra, ammansiva finanche le belve.  

Non vi è stato alcun popolo che non abbia avuto i suoi poeti e che non li abbia degnamente onorati. Sfogliamo pure le pagine dell’Odissea, vi troveremo diversi luoghi dove altamente elogiata è la figura dell’aedo:

 

                     “…   aedo, che canto agli déi ad agli uomini.  

                     da me ho imparato, il dio m’ispirò ogni sorta

                     di canto nell’animo...”

 

dice Femio di sé, supplicando Odisseo di risparmiarlo, quando avviene la strage dei Proci.

E al banchetto nella dimora di Alcinoo, re dei Feaci, queste parole Omero pone in bocca al sovrano:

 

                     “Chiamate il cantore divino:

                      Demodoco: a lui un dio largì il canto,

                      per allietare, come l’animo l’induce a cantare”.

 

Lo stesso eroe encomia il cantore:

 

                            “Demodoco, io ti lodo al disopra di tutti i mortali:

                      o ti ha istruito la Musa, figlia di Zeus, o Apollo”.

 

Dobbiamo considerare tali espressioni come semplici esornativi, artifici che valgono per rendere più alta e solenne l’elocutio? O, piuttosto, non sono la testimonianza dell’elevata considerazione in cui venivano tenuti i poeti?

Mi sembra che la risposta sia ampiamente scontata.

E non soltanto presso i Greci dell’età classica, ma anche tra altri popoli, quelli cosiddetti “barbari", chi sapeva comporre era tenuto in grande considerazione.  

La Grecia ebbe aedi (aoidos, “cantore”) e rapsodi; le popolazioni delle aree germaniche e norreniche, i bardi e gli skaldi, celebratori di gesta e custodi delle tradizioni, non che maestri di sapienza. E il popolo li seguiva e li onorava.

Consideriamo un po’ il latino vates, donde l’italiano vate. Tra tutti i sinonimi usati per indicare chi fa poesia esso è il termine più alto che si possa usare, in quanto indica il più alto grado di eccellenza a cui può giungere un poeta. Infatti, “sommo vate” è la locuzione per antonomasia con la quale si definisce Dante, anche se essa mi pute di retoricume e di luogo comune; comunque, generalmente parlando, è così. Gli antichi consideravano sacra la figura del vates, colui che proferiva i “vaticini” (vaticinium, “profezia”; “predizione solenne", da vaticinari, composto di vates, “divinatore” e canere “cantare), perché divinamente ispirato. Il vate, insomma, era il profeta-poeta. Egli parlava perché riceveva l’ispirazione, come se una potenza sovrumana lo insuflasse, secondo l’opinione, anzi la convinzione, diffusa e indiscussa di quei tempi.  

Certe credenze tramontano, tuttavia il loro ricordo rimane ben radicato nelle parole che sopravvivono ad esse. Pertanto, questo termine di uso corrente, “ispirazione", richiama alla memoria quelle epoche remote in cui si credeva che il poeta ottenesse la sua facoltà poetica da una divinità che gliela infondeva, secondo l’etimo del verbo latino “inspirare”.   

La poesia antica nasceva dal medesimo stupito fantasticare di un pensiero primitivo e ingenuo, che si lasciava avvincere dalla meraviglia davanti ad una natura incomprensibile e a tutti quei fenomeni, apparentemente inspiegabili, che potevano atterrire o riempire di estatica ammirazione. E così, gli Antichi riempirono il mondo, popolando la terra e il cielo, con i fantasmi della loro immaginazione.

Ed è proprio quanto afferma Vico in due “degnità” de La scienza nuova:

 

La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio.

 

Nella sentenza successiva si afferma:

 

Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è propietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive.

Questa degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.

E su questo argomento il filosofo napoletano mi richiama di necessità a quanto afferma Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino

Egli [il Fanciullino] è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei… egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose.

Tale principio lo ritroviamo in una breve poesia di Myricae, che vale la pena di essere riletta.

 

                                            Il Mago

 

                      “Rose al verziere, rondini al verone!”

 

                     Dice, e l’aria alle sue dolci parole

                     Sibila d’ali, e l’irta siepe fiora.

                     Altro il savio potrebbe; altro non vuole;

                     

                     Pago se il ciel gli canta e il suol gli odora;

                     suoi nunzi manda alla nativa aurora,

                     a biondi capi intreccia sue corone.

          

È cosa naturale che, per progresso dei tempi, le favole antiche e i miti esistano soltanto a livello di memoria storica. Chi mai, oggi, potrebbe credere che il fulmine sia la saetta di Zeus, o il tuono il rumore del martello Mjolnir, scagliato attraverso l’aria dal dio Donner o Thor della mitologia germanico scandinàva? Chi popolerebbe le foreste notturne di elfi e silfidi, le visceri della terra di nani e coboldi, e i fiumi di ondine? Credenze successive, stratificate su quelle antiche e l’avanzamento del pensiero razionale e della scienza hanno fatto piazza pulita di tutto ciò.    

Eppure la mitologia, soprattutto quella classica, è stata la fonte più feconda per l’arte, sia nel campo figurativo che letterario; molte figure mitologiche possono aver valore di metafora anche nella nostra disincantata e spregiudicata epoca.

Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Quello su cui mi preme di ribattere è l’intelligibilità dell’opera poetica. E prendo il discorso un po’ alla lontana.

A chi, noi, paragoneremo il poeta? Vergando queste righe mi è venuto di pensare ad Aristocle, uno tra i maggiori filosofi greci, noto meglio col soprannome di Platone. Egli concepì l’idea di un “Demiurgo” che avesse “fabbricato” il mondo della realtà, in altre parole il mondo del sensibile, prendendo come modello quelle Idee, eterne e immutabili la cui sede è oltre la volta celeste (Hypér Ouranos). Ebbene, sotto certi aspetti, non dissimile dal Demiurgo platonico è il poeta (o l’artista in generale), poiché, traendo motivo dalla realtà circostante, crea, o per meglio dire “ricrea", a secondo della propria capacità e sensibilità. Per quanto sia libero di spaziare con l’immaginazione, per quanto possa concepire le immagini più assurde e impossibili, egli non può, tuttavia, prescindere dai dati del reale; come l’Essere congetturato da Platone non può disporre gli oggetti del mondo sensibile senza il supporto delle Idee iperuranie, basandosi semplicemente sul nulla.

Cercherò di spiegarmi con un esempio. Supponiamo che qualcuno parli di un triangolo che deambuli con gli occhi, l’idea più stravagante che si possa concepire. Nondimeno essa è basata su fattori reali. Infatti: il triangolo esiste; l’azione del deambulare c’è; gli occhi sono reali. Questi elementi, diversissimi tra loro, ma pur sempre reali, vengono congiunti dalla fantasia in un’immagine chimerica, et voila, les jeux sont faites.      

Chiunque legga una descrizione del genere sa benissimo che si tratta di qualcosa di assurdo, qualcosa di completamente estraneo alla nostra realtà; ma vi troverà sempre un alcunché di noto e di familiare, dal momento che la suddetta immagine, per quanto impossibile, è formata da cose concrete.

Per chiarire ancor più, ricorrerò ad un esempio tratto dal poema dantesco.

Nel canto decimosettimo dell’Inferno il poeta descrive, personificandolo e dandogli forma visibile nella figura di Gerione, un vizio morale: la frode.

Come si può raffigurare, visivamente, un concetto immateriale, una astrazione, un’idea, un qualcosa, insomma, nella “ineluttabile modalità del visibile”?

Semplicemente facendo ricorso a tutta una serie di immagini metaforiche, le quali, a loro volta, si rifanno a degli stereotipi radicati nell’immaginario collettivo. Ed è proprio quello che ha fatto l’Alighieri.

 

                      La faccia sua era faccia d’uom giusto,  

                     tanto benigna avea di fuor la pelle,

                     e d’un serpente tutto l’altro fusto;

                        due branche avea pilose insin l’ascelle;

                     lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste

                     dipinti avea di nodi e di rotelle.

                       Con più color, sommesse e sovraposte

                     Non fer mai drappi Tartari né Turchi,

                     né fuor tai tele per Aragne imposte.

                     …..

                       Nel vano tutta sua coda guizzava,                         

                     torcendo in su la venenosa forca

                     ch’a guisa di scorpion la punta armava.

                                           (Inf. XVII, 10-18; 25-27)

 

Esaminiamo attentamente questa descrizione. Il mostro, che nella mitologia greca era un essere tricorpe e tricefalo, abitava nell’isola di Eritea e fu ucciso da Eracle in una delle sue dodici fatiche, nel poema diviene l’incarnazione della frode. Perché il volto abbia l’aspetto gradevole “d’uom giusto", è quanto chiarisce lo stesso Dante, parlando del fraudolento: “… ne la faccia si mostra amico, sì che fa di sé fede avere, e sotto pretesto d’amistade chiude lo difetto de la inimistade” (Conv. IV, XII, 3), con parole che rammentano, sia pure alla lontana, quelle della lettera attribuita a Paolo, là dove è scritto: “… anche satana si traveste da angelo di luce” ( 2 Cor., 11:14). Gustave Doré, che tra l’altro ha illustrato anche la Divina Commedia, raffigura la “sozza imagine di froda” col sembiante di un vegliardo austero, rappresentando mirabilmente la narrazione dantesca.   

Il rimanente del corpo è anguiforme. In quella parte del Pentateuco, o Torah, che riguarda il mito edenico troviamo queste parole: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche” (Gn. 3:1), infatti con le sue insinuazioni riesce ad ingannare Eva, con tutte le ben note conseguenze. Dunque il serpente, chi sa poi perché, viene considerato un tentatore. È possibile che a questa strana idea si sia ispirato il poeta nel concepire la sua allegoria. Comunque è un concetto che fa parte del bagaglio “culturale” collettivo.   

Il corpo del mostro, emblematico anche questo, appare arabescato da “nodi” e “rotelle", mentre la coda ha la punta velenosa in guisa di scorpione.

Ci troviamo così davanti ad una serie di simboli, “segni” familiari alla coscienza collettiva, comprensibili per chiunque viva in un determinato contesto culturale.

    La metafora è più che evidente, chiara come una viva fiammella.

Raffigurazione siffatta stimola l’immaginazione e, tramite essa, può scuotere, scuote anzi senz’altro, la nostra sensibilità morale. L’atto del poetare si trasfigura, così, in un atto etico, riuscendo a comunicare un messaggio alla nostra coscienza. Ma perché ciò avvenga è necessario che vi siano punti di riferimento ben recepibili. Diversamente, il messaggio, qualunque esso sia, diviene ermetico, incomprensibile e afasico nella sua indecifrabile oscurità, e quindi vanifica la propria natura.     

Abbiamo equiparato il poeta al Demiurgo di platonica memoria, e non soltanto perché “crea” traendo ispirazione dalla realtà in cui è immerso, ma anche per un altro fondato motivo. Il significato di demiurgo è, letteralmente, “colui che lavora appartenente al popolo”. Questo termine, nella Grecia classica, indicava il lavoratore libero; in alcune città greche uno dei magistrati principali, e in Atene chi apparteneva alla classe degli operai e degli artigiani.     

Ecco, in senso molto lato, diciamo pure che il Demiurgo è chi lavora per gli altri. Ma che razza di artigiano sarebbe un artigiano che si mettesse a produrre oggetti che dovrebbero essere di uso pratico ma inutilizzabili? Loderemmo un ebanista che fabbricasse mobili inadatti all’uso per cui sono stati fatti? Accetteremmo una sedia scomoda, non confacente alla nostra struttura anatomica, e quindi inutilizzabile? Approveremmo il calzolaio che facesse scarpe impossibili da calzare, o il sarto per dei vestiti assurdi che non si riuscisse ad indossare? Certamente, no. È valido, e degno dunque di approvazione, chi riesca a compiere un lavoro, qualsiasi cosa possa essere, a regola d’arte e conveniente allo scopo.

E questo precetto non vale anche per chi scrive?

Scrivere significa comunicare , cioè “rendere comune", fare partecipi gli altri, “trasmettere” (trans -mittere, mandare oltre). Ma che valenza possiede la parola, scritta od orale, quando il senso diviene indecifrabile ed il significato si trasforma in un nonsense? Come può esservi comunicazione, venendo a mancare qualsiasi punto di riferimento e in assenza di un codice semantico?

Come il corpo non tollera e rifiuta l’uso di oggetti inadeguati alle sue esigenze, così la mente ricusa quanto non sia conforme alle proprie capacità intellettive. Affinché l’accoglimento avvenga, è necessaria una adaequatio rei et intellectus.

Abbiamo veduto un limpido esempio in Dante: il messaggio che egli ha voluto trasmettere, personificando e descrivendo la “bestia malvagia", ovvero sia la frode, è d’una grande chiarezza, e non lascia adito ad alcun dubbio. Ciò che il poeta ha inteso esprimere, noi lo recepiamo, secondo le sue intenzioni, assimilandolo. E così per tutto il resto del poema.

Naturalmente, la Divina Commedia può anche essere un’opera totalmente incomprensibile, ma solo in talune circostanze specifiche, vale a dire se mancano quelle necessarie conoscenze, linguistiche, storiche, mitologiche, religiose, atte ad intenderla. Persino un Pandit, in un caso siffatto, la troverebbe oscura e inesplicabile.       

Molta della produzione “poetica” odierna è tenebrosa ed incomprensibile, proprio perché del tutto assenti sono nella sua struttura quelle essenziali coordinate semiotiche in grado di renderla recepibile e quindi accessibile. Il poeta, o sedicente tale, si pone, quindi, nella stessa condizione dell’ipotetico artigiano di cui sopra il cui manufatto sia inutilizzabile.

Di esempi ve ne sono a migliaia, vediamone qualcuno.

 

                     L’eco fanciulla

 

                     quel crinale

                     di rare esili                                    

                                     rame

                     trapela dove

                     langue

                              d’esitazione

                     laggiù

                              fatta

                             bagliore

                     di umana      

                     non umana

                             parte

                            di ore

                     che vuole

                             fondersi

 

 

Questi sono i “versi” di una “poetessa”. Altro esempio? Eccolo, quelli di un “poeta”:

 

 

                      A giovane parto a ricciolo ogni mio mio

                     Donde ci furono spazi nonché veroni e

                                                                             castelli

 

                     Il passero solingo già mi turba aperto in squarci

                     Camminavamo accanto ed era il tuo l’odore

 

                     A nobile richiamo fummo vittime voi ed io

                     Saperti tutto buono desiderabile

                     Come biscotto nel latte tuffato

                     “che è santo e non turba”

                     

Ancora un’altra “poetessa”:

 

                                 IL NANO

 

                      Non c’è più la simmetria

                     Scongelata la parola un flusso

                    scivola nudo il viola

 

                     Mani di vetro battono

                     la pioggia al rosso pagano

                     delle tempie se le dischiude

                     sulla linea della fede  

                     un cono d’ombra

                    

                     Per radici di silenzio cammina

                     i passi alle mie spalle un occhio

                     e strega ghigna il nano

                     la sorte sul cuscino

 

Che poesia è una “poesia” siffatta? Leggendola, come le altre citate a mo’ d’esempio, mi viene da pensare che chi componga versi di cotal genere è simile ad un Narciso: invaghito della propria immagine, e contemplandola, non riesce a vedere nient’ altro se non se stesso. Si comprende soltanto da sé, nulla di più. Le sue parole diventano una pura astrazione in cui si compiace, simile alla deità dell’apostrofe dantesca,     

 

                           O luce etterna che sola in te sidi,

                     sola t’intendi, e da te intelletta

                     e intendente te, ami e arridi!

 

Ma esse non hanno il carisma dell’intendimento, poiché non vi è un ubi consistam su cui fondarsi, all’infuori del pensiero astratto di chi le scrive. In tal modo, la parola, dai Greci definita logos, termine che implicava significati diversi, ma sempre connessi all’actus cogitandi, finisce con l’essere posta in una condizione di inconcretezza e pertanto alienata dalla sua naturale funzione. E così la poesia, ovvero quella che impropriamente viene dichiarata tale, diviene afasica, si riduce ad un balbettio delirante, e conclude con lo sfumare in un vuoto metaverbico.

Mi si affaccia alla mente un ricordo, una rimembranza d’altri tempi, quelli della mia adolescenza. Avrò avuto quattordici anni all’incirca, e frequentavo la Scuola Media. Mi piaceva leggere, allora come adesso, e scorrazzavo per l’Antologia che avevamo in dotazione. In quegli anni le antologie scolastiche mica erano come quelle odierne, dove si tratta per la maggior parte dei tanti problemi della società, ma la cultura letteraria viene emarginata, per il fatto che la scuola odierna è politicizzata e sindacalizzata, proprio perché, purtroppo, adeguata alle mode ideologiche correnti, basate sul cosiddetto “sociale”. Ebbene, in quell’Antologia lessi un poemetto; si trattava dei versi di Giacomo Zanella: Sopra una conchiglia fossile. Ero ancora un pischello (come si dice in romanesco), e tuttavia, rammento, venni conquistato da quei versi lì, che mi suggestionavano fortemente, schiudendomi visioni d’ere arcaiche e di future “sorti magnifiche e progressive", per dirla con Terenzio Mamiani, e facendomi fantasticare una società redenta dal male in un mondo diverso e migliore.

Certo, oggi sorrido al ricordo di quei miei sogni adolescenziali, nonché al candore del buon Zanella che me li aveva ispirati con la sua poesia. La vita e lo studio mi hanno insegnato ben altro, e preferisco il disincantato pensiero di Leopardi e di Guadagnoli a tutte le illusioni e le chimere che la realtà s’incarica di smentire inesorabilmente. Ma non è questo il punto. Ciò che mi preme di porre in evidenza è il fatto che io avevo compreso quanto il poeta aveva inteso esprimere. E non ero che un ragazzo!

E ancora un altro ricordo, “dolce ne la memoria”. Frequentavo le Elementari, e qualche volta mia mamma mi recitava certi versi de La cavalla storna. Premetto che non possedeva nessuna cultura; appena una scarsissima istruzione, non avendo conseguito neanche la licenza della quinta, il minimo, ai suoi tempi. Eppure, eppure rammentava quella poesia, quei versi le erano rimasti impressi, scolpiti nella mente. Perché? Perché sono tali, quei versi del Pascoli, da toccare le corde del sentimento, e quindi commuovono. Ecco, essi sono immediati e penetrano nel “cuore” (mi si perdoni il luogo comune, espressione quanto mai trita e infelice), destando la nostra sensibilità. E si ricordano non soltanto perché una volta c’era la buona abitudine di esercitare la facoltà mnemonica, ma, soprattutto, per la connessione logica del testo, che ne determina la necessaria comprensibilità, e per la scansione della parola che si fa ritmo, quindi verso.

Ma cosa rimane, in noi, di quanto oggi si scrive e si legge? C’è qualcosa che possa fissarsi nel nostro animo, ed eccitare l’immaginazione, e agire sul sentimento, e indurre alla riflessione o, ancor più, alla meditazione?

Ci ritroviamo nella medesima condizione di chi entri in un luogo affollato, tra strepito di voci, bailamme di suoni discordi e rumori d’ogni genere, dove non si intende nulla; non si hanno percezioni distinte, ma si ode un frastuono da ammattire. Orbene, la lettura di certa “poesia", che anche uno scarabeo stercorario rifiuterebbe, produce lo stesso identico effetto.

E su coloro che si fanno promotori di questa “poesia", sia che la compongano, sia che in sede critica l’accolgano favorevolmente, io, senza tanti complimenti, mi scaglio con le stesse parole che l’allora ventenne Alessandro Manzoni poneva in bocca a Carlo Imbonati:

 

                                                           Ma sdegno

                      Mi fero i mille che tu vedi un tanto

                      Nome usurparsi, e portar seco in Pindo         

                     L’immondizia, e l’arroganza,

                     E i vizj lor; che di perduta fama

                     Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso

                     Far di lodi mercato e di strapazzi.

 

Anni orsono, soggiornando ad Artena, conobbi un sacerdote; insegnava nella Scuola Media locale, e ha pubblicato qualche libro, tra cui una silloge, Ricordi della Mia Giovinezza, stampata a Roma nel “74, e della quale possiedo una copia. Un libretto piuttosto ingenuo, con poesie che sanno d’Ottocento, e versi in uno stile senz’altro manzoniano, da far pensare addirittura agli Inni sacri.

L’autore dichiara, esplicitamente e con semplicità: “ Ho scritto queste poesie a sollievo del mio spirito, spesso in contrasto con le avversità della vita”, volendo significare che non ha pretese di fama; non ambisce propagare messaggi altisonanti; non mira ad una facile quanto futile fama; non si arroga la pretesa di fare chi sa che.

Egli aveva scritto per sé stesso.     

Allora lo giudicai piuttosto severamente. Adesso, per la lontananza del tempo, e dopo essermi ammorbato con quel sudiciume “che tutto ‘l mondo appuzza”, reso più maturo, grazie anche ad esperienze negative, il mio atteggiamento è mutato. Leggo i suoi versi, col senno del poi, e mi ritrovo “in più spirabil aere”.

In quei versi vi è certamente un eccesso di manzonianicità, e ciò m’induce a sospettare di una pedissequa imitazione del grande modello, donde si ravvisa la modulazione d’un linguaggio poetico ormai del tutto superato.

Ciò nonostante, quelle poesie hanno una lor grazia, una fresca soavità; e, ancorché vi siano ingenui luoghi comuni, che hanno sapore di neiges d’antan, trovo gradevole e amabile la loro lettura. Ed eccone un saggio:

 

                     Gelida e bruna l’aria ravvolge

                     in triste ammanto la terra e il ciel;

                     Foglie ingiallite il vento volge

                     In lenti giri nel grigio vel.

 

                                  Per la campagna, deserta e brulla,

                                Non s’ode il canto d’un uccellin,

                                Non la canzone d’una faciulla,

                               Non il belato d’un agnellin.

 

                     Il verno impera rigido e muto,

                     Il gelo imbianca le case e il suol,

                     Di là dai monti, mesto saluto,

                     Pallido e scialbo, ne manda il sol.

 

Per quanto si possano fare delle ragionevoli riserve sul linguaggio, ormai largamente antiquato, bisogna pur convenire che queste tre quartine, tralasciando il rimanente, la poesia è un po’ lunghetta, possiedono una loro patetica liricità. Davvero bella, perché vigorosa, l’immagine dell’Inverno “rigido e muto”. Inoltre i versi scorrono senza intoppo; poiché la metrica, nella cadenza del decasillabo, è perfetta. E ve n’è ancora un’altra, della quale voglio trascrivere se non altro un paio di strofe: 

 

                              È GIUNTO OTTOBRE

 

                     È giunto ottobre; tacciono

                     Sul colle i bei vigneti

                     Da cui giocondi cantici

                     Si son levati al ciel.

           

                                E, fra i rosati pampani,

                                Più non si mostran lieti

                               Bianchi e rosati i grappoli

                               Dal rugiadoso vel.

 

Vi trovo una levità e una grazietta tutta settecentesca, da rievocare le strofe lievi del Metastasio; oppure quelle odi del Parini, come La Primavera, dove il verso mi rimembra le note gentili di un clavicembalo o d’una spinetta.

Ebbene, io affermo, sostengo, che quest’uomo, don Amedeo Vitelli, allora parroco della Collegiata di Santa Croce in Artena, è, sia pure in nuce, veramente poeta. E dico in nuce poiché son convinto che se egli avesse coltivata la sua propensione alla poesia, se si fosse sottoposto alla necessaria disciplina per rendere più moderno il linguaggio e lo stile; togliendo certi languori deamicisiani che traspaiono da alcune poesie, avrebbe ottenuto risultati ancor più positivi.

Perché, dunque, ho creduto opportuno soffermarmi su una persona affatto sconosciuta, un ignoto poeta da nessuno menzionato, sul quale in nessuna occasione si sono accesi i riflettori della critica, né mai è stato gratificato da “riconoscimenti ufficiali”? Perché, nonostante una certa arcaicità di linguaggio, appare evidente che vi è uno studio, un humus culturale, anche se alquanto superato, e quindi voglio proporlo come esempio a chi aspiri dedicarsi all’arduo mestiere del poeta.

E proprio per questo motivo mi sorride l’idea che nel grande registro delle Muse, da qualche parte, magari in un angolino, magari a caratteri piccini, sia iscritto il suo nome, che ricordo con affetto.

 

Vorrei, per concludere su questo soggetto, riferire il pensiero di un intenditore; un acuto intenditore qual è Vittorio Sgarbi, riportando testualmente quanto ha dichiarato in un suo libro:  

 

La pratica letteraria nasce da una conoscenza molto attenta di quello che è capitato prima di noi; non nasce dal nulla, non nasce dalla spontaneità, non nasce dalla creatività libera; anzi: si può dire che gli elementi più negativi per un poeta sono proprio i sentimenti, la spontaneità, la creatività libera, ossia quello che in genere viene dato per essenziale da chi definisce cosa sia la poesia. Amare, avere sentimenti, provare emozioni è cosa comune; molte persone sono in grado di commuoversi guardando un paesaggio, e pressoché tutti sanno cos’è la sofferenza, cos’è l’amore: ma il fatto che chiunque provi emozioni non comporta che poi sia in grado di esprimerle, tanto meno in forma poetica. La forza del poeta, dunque, sta non tanto nella qualità delle sue emozioni, che ha in comune con gli altri - e che potrebbe anche avere in misura minore rispetto agli altri -, bensì nella capacità di rappresentarle e di esprimerle.

 

Se, in determinati casi, una certa astrattezza suggerisce particolari significati evocativi, nuoce tuttavia una totale oscurità che renda incomprensibile, anzi annulli affatto il dettato poetico. Dunque non più Poesia, bensì grado zero della scrittura, caoticità della parola, impossibilità di comunicazione…

 

                        the rest is silence.

 

 

 

 

                                                          VIII

 

Vi è ancora un altro argomento degno del nostro interesse e della nostra riflessione: lo stile. Chiunque abbia studiato la Divina Commedia ricorderà le parole con cui Dante, riverentemente, si rivolge a Virgilio nel momento del loro incontro:

 

                          Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;

                     tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

                     lo bello stilo che m’ha fatto onore

                                           (Inf. I, 85 - 87)

 

Quel poeta che i posteri appelleranno “sommo” e “divino", con epiteti altisonanti che certamente avrebbe disapprovato, poiché al genio non occorrono orpelli di chincaglieria verbale, non si peritò di riconoscere pubblicamente in Virgilio la sua guida intellettuale e morale, quasi un magister vitae, non che il debito che ebbe nei suoi confronti per “lo bello stilo"che ha reso degna e immortale la sua opera.

Stilo, un vocabolo più prossimo al latino stilus che non l’italiano “stile”. Termine che assume diverse sfumature semantiche, tutte riconducibili ad un unico, originale significato. Lo stilus, strumento di scrittura per i Latini, indicava altresì il “genus scribendi", e in questo senso viene universalmente inteso.

Non intendo, in questa sede, soffermarmi sui diversi stili: sublime, medio, tenue; subtile, robustum, floridum, oppure attico, asiatico, rodio. Ciò che mi propongo è, semplicemente, cercare di porgere qualche suggerimento attraverso l’analisi della parola e dei versi che esamineremo più innanzi.

Occorre tener presente che una composizione, per quel che concerne il fattore lirico ed evocativo (vale a dire immagini ed impressioni) non deve prescindere dalla laconicità, intendendo con questo un linguaggio scevro da lungaggini, ridondanze, aggettivazioni sovrabbondanti e inutili, l’uso delle quali nuoce all’effetto poetico. I cattivi versi, i versi impoetici nascono proprio perché manca il senso critico a far da supporto; mancanza dovuta a immaturità, la quale, a sua volta, affonda le sue radici nell’ignoranza e nella presunzione.

Dico, è ovvio, di tutti quelli che si credono poeti senza averne la naturale predisposizione, poiché non basta l’ispirazione a produrre poesia: diviene essenziale un attento, vigile studio sulla parola; una continua riflessione; un senso critico, e autocritico, ben desto. La qualcosa significa, anche, lavorare con pazienza, molta pazienza, e impegno.

A sostegno di ciò, addurrò degli esempi, riportando parte del materiale reperito durante svariate letture. Si tratta di “versi” che mi hanno colpito per la loro particolare inefficacia.

 

                     Fino a quando gli occhi non lacrimano.

 

Ecco un’espressione banale, e del tutto insignificante nella sua prosasticità, scritta con la pretesa di avere composto un verso.

Comunque questa frase avrebbe potuto avere una certa valenza, non dico propriamente lirica, ma almeno metrica, qualora fosse stata composta, pur mantenendo le stesse parole, nel seguente ordine:

 

                     Fino a quándo non lácrimano gli ócchi.

 

Come si può vedere chiaramente, posponendo l’articolo e il sostantivo al verbo, l’insieme delle parole acquista la dignità di un endecasillabo. Infatti, nella successiva disposizione, l’accento ritmico cade sulla penultima sillaba, secondo quanto prescritto dai dettami della metrica. Certo, poeticamente non è un gran che, ma almeno è un verso, con gli accenti al posto giusto per scandire un determinato ritmo. Quello, appunto, delle leggi metriche.

 

La poesia è un’architettura di parole che stanno in piedi in un modo altrimenti impossibile…

 

Secondo l’inconfutabile osservazione di Vittorio Sgarbi.

 

Esaminiamo adesso questi altri “versi”:

 

                     Non attingo

                     acqua fresca alla fonte

                     se non ci sei.

 

Vediamo un po’: qui ci troviamo, addirittura, davanti a due topoi lapalissiani: un sostantivo e un aggettivo, ingombranti e del tutto superflui.

È evidente che ad una fonte non si possa attingere altro che acqua; è ovvio, e scontato, che una fonte non è mica un geyser, o un distributore di benzina, per così dire. In una fonte vi si trova acqua e soltanto acqua. È altrettanto logico che l’acqua della fonte non possa non esser fresca. Quindi lo specificare non solo è inutile, ma anche insensato. Nell’ultimo verso, poi, quel “ci” è una zeppa, dal punto di vista metrico, in quanto concorre a distruggere ancor più l’armonia dell’insieme. “Se non ci sei” è un quinario, e da solo potrebbe anche andare bene; ma, ripeto, da solo. Considerandolo unitamente ai “versi” che lo precedono, non regge proprio. L’effetto del tutto è un effetto prosastico. Possiamo ancora avere il coraggio, dal punto di vista tecnico, di considerare e definire poesia queste frasettine impilate e sbolognate come versi?   

Rileggiamo adesso in altro modo, e con le modifiche opportune:

  

                     Non attingo alla fonte

                      se non sei.

 

Tolto il ciarpume dei pleonasmi, buttata via la zavorra, abbiamo ottenuto due versi dignitosi, meritevoli d’essere scritti: un settenario e un quaternario (o quadrisillabo), col canonico ictus sulla terza sillaba. Volendo, potremmo farne un endecasillabo: 

 

                     Non attíngo alla fónte, se non séi.

 

Con la caduta degli accenti sulla terza, sesta, ottava e decima sillaba.

 

In quanto alle zeppe, a quei pleonasmi che talvolta possono sfuggirci dalla penna, eh, è proprio il caso di dire, con quell’Antonio Ferrer di manzoniana memoria: Pedro, adelante con juicio. Intendo, in altre parole, che si deve prestare la massima attenzione per evitarle, quando non siano strettamente necessarie. Leggendo tempo addietro una traduzione di Piero Chiara del Satyricon, ho trovato qualcosa che mi ha lasciato piuttosto perplesso.

Nel testo originale è scritto: 

 

Cum quaererem numquid nobis in prandium frater parasset, consedit puer super lectum et manantes lacrumas pollice extersit.

 

Piero Chiara traduce:

 

Mentre chiedevo a Gitone che pranzo ci avesse preparato, egli sedette sul letto asciugandosi con il pollice le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi.

 

Francamente non capisco. Da dove possono uscire le lacrime, se non dagli occhi? Io vi vedo implicita una sorta di tautologia di nessuna utilità, dal momento che queste secrezioni sono il prodotto delle ghiandole connesse all’occhio. E allora, trattandosi di uno scrittore come Piero Chiara, mi consolerò con Orazio: Quandoque bonus dormitat Homerus.

Bisogna pur convenire che gli errori nuocciono sempre allo stile, sia che si tratti di poesia, sia che si tratti di prosa. Un verso brutto rovina la bellezza di una composizione, così come una macchia su un bel quadro. Ma purtroppo persino autori validi, poeti degni di questo nome, finiscono nella tagliola di un prosastico modus scribendi, e così ho trovato versi stilisticamente impoetici, perché non metrici. In Casa paterna, da Inaugurazione della primavera di Corrado Govoni, vi è una descrizione bella, ma infelice per uno che ne deturpa l’estetica.   

 

                     Il forno, quando si faceva il pane,

                     mandava un bagliore d’aurora

                     contro il cielo formicolante di stelle…

 

C’è una piacevolezza descrittiva ed evocativa; anche il verso finale ha un alcunché di poetico, a livello di contenuto, però, da un punto di vista rigorosamente metrico non lo è affatto. Sarebbe stato senz’altro più efficace, se Govoni avesse scritto:

 

                     contro il formicolio di tante stelle

 

Nella stessa poesia ho trovato quanto segue:

 

                     e il pendolo di legno

                     dalla mostra annerita dalle mosche

                     ha lasciato il posto a una sveglia di metallo

                     dipinta a color noce…

 

Davvero infelice, il penultimo verso: prosa assoluta!

Cerchiamo allora di rivederlo in altro modo; così:

 

                     ha lasciato il suo posto ad una sveglia,

                     di metallo, dipinta color noce…

 

Per quanto possa sembrare pleonastica la presenza del possessivo, e in effetti lo è, essa ha, tuttavia, l’utilissima funzione, assieme alla preposizione con la “d” eufonica, di ottenere un endecasillabo perfetto.

Mi chiedo come mai Corrado Govoni, senza dubbio un poeta di tutto rispetto, si sia lasciato andare a una scrittura impoetica del genere, e non si è reso conto della aritmia di taluni versi. Tranne che non sia un effetto voluto, e che comunque, nel caso specifico, non ha dato poetici frutti.

Continuiamo la nostra disamina su certi “poeti” contemporanei, leggendo qua e là.

Tempo addietro ricevetti un libro inzavorrato di critiche magnificative e senza una sola voce di dissenso. Però, ohimè (o dovrei dire, meglio, ohilui?), l’autore s’era lasciato scappare certe perle giapponesi da fare accapponare la pelle.

Tra le varie poesie ve n’è una che vorrebbe essere di tipo “tradizionale", e lo è, perché chiara, la s’intende benissimo, non vi sono deliranti funambolismi cerebrali, eppure… Ma leggiamola insieme:

 

                                    IMMENSO COLORATO

 

                     In questa notte che scivola sul cuore

                      dolce come le foglie sopra il fiume

                      Sandra porta tra i denti una canzone

                      che parla di un immenso colorato

                      di albe verdi e di docili maree

                      finite sulla spiaggia dei suoi occhi

 

                      Sandra è la mia neve ormai lontana

                      quando più a nord nasceva un’altra luna

                     ed un grammo di sole mulinava

                     sulle chiassose giostre al Valentino

 

                     Lei è il mio tempo che si fa poesia

                     se incolla i suoi sospiri in un diario

                     se nel silenzio delle sere stanche

                     carezza d’erba che mi passa accanto

 

                     Sandra bussa ad un nuovo calendario

                     da sfogliare col vento e con gli amici

                     in questa notte che scivola sul cuore

                     ubriaco di incertezze e d’allegria

 

Sono quattro strofe, e nessuna esente da imperfezioni stilistiche, che formano una poesia dedicata a una ragazza, la figliola dell’autore, in occasione dei suoi diciotto anni. Esaminiamole, attentamente, una per una.

Si consideri quell’espressione nel terzo verso della prima: “porta tra i denti una canzone”. Anche se il verso va bene come struttura metrica, essendo un endecasillabo ben costruito, sul piano dello stile non va per niente bene. Oh, ma cosa vuol dire quell’espressione lì? Ohibò non si tratterà, penso, d’una cagnolina. Non scherzo mica. Leggendo quelle parole, l’unica immagine che mi s’affaccia alla mente è quella di un cagnetto o d’una cagnetta che regga un osso, o qualcosa d’altro. È brutta, assolutamente impoetica e di pessimo gusto.

Se l’autore avesse scritto così: Sandra reca sul labbro una canzone, avrebbe composto un verso stilisticamente decente, e dunque accettabile.

C’è da considerare anche il verbo. Perché “porta”? Mi parrebbe più adatto, in quanto più poetico in questo caso, l’uso del verbo “recare”. 

 

                   …    recasti già mille leon per preda

 

troviamo nel canto XXXI dell’Inferno, allorché, nel pozzo di Cocito, Virgilio si rivolge al gigante Anteo, pregandolo di deporlo assieme a Dante nella ghiaccia dei traditori. E andiamo ad un poeta più vicino a noi nel tempo, andiamo a Leopardi, e consideriamo un verso de Le ricordanze:  

 

                     Viene il vento recando il suon dell’ora …

 

È molto bello; suggestivo per l’immagine e la dolce, ampia musicalità.

Ma lo sarebbe altrettanto, suonerebbe armonioso all’orecchio e al nostro animo, qualora il poeta avesse messo “portando”? Io credo di no. Certamente sono sempre tre sillabe, e pertanto la costruzione metrica non ne sarebbe stata sconvolta; i due verbi finiscono in “ando", quindi la resa musicale del verso rimarrebbe più o meno la stessa. Tuttavia c’è un particolare, un piccolo, apparentemente insignificante, particolare, quasi una cosina da nulla: si tratta di quello che in linguistica si definisce fonema. Il suono di “po” non mi sembra adatto come quello di “re”; in quest’ultimo vi è, direi, qualcosa di diverso, un tocco più gradevole.    

Sono appena lievi sfumature fonetiche, delle nuances, diciamo con un termine preso a prestito dalla pittura; ma che comunque hanno la loro non indifferente influenza sul risultato estetico. Il valore di un’opera consiste nella perfezione dei suoi particolari; quanto più essi saranno accurati, maggiormente l’esito sarà positivo. Pertanto, chi vuol essere poeta (ma vale anche per chi fa prosa) deve, per intrinseca necessità e forza di cose, farsi filologo, e amare e studiare la parola in tutte le sue valenze.

Proseguendo la nostra anatomia, ci imbattiamo in un altro intoppo:

 

                     di albe verdi e di docili maree

 

che consiste, per l’appunto, nel reiterarsi della preposizione, di per sé una zeppa, come uno scoglio che spezzi il fluire dell’onda, per cui si vanifica l’armonia metrica. Oltretutto l’accostamento delle due sillabe “di” e “do", l’una accanto all’altra, rende l’effetto non gradevole, in quanto produce una cacofonia. Benissimo, invece, il verso in questa maniera:

 

                      di albe verdi e docili maree

 

Nella seconda strofa fa capolino un altro errore, non di versificazione ma di stile, ed è “grammo di sole”. Grammo è una voce connessa all’idea di massa, di quantità, di misura, di pesantezza. Io lo avrei evitato ricorrendo ad un felice ossimoro: “ombra di sole”. Lo trovo più efficace e senz’altro poetico. O avrei usata magari qualche altra espressione. Ma c’è di peggio! Andando avanti, siamo alla strofa successiva, inciampiamo in un verbo che è una solenne stonatura. Come si può scrivere “se incolla i suoi sospiri”? Ne viene fuori qualcosa di veramente buffo, un’espressione da farsa, tanto per far ridere.  

Sarebbe stato dignitoso, invece, scrivere:

 

                     se pone i suoi sospiri in un diario…

 

 

Sorpasserò i due versi seguenti, che non si capisce dove vadano a parare, per soffermarmi sulla frase che conclude la poesia. Ho detto frase perché non è affatto un verso. Se la leggiamo insieme al verso che la precede, si noterà la differenza:

 

                     in questa notte che scivola sul cuore

                     ubriaco d’incertezze e d’allegria

 

Il penultimo verso, in realtà l’ultimo, è un verso, in quanto si adegua alle esigenze della metrica, benché sia un dodecasillabo piuttosto anomalo (quinario + settenario), e nonostante la preposizione “in” che lo appesantisce (tolta, il verso suonerebbe meglio), ma quello che vien dopo?

                                                                                 

 

                  ubriaco di incertezze e d’allegria

 

 

Il senso è chiaro: il “cuore” della diciottenne è colmo di gaiezza, ma anche di incertezze, se ho ben compreso, per il suo futuro. D’accordo, ma dove sta la poeticità in questa frase? Dov’è la metrica? Io non la vedo, e non la vedo per il semplice motivo che manca del tutto, non esiste proprio. Se dalla frase estrapoliamo “ubriaco di incertezze", in queste tre parole risuona, sì, il ritmo dell’ottonario, però il resto distrugge tutto; e il verso non è più tale, e diventa solo prosa. Infatti:   

 

                     ú / bri /á / co / dí in / cer / téz / ze

 

sono nove sillabe, ma essendovi una sinalefe tra la quinta e la sesta, e con la disposizione degli accenti ritmici sulla prima, terza, quinta e settima sillaba, abbiamo un ottonario, come in quel verso famoso di Lorenzo De’ Medici:

 

                     Chí vuol ésser liéto, sía.

 

Ma il poeta fiorentino si ferma là, mica procede sullo stesso rigo.

Nel nostro caso, invece, ci troviamo davanti ad una strana commixtio di un ottonario con un quinario (poiché “e d’allegria è di cinque sillabe) , il cui effetto è, quanto meno, infelice. Sarebbe lo stesso, per fare un esempio, che alla statua acefala della Nike di Samotracia venisse appiccicata la testa del Davide di Michelangelo o del Bernini. Quale assurdità ne verrebbe fuori?

Vediamo un po’, adesso, se con le stesse parole, e senza mutare neppure uno iota, possiamo ottenere un verso accettabile:       

 

                     Di incertezze ubriaco, e d’allegria  

 

Semplice come il proverbiale uovo di Colombo: bastava spostare soltanto la posizione del verbo, con la cesura che viene dopo l’aggettivo, e il giuoco era fatto.

E purtroppo è così: se non si presta la più grande attenzione, è facile cadere in errori che una volta stampati, direi addirittura “editi”, sono incancellabili, e annullano quell’efficacia che si voleva ottenere, e nuocciono alla resa poetica.

Ho voluto esaminare punto per punto la su riferita poesia, non per il gusto di cercare il pelo nell’uovo, o per spaccare in sedici un capello, ma per documentare, prove alla mano, quanto vado asseverando.

 

 

 

                                                          IX

 

C’è ancora da aggiungere che non basta la formalità della scrittura, ma si deve prestare attenzione al modo di affrontare un argomento, dunque alla qualità del modus loquendi applicata alla parola scritta. Per chiarire meglio, riporterò due composizioni su un soggetto di carattere religioso, quello del Natale.

Ed ecco la prima:

 

                      E’ NATALE             

         

                     Notte fonda           

                    cielo stellato

                    silenzio d’intorno

                     assopiti nel sonno

                     volti innocenti,

                     rugosi,

                     stanchi.

 

                     All’improvviso

                     armonie di voci

                     melodie meravigliose

                     destano

                     ispirano

                     muovono

                     verso la luce

                     che è spuntata a

                     Betlemme:

                     E’ Natale!

 

Cos’è, questa roba? Poesia? No, solo una sfilza di frasi fatte, una sfilata balorda di stucchevoli luoghi comuni (“notte fonda”, “cielo stellato”, “melodie meravigliose”); con l’aggiunta di amenità, quali “assopiti nel sonno” (perché, si può anche essere assopiti vegliando?), “volti innocenti” (cosa vuol dire quell’aggettivo?), “rugosi” (anche quelli di bambini e di giovani?), “ispirano” (con quale significato è stato scritto questo verbo? Nella comune accezione, ispirare significa: “destare, suscitare un sentimento”). Non che la botta finale: “E’ Natale!”, detonante quanto la Girandola di Castel Santangelo che si faceva una volta.

È chiaro che, per quanto mi onori di essere ateo, io non rimprovero all’autore, che non oso definire “poeta”, di avere trattato un tema religioso, me ne guarderei bene. Ciò che deploro è come lo ha trattato. Leggendo, quali immagini, quali impressioni si formano nella nostra mente, quali emozioni? Nessuna. “Poesia” siffatta, cosiddetta “poesia”, merita un solo commento: Words, words, words, come esclama il principe danese di scespiriana memoria.

Questa grulleria l’ho trovata nel numero di alcuni anni orsono di “Spiritualità & Letteratura”; una di quelle rivistucole alla quale si adatterebbe a pennello il titolo del romanzo di Thackeray, Vanity fair, e che, purtroppo, prolificano nel sottobosco letterario, vivaio di illusi, i quali, allettati e blanditi da individui incapaci e presuntuosi a loro volta, si lusingano di essere quello che in realtà non sono.

Vorrei che l’autore di questo capolavoro avesse letto Natale, di Ungaretti. Chi sa se lo avrà mai fatto! Ebbene, vogliamo rileggerlo noi?

 

 

                     Non ho voglia

                      di tuffarmi

                      in un gomitolo

                     di strade

 

                     Ho tanta

                     stanchezza

                     sulle spalle

 

                     Lasciatemi così

                     come una

                      cosa

                      posata

                     in un

                     angolo

                     e dimenticata

 

                     Qui

                     non si sente

                     altro  

                      che il caldo buono

 

                     Sto

                     con le quattro

                     capriole

                     di fumo

                     del focolare

 

 

Ecco lo stile, ecco la poesia!

Se quello che abbiamo letto prima provoca sdegno o compatimento, i versi ungarettiani ricreano, in noi, tutta un’atmosfera raccolta, intima, serena. Ci troviamo, col poeta, in un ambiente piacevole, rilassante. Ci si può “papariare”.

  Uso appositamente questo termine caratteristico, particolarmente descrittivo, del vernacolo partenopeo, perché Eduardo De Filippo lo mette in bocca ad un personaggio della commedia Voci di dentro. E la poesia, guarda caso, è stata composta proprio a Napoli nel 1916, in pieno periodo bellico.

Giuseppe Ungaretti (classe 1888, fanteria) si trovava allora nel capoluogo campano. Napoli, più o meno, la sappiamo un po’ tutti, o per averla visitata, o grazie al cinema e agli scrittori come Matilde Serao, Marotta, Per non parlare poi di Eduardo, che sta alla città partenopea come Goldoni alla Serenissima. Abbiamo veduto le sue strade e quei quartieri dove ci stanno i “bassi” (o vascio), come dicono là. E’ facile, dunque, immaginare e la confusione, e il chiasso, e il vocio. Soprattutto in certe feste, con la folla che s’aggira, i venditori fissi, e quelli ambulanti, e gli scugnizzi. E meno male che non c’era in quel tempo il proliferare che c’è oggi delle auto.  

Quindi, s’indovina facilmente il contrasto tra il caos di quel “gomitolo di strade”, immagine felicemente icastica per descrivere l’intrecciarsi di vie, stradine e vicoli, affollati e rumorosi, e la silenziosa tranquillità di un interno domestico; che mi rammenta, per una certa associazione d’idee, quell’interno di Felice Casorati ne L’attesa; o certe stanze linde e ordinate, nei dipinti dell’arte olandese e fiamminga, donde traspare un senso di quiete.

E in questo luogo di raccolta serenità e di intimità, intuiamo, facilmente, il godimento del ventottenne poeta soldato, che scarica la propria stanchezza, stanchezza fisica e morale; e trova conforto e ristoro nella compagnia di un focherello scoppiettante.

Non solo, ma la poesia possiede una peculiarità che la rende diversa da tutte le altre di uguale argomento. Nonostante il titolo, che di per sé non lascerebbe adito ad alcun dubbio, sono del tutto assenti le rappresentazioni, quelle belle   immagini convenzionali che caratterizzano l’evento festivo.

Siamo a Napoli, la città dove il presepe ha una lunga e antica tradizione, Natale in casa Cupiello fa testo, famosa per le artistiche statuine, comprese quelle in ceramica di Capodimonte. Facile, dunque, scivolare nello stereotipo. E invece no. In Ungaretti il Natale diventa un’astrazione, un qualcosa di quasi metafisico, una rappresentazione, direi, alla De Chirico. Quindi non il solito Gesù Bambino (perché, poi, “bambino”? Mica poteva nascere già adulto) con i soliti pastori, e il bue, e l’asinello e tutto il resto. Ma c’è l’uomo; campeggia soltanto lui, Giuseppe Ungaretti, unico, col suo appagamento semplice, epicureo.   

 Ad Orazio si attribuisce un detto, in realtà di Terenziano Mauro: Habent sua fata libelli, volendo significare che i libri, anch’essi, hanno un loro destino. Il medesimo concetto si applica a quanto si scrive. Vi sono parole che muoiono nel momento stesso in cui le leggiamo; altre, invece, vive, con la lettura si vivificano ancor più, proprio come per i versi su riportati.

Ciò avviene in quanto l’arte poetica, come del resto le rimanenti altre, ha le proprie leggi, come la fisica, la chimica, la biologia, la matematica, la geometria, etc., dalle quali non si prescinde.    

Ma io divago, e dovrei scusarmi per la digressione, poiché non erano i versi di Ungaretti a cui pensavo, accennandone qualche pagina addietro, ma ad un piccolo gioiello, un bijou del dialetto romanesco, autore del quale è Salustri, alias Trilussa. Si tratta di una poesia piuttosto particolare, anch’essa composta nel 1916, pertanto nello stesso anno dell’altra, e s’intitola

 

                          Natale de guera     

 

                      Ammalappena che s’è giorno

                      la prima luce è entrata ne la stalla

                     e er Bambinello s’è guardato intorno.

?Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara?

                     Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla?

?Fijo, la legna è diventata rara

                     e costa troppo cara pe’ compralla…

?E l’asinello mio dov’è finito?

?Trasporta la mitraja

                     sur campo de battaja: è requisito.

                     - Er bove? - Puro quello

                     fu mannato ar macello.

?Ma li Re Maggi arriveno? - E’ impossibbile

                     perché nun c’è la stella che li guida;

                     la stella nun vô uscì: poco se fida

                     pe’ paura de quarche diriggibbile… -

 

                     Er Bambinello ha chiesto: - Indove stanno

                     tutti li campagnoli che l’antr’anno

                     portaveno la robba ne la grotta?

                     Nun c’è neppuro un sacco de polenta,

                     nemmanco una frocella de ricotta…

 

?Fijo, li campagnoli stanno in guerra,

                     tutti ar campo e combatteno. La mano

                     che seminava er grano

                     e che serviva pe’ vangà la terra

                     adesso viè addoprata unicamente

                     per ammazzà la gente…

                     Guarda, laggiù, li lampi

                     de li bombardamenti!

                     Li senti, Dio ce scampi,

                     li quattrocentoventi

                     che spaccheno li campi? -

 

                     Ner di’ così la Madre der Signore

                     s’è stretta er Fijo ar core

                     e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.

                     Una lagrima amara per chi nasce,

                     una lagrima dórce per chi more…

 

Eccola, tutta qui. E rompe tutti gli schemi usuali, ben radicati dalla tradizione letteraria e figurativa.

In questa rappresentazione di una mamma non troviamo la figura nota, il cliché della fede cattolica, di quella ortodossa o copta, e tramandataci da versisti e pittori; non colei nella sua gloriosa solennità, alla quale si rivolge san Bernardo nel canto XXXIII del Paradiso: 

                      

                      Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

                     umile e alta più che creatura,

                     termine fisso d’etterno consiglio…

 

Non la vediamo attraverso la figurazione di Jean Fouquet, che dipinge una “Madonna col Bambino” (o Madonna del latte) effigiandola con l’aspetto e le vestimenta d’una dama (si pensa ad Agnès Sorel, amante di Carlo VII) del suo tempo, il secolo XV; non quella che ci appare tramite il pennello del Maestro di Moulins; non è la Madonna del Giorgione, assisa su un trono, o quell’altra di Francesco Mazzola, il Parmigianino, nota come “Madonna dal collo lungo”.

Trilussa, senza complimenti, ci mette innanzi una semplice donna, almeno io la vedo in questo modo: una semplice, dimessa donna del popolo; una di quelle tante popolane, immortalate dall’arte di Pinelli, che affollano il piccolo mondo romanesco di Giuseppe Gioachino Belli.

Anzi, per un curioso giuoco di riflessi e trasfigurazioni, mi sembra, mia personalissima impressione, che la Madonna trilussiana si trasmuti in quella manzoniana “femminetta”, che, ai piedi della Vergine, “la sua spregiata lacrima depone”.    

Potrà sembrare bizzarro, ma è proprio così.  

E che dire, poi, del “Bambinello”? Esso non è il “Pargolo” degli Inni sacri , “il Re del Ciel” glorificato e allelluiato. 

 

                     E intorno a lui per l’ampia

                      Notte calati a stuolo,

                     Mille celesti strinsero

                     Il fiammeggiante volo;

 

                     E accesi in dolce zelo,

                     Come si canta in cielo,

                     A Dio gloria cantar.   

 

Scrive il Manzoni, nella sua visione poetica.

Ma Trilussa lo vede diversamente, e come lo vede ce lo mostra. E ci fa vedere, almeno questa è la mia sensazione, non il neonato che vagisce nella cuna, come ovviamente ci si potrebbe aspettare, ma un ragazzino già fatto, diciamo pure un “pischello”, che appena svegliato si lamenta del freddo, e dialoga con la madre, e chiede, chiede, vuole sapere, interroga. Si sente solo, abbandonato, e ha fame.

Attorno a lui non vi sono angeli adoranti e osannanti, non fulgori di luci e cori inneggianti. Non vediamo pastori attoniti e genuflessi, come vuole da secoli l’iconografia tradizionale, ma soltanto il vuoto. Non c’è neanche Giuseppe, padre putativo; assenza voluta o lapsus freudiano? Mancano addirittura il bue e il somarello, elementi anch’essi indispensabili alla completezza della rappresentazione. Nulla. Una stalla tristemente vuota.

In un dipinto di Segantini è ritratta una scena patriarcale, arcadica; degna, forse, di Virgilio. Il titolo è Le due madri. Vi appaiono una mucca col suo vitellino e una donna che regge la sua creatura, nel pacato chiarore effuso da una lanterna. Il quadro ispira un senso di serenità e di dolcezza.   

Tutto questo non c’è nella poesia del Trilussa. Alla tenerezza della madre non corrisponde la soavità del luogo e il tripudio dell’evento; anzi, attraverso le parole di lei, intravediamo, e intraudiamo, il dramma della condizione bellica e lo spettacolo dei campi di battaglia, delle trincee e delle macchine volanti che arrecano distruzione.

L’unico appunto che si potrebbe muovere riguarda la posizione di un verso:

 

                     Una lagrima amara per chi nasce

        

Avrebbe avuto maggiore vigoria, se posto a chiusura della poesia, dunque come verso finale, in quanto, a mio vedere, la sua vis espressiva sarebbe risaltata di più, considerando le amarezze e il penare dell’esistenza che esso esprime; e che mi rammenta quello di Leopardi, suo esatto pendant:

 

                     E’ funesto a chi nasce il dì natale.

 

 Non so se qualcuno si sia assunto l’onere di mettere insieme, in uno studio sinottico, tutte le composizioni in prosa e in versi sul tema della Natività. Ma se vi fosse una tale opera, questa poesia di Trilussa vi farebbe spicco, con quella di Ungaretti, per la sua intelligente originalità. Nel suo genere, è unica.   

Essa parla al nostro sentire e s’incide in noi, nella nostra coscienza, nella nostra sensibilità, perché sa esprimere qualcosa di veramente valido, un sentimento universale.

 

 

 

                                                          X

 

Lo stile è l’uomo stesso: un’espressione che compendia il pensiero di George-Louis Leclerc conte di Buffon, naturalista e scrittore, nell’opera Discours sur le style (1753), volendo significare “una esigenza di chiarezza, di ordine di razionalità, virtù queste eminentemente intellettuali, e perciò umane che devono informare il discorso letterario. Lo stile è dunque una virtù ‘umana’ ma ‘impersonale’: bene esercitato lo stile rende durature le opere in cui si realizza, mentre quelle che espongono fatti puramente scientifici senza alcun esercizio di eleganza letteraria, perdono valore quando i fatti esposti siano superati da nuove scoperte; per questo, ‘tali cose sono al di fuori dell’uomo’, mentre ‘lo stile è l’uomo stesso’ “.

Un passo di questa citazione, presa dal Dizionario di retorica e stilistica, alla voce “Stile”, mi riporta a certi luoghi del poema dantesco, dove, per alcuni fenomeni, si trovano spiegazioni e precisazioni di carattere “scientifico”, ormai abbondantemente superate dalle scoperte della scienza. Un esempio per tutti: il chiarimento che dà Beatrice riguardo alle macchie lunari, quando il poeta pone il quesito:

 

                     Ma dimmi: che son li segni bui  

                     di questo corpo, che là giuso in terra      

                     fan di Cain favoleggiare altrui?

                                          ( Par. II, 49 - 51)

 

La spiegazione, ovviamente, è, per noi, di gran lunga obsoleta e inaccettabile: lo strumento ottico di Galilei, il cannocchiale, ha fatto piazza pulita di tante aprioristiche costruzioni mentali, rivelando la verità sui chiaroscuri della superficie lunare, e su tante altre cose ancora dell’antica astronomia. Così come non sono più accettabili certe teorie che si ritrovano nel bizzarro, avventuroso e filosofico romanzo del francese Savinien de Cyrano de Bergerac, L’autre monde ou Les états et empires de la Lune.

Ciò nonostante, noi continuiamo a leggere e a studiare la Divina Commedia, l’ammiriamo e la commentiamo. Lo stesso vale per il suddetto romanzo, che ho letto e al quale spesso e volentieri sono tornato, traendone ogni volta diletto.

  Il motivo di questa attrazione, sia per il poema che per il romanzo, consiste proprio nel modo come si presenta la scrittura: la poeticità dell’uno e l’inventiva, la vis finxionis, dell’altro.

Pensando a Dante, per riflesso mi viene in mente Brunetto Latini, suo maestro, che incontriamo nel canto XV dell’Inferno, sotto l’inestinguibile e implacabile diluviare delle fiamme, in compagnia della dolente “masnada”,

 

                     che va piangendo i suoi etterni danni.

 

 

Sfoglio la sua opera didascalica, Il Tesoretto, e leggo qua e là. Dopo un po’ avverto un certo fastidio, quasi una prurigine di insofferenza, e metto via il libro; oppure debbo fare un qualche sforzo per potere proseguire la lettura.

Perché? E’ sempre questione di stile.

L’opera del notaio, che si assunse il compito di “digrossare i fiorentini, e farli scorti in bene parlare, e in sapere giudicare”, stando alle parole del cronista Giovanni Villani, ha scopo eminentemente didattico; né altro si propone. Manca, pertanto, lo “bello stilo” che contraddistingue i grandi poemi.  

Ser Brunetto sa comporre in versi, è conoscitore dell’ars dictandi. Però è un esperto che non gode di quella qualità particolare per cui un poeta è poeta.

Leggiamo il seguente passo:

 

                     Ma tornando a la mente,

                     mi volsi e posi mente

                     intorno a la montagna;

                     e vidi turba magna

                     di diversi animali,

                     che non so ben dir quali:

                     ma omini e moglieri,

                     bestie, serpent’ e fiere,

                     e pesci a grandi schiere,

                     e di molte maniere

                     ucelli voladori

                     ed erbi e frutti e fiori,

                     e pietre e margarite

                     che son molto gradite,

                     e altre cose tante

                     che null’ omo parlante

                      le porria nominare

                     né ‘n parte divisare.

 

Diciotto versi che enumerano soltanto, la catalogazione, diciamo pure così, di una “turba magna”; e non eccita la fantasia, non sprona l’immaginazione. E tanto fascino hanno, e tanta grazia, quanto possono averne l’elenco telefonico o l’orario ferroviario.

Come siamo ben lontani dall’arte del discepolo!

Lo stile è ciò che vivifica la lettera, e da una compagine di parole, se ben congegnate, può generare un grande effetto. Non per caso Gabriele D’Annunzio ne Le Vergini delle rocce, per bocca di Claudio Cantelmo, afferma:

 

     Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica.                             

 

 

Ma è anche frutto di “lungo studio”, per dirla con Dante, il quale, rivolgendosi a Virgilio, implora:

 

                     vagliami ‘l lungo e ‘l grande amore

                     che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

 

Non basta possederlo, lo stile (e del resto sarebbe impossibile il contrario, poiché è connesso alla natura di ciascuno di noi), esso va limato, affinato, reso “culto”.

Non basta avere (o illudersi di averla) la tendenza a scrivere versi per laurearsi poeta; necesse est studiare, e “studiare” significa, nella sua accezione semantica, “applicarsi” (studere, in latino), che, a sua volta, vuol dire “dedicarsi con grande attenzione e diligenza” a ciò che si fa. E affinché questo sia possibile è assolutamente necessario leggere, leggere e leggere. Leggere le opere dei poeti, quelli veri; studiare testi di metrica e di stilistica; apprendere le parole nelle loro varie sfumature compulsando vocabolari, dizionari etimologici, dizionari dei sinonimi e dei contrari; prestare attenzione a quel che si scrive e come si scrive; rivedere con scrupolo quanto si è scritto; non lasciarsi trasportare da una disastrosa fretta, tenendo sempre presente quell’adagio nel latino maccheronico di Teofilo Folengo:      

 

                     Gatta fretosa parit tisichellos saepe gatellos

 

che corrisponde al nostro proverbio “La gatta frettolosa fece i gattini ciechi”.

E, più di ogni altra cosa, non stancarsi di apprendere e d’emendarsi da eventuali errori.

Ricordiamo ancora Orazio:

 

                           Qui studet optatam cursu contingere metam,

                     multa tulit fecitque puer, sudavit et alsit,

                     abstinuit venere et vino; qui Pythia cantat

                     tibicen, didicit prius extimuitque magistrum.

                     Nunc satis est dixisse “Ego mira poemata pango…”

 

 

In quanto alla parola, è necessario evitare la trappola dei luoghi comuni, dei modi di dire logorati per l’abuso e massimamente imprecisi, tutti dello stesso stampo; non che le improprietà di linguaggio, cioè quelle espressioni che sono il frutto di una diseducazione linguistica, e hanno origine dalla sconsideratezza e da una sorta di poltroneria mentale.

Su questo argomento, io principierò col narrare quanto segue: due professoresse, animate dalle migliori intenzioni, pubblicarono un testo di narrativa per la Scuola Media. Ventiquattro raccontini; a modo loro avrebbero la pretesa di essere educativi ed istruttivi: ma sciapi e balordini, è dir poco.

La vicenda ha inizio in una località piemontese, il cui paesaggio è “veramente incantevole!” Si tratta di due ragazzi che in un bosco incontrano “una figura di donna che sembra uscire da un mondo irreale. E’ di rara bellezza…”.

Si chiama… “Europa”, e promette loro di regalare dei racconti: “le storie sono entusiasmanti!”

Ho spulciato il libro qua e là, trovandovi un lessico stereotipato, con espressioni quali “entusiasmo”, ripetuto diverse volte, “magnifica città spagnola”, “meravigliosi colori dell’autunno”, “ nella bellissima città di Lisbona” e, dulcis in fundo, “il ritmato, arcano ballo della tarantella napoletana”, non che quanto riportato sopra.

Modi di dire siffatti tradiscono la superficialità e l’ignoranza di chi, pretendendo d’insegnare la lingua, farebbe bene dapprima a studiarla e a meditare sull’uso di certi vocaboli. Non contesto, qui, la solita, disgustosa enfasi sull’unità europea, già la cosiddetta Europa unita mi è bastante a farmi venire il voltastomaco, per non aggiungere altro, ma il dilettantismo e l’insufficienza lessicale di due insegnanti di lettere.

Di conseguenza farò, senza ambage, una chiarificante analisi dei termini che abbiamo incontrato, con il proposito di delucidare meglio quanto asserisco; indossando, s’è necessario, i panni di Aristarco Scannabue.

Rammenti, Vera, il personaggio di Giuseppe Baretti, proprio quello de La frusta letteraria, il periodico quindicinale che nacque a Venezia e s’estinse ad Ancona? E io mi voglio comportare precisamente come lui, usando la frusta del buon senso e della critica.

Supponiamo che io, nella mia ignoranza, non conosca il significato di alcune parole che incontro leggendo. Ecco, per prima cosa mi chiedo cosa voglia dire “entusiasmare”, e me lo vado a cercare in un dizionario, mettiamo lo Zingarelli, ch’è proprio quello che consulto frequentemente.

Trovo varie definizioni quali: ”rendere pieno d’entusiasmo”; “infiammare”; “appassionare”; “eccitare”; “infervorare”.

Vado ad un altro lemma: “entusiasmo”. Qui leggo ben quattro significati: 1°) “Commozione ed esaltazione dell’animo per cui esso sente e agisce con intensità e vigore particolari; 2°) “Ammirazione eccessiva”; 3°) “Dedizione totale”; 4°) “Delirio, furore sacro”.

Non solo, ma vi è pure l’etimologia del termine che mi chiarisce la sua origine:

“gr. enthousiasmòs, da enthousiàzein ‘essere ispirato in (-en) dio (theòs)).

In tal modo, verbum de verbo, apprendo che l’aggettivo “entusiasmante” qualifica qualcosa che commuove intensamente, che eccita e così via discorrendo. Ammetto che, in determinati casi, un incontro calcistico è entusiasmante. E dico questo non perché io ami lo sport, uno dei tanti fenomeni negativi del Ventesimo secolo, ma per il fatto che il tifo sospinge ad azioni aberranti, per cui il tifoso è un entusiasta, come a dire uno che ha perduto “il ben dell’intelletto”.   

A questo punto mi chiedo, perplesso: non è eccessivo, dunque, non è davvero sproporzionato usare il termine “entusiasmo” e tutti i suoi derivati al posto di altre espressioni come “bello”, “attraente”, “interessante”, “piacevole”, per qualcosa che, alla fin fine, non può di per sé entusiasmare?         

La lingua italiana possiede gran copia di sinonimi, con diverse sfumature di significato, esattamente alla stessa maniera dei colori d’una tavolozza che possiedono varie gradazioni di tonalità; essa, dunque, offre una grande varietà di scelta nell’uso dei vocaboli.

E non si rendono conto, taluni, che l’esagerazione non abbellisce, ma mortifica e rende poco o nulla plausibile quanto si vuole esprimere?

Leggo ancora un’altra macroscopica assurdità: “Chi non conosce il ritmato, arcano ballo della tarantella napoletana?”

A parte il fatto che non c’è proprio bisogno di chiarire che questa danza dell’Italia meridionale è ritmata (in tempo 6/8), perché lo sanno tutti. Cosa vuol dire, in conclusione, quell’aggettivo, “arcano”, che ci sta davvero come i cavoli a merenda?

Col medesimo procedimento di cui sopra, faccio la mia piccola brava indagine, sul solito vocabolario. E scopro alcune cosucce interessanti. Innanzitutto l’aggettivo in questione è sinonimo di “misterioso”, “occulto”, “recondito”, “enigmatico”, “indecifrabile”, e così via. Tra l’altro, esso deriva da “arca”, un termine usato in vari modi, ma sempre con la stessa accezione di fondo.

La Bibbia (Gn. 6: 14) adopera la parola “arca”, nell’equivalente ebraico tevah, per indicare quella famosa imbarcazione fabbricata da Noè per scampare a un certo diluvio, secondo la storiella che ben conosciamo. Parimenti fa uso di questo termine (Esodo e passim) per indicare lo strumento di alleanza tra gli Ebrei e la loro divinità.

Questo vocabolo racchiude in sé l’idea di qualcosa che serve a contenere, a conservare; pertanto, nella sua valenza semantica, è prossimo ad altri termini quali “serbatoio” ( da serbare, in latino); “recipiente” ( da recipere, sempre in latino, equivalente ad “accettare”, “accogliere”, “ricevere”); “contenitore” (sul calco dell’inglese container; ma, nondimeno, derivato dal verbo latino continçre).

Da esso, l’aggettivo “arcano” che, metaforicamente, prende le accezioni riportate sopra.         

Dunque, alla lettera, il termine sta ad indicare ciò ch’è racchiuso in un’arca, come dire, con un aggettivo di uso comune, “inscatolato” o “impacchettato”. E dato ch’è difficile, anzi impossibile, vedere una cosa messa in un recipiente opaco, “arcano”, per una commutazione semantica, ossia metasemema, assunse il significato che sappiamo.                            

E allora: che diamine vuol dire “arcano ballo”? A meno che non si tratti della danza rituale di qualche associazione segreta, quindi qualcosa fatta di nascosto, non so darmene una spiegazione razionale.

Sì, indubbiamente mi si potrebbe obiettare che con questo aggettivo si è voluto indicare quel senso di piacere, quel fascino, quel certo non so che, definito “arcano”, “misterioso” e così via, che promana da certa musica o certo ritmo.

Ma perché, allora, non usare un termine adeguato, invece di fare ricorso al solito modo di dire fritto e rifritto?   

Ti chiederai, Vera, perché io m’accanisca tanto su due povere parole che fanno parte della nostra lingua; hanno una loro collocazione in dizionari e vocabolari; possiedono una loro utilità e si trovano, tra l’altro in un testo di lettura per le scuole, sia pure stampato da un qualunque, squallido pubblicante atteggiato a editore, ma che non entrerà mai nella storia della letteratura per l’infanzia.

Attenzione, però: non sulle parole m’accanisco, bensì sull’uso assolutamente improprio, dunque l’abuso, che se ne fa da parte di alcuni (o di molti?). Cosa che è molto grave, soprattutto quando avviene in un libro che dovrebbe servire, anche, all’educazione linguistica.

Coloro che ambiscono intraprendere la professione letteraria, volendo fare qualcosa di degno, debbono assolutamente evitare quel tipo di linguaggio impastato (o impestato?)  da luoghi comuni; da quelle forme convenzionali e modi di dire che oggi invadono, corrono liberamente sulla bocca di tutti, e le ritroviamo un po’ dovunque.  

Purtroppo ne ho una discreta esperienza, avendone incontrate, nel corso di tante letture, tra libri, giornali e riviste.

Io non dico che certi termini o determinati aggettivi si debbano evitare ad ogni costo, me ne guarderei bene: abusus non tollit usum, recita un antico aforisma.            

   Solo che bisogna usarli con cautela, e là dove sia davvero conveniente.

Sfortunatamente, grazie ai cosiddetti “mass media” (perdonami il brutto neologismo), vale a dire stampa e televisione, si diffonde sempre più l’abitudine di un modo di parlare, e specialmente scrivere, quanto mai appiattito e fatto di espressioni stucchevoli trite e ritrite, che nuocciono alla nostra lingua, riducendola ad un letamaio di parole insensate.

Io mi chiedo, a questo punto, cosa mai direbbe Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo, se potesse d’improvviso ritrovarsi in questo tempo? Quale aspro giudizio esprimerebbe sulla stampa odierna? E non soltanto da un punto di vista morale, ma anche linguistico, lui che, nei Dialoghetti, paragonava la stampa ad “una fiumana di veleno e di bitume ardente che corre ad appestare e incendiare la terra”. Ed erano altri tempi, figurarsi oggi!   

Avendone il tempo e la voglia, potremmo compilare una sorta di “dizionario critico e analitico” di tutti i tópoi che vanno per la maggiore. E non ci sarebbe neanche da faticar tanto: se ne incontrano sempre e in ogni dove.

Di siffatta accolta teratologica, vogliamo esaminarne qualche bell’esemplare?

  Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

“Crimine efferato”: si definisce crimine un illecito penale; per estensione, “delitto a cui si accompagna l’idea di particolare efferatezza e gravità”. Se il “crimine”, dunque, è qualcosa di per sé efferato (dal latino efferatus, participio passato di efferâre, “rendere feroce), la locuzione di cui sopra è una sciocca, inutile tautologia. Come dire “elettricità elettrizzata”. Vi sono forse crimini che non sono efferati, perché miti e pietosi? Vorrei proprio saperlo.

Altra perla: “località ridente” o “una ridente cittadina”. Modi di dire usati e strausati, che leggiamo o sentiamo dire molto spesso. Devo supporre che la località, la cittadina oppure il paesino siano parenti stretti della jena ridens?

Non esistono “piacevole”, “ameno”, “grazioso” e altri consimili? No: solo ridente!

E’ rigorosamente vietato l’uso di aggettivi diversi.

Andiamo oltre, e ci scontriamo ancora con una scempiaggine di questo tipo, riferita a luoghi dove avvengono certe manifestazioni: “nella stupenda cornice di *** si è svolto, etc., etc.”. Quante volte lo avremo letto. “Stupendo”, attribuzione factotum, inserita dappertutto e adoperata con estrema facilità.

Vero è che fa parte del linguaggio comune, e in questo senso lo troviamo anche in una sestina di Gozzano, dove viene rammentata, con rimpianto, una di quelle riunioni, in un certo salotto torinese al tempo che fu, in cui s’intrecciano, in modo piacevole e nel vernacolo di Gianduia, gradevoli conversazioni e innocenti pettegolezzi:

 

                     “… se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”    

                     “Ch’ a staga ciutô…” - “’L caso a l’è stupendô!…”

 

Tuttavia si deve tenere presente il suo vero significato, per non scivolare in quelle solite improprietà della lingua, tanto care a malparlanti e malscriventi.

“Stupendo” è un aggettivo che serve a qualificare qualche cosa che provochi lo stupore, che ecciti la meraviglia. Due termini della stessa famiglia; uguali, ma non identici, in quanto indicano, il primo, “senso di grande meraviglia che colpisce e lascia attonito, quasi senza parole”; il secondo, (dal latino mirabilia, “cose degne di ammirazione), il “sentimento improvviso di viva sorpresa per cosa nuova e straordinaria”, o inattesa”.

E proprio in questo senso è usato da Dante, nel narrare l’inaspettato, doloroso ritrovare l’amato maestro Brunetto Latini.

 

                      quando incontrammo d’anime una schiera

                     che venian lungo l’argine, e ciascuna

                     ci riguardava come suol da sera

 

                     guardare uno altro sotto nuova luna;

                     e sí ver’ noi aguzzavan le ciglia

                     come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

 

                     Cosí adocchiato da cotal famiglia,

                      fui conosciuto da un, che mi prese

                     per lo lembo e gridò: ”Qual maraviglia!”

                                              (Inf. XV, 16 - 24)

 

Sed de hoc satis. Adesso dirò un pochino qualcosa di me, riguardo alle poesie pubblicate con la Bastogi, e intitolate Versi di via del Podere Rosa, che vorrei sottoporre alla tua attenzione e al tuo giudizio.

Nel marzo del “97, esattamente giorno dodici, ho completato il romanzo Gli specchi intersecanti, lavoro che avevo intrapreso nell’aprile del “94, e al quale non sempre mi sono dedicato con assiduità. Nel mese successivo, per uno di quei fenomeni psichici, non strani, ma un po’ difficili a spiegarsi, sono stato preso dalla “febbre” della Poesia. Ho composto degli haiku, e ne ho una nutrita raccolta; ma soprattutto ho iniziato la silloge di cui sopra. 

Un po’ per reagire a quel genere di “poesia” si cui mi sono soffermato nelle pagine precedenti, un po’, sotto l’influsso dei crepuscolari, mi sorse l’idea di trattare soggetti che fossero le semplici cose dell’ambiente di via del Podere Rosa, il mio habitat, o anche la più vasta cerchia di tutta l’area romana. Da qui il titolo.

Come al solito, l’ispirazione mi ha preso la mano, e ho composto su argomenti disparati; ma tuttavia, credo, legati tutti ad un unico filo “morale”. Il titolo non è stato preso a caso: l’ho scelto appositamente, senza accondiscendere a stranezze, come talora fanno certi autori i quali, per il gusto dell’eccentrico e dell’originale, creano lambiccate astruserie; tra l’altro, noterai, esso forma un endecasillabo.

In quanto alle epigrafi che si trovano all’inizio, la prima, due versi di Marino Moretti, vuole esprimere il mio modo di volere essere. In una società, in un mondo in cui si inseguono la fama e il voler essere conosciuti ad ogni costo; in cui le persone, e son tante, amano stoltamente esibirsi, io aspiro ad essere un nessuno o, almeno, un tizio qualunque. Un tizio che vive appartato, che si realizza nella serenità del suo studiolo, che non vuole affatto essere annoverato tra i “v.i.p.”, perché non affetto da vipite, e che desidera solo essere un qualsiasi “sor Ciavatta”. Successivamente, dati i soggetti differenti da me trattati, m’è parso bello aggiungere alcuni versi di Lorenzo De’ Medici, che all’argomento di quei soggetti s ‘attagliano perfettamente. Quindi la terza, divenuta prima, poiché, leggendo De vita solitaria, mi è sembrato che quell’espressione di messer Francesco potessi riferirla proprio a me.

Considero la società di questo “reo tempo” in cui viviamo; e, sempre più, me ne rammarico. (……..)

In quanto alle poesie, leggerai e giudicherai. Per quel che mi riguarda, ho cercato di fare del mio meglio; non so se vi stia riuscendo, almeno in parte, oppure no. Mi lusingo che quel che scrivo debba valere qualcosa. Però rimane soltanto una lusinga, mica una certezza assoluta. Certo, a me i miei versi piacciono: cosa naturale, del resto. A chi non piacciono i propri figlioli? Ma ciò è bastante per poterli considerare validi? Sicuramente, no. Io so, sempre per pratica, che chiunque scriva è convinto di scrivere bene e di comporre cose meritevoli d’essere scritte, pubblicate, lette, e universalmente stimate.

Ho conosciuto persone, e son parecchie, che si reputano poeti con l’iniziale maiuscola, e hanno imbrattato fogli e fogli con le loro cacatine letterarie, nella cieca e sorda convinzione di valere chi sa che cosa. Avendo davanti agli occhi il pietoso spettacolo che costoro offrono di sé, io stesso ho finito col dubitare della validità di quel che scrivo. È ovvio che non si tratta di una assoluta sfiducia, altrimenti non scriverei. Pure il dubbio, o almeno l’ombra di un ragionevole dubbio, permane. Cerco di fare del mio meglio, questo sì, da quell’artigiano della parola, spero un buon artigiano, quale presumo di essere. Faccio il possibile per stare attento a quel che scrivo e come scrivo.

Vi sono dei principi, inderogabili se si vuole ottenere qualcosa di positivamente fattivo, cui rai attengo anche per una mia innata inclinazione: sono le regole auree della buona scrittura. Che si debba dare spazio alla fantasia e alla libertà dell’immaginazione è cosa del tutto ovvia; ma ciò non giustifica affatto l’oltrepassare i limiti di un linguaggio rigorosamente contenuto, senza nulla concedere al retoricume che infetta tanta scrittura, sia prosastica che metrica d’oggidì.

Ho detto retoricume, non retorica, in quanto quest’ultima è (nonostante l’accezione negativa che, talvolta, il termine assume) la basilare disciplina del parlare o dello scrivere, fondamento di gran parte dell’educazione letteraria dall’antichità classica fino a un’età molto recente. Così è necessario curare tanto la parola quanto lo stile, perché non basta saper scrivere nel senso di evitare sgrammaticature ed errori dì ortografia, ma occorre un qualcosa in più, molto in più.

Oggi, tanto per addurre un esempio, si usa un linguaggio mistificante, con un abuso di aggettivi usati in modo assolutamente improprio ch’è davvero stomachevole. Non basta dire “una bella giornata”, no, troppo poco! Bisogna appiccicarle aggettivi come “meravigliosa”, “stupenda”, “favolosa”, e chi più ne ha più ne metta. Il linguaggio aberrante della reclamistica, vera e propria menzogna e ributtante falsificazione, ha fatto testo. Bisogna riconoscere che, il più delle volte, il linguaggio odierno è una mistificazione del dato reale. Perché mai tutto questo baroccume linguistico? Perché tutte queste infìorettature e metaforiche girandole dì giuochi pirotecnici?

Se leggi gli scrittori, quelli veri quali un Thomas Mann, o Mika Waltari, o il contemporaneo Luca Desiato troverai un modo di dire equilibrato, senza inutili fronzoli di aggettivazioni iperboliche, il cui unico effetto è quello di dimostrare povertà di pensieri, non che incapacità di scrivere venendo meno il doveroso, indispensabile controllo sulla parola.

Mentre sto riflettendo su questo argomento, mi tornano alla memoria i versi di una terzina dantesca, molto belli e dall’effetto assolutamente poetico:

                                          L’alba vinceva l’ora mattutina

                                         che fuggia innanzi, sì che di lontano

                                          conobbi il tremolar de la marina.

 

Osserva come con poche, semplici parole, senza alcun bisogno di orpelli banali e di puntelli, il poeta ricrei uno scenario naturale, dando a chi legge l’impressione vivida di trovarsi su una spiaggia ad ammirare il rifrangersi della luce solare sul tremolio delle onde. E se questa non è vera poesia, che cosa altro è? Ecco “ lo bello stilo”, per dirla con le stesse parole di Dante, che fa veramente onore alla Poesia.

Evitare certe espressioni e modi di dire non significa certamente inaridire il linguaggio a tal punto da trasformarlo in un deserto o in una distesa monotona, ma serve a non trasformarlo in una giungla o in un ginepraio di vocaboli usati, arciusati e logorati dall’abuso. Non è neanche male, quando è necessario, creare immagini che siano davvero “poetiche”, poiché la Poesia, oltre che all’intelletto e al sentimento, deve pure parlare all’immaginazione. E allora si può fare ricorso a quelle figure retoriche, o artifici stilistici che dir si voglia, quali la perifrasi, la prosopopea, etc., per dare maggior vigore al dettato poetico.

Consideriamo un po’ l’incipit de La favola bella. Avrei potuto iniziare in questo modo: Quando ritorna il mese di Dicembre…

Senza dubbio è un verso; per l’esattezza, un endecasillabo con la disposizione degli accenti al posto giusto. Dal punto di vista metrico, quindi, nulla da eccepire. Ma non rende poeticamente, non crea immagini, non stuzzica la fantasia. E allora, come sì può esprimere la stessa idea in modo più efficace? Nella maniera più semplice: ricorrendo per l’appunto, sic et simpliciter, a quegli artifici di stile, o figure retoriche, sopraccennati. Volendo descrivere 1’ avvicinarsi del periodo natalizio, ho voluto dare, sia pure in forma poetica, brevi indicazioni di carattere astronomico (ecco la perifrasi), avvalendomi di alcune immagini con la personificazione dei fenomeni celesti (ecco la prosopopea), e con la reiterazione della figura sintattica del polisintedo. Tutto questo serve anche per ottenere una sorta di effetto fiabesco, che trovo molto efficace e pertinente all’argomento. Ed ecco il risultato:

     

Quando ripone i dardi il Sagittario

e il Capricorno avanza

ed il Sole è radente all’orizzonte

e le ore del dì sono più brevi

e alla stagione canuta

cede, cortese, l’Autunno,

rinverdiscono vecchie tradizioni

e antiche usanze.

 

A me sembra venuto bene, e credo che in questi otto versi si sia realizzato ciò che E. A. Poe, in uno dei suoi scritti teorici, The Philosophy of Composition, definisce “brevi effetti poetici”. Inoltre, credo di avere ottenuta una certa musicalità, grazie all’assonanza di alcuni fonemi quali “an”, “on”, “en”, “in”. La qual cosa non guasta, avendo l’inizio della poesia un andamento da fiaba.

Naturalmente, tutte queste considerazioni mica son fatte nel momento in cui si scrive, quando si è presi dalla cosiddetta ispirazione, il momento, cioè, dell’atto creativo, ma avvengono a posteriori. Tuttavia vi è come un lavorio dell’incoscio, un qualcosa che ti porta a scrivere in quel modo lì, per cui dopo ci si accorge di aver fatto quel che si doveva nel modo giusto, o almeno in ciò che si reputa tale.

Per quel che riguarda le altre composizioni, vedrai da te come il linguaggio sia scevro di affettazioni, ridicoli sentimentalismi, inutili geremiadi e tutto il rimanente di quel ciarpume che rende infetta tanta poesia. Ne troverai alcune dove svolgo meditazioni di carattere ideologico svolgo meditazioni di carattere ideologico, per così dire, nelle quali esterno le essere giudicata poesia d’occasione, estemporanea. Ma non lo è. Esprime Ma non mie idee su credenze, costumi ed altro ancora. Forse qualcuna di esse potrebbe cose su cui ho meditato per degli anni, e che fanno parte del mio modus cogitandi e del mio bagaglio “culturale”. Della mia Weltanschauung, in conclusione.

 Mi si potrà, leggendo Godimento, accusare di un atteggiamento di voluto disimpegno? Ebbene, è proprio così. Considerando le vicende dell’Uomo, ciò che si convenuto definire Storia, mi son reso conto che tutto quel che si fa è vanità e illusione. Noto, inoltre, che la società di oggi ha perduto il sentimento del pudore e della discrezione, grazie alla diffusione dei mass media, come vengono chiamati, per cui molte persone sentono il bisogno di spifferare davanti alle telecamere, in certe balorde trasmissioni, i fatti loro, acuendo in tal modo negli altri il vizio morale del pettegolezzo e dell‘invadenza.

Si tratta di uno dei tanti mali del mondo odierno. Cosa naturale, alla fin fine: ogni secolo ha le aberrazioni che lo contraddistinguono: Tal dei tempi il costume.

Per quel che mi concerne, io amo il ritegno e il silenzio. Ed è proprio questo che ho voluto esprimere in alcune delle mie poesie. Con le quali, s’intende, non pretendo mutare nulla: il mondo va come va, e non saranno mica i poeti, né altri, a cambiarlo. Come scrive la poetessa Patrizia Cavalli, per citare le sue stesse parole, “le mie poesie non cambieranno il mondo”.

E adesso ti auguro una buona lettura, sperando di riceverne un giudizio sincero, qualunque esso sia, senza che tu debba avere esitazione nell’esprimerti o alcun timore di urtare la mia suscettibilità.

                                                                 Vale.

Benedetto Macaronio

DA

“EPISTOLA A VERA AMBRA”

                           

   di Benedetto Macaronio

 

 

 

                                                                               Ma qui la morta poesì resurga,

                                                                                o sante Muse, poi che vostro sono;

                                                                               e qui Caliopè alquanto surga

                                                                                                 (Purgatorio, I 7-9)

 

Videbis poetas raros quidem, natura rerum disponente ut rara quaelibet cara simul et clara sint.

                                                         Francesco Petrarca, Invectivae contra medicum

 

 

La forma vuol essere digerita altrettanto bene del contenuto; anzi, essa si digerisce molto più difficilmente.

                                                          Johann Wolfgang von Goethe

 

Io sono Aristarco Scannabue, e voglio adoperare il mio giudizio, e voglio col mio giudizio giudicare anche il giudizio degli altri, e giudicarlo severamente, senza curarmi un fico dell’autorità di chicchessia”

                                                         Giuseppe Baretti, Frusta letteraria

 

 

 

-------- Considerazioni sulla Poesia ---------

 

I

 

Vera, ti avrei scritto un po’ prima, ma soltanto ieri ho potuto ritirare la stampante, alla quale ho fatto sostituire il nastro, indispensabile per poter lavorare col computer e stampare quanto scrivo col mio apparecchietto che hai veduto sullo scrittoio.

Quando ci siamo incontrati, nella mia dolcissima Roma, e tra l’altro ho avuto il piacere di conoscere di presenza l’amico Marco, mi hai dato alcuni testi della Ediprom. Li ho letti tutti, ad eccezione de La prigione del lampo, poiché mi riservo di leggerlo in altro tempo, trattandosi di un libro in prosa.

Rammenti quanto ti ho detto nella sede di quella associazione culturale vicino a Cinecittà? E rammenti ancora i libri di poesia sul mio tavolo? Ecco, parafrasando il Petrarca: ad patres revertor. Intendo che non può darsi poesia se non si ritorna alle fonti genuine e ad uno studio costante e severo.

Non bastano i buoni sentimenti e le buone intenzioni, per comporre versi che abbiano dignità poetica. Tutti gli sperimentalismi del nostro tempo sono, a mio parere, affatto inutili, se non addirittura nocivi, in quanto non producono poesia.

Ti ho anche detto che sto facendo una cura “disintossicante”, e questo dopo aver letto un mucchio di composizioni verbali (non oso definirle “poesia”), rivolgendomi a quegli autori le cui opere possiedono, indiscutibilmente, l’impronta dell’arte.

Avrai già letto, suppongo, i “versi” che appaiono nel numero doppio (15-16) di Via Lattea (a proposito, la Rivista ha cessato le pubblicazioni) di autori selezionati non da me e che trovo assolutamente discutibili, e quindi niente affatto poeti. Cosa mi dici di siffatte composizioni verbali? Leggi un po’ le poesie (si dice tanto per dire). L’unico degno commento potrebbe essere una frase di questo tipo: e mo questo che sta a di’? (Te lo dico proprio in romanesco; anzi: ner trasteverinico idioma der sor Ciavatta!).

Ho ripreso a leggere, Vera, o sto leggendo per la prima volta, opere poetiche sparse lungo l’arco della letteratura italiana (per non parlare anche degli stranieri) : Petrarca, Lorenzo De’ Medici, il Boccaccio del Ninfale fiesolano e del Teseida, Giovanni Pascoli, e quel grande che risponde al nome di Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo (cito a casaccio e non cronologicamente).

Applicandomi a questi autori, e ad altri ancora, io mi ritrovo davvero nel mondo della Poesia: di quella Poesia che parla all’intelletto, al sentimento, all’immaginazione, dove la parola crea il ritmo determina la musicalità.

Ecco, parafrasando un detto di Orazio, potremmo dire: verbum ut musica. Del resto, anche il poeta Paul Verlaine ha enunciato qualcosa di simile in Art poétique, “de la musique avant toute chose”. Con ciò non intendo che tutte le composizioni poetiche debbano essere necessariamente musicali; ma che almeno abbiano quella dignità formale, che deriva da un sapiente uso della metrica.

Ricordo quanto mi hai detto, nella tua venuta a Roma, che occorre, cioè, far ricorso ad ogni mezzo, compresa la grafica e il disegno (se rammento bene), per far sì che le persone si interessino alla poesia.

Trovo davvero inopportuna una siffatta operazione, e per ben due motivi:

1°) la poesia dev’essere accettata di per sé stessa, senza l’ausilio di puntelli pietosi, grucce, orpelli esteriori al testo poetico;

2°) credi proprio che tutti vogliano interessarsi all’ars metrica? Ti rammenterò le parole dell’Ariosto:

 

Degli uomini son vani li appetiti:

a chi piace la chierca, a chi la spada,

a chi la patria, a chi li strani liti.

                        (Satira III)

 

Io so, per esperienza, che voler indurre ad amare o ad accettare qualcosa produce, il più delle volte, l’effetto opposto a ciò che ci si prefigge. E, a questo proposito, ti dirò che trovo patetici quei poeti che s’imbarcano in operazioni di siffatto genere, andando a leggere i loro versi nelle scuole, davanti a scolaresche le quali o non hanno interesse o in queste esibizioni trovano un diversivo per eludere le lezioni. E mi sembra che tali poeti vadano mendicando l’elemosina di essere ascoltati: non est dignum!

Qualora vogliamo che la poesia ritorni alla sua dignità primiera, è necessario abbandonare stravaganze e sperimentalismi di vario genere per tornare su quella via tracciata dagli antichi padri.

Ecco, dirò, con le stesse parole del maggior poeta, e fabbro della lingua nostra:

 

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliopè alquanto surga.

 

Attenzione, però! Quando dico che dobbiamo ritornare ai padri, mica intendo che dobbiamo scrivere come nel passato si scriveva. È chiaro che ciò non è assolutamente possibile, poiché la lingua, ogni lingua, tende naturalmente a trasformarsi: altro è l’italiano di Dante, altro quello di Pietro Bembo, di Giambattista Marino, del Parini, del Carducci, del Gozzano, di Marino Moretti e così via discorrendo. Quel che voglio significare è, parlando di poesia, che occorre ritornare al ben collaudato sistema metrico, come ho già detto e non mi stanco di ripetere.

Esempio: leggendo le composizioni della Manfredi-Gigliotti ho trovato due parole, in Alba rossa, che hanno la pretesa di formare un verso, ma che verso non sono perché manca la necessaria disposizione degli accenti tonici: “avventurieri, commercianti”. Questa è prosa, pura prosa! Vogliamo un po’ vedere come avrebbe potuto scrivere meglio? Ecco: “mercanti, avventurieri”. A parte il fatto che il termine mercante suggerisce bene un’altra epoca (si fa riferimento al Medio Evo), se noti bene, troverai un perfetto settenario. È questione di stile. E di buon gusto. Ti renderai conto, inoltre, che il vocabolo commercianti, per via della doppia consonante che vi è contenuta fa inciampare la lingua, suona male, almeno in tale contesto, e non produce alcun effetto poetico, cioè metrico. E pur tuttavia, se avesse scritto “commercianti, avventurieri”, avrebbe prodotto un effetto senz’altro buono, dato che la disposizione sillabica, quindi la caduta degli accenti, dà un ottonario. Ciò dimostra come molti, che hanno la pretesa di esser “poeti”, non sanno poetare. Purtroppo!

Notiamo, anche, che la lingua italiana è tale che, talvolta, nonostante si scriva in prosa, ci scappino dei versi. Qualche esempio? Eccone un paio tratti dal quotidiano “Il Messaggero”: Si sbriciola il cuore d’Italia (novenario); Cimabue, addio per sempre (ottonario). Sono i titoli di articoli in occasione del terremoto. Altro caso più illustre? Se consulti La scienza in cucina di Pellegrino Artusi, leggerai quanto segue: Pestate gli amaretti nel mortaio. Se noti bene, troverai il ritmo di un endecasillabo perfetto, con l’accento fisso sulla decima sillaba: mortàio. Ma è ancor più notevole quanto leggiamo in questo brano di prosa:

rileggeremo queste memorie sdrajati su l’erta che guarda la solitudine d’Arquà, nell’ora che il dì va mancando.

Ti prego di osservare quanto segue: se leggiamo sdrajati su l’erta che guarda, abbiamo la disposizione metrica del novenario; se, invece, leggiamo: che guarda la solitudine d’Arquà, / nell’ora che il dì va mancando… un endecasillabo seguito da novenario. Anche l’inizio del periodo, Rileggeremo queste memorie, ha il ritmo di un verso: è un decasillabo. Ed è bella e poetica l’espressione nell’ora che il dì va mancando.

E non è nient’altro che prosa! Ma di quale autore! Questa frase, che abbiamo appena esaminata, è tratta da Ultime lettere di Jacopo Ortis. (Per inciso: rileggendo quanto scritto sopra, mi sono accorto che mi è scappato un verso ottonario: Questa è prosa, pura prosa! E mica l’ho fatto apposta, credimi.) Quindi, credo che non sia difficile fare buoni versi, a chi è avvezzo alla lingua italiana (ohibò, m’è scappato ancora un altro verso: un decasillabo!).

Rammento, per inciso, un fatto che mi è accaduto anni addietro, trovandomi appena fuori della stazione di Santa Maria del Fiore, in attesa che si facesse l’ora per prendere il trenino diretto a Prato. C’era una ragazza, vestita mica male, che chiedeva l’elemosina e si è messa pure alle mie calcagna seguendomi, per un breve tratto. Orbene, per trarmi d’impaccio, fingendo di non capire, le ho detto, testualmente: “Je ne comprends pas” , e ho tirato dritto per via Nazionale.

Sai cosa la ragazza mi ha gridato dietro? “Perché sei così cattivo?”, e null’altro.

Quelle parole mi hanno colpito, e mentre camminavo me le andavo rimuginando, ripetendole, tra me e me. Cosa c’era mai di tanto particolare in quell’esclamazione, nella quale mi sembrava di avvertire un non so che di familiare, un qualcosa come un déja entendu? Semplicemente la cadenza dell’ottonario. E non solo. Ho avvertito, anche, quasi una reminiscenza   gozzaniana:

 

“O Guido! Che cosa t’ho fatto

di male per farmi così?”

 

Potrà sembrare anche una banalità, uno dei tanti fatterelli che possono capitare a chiunque, nella vita di ogni giorno. Eppure una cosa così insignificante mi ha indotto a riflettere sulla naturale metricità de “l’idioma gentil sonante e puro”, come lo definì l’Alfieri. E mi è venuto di pensare che non per nulla mi trovavo nella città di Dante.

 

 

                                                         II

  Suggerirei, a coloro che vogliono dedicarsi alla poesia, di leggere i grandi autori. Anche i dialettali, sì, pure quelli, perché no? Carlo Porta, Pinin Pacot, Belli, Pascarella, Trilussa, insieme ai poeti che scrivono nella lingua nazionale, “la lengua de la patria granda”, per dirla con un’espressione piemontese.

Vi è sempre da apprendere.

Alcune settimane orsono ho acquistato I Canti di Leopardi, editi dalla Newton. In appendice vi sono riportati versi con le relative varianti e modifiche: utilissimo, questo, per rendersi conto quale cammino ha compiuto il poeta per giungere alla perfezione stilistica del verso.

L’esercizio della scrittura, sia che si tratti di prosa, sia che riguardi la versificazione, richiede attenzione ed un costante studio sulla parola ed una continua consultazione di vocabolari e dizionari (compresi quelli dei sinonimi e delle etimologie).

Ma è necessario, pure, stare attenti alle tematiche che si trattano e al modo con cui si trattano. Noto che oggi molti poeti, e poetesse, hanno il vezzo dell’aspirazione: intendo significare che ad ogni piè sospinto si leggono espressioni di siffatto genere: “vorrei essere il monte”; “vorrei essere il mare”; “vorrei essere l’onda”, etc. Ma, naturalmente, sono quelle persone che appartengono al sottobosco. Questo piangersi addosso non mi va per nulla. Oppure quelli che dicono: sono questo; sono quest’altro. Idem!

C’è anche un’altra categoria di autori che non accetto: quei poeti (si dice per dire) che s’impaludano nell’oscurità di metafore e traslati a tal punto da risultare illeggibili. E credono di essere moderni, e di dire cose interessanti! E, tuttavia, sono accettati, pubblicati e favorevolmente criticati. Ciò che mi lascia quanto mai perplesso è proprio questo: come mai, oggi va di moda un tipo di scrittura “poetica” (si dice sempre per dire) oscura e incomprensibile, e comunque universalmente accettata?

I critici che le sono benevoli non lo faranno mica per timore di apparire retrivi e superati? La qual cosa mi rammenta, molto da vicino, quella fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’Imperatore, dove tutti, Imperatore compreso, si sentivano obbligati ad ammirare tessuti che non vedevano, e non vedevano per il semplicissimo fatto che non esistevano, per non apparire stupidi o inetti all’officio cui erano preposti.

Non sarà mica la stessa cosa per i signori critici?

Mi sorge alquanto un sospetto.

Poco più sopra ho accennato alla Poesia (quella vera, per intenderci, quindi quella con la iniziale maiuscola) che parla all’intelletto, al sentimento, all’immaginazione.

Orbene, da questi tre elementi essa deve scaturire e, al contempo, di essi dev’essere la destinataria. Aggiungendovi, naturalmente, l’elemento formale, ossia la metrica e le varie figure retoriche, che sono necessarie, anzi essenziali, perché la composizione assurga agli alti livelli dell’arte.

Vogliamo scorrere insieme due brevi composizioni?

 

Il LAMPO

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto:

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto:

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

 

Il TUONO 

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo.

e tacque, e poi rimareggiò rinfranto

e poi vani. Soave allora un canto

s’udì di madre, e il moto di una culla.

 

Considera un po’ queste due brevi composizioni metriche nei loro elementi linguistici: noterai, nella prima l’uso sapiente del verbo al singolare per due soggetti distinti che vengono fusi in uno, quasi che cielo e terra, nella tempesta, siano una sola entità; molto efficace, nel quarto verso la reiterazione dell’aggettivo e quella felice espressione, “tacito tumulto”, molto simile ad un ossimoro, se non un ossimoro vero e proprio, che rende vivida l’impressione cromatica del contrasto tra il buio fitto d’una notte tempestosa e il lampo che repentino s’accende e sparisce in un vibrìo di luce. Il quinto verso rende benissimo l’immediatezza dell’immagine e il rapidissimo succedersi delle due azioni: l’apparire e lo scomparire della casa, anche perché tra i due verbi manca il segno d’interpunzione. Ecco come si può magistralmente descrivere un fenomeno visivo.

Vediamo adesso la seconda poesia. Qui la sensazione si fa uditiva, grazie al sapiente giuoco delle assonanze e delle onomatopee, non che la ripetizione dei fonemi “an”, “in” e la reiterazione della “u”, scandita ben quattro volte, che dànno spessore fonetico alla descrizione, facendone un piccolo gioiello di musicalità. Sono belle entrambe, le due liriche; ma la seconda la trovo più sonora.

Questa lezione ci viene da un grande maestro della Poesia, Giovanni Pascoli; il quale molte volte ha fatto ricorso all’onomatopea per dare maggior forza descrittiva ai suoi versi. E bada bene che siffatta tecnica nulla ha da spartire con i giochetti astrusi e bizzarri delle rime del secentesco Ludovico Lepòreo, autore barocco, che nei suoi sonetti, i cosiddetti Leporeambi, si scapricciò in bislaccherie di assonanze, rime interne ed esterne, sia pure con l’intento di ironizzare sugli strumenti metrici della tradizione petrarchesca.

Le composizioni or ora lette appartengono a quel genere di poesia che parla all’immaginazione; ma altre ve ne sono, che si rivolgono al sentimento (inutile che dica quali, son tante!) o all’intelletto. Ecco, considera un po’ il poema dì Dante, dove immaginazione, sentimento ed intelletto si fondono mirabilmente.

Ma la “poesia” odierna?

È mia convinzione, e penso di non errare, che molti “poeti” di questo nostro impoetico periodo passeranno alla storia della Letteratura non già per la loro intrinseca validità, inesistente, ma come testimonianze di un costume letterario, di una moda. Non diversamente è accaduto per quella pletora di verseggiatori del Seicento italiano, intendo i marinisti, che ricordiamo soltanto per le stranezze concettuali (las agudezas, come dicevano gli spagnoli del tempo) e i funambolismi verbali.

Eppure, nonostante tutto, quei verseggiatori avevano il merito dì attenersi alle regole della metrica. Ma oggi, cosa avviene oggi?

Sono una miriade quelli che si sentono in diritto di definirsi poeti solo perché scrivono parole, una sotto l’altra, credendo di comporre versi. Questo modo di pensare credo che derivi da una errata interpetrazione, forse dovuta a studi superficiali, oppure ad una forma di orecchiamento, di certa poesia ermetica (mi viene in mente Ungaretti, uno dei miei maestri ideali), ovvero per un malinteso senso di libertà e di modernismo, se non addirittura di dominante fatuità.

Ma Giuseppe Ungaretti è veramente poeta! Se leggiamo le sue composizioni con un minimo di applicazione, vi troviamo ciò che s’intende “Poesia”.

Ho presente una sua breve composizione che voglio trascrivere, sia pure a memoria:

 

SOLDATI

Si sta come

d’autunno

sugli alberi le foglie

 

Nella sua brevità, che rammenta uno haiku nipponico, ha il ritmo del settenario (si stá come d’autúnno [accento fisso sulla sesta] / sugli álberi le fóglie [accento fisso sulla sesta]).

La validità di questi versi (“versicoli”, li definisce il Guglielmino, però senza alcun intento riduttivo o spregiativo) consiste non solamente nella parte puramente tecnica, quindi formale, ma nel significato che da un dato contingente, limitato nel tempo e nello spazio, quale è appunto il momento della guerra, dunque storico, si espande alla visione universale di una condizione di precarietà dei viventi e di tutte le cose.

Una condizione, dico, ch’è al di fuori della Storia, in quanto quest’ultima non è altro che il susseguirsi delle azioni dell‘Uomo.

In Guida al Novecento, il Guglielmino nota quanto segue:

Sul piano poetico l’itinerario di Ungaretti, iniziatore e maestro riconosciuto dell’ermetismo, procede da una iniziale rivolta contro le forme poetiche tradizionali a una lenta e faticosa realizzazione di una volontà di canto che lo porta a riconquistare, rinnovandolo, il tradizionale endecasillabo

Riconquistare e rinnovare, nota bene, (il corsivo è mio), mica distruggere e annullare.

Ben vengano i rinnovamenti, sicuro! Ma che abbiano la medesima efficacia, il medesimo effetto che la linfa vitale ha per le piante. Diano rinnovato vigore al frondoso albero della Poesia! Ma son davvero rinnovamenti le operazioncine di tanti e tanti autorini e autorine del nostro tempo? Niente del tutto!

Essi coltivano alberelli stentati, rachitici, con ramicelli scheletrici e fragili che dànno non pomi maturi, succosi, ma frutticini rinseccoliti, insipidi; e con l’illusione beata di tirar su querce poderose e sequoie giganti. Per cui si potrebbe dire, con padre Dante,

 

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti,

non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

 

 

                                                      III    

 

Ho sott’occhi un libretto, Il dolore di una nenia bianca, autore Salvo Fazio. Edito da Via Lattea (“Costellazioni - collana di Poesia”), ovviamente, prima di essere pubblicato, il dattiloscritto è passato per le mani di un membro della redazione (puoi bene immaginare chi), il quale, tout court, senza neanche degnarsi di sottoporlo ad una mia lettura, lo ha consegnato alla tipografia.

Orbene, una volta pubblicato ed avutene io alcune copie, ne ho letto i versi.

Una catastrofe! La silloge si apre con l’introduzione di Maria Attanasio, la quale, con un linguaggio culto, scomodando anche Fernando Pessoa e Paul Celan, giustifica (diciamo pure così) l’operato “poetico” dell’autore. Ma quale giustificazioni si possono dare, per dei “versi” che si ammantano nella nebulosità di metafore, se pur lo sono, oscure e indecifrabili? Eccone una, tra le tante:

 

GATTO D’ORIENTE

Il cibo

versato nella mia bocca

è quello di un passero

con le ali mozzate

piange di lontano

un gatto d’Oriente

apre la ferita

del tempo

la goccia

è lenta

nelle mani

e l’acqua esaurisce la sete

il gatto ripercorre

il labirinto delle ore

e nella casa non c’è nessuno

qualcuno è nel mio cuore

 

Confesso che non ci si capisce proprio un bel niente: sono parole, immagini atassiche, una scrittura in parte metrica e in parte prosastica. Questa sarebbe dunque ciò che oggi s’intende per poesia?

Rammento un disegno di Francisco Goya y Lucientes: sueño de la razon produce monstros.

Proprio così: il sonno della ragione produce mostri.

E mi viene di pensare, tra l’altro, che nel campo della Poesia sta accadendo un po’ quello che succede in quello della cinematografia. Mi spiego meglio: si fa un gran parlare di effetti speciali, immagini reali e virtuali mescolate insieme, e via di seguito. È mia impressione che gli effetti speciali, se usati smodatamente, servano a coprire e celare la povertà dei contenuti.

Lo stesso vale per la Poesia. Non dico che ciò non sia già accaduto; basti ricordare il periodo barocco in cui la fantasia poetica esplode in una girandola di fantasmagorie, in una audacia di immaginativa quale mai era stata nei secoli precedenti e in quelli successivi. Scopo di quei poeti, o, meglio, verseggiatori, era quello di impressionare, suggestionare, sbalordire.

Giambattista Marino dichiara:

 

                                  È del poeta il fin, la maraviglia;

                                   ....................................................…

                                  chi non sa far stupir, vada alla striglia.

 

Se non altro, allora, chi leggeva quel genere di poesia era colpito nell’immaginazione dalla pirotecnia, dirò così, di quei giuochi verbali e dalla bizzarria degli accostamenti e delle immagini.

Ricordiamo i versi di Giuseppe Artale, che si rifanno al vangelo di Luca nel seguente episodio:

 

Uno dei farisei lo [Gesù di Nazaret] invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato (Luca, 7: 36 38).

 

 Vero o apocrifo che sia, esso, nella semplicità della descrizione elementare, laconica, ha stimolato fortemente l’immaginazione del poeta, il quale, paragonando la chioma della donna al Tago, dunque ad un fiume, e i “lumi”, ossia gli occhi, a due Soli, compone questa agudeza, di cui leggiamo il finale:

 

che il crin s’è un Tago e son due Soli i lumi,

prodigio tal non rimirò natura:

bagnar coi Soli e rasciugar coi fiumi

 

Ed ecco l’effetto speciale. Ma la maggior parte della produzione odierna non ha neppur questo merito.

Ci troviamo in presenza, nel più dei casi, di un cerebralismo affine a sé stesso.

E allora non abbiamo una poesia che parli anche all’intelletto, bensì una non poesia che esprime inintelligibilità: grado zero della comprensione.

 

Pregio del linguaggio è essere chiaro e insieme non sciatto.

 

Afferma Aristolele nella sua Poetica, con parole che non hanno bisogno di chiosa.

Che senso ha scrivere per non essere compresi? La Poesia nasce dalla realtà, nasce da un pensiero concreto, anche se il dato reale viene trasfigurato, poi, dall’immaginazione, e mai da un astratto e assurdo cerebralismo.

Sono anche convinto di una cosa: molti che si dicono poeti sono individui che si sono alienati, sì, proprio così, alienati, insisto su questo termine, dalla realtà. Essi non parlano delle cose che li circondano, dell’ambiente in cui vivono (rammento certe poesie di Umberto Saba), di sentimenti che tutti possano comprendere, ma si librano in un’atmosfera di cerebrale astrattezza, tipico esempio ne sono i versi riportati più sopra, estraniandosi dalla concretezza.

Se consideri il poema di Dante, soprattutto nelle prime due cantiche, vi troverai qualcosa di assolutamente concreto: l’Uomo, con le sue passioni, le sue tragedie; e la sua storia, sia a livello individuale (Paolo e Francesca, il Conte Ugolino, Guido da Montefeltro) che collettivo (il papato, i Guelfi e i Ghibellini, i Bianchi e i Neri, Fiorenza, etc.). La Divina Commedia, o Comedìa, secondo la stessa espressione dell’Alighieri, è un’opera consistente, corposa, per quanto ambientata in un mondo immaginario e ultraterreno.

E dirò di più: nonostante il carattere di “Poema Sacro”, nonostante sia la descrizione seppure fantastica di un viaggio nei presunti regni dell’Oltretomba, tuttavia in esso si trovano esempi ed analogie tratti dalle azioni più semplici, direi addirittura banali, della vita normale, dell’esistenza quotidiana. Ed eccone qualche breve saggio:

 

Io vidi due sedere a sé poggiati

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volentieri vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia

come coltel di scardova le scaglie

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

          (Inf.. XXIX, 72 - 84)

 

Notiamo, la cosa è di per sé lapalissiana, come in quattro terzine contigue vi siano ben tre esempi presi da oggetti o azioni che riguardano la nostra quotidianità: ciò che si fa in cucina e quel che normalmente avviene in una scuderia.

Lo stesso discorso vale per altri poemi quali Orlando Furioso, Gerusalemme liberata, oppure Os Lusiades di Luís Vaz de Camões, il maggior poeta portoghese.

È ovvio che il poema di Dante, così come gli altri, non possa venire compreso se non si possiedono determinate cognizioni di storia, teologia, mitologia, cosmografia geografia e astronomia, sia pure ad un livello elementare; lo stesso vale per il poema Os Lusiades. Tuttavia, quando se ne ha la chiave per penetrarli, questi poemi diventano ben comprensibili e di godibile lettura.

In tal caso la maggiore o minore comprensione deriva dal grado d’istruzione (non dico cultura, poiché è un termine troppo alto: essa è appannaggio per pochi), di chi legge. Ma cosa dire di tanta “poesia” odierna che, “sotto il velame de li versi strani”, mostra solamente il vuoto, quindi una “poesia”, non semantica e, in quanto tale non poesia?

Vorrei fare un accostamento con la pittura. Osservando un quadro astratto, anche se non se ne coglie il significato, esso può sempre darci un senso di godimento per via dell’accostamento dei colori, dunque la pura cromaticità, e la stranezza delle forme effigiate. Forme e colori danno una sensazione immediata; cosa che non accade con un testo, dove occorre, tra la parola e chi legge, la mediazione del significato. Rendendosi quest’ultimo oscuro, o venendo a mancare affatto, il dettato diventa incomprensibile, annullando così il messaggio che vorrebbe trasmettere, ammesso che di messaggio si tratti e non piuttosto di un solipsistico soliloquium.

Leggendo talune composizione, che hanno la pretesa di essere “poetiche”, ma in realtà sono irreali, gelide architetture cerebrali, provo la medesima sensazione, sgradevole, di quando osservo un paesaggio urbano, notturno, in cui prevalgono l’assoluta, spartana linearità delle forme e il freddo bagliore delle luci: mi dànno un senso di disagio; addirittura, di raggelante vuoto.

Produzioni siffatte sarebbero dovute, sembra, ad una crisi di valori, per cui, crollate solide certezze, rimesso tutto in discussione e andando alla ricerca di nuove forme espressive, si elabora un modus diverso di fare arte.

Già, la crisi dei valori, la ricerca di nuove forme!

Les dieux s’en vont, l’Uomo resta. La crisi dei valori è un fatto storico, peculiare ad una determinata èra, quindi un dato concluso ad un particolare periodo, o momento, della Storia. Ma l‘Uomo, che della Storia è il facitore, di per sé è astorico. I suoi sentimenti, le sue passioni, l’istinto verso ciò che si conviene definire Bello trascendono il dato cronotopico, poiché immutabile è la natura dell’Homo Sapiens. Essa è una costante ciclica: identica a sé stessa, e in ogni tempo e in ogni luogo.

Ho presente la dottrina vichiana dei corsi e dei ricorsi, non che quel detto attribuito a Salomone: nihil sub sole novum. Forse, uso quest’avverbio di tempo perché la mia è semplicemente una congettura, in quanto non posso predire il futuro, l’Uomo ritornerà a quelle forme.

Negli anni Sessanta, quando si cominciò a parlare di “avanguardia” e “sperimentalismo”, Angelo Guglielmi in Avanguardia e sperimentalismo asserisce la morte di una certa arte o, per meglio dire, di un certo modo di fare arte.artistiche che per lunga teoria di secoli hanno accompagnato il suo cammino.

Poiché l’arte oggi non si pone obiettivi di rappresentazione, giacché la rappresentazione presuppone l’esistenza di un oggetto rappresentabile quando invece è proprio questo oggetto a mancare (in altre parole non posso rappresentare un uomo e le sue azioni se non ho una idea precisa su di lui e la mancanza di una idea precisa su di lui non dipende da una mia insufficienza di giudizio ma dalla sua incapacità o meglio dall’impossibilità che egli stesso soffre di sistemare se stesso e le sue azioni in un contesto esplicito e significante), dunque essendo l’arte rimasta priva di scopi rappresentativi (privazione intervenuta con la crisi della storia e quella connessa delle ideologie), quali altri scopi, quali altre mete può essa porre a suo obiettivo? E difficile dirlo. Anzi, stante le premesse sopraccennate la conclusione più naturale è che l’arte è morta. E in un certo senso è una conclusione non del tutto infondata. Certamente è morta l’idea di arte che ci ha fin qui accompagnati. È morta l’arte che si risolve interamente in valore estetico, è morta l’arte in quanto valore autonomo e distinto, è morta l’arte come conoscenza intuitiva, come visione sintetica e comprensiva della totalità del reale. L’arte oggi ha assunto le funzioni che erano state di competenza delle ideologie O meglio, ha occupato il vuoto creatosi con la crisi delle ideologie. Alle ideologie spettava il compito di Interpretare. di accogliere il reale, in una struttura razionale, di fornire una prospettiva di significati all’esistenza Naturalmente questi non sono compiti assumibili dall’arte che ad essi non può e non potrà mai rispondere. Tuttavia se l’arte non ha la possibilità di comprendere la realtà, che la crisi delle ideologie ha allontanato dall’intelligenza dell’uomo, essa può mettersi sulle sue tracce. Suo compito è ritrovarla. Naturalmente una volta ritrovatala. non potrà rivolgerle delle domande. Dovrà accontentarsi di tenerla a vista. Comunque sarà sempre un modo (l’unico possibile) di riallacciare con essa il rapporto interrotto. Si tratterà di un rapporto oscuro, sotterraneo. Certamente non lucido. Purtuttavia di un rapporto.

È dunque in questo senso che l’arte di oggi è un’arte di ricerca. L’oggetto della ricerca è la realtà Abbiamo visto che l’arte se riesce nei suoi scopi e ritrova la realtà non la ritrova e non la può ritrovare che allo stato brado, al grado zero, come materia fisica. E una volta trovatala il suo compito è finito. Scoperto il nascondiglio non può andare al di là. Peraltro non è un nascondiglio che si scopre una volta per tutte. Le strade che portano al reale si chiudono subito dopo che sono state aperte. Così bisogna riaprirle sempre di nuovo. Si tratta di strade impervie, che resistono alle aggressioni più accanite, e che chiedono un dispiegamento di forze e di mezzi enorme. Di qui quel carattere faticoso che ha l’arte di oggi e soprattutto di qui il fatto che l’arte di oggi è così poco “artistica” e in essa sono fortemente predominanti i contenuti critico-saggisti.

Ho voluto riportare quella parte che ha come titolo Il nuovo obiettivo dell’arte (i corsivi che vi si trovano sono miei) per esaminare con una certa comodità l’argomento di cui stiamo trattando; anche se, lo confesso umilmente, c’è qualcosa che non mi sembra del tutto chiara. Laddove l’autore, per esempio, parla di rappresentazione che presupponga “l’esistenza di un oggetto rappresentabile”, che egli non trova, poiché tale oggetto, l’Uomo in tal caso, non sa trovare una propria collocazione che lo identifichi in modo esplicito, mi sembra piuttosto oscuro. La crisi di consolidati valori, per non dire di tutta una civiltà, ha determinato, secondo il Guglielmi, la morte dell’arte, o, più esattamente, “l’idea di arte che ci ha fin qui accompagnati”. C’è sempre un alcunché di cui non trovo il bandolo. Le crisi vi sono sempre state, e vi saranno: considera tutti quegli eventi, Cristianesimo, invasioni barbariche, etc. che hanno prodotto il crollo dell’Impero romano.

Mica solo in senso politico, ma ideologico ed esistenziale. E l’Umanesimo, non che il conseguente Rinascimento, che, sotto determinati aspetti, rappresentano la crisi del Medio Evo e dei suoi valori etico religiosi, con Qualcuno osserverà a questo punto: Come fate a rendervi conto che l’alienazione c’è e si estende? Ce ne rendiamo conto attraverso i frutti dell’albero, ossia attraverso la bruttezza, stupidità, volgarità. ignobiltà. disumanità e insomma irrealtà delle cose e degli uomini intorno a noi. [...]

Quali vie scelgono gli scrittori per oggettivare l’alienazione ossia la crisi del rapporto con la realtà? Due vie, principalmente, quella del realismo e quella dello sperimentalismo. [… ]

Il realismo critico appunta la sua attenzione sui contenuti; Lo sperimentalismo si studia invece d’inventare nuove tecniche del linguaggio allo scopo di raggiungere quel rapporto fresco ed autentico con la realtà che le vecchie tecniche ormai esaurite non possono più assicurare. […] Del resto tutti coloro che protestano contro lo sperimentalismo dovrebbero riflettere ch’esso è sempre esistito; che in tutti i tempi gli scrittori cercarono nuove tecniche del linguaggio in sostituzione delle vecchie ormai esaurite; e che ciò che si chiama talvolta astrattismo e formalismo è in realtà meno astratto e formale di tanti procedimenti tradizionali universalmente accettati. Lo sperimentalismo è caratteristico delle epoche spiritualmente agguerrite e ambiziose, Il medioevo fu un’epoca “sperimentale”.l’avvento dell’Homo Novus, che non più contempla il Cielo con gli occhi dello “spirito”, ma lo scruta con la mente di Copernico e il cannocchiale di Galilei, senza indulgere o adagiarsi si comode posizioni aristoteliche; che guarda alla terra come al luogo deputato di ogni possibile azione, attuando, così l’idea volitiva e fattiva del quisque faber fortuna suae (Machiavelli docet), non è esso stesso una crisi, vale a dire uno sconvolgimento di valori?

E la stessa Riforma (attuata da Luther, col principio del libero esame, in cui mi sembra di scorgervi un antesignano dell’Illuminismo), donde scaturisce il pensiero calvinista sulla predestinazione; il quale, a sua volta, diede origine a quelle attività che stanno alla base del capitalismo, non lo è?

Ribattendo il tasto sul concetto di alienazione, e sulla crisi che di essa è la logica conseguenza, Alberto Moravia scrive:

 

                                                           IV

 

Temo, comunque, che in molti casi, e da persone affatto incapaci, si sia abusato dello sperimentalismo, snaturato dalle sue esigenze intrinseche e trasformato in una moda o in un giuoco sconsiderato, affine a se stesso.

Ammesso che possa chiamarsi “sperimentalismo” il costume invalso, purtroppo, ai nostri giorni, di scrivere parole incolonnate e impilate, da far pensare alle teste di un totem, così come usano tanti sprovveduti, con la pretesa di far poesia.

Se crisi di valori c’è stata, e continua a esservi, mi sembra opportuno che dobbiamo riconoscere anche una crisi della scrittura ed una perdita del concetto di poesia. È un fatto, questo, che ci cade continuamente sotto gli occhi. Basterà dare appena appena uno sguardo a tanta produzione stampata e pubblicata, per rendersi conto della realtà e vastità di tale aberrante fenomeno, che definirei come mancanza di coscienza poetica.

Si scrive, sì, e molto, anche troppo. Ma che cosa, e come si scrive? Possiamo accettare mistificazioni gabellate per poesia, quando poesia non sono?

Eccone un esempio, uno fra i tantissimi:

 

                                              SERA

 

                      Quant’ è bella

                               la sera col suo manto

                              luccicante di paiettes.

                     Quant’ è bello

                                guardare il cielo

                               con la luna serena.

                      Quant’è bello

                                ricordarmi di te.

 

Ci siamo forse ridotti a ondeggiare tra due poli negativi, vale a dire quello della più oscura indecifrabilità e quello della banalità più imbecille e squallida? E abbiamo ancora il coraggio di definire col termine di “poesia” ciò che poesia assolutamente non è?

Ricordo la dura osservazione di un personaggio del Satyricon:

Parentes obiurgatione digni sunt, qui nolunt liberos suos severa lege proficere”.

Ebbene, non sono degni di biasimo coloro i quali, atteggiandosi a poeti, si precipitano a scrivere in preda all’entusiasmo, il necessario sostegno delle nozioni più indispensabili? L’entusiasmo, e in tal caso s’intende il fervore, quando non venga sostenuto da una ben sperimentata maestria, è sempre nocivo: edifica sulla sabbia, non sulla roccia.

E non sono altrettanto meritevoli di reprensione quegli stolti che ne divengono mallevadori e complici, tributando con criminale leggerezza lodi e plausi ignominiosi?

È calzante, a tal uopo, un detto di Leonardo: Chi non punisce il male, comanda che si facci ; mentre per coloro che improvvisano e si atteggiano a poeti, non avendo però i necessari strumenti, vale quest’altro: Chi poco pensa, molto erra.  

La crisi della scrittura non dipende da altro se non da una crisi dello stesso pensiero, della ragione che si smarrisce nei meandri di una falsa libertà mistificatrice, dal rifiuto, cioè, di una disciplina mentale che si può solamente conseguire con un rigoroso e perseverante studio di quegli autori, quei Maestri di ogni tempo e nazione, che hanno davvero fatto poesia.

Con ciò non voglio affatto suggerire la pedissequa imitazione, mi sembra ovvio. Non possiamo leggere Pascoli e pascoleggiare, oppure Ariosto e scrivere come lui; intendo, piuttosto, che noi dobbiamo emulare quei Grandi nella loro dignità poetica. Ecco, versi come quelli sopra riportati sarebbero approvati da un Giorgio Caproni, da un Giuseppe Parini, o da una poetessa come Ada Negri o Maria Luisa Spaziani?

Io oso affermare, senza tema di smentita, che c’è dignità poetica in un solo verso di Gabriello Chiabrera, Fulvio Testi, Paolo Rolli che non in tutta la smorta, desolante produzione della pletora di tanti cosiddetti poeti odierni, che non sono neanche verseggiatori come, per fare un esempio, lo fu Alberto Cavaliere, autore de La chimica in versi e Storia di Roma in versi.

Anzi, non c’è possibilità alcuna di riscontro: si correrebbe il rischio di offendere i poeti testé citati. Chiabrera, Testi, Rolli, che pur non essendo considerati tra i maggiori, hanno poetato con decoro e rispettabilità; sono entrati, a buon diritto, nella storia della letteratura, e hanno una loro inconfutabile nobiltà.

Moltissima poesia di questo tempo è, se mi si consente un paragone che calza a pennello, espresso volutamente in termini danteschi:

                            nave sanza nocchiero in gran tempesta…

E dico “poesia”! Ma ben altro termine dovrei usare, che non so trovare o non riesco a coniare. Forse “spazzatura”, o “defecazione di un pensiero infetto e delirante” sarebbero definizioni molto più appropriate. In verità, lo sono senz’altro!

In un almanacco ho trovato il seguente distico:

 

                              moda priva di cervello

                            per il nuovo butta il bello.

 

Bisogna emulare i Grandi. Certamente non è facile riuscirvi, né è sempre data la possibilità dl farlo. Ma almeno tentare! E per far ciò occorrono un forte senso di autocritica; una conoscenza e un controllo della parola; non sentirsi mai ecessivamente sicuri di sé (il che non significa frustrazione o sfiducia).

Occorre, anche, non coltivare affidamento alcuno in riviste o concorsi, ai quali basta prendere parte per ricevere “la fronda peneia”, ed essere consacrati poeti con medaglie da pataccari, insulsi, variopinti diplomini e targhe di partecipazione, il tutto elargito con scellerata profusione.

A coloro che si sentono gratificati per queste corbellerie (“pinzillacchere, diceva un grande comico napoletano), io sarò lieto di rivolgere l’invito a meditare l’ammonimento che Mefistofele indirizza a Faust nel poema di Goethe:

 

 In fondo, in fondo, tu sei quello che sei. Mettiti parrucche con milioni di riccioli, colloca il piede su coturni alti un braccio, tu resti sempre quello che sei.

 

 Ed è opportuno che bisogna sempre mantenere saldi i contatti con la realtà.

Oh, ecco! L’ho pronunciata la grande parola: Realtà!

Tanti, autori e autrici, credono di dire cose nuove e interessanti cacciandosi in garbugli verbali, o facendo uso strano e improprio di segni grafici, come nel seguente caso:

 

                      ? Tu, uo=mo sai (sai?)

                     cosa vu=ol dire essere solo

                     sino al=la morte?

                     ? Non a=vere nemmeno l’ombra?

 

E così via di seguito, usque ad finem.

Senza alcun dubbio chi ha scritto questi “versi” aveva l’intenzione di esprimere qualcosa; e, da quanto mi sembra aver capito, precisamente certa condizione esistenziale: per l’esattezza, la zericità dell’Uomo, nel contesto dell’equazione (eq=uazione: sic, come appare nel testo!) della vita. Ma non sarebbe stato bene se li avesse scritti con quel sistema tradizionale, in cui la parola, qualora ben costrutta, manifesta in maniera efficace un qual modo di essere, e la forza di un sentimento, e la condizione d’uno stato d’animo?

In un passo del Purgatorio si trova espressa un’immagine: essa ribadisce l’idea della natura dell’Uomo, quindi la sua condizione esistenziale quale dovrebbe essere, almeno secondo la concezione religiosa di Dante:

 

                      O superbi cristian, miseri lassi,                      

                che, de la vista della mente infermi,

              fidanza avete ne’ ritrosi passi,

                          

                      non v’accorgete voi che noi siam vermi

                nati a formar l’angelica farfalla,

                      che vola a la giustizia sanza schermi?

 

                     Di che l’animo vostro in alto galla

                     poi siete quasi entomata in difetto

                    si come vermo in cui formazion falla?

                                          (Purg. X 121 - 129)

              

La solenne reprimenda si fa similitudine; figurazione dove bene s’incastona il termine scientifico “entomata” (dal vocabolo della bassa latinità “entoma-atis”, quasi a dire “bacherozzolo”); e la metafora, seppure desunta da Aurelio Agostino: “Omnes homines de carne nascentes, quid sunt nisi vermes?”, e “Et de vermibus angelos facit”, diviene una descrizione poeticamente allegorica.

Non a caso ho voluto riportare questi exempla, ponendo a confronto due tipi di scritture opposte, affinché si possa valutare, con imparzialità, la differenza tra ciò che è poesia e ciò che non lo è.

 

                                                          V

 

Per quel che concerne il fattore formale, giudico opportuno soffermarmi su quella che concerne il fattore formale, giudico opportuno soffermarmi su quella che, non a caso, viene definita arte metrica. Quanto dirò su questo argomento non ha, né può logicamente averla, la pretesa della novità; non intendo affermare, con l’Ariosto,

 

                         “cosa non detta in prosa mai né in rima”.

 

Ciò che ho da menzionare non è nient’altro che la reiterazione di argomenti saputi e risaputi, ma che, tuttavia, è bene richiamare alla mente, poiché, secondo l’antico detto, repetita juvant. Soprattutto in un’epoca di dilettantismo e di stolta improvvisazione. E andiamo al dunque.

Innanzi tutto: qual è la differenza tra “prosa” e “poesia”?

Per aver chiaro questo concetto, occorre tener presente il significato di “prosa”, la cui origine è da ricercarsi nella locuzione latina “prosa [oratio]”, “scritto in linea retta”, sottintendendo “discorso”. In linea retta, perché obbedisce alle regole della grammatica, della retorica, dello stile, del buon gusto, etc., ma non a quelle del “versus”, ossia le leggi della metrica. Il “versus” ( dal verbo latino “vertere”, “volgere”, “girare”), donde il nostro italiano “verso”, viene definito come “… sistema di suoni armonici, cioè misurabili mediante il ritorno di tempi forti e tempi deboli (arsi e tesi), in una successione di vocaboli; tale sistema può essere quantitativo, se misurato, come presso gli antichi Greci e Romani, sul tempo occorrente a pronunziare ciascuna sillaba; oppure accentuativo, se, come in pressoché tutte le lingue moderne, l’alternarsi di suoni forti e suoni deboli è rappresentato dall’avvicendarsi di sillabe toniche (cioè fornite di accento) e di sillabe atone (cioè prive di accento)…”. E mi sembra che questo sia abbastanza chiaro. Quindi, tenendo presente siffatto principio, è più che ovvio e scontato che la Poesia richiede la “metrica”, ovvero l’arte della misura, l’arte del ritmo (in greco, metron significa “misura“, “cadenza”; dalla stessa radice indeuropea di “réin”, scorrere).

Ma perché questo preambolo? Perché dire cose risapute col rischio di annoiare o, peggio, di apparire pedante, presuntuoso, saccente o che so io? Perché tanti sono oggi che si dedicano all’ars poetica senza conoscere gli strumenti necessari all’uopo, in una totale mancanza di deontologia professionale. Chi mai sarebbe così stolto da pretendere di pilotare un aereo, senza avere le essenziali prerogative e conoscenze di volo che un pilota deve necessariamente possedere? E non giudicheremmo folle chi volesse intraprendere la professione medica ignorandone la scienza? Mentre scrivo, mi sovvengo dei versi di un giovanissimo poeta d’altri tempi, giovanissimo, intendo, quando li compose tra il 1803-1804, mi riferisco ad Alessandro Manzoni, non ancora ventenne, e vorrei riportarli, perché degni di meditazione.

 

Se alcun da furia d’ irritato nervo,

O da grave Ciprigna, o da loquace

Tosse dannato a l’odiosa coltre,

Me sanator volesse, il poverello,

Cred’io, n’andrebbe a giudicar se vera

D’Aristippo o di Plato è la sentenza.

Venga un altro, e mi dica: “Il mal vicino

Deviò l’acqua dal mio fondo: a lui

Vo’ mover piato, e mio legal t’eleggo.”

Fingi che posto il trito Flacco, io tenti

Con l’inesperta man scotere il dritto

Fuor de la polve de l’enorme Baldo.

Che fia? Con danno il misero cliente,

Io con vergogna fuggirem dal foro,

Molto ridendo l’avversario e Temi.

Or d’onde è mai che il medico e il perito

Di legge osi far versi? Anzi non sia

Chi, dotto appena ad allogare un tempo

Le sparse membra di Maron, che a lui

Disgiunse ad arte il precettor, non creda

Poter quando che voglia esser poeta?

Nulla di questo appar più lieve: eppure

Tal vinse acri nemici, e tenne il morso

A genti ardite, che domar non seppe

I numeri ritrosi: ed io conosco

Di questa plebe indocile i tumulti.

 

Ecco: questa è la savia considerazione di un ragazzo che non aveva neppure venti anni… Meditate, gente, meditate!

Cosa non direbbe mai, oggi, Alessandro Manzoni, se potesse leggere tutta quella congerie di parole, quella pletora di versicoli e versacci che molti, ottenebrati dalla loro ignoranza e cecità osano definire poesia?

L’esercizio della scrittura, sia che si faccia della prosa o che si componga in versi, richiede impegno ed una severa preparazione; non si può, e non si deve, improvvisare, se si vuole ottenere un risultato concreto e dignitoso.     

In questo periodo di facili entusiasmi, di dilettantismo criminale, di corsa verso un successo tanto facile quanto futile ed effimero, di fretta, sempre più fretta, non c’è più il tempo per fermarsi e riflettere. Manca la volontà di sottomettersi alla rigida disciplina degli studi; non vi è il buon senso dell’autocritica, l’esercizio dell’impegno costante e severo, la pazienza di maturare per dare buoni frutti. Oggi tutto dev’essere facile, e facilitato; non avendo la voglia di masticare, si vuole la pappina che vada giù, senza sprecarsi a muovere le mascelle: eh, costa fatica muoverle, le mascelle!

E io, non a caso, voglio rifarmi a Quinto Orazio Flacco, riferendomi, per l’esattezza, alla Epistula ad Pisonese, citando, testualmente, le parole del poeta:

 

Natura fieret laudabile carmen an arte,     

quaesitum est; ego nec studium sine divite vena

nec rude quid possit video ingenium; alterius sic

altera poscit opem res et coniurat amice.

 

Oggi, come sempre, occorre, per chi voglia dedicarsi all’Ars poetica tener costantemente presente questo utilissimo precetto, considerando i tempi in cui ci troviamo a vivere.

Ma cosa dico mai? Forse sono uscito di senno! Rivolgersi agli “antiqui huomini", come faceva il Machiavelli? E in una beatissima epoca che guarda al futuro, agli spazi interplanetari e interstellari, in un mondo dinamico che conosce il continuo evolversi della scienza, in cui si parla tanto di Cyberspazio e universi virtuali, mentre il presente scivola come sabbia fra le dita?

Ma sì, via, buttiamo pure tutte le regole, concediamoci liberamente alla sfrenatezza: nel nome della libertà, del progresso, della demagogia, della par condicio, facciamo a meno di tutto. E accettiamo ogni cosa. Meno, s’intende, il buon senso. In nome di quale legge assoluta si dovrebbe negare il titolo di poeta (o poetessa) ad una persona che si sente realizzata, e dunque felice, sol perché riesce ad imbrattare della carta senza commettere errori di grammatica (o quasi) o scrivere strafalcioni ortografici, ricevendo per giunta plausi, pergamene, targhette e medagliette di ineffabili premi letterari? Tutto è permesso, tutto è concesso: Ergo vivamus, dum licet esse bene, come dice nel suo sproloquio Trimalcione.

Scherzo, naturalmente, se pur sia lecito scherzare su cose di una certa gravità.

Tempo addietro mi è capitata fra le mani una antologia, chiamiamola pure così, in cui erano raccolte diverse “voci poetiche", si dice sempre per dire, di autori ed autrici che avevano partecipato ad un cosiddetto concorso di poesia, svoltosi da voi, in Sicilia, e per l’esattezza in quel di Messina. Ho avuto modo di esaminare, con tranquillità, tutte le “poesie” che erano state premiate. Un disastro, un vero disastro. Soltanto una, in dialetto marchigiano, aveva dignità poetica, oltre uno o due haiku. Il rimanente era d’una scadenza totale.

E non basta. Per sopraggiunta, l’autore della prefazione non lodava l’editore per il coraggio dimostrato nella pubblicazione di quell’antologia?

A dire il vero, fino adesso non ho compreso affatto abbia voluto dire, questo signore, e in che cosa consista, secondo lui, siffatto coraggio. Forse non esiste la libertà di stampa e quindi di pubblicazione? Vi sono, per caso, leggi che proibiscano i libri, come avviene in un’America futura, concepita da Ray Bradbury nel romanzo Fahrenheit 451, dove si descrive una società nella quale i testi di qualsiasi genere vengono messi al bando e dati alle fiamme da un apposito corpo di pompieri?

Oppure, malignamente, ma realisticamente, debbo supporre che il coraggio dell’editore consista nel fatto di aver pubblicate delle castronerie, sbolognandole per opere che abbiano tanto di imprimatur da parte di Erato?   

Ed io mi chiedo, a buon diritto, come possano esistere ed operare certe giurie che non hanno alcun senso critico ed elargiscono, manibus plenis, lodi e riconoscimenti quasi fossero bruscolini. Eppure è comprensibile: molte cose, oggi, avvengono all’insegna della superficialità e quindi della banalità, non che d’una sorta di indulgente bonarietà balorda e criminale, il buonismo per l’appunto, il cui motto è: datur omnibus, che ignora il buon senso del già citato Orazio, sul quale converrebbe, invece, meditare:

                    

Ludere qui nescit, campestribus abstinet armis,

indoctusque pilae discive trochive quiescit,

ne spissae risum tollant impune coronae;

qui nescit, versus tamen audet fingere.

 

E mi vien da fare una riflessione: vi sono leggi che puniscono chi approfitta ed abusa dell’altrui credulità, e mi stanno anche bene. Or dunque, perché non emanarne una che colpisca quei cotali, banditori e patroni di concorsi impoetici da quattro soldi, o anche meno; che formano giurie di assoluti incompetenti; che spandono generosamente premiucoli e patacche su chiunque partecipi, senza una sana e logica discriminazione, alimentando così illusioni e vanaglorie, forse perché memori del detto Sol omnibus lucet?   

Ma torniamo al nocciolo dell’argomento.

La Poesia, per esser veramente tale, richiede soltanto due componenti essenziali: la forma e il contenuto. In altre parole, e in termini aristotelici, essa altro non è che un sinolo, cioè la fusione di materia (contenuto: concetto, sentimento, immagine) e forma ( metrica, figure retoriche, etc.). Quest’ultima è assolutamente essenziale, in quanto costituisce l’essenza (ousia??secondo l’espressione di Aristotele) di ciò che diciamo “creazione poetica”.

Quanto più l’una e l’altra avranno validità, tanto più una composizione assurgerà a dignità artistica. Né è ammissibile che un’opera poetica, che abbia la pretesa di essere veramente tale, possa prescindere dalla validità dei contenuti o da una forma che non risponda ai canoni estetici. Contenuto e forma sono binomio indispensabile.

In quanto alla materia, ovvero i soggetti e gli argomenti, ciò dipende dalla sensibilità e dal grado di cultura di chi scrive; e non vi sono regole, anche se il buon senso suggerisce di evitare tutte quelle tematiche che rientrano nella sfera del kitsch, tanto care ai cosiddetti poeti del sottobosco. Pertanto, libertà di scelta, sia pure entro i limiti del buon gusto e del discernimento.

Il contenuto di un argomento può esser legato a fatti puramente accessori, accidentali, come avvenuto in Italia durante il cosiddetto Risorgimento, allorché la febbre patriottica (o il delirio) scatenò tanti poeti che buttarono versi e versi, per eccitare gli animi alla lotta. Ma quale valore hanno, sul piano estetico o su quello di un significato filosofico ed esistenziale, prose e versi legati ad una pura contingenza storica? Chi può interessarsi, oggi, a Stornelli Italiani di Francesco Dall’Ongaro, se non qualche studioso che voglia documentarsi su quel periodo?

All’opposto, la lirica di Leopardi resiste alla lima di Chronos, ai mutamenti della società, ai cambiamenti storici, poiché si rifà alle eterne problematiche dell’Uomo, ai più profondi quesiti della vita e del nostro Dasein. Basterà rammentare il soggetto del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, uno tra i più belli e significativi poemi dell’Ottocento, e non soltanto di quel secolo,

dove risuona il dolente quesito:

 

                                         Se la vita è sventura,

                                        Perché da noi si dura?

 

Nel quale sento riecheggiare l’interrogativo di Lucrezio:

 

                                         Quidve mali fuerat nobis non esse creatis?

                                                                     (De Rerum Natura,V 174)      

 

Ricordo d’aver letto, in un’antologia scolastica, d’altri anni e ideologie, una poesia di Francesco Pastonchi, in cui si esaltava l’eroismo dell’umile ma fiero fante italiano della Grande Guerra. Una composizione che poteva senz’altro incontrare il gusto di allora, con l’immagine del soldato ferito che ascende una gradinata (“retorica del tempo!", per dirla col Gozzano), sulla cui cima lo attendono l’Italia e Dante. Composizione, ripeto, che rimane legata e circoscritta al periodo che l’ha ispirata, e che altro valore non ha se non quello di documento e testimonianza d’una certa epoca.

Si consideri adesso una poesia nata anch’essa da un dato contingente: la guerra. Intitolata Soldati, fa parte dell’ungarettiano Porto sepolto. L’abbiamo già letta, ma leggiamola di nuovo:

 

                                         Si sta come

                                         d’autunno

                                         sugli alberi

                                         le foglie      

 

Scaturiti dalla riflessione di carattere esistenziale di un semplice fante, in un momento drammatico della sua vita e di quella di tutta una società, questi versi, con la brevità e l’essenzialità di uno haiku, acquisiscono un significato particolare, in quanto rispecchiano la condizione precaria di tutti i viventi. Quindi non “epocali", non agglutinati ad un particolare momento storico, o gusto o costume, ma con una valenza universale, sorella, se mi si passa l’espressione, a quella che ritroviamo espressa nel poemetto biblico Giobbe:

                  

                                          L’uomo, nato di donna,

                                         breve di giorni e sazio d’inquietudine,

                                         come un fiore spunta e avvizzisce…

                   

Qualcosa, insomma, che elude il dato causale e non si lascia confinare dai limiti ristretti di un periodo distinto, ma trascende ogni tempo perché appartiene a tutti i tempi.

Ben raramente la poesia d’occasione permane; di solito è un fuoco di paglia, e ben presto si estingue dopo una vampata, proprio perché scaturisce non da una profonda epifania di pensiero, bensì da un giuoco superficiale e banale, che non incide e non lascia traccia alcuna. Spesso una certa esaltazione (potremmo anche usare il termine entusiasmo, nella sua accezione semantica) sospinge quelle persone che hanno, sì, il pallino della poesia, ma del tutto prive d’afflato poetico, a comporre versi sugli argomenti più disparati, o su quelli up to date, come, per esempio, quelli di carattere ecologico, che oggi fanno tanto moda. Sono, costoro, i cosiddetti “poeti del sottobosco”; essi si sentono in obbligo di sfornare i loro versicoli balordi, senza che vi siano profonde esigenze o di sentimento, o di estetica o di un pensiero filosofico.

Vanità o superficialità? L’una e l’altra. Del resto, moralmente, i due termini si equivalgono.

 

                                                          VI

 

Per quel che riguarda la forma, si rendono necessarie alcune riflessioni, muovendo da quelli che Edgar Allan Poe definisce “brevi effetti poetici”. Occorre distinguere, innanzitutto, due diversi stili poetici: lo stile piano, narrativo e discorsivo e lo stile lirico, basato sul giuoco delle allitterazioni, assonanze, onomatopeie, traslati, e quanto altro serve per raggiungere un determinato grado di liricità. Tuttavia, in taluni casi, i due stili possono mescolarsi, ne è un modello illustre la Divina Commedia, in cui l’autore usa uno stile discorsivo in un sermo vulgaris, trattandosi della relazione di un viaggio, sia pure immaginario e ultraterreno, ma dove vi sono afflati di alta liricità.     

Un chiaro esempio del primo lo si ritrova nelle Satire dell’Ariosto, o nel poemetto di Gozzano, La signorina Felicita, dove l’andamento procede, sia pure nella perfezione metrica e nella dignità compositiva, pacatamente e senza slanci lirici. Vediamo un po’ l’Ariosto:

 

                                         In casa mia mi sa meglio una rapa

                                         Ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco,

                                          e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,

                                         che all’altrui mensa tordo, starna o porco

                                         selvaggio; e così sotto una vil coltre,

                                         come di seta o d’oro, ben mi corco.

                                                                (Satira III)

 

Casi dello stesso genere possono ritrovarsi in tanti autori; il Moretti, per citarne uno, o, se vogliamo spingerci oltre Oceano, Edgar Lee Master con la sua Spoon River Anthology.

Lo stile lirico, all’opposto, è quando la parola si fa musica e il verso evoca suggestioni, come nella seguente terzina:

 

                                          Quale ne’ plenilunii sereni

                                         Trivïa ride tra le ninfe etterne

                                         Che dipingon lo ciel per tutti per tutti i seni…

                                                               (Par. XXIII, 25-27)

 

 

Facendo un passo indietro, ci soffermeremo sull’incipit del canto secondo del Purgatorio: 

 

                                          Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto,

                                         lo cui meridïan cerchio coverchia

                                         Ierusalèm col suo più alto punto;

                                        

                                         E la notte, che opposita a lui cerchia,

                                         uscia di Gange fuor con le Bilance

                                         che le caggion di man quando soverchia;

                                      

                                         sì che le bianche e le vermiglie guance,

                                         là dov’ i’ era, de la bella Aurora,

                                         per troppa etate divenivan rance.

                                                               (Purg. II, 1-9)

                                                               

 

L’esposizione geografica e astronomica, con la quale il poeta descrive e puntualizza il sorgere dell’aurora, potrebbe essere qualcosa di freddo, arido, impoetico, come di solito lo sono tutte le descrizioni scientifiche, che non lasciano adito a voli pindarici e lirismi. Eppure, quanta bellezza, quanta grazia, quanta sensibilità estetica vi troviamo, soprattutto nella seconda e terza strofa.

Un normale, per non dire addirittura banale, fenomeno, che nulla ha di straordinario, magistralmente trattato da un poeta quale l’Alighieri, si fa poesia; grazie anche all’uso sapiente di quella figura retorica che è la prosopopea o “personificazione", non che alla musicalità delle parole, che sembrano trasformarsi in neumi, se vogliamo usare il termine, ormai desueto ed arcaico, che denota le notazioni musicali di allora. ísììE questo non è che uno dei tanti esempi di cui è cosparso il poema dantesco.   

Consideriamo adesso questi versi del Pascoli:

 

                                          E cadenzato dalla gora viene

                                         Lo sciabordare delle lavandare

                                         Con tonfi spessi e lunghe cantilene…

 

Si tengano presenti i seguenti fonemi: en, an, on, e il verbo onomatopeico del secondo verso. È proprio in essi il meccanismo di un risultato indiscutibilmente musicale.

 

Ma anche le rappresentazioni giocano un ruolo fondamentale.

Esaminiamo, a mo’ di esempio, il seguente haiku composto da me:

 

                                           Onde infuriate -

                                          il vecchio marinaio

                                          osserva e fuma

 

Molto semplice, in apparenza, addirittura elementare, questa poesia è una vera propria metafora, avendo senso ambivalente e quindi una duplice chiave d’interpetrazione.

La prima è quella letterale: un mare in tempesta e un marinaio, che sta a guardare fumando la pipa. Pura rappresentazione visiva, nient’altro che un quadro.

La seconda, “sotto il velame de li versi", cela un significato di carattere analogico e allegorico.

Ci troviamo, dunque, davanti ad una immagine concettuale, che non esclude comunque quella rappresentativa: il mare può essere l’esistenza, o l’individuo, o la società; la tempesta, passioni e lotte d’ogni genere, che travagliano il nostro Dasein.

Il marinaio, vecchio (si badi: non è casuale la presenza dell’aggettivo), è chi, divenuto “del mondo esperto e de li vizi umani", metaforicamente dunque un lupo di mare, avendo appreso con la maturità la lezione dell’esistenza, si tiene lontano da ogni passione, “e fuma”. Particolare, quest’ultimo, non insignificante, poiché indica non soltanto il distacco dell’uomo da ciò che osserva, ma anche la ricerca del piacere minuto tra le cose modeste e piccole, nella libertà più totale da bramosie e conflitti.

E, a proposito di ciò, mi piace rammentare i versi di Lucrezio, col quale avverto una profonda affinità:

 

                    Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,

                   e terra magnum alterius spectare laborem;

                   non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,

                   sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.

                                                    (De Rerum Natura, II 1-4)

 

Vi è ancora un’altra poesia che vorrei trascrivere, apparsa sul quinto volume dell’antologia L’altro Novecento, edita da Bastogi, a cura di Vittoriano Esposito. Sono soltanto tre versi, ma non è mica uno haiku. Confesso che mi piace, mi si perdoni l’impudenza, perché è mia.

 

                                            GIORNO

 

                     Ombre sognanti verso l’occidente.

                     La pleniluce annulla l’estensione.                                                                              

                     Ombre stanche, appassite, volte a oriente.

 

Dovrebbe apparire evidente, mi sembra, quanto si vuole rappresentare, in maniera incisiva e con una appropriata similitudine: i momenti fondamentali dell’esistenza, giovinezza, maturità, vecchiaia, descritti mediante un normalissimo fenomeno astronomico, quello del moto apparente del Sole attorno alla Terra.

Sorto appena l’astro, le ombre dei corpi si allungano verso il luogo opposto al suo sorgere, l’occaso; nell’ora meridiana, quando esso è nel punto zenitale, le ombre si addensano attorno ai corpi che le proiettano, per poi avanzare e prolungarsi ad oriente, mentre il dì inclina al tramonto.

In ciò io scorgo una analogia molto bella.

Le “Ombre” sono l’Uomo (Pulvis et umbra sumus, afferma Orazio); “sognanti”: quella verde età, quella primavera della vita che tende all’avvenire, e guarda avanti a sé con uno sguardo ricolmo di attese mendaci.

 

                     Che pensieri soavi

                     Che speranze, che cori, o Silvia mia!     

                     Quale allor ci apparia

                     La vita umana e il fato!

 

Sospira Leopardi, rimembrando tempi che furono.

 

Ma la giovinezza si trasforma; diviene età adulta. La maturità, la “pleniluce”, propende all’agire e “annulla l’estensione” dei sogni, per concentrarsi tutta sulla realtà e sull’operare, così come Faust brama la Tat, l’azione.

E sopravviene, poi, inesorabile, il crepuscolo che prelude alla notte.

Allora le “Ombre stanche, appassite”, giunte a quell’età dove ognuno deve

 

                     calar le vele e raccoglier le sarte,

 

si volgono nostalgicamente a considerare e il cammino percorso e gli anni consumati, in un consuntivo di quanto hanno compiuto, tralasciato, o ancora da fare; non che i sogni chimerici e “le belle illusioni”, che hanno alimentato il loro agire. Ignare, molte di esse, dell’osservazione di Lucio Anneo Seneca:

 

Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac negligentiam diffluit, ubi nulli bonae rei inpenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus

 

Ecco, in quei tre versi, che a me sembrano riusciti, attraverso un giuoco di immagini sono state espresse multa paucis. Per una migliore resa sul piano linguistico e poetico, credo che il termine “pleniluce” sia atto ad esprimere efficacemente la pienezza della luminosità del mezzogiorno. Inoltre, particolare davvero curioso, dopo avere scritto questa poesia mi son reso conto che le lettere iniziali formano un acrostico: OLO.

In italiano non vuol dire niente; tutto al più, è un grecismo usato in alcune parole composte. In finlandese, invece, significa: “esistenza”.   

                    

                                                         VII

 

E andiamo ad altro argomento che mi urge.

Trovo che molta “poesia” odierna è assolutamente priva di “poesia”.

La si potrebbe definire poesia impoetica? Ma se è impoetica, allora che poesia è? Che bel guazzabuglio! In ogni caso si tratta di qualcosa di assolutamente cerebrale, e così gelida, così incomprensibile, che non fa presa in alcun modo, non trovando corrispondenza alcuna e nel sentimento, e nell’immaginazione.

Aberrazione, quindi, privata da ogni essenza poetica, snaturata, resa inefficace, il cui dominio è il caos in cui la ragione si disperde, il sentimento diviene un mero flatus vocis e l’immaginazione impazzisce, smarrendosi nel vuoto di una folle astrattezza.

Antipoesia!

Ma in altri evi, tra le antiche genti, la poesia fu ricchezza d’immaginazione, e canto, e ritmo, e attraeva, e affascinava, e commuoveva, poiché eccitava in uno e la fantasia e il sentimento. Ed i poeti apparivano circonfulsi da un’aureola di sacralità. Non a caso il mito greco immaginò Orfeo, poeta e musico della Tracia, il cui canto, accompagnato dalla cetra, ammansiva finanche le belve.  

Non vi è stato alcun popolo che non abbia avuto i suoi poeti e che non li abbia degnamente onorati. Sfogliamo pure le pagine dell’Odissea, vi troveremo diversi luoghi dove altamente elogiata è la figura dell’aedo:

 

                     “…   aedo, che canto agli déi ad agli uomini.  

                     da me ho imparato, il dio m’ispirò ogni sorta

                     di canto nell’animo...”

 

dice Femio di sé, supplicando Odisseo di risparmiarlo, quando avviene la strage dei Proci.

E al banchetto nella dimora di Alcinoo, re dei Feaci, queste parole Omero pone in bocca al sovrano:

 

                     “Chiamate il cantore divino:

                      Demodoco: a lui un dio largì il canto,

                      per allietare, come l’animo l’induce a cantare”.

 

Lo stesso eroe encomia il cantore:

 

                            “Demodoco, io ti lodo al disopra di tutti i mortali:

                      o ti ha istruito la Musa, figlia di Zeus, o Apollo”.

 

Dobbiamo considerare tali espressioni come semplici esornativi, artifici che valgono per rendere più alta e solenne l’elocutio? O, piuttosto, non sono la testimonianza dell’elevata considerazione in cui venivano tenuti i poeti?

Mi sembra che la risposta sia ampiamente scontata.

E non soltanto presso i Greci dell’età classica, ma anche tra altri popoli, quelli cosiddetti “barbari", chi sapeva comporre era tenuto in grande considerazione.  

La Grecia ebbe aedi (aoidos, “cantore”) e rapsodi; le popolazioni delle aree germaniche e norreniche, i bardi e gli skaldi, celebratori di gesta e custodi delle tradizioni, non che maestri di sapienza. E il popolo li seguiva e li onorava.

Consideriamo un po’ il latino vates, donde l’italiano vate. Tra tutti i sinonimi usati per indicare chi fa poesia esso è il termine più alto che si possa usare, in quanto indica il più alto grado di eccellenza a cui può giungere un poeta. Infatti, “sommo vate” è la locuzione per antonomasia con la quale si definisce Dante, anche se essa mi pute di retoricume e di luogo comune; comunque, generalmente parlando, è così. Gli antichi consideravano sacra la figura del vates, colui che proferiva i “vaticini” (vaticinium, “profezia”; “predizione solenne", da vaticinari, composto di vates, “divinatore” e canere “cantare), perché divinamente ispirato. Il vate, insomma, era il profeta-poeta. Egli parlava perché riceveva l’ispirazione, come se una potenza sovrumana lo insuflasse, secondo l’opinione, anzi la convinzione, diffusa e indiscussa di quei tempi.  

Certe credenze tramontano, tuttavia il loro ricordo rimane ben radicato nelle parole che sopravvivono ad esse. Pertanto, questo termine di uso corrente, “ispirazione", richiama alla memoria quelle epoche remote in cui si credeva che il poeta ottenesse la sua facoltà poetica da una divinità che gliela infondeva, secondo l’etimo del verbo latino “inspirare”.   

La poesia antica nasceva dal medesimo stupito fantasticare di un pensiero primitivo e ingenuo, che si lasciava avvincere dalla meraviglia davanti ad una natura incomprensibile e a tutti quei fenomeni, apparentemente inspiegabili, che potevano atterrire o riempire di estatica ammirazione. E così, gli Antichi riempirono il mondo, popolando la terra e il cielo, con i fantasmi della loro immaginazione.

Ed è proprio quanto afferma Vico in due “degnità” de La scienza nuova:

 

La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio.

 

Nella sentenza successiva si afferma:

 

Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è propietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive.

Questa degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.

E su questo argomento il filosofo napoletano mi richiama di necessità a quanto afferma Giovanni Pascoli ne Il Fanciullino

Egli [il Fanciullino] è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei… egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose.

Tale principio lo ritroviamo in una breve poesia di Myricae, che vale la pena di essere riletta.

 

                                            Il Mago

 

                      “Rose al verziere, rondini al verone!”

 

                     Dice, e l’aria alle sue dolci parole

                     Sibila d’ali, e l’irta siepe fiora.

                     Altro il savio potrebbe; altro non vuole;

                     

                     Pago se il ciel gli canta e il suol gli odora;

                     suoi nunzi manda alla nativa aurora,

                     a biondi capi intreccia sue corone.

          

È cosa naturale che, per progresso dei tempi, le favole antiche e i miti esistano soltanto a livello di memoria storica. Chi mai, oggi, potrebbe credere che il fulmine sia la saetta di Zeus, o il tuono il rumore del martello Mjolnir, scagliato attraverso l’aria dal dio Donner o Thor della mitologia germanico scandinàva? Chi popolerebbe le foreste notturne di elfi e silfidi, le visceri della terra di nani e coboldi, e i fiumi di ondine? Credenze successive, stratificate su quelle antiche e l’avanzamento del pensiero razionale e della scienza hanno fatto piazza pulita di tutto ciò.    

Eppure la mitologia, soprattutto quella classica, è stata la fonte più feconda per l’arte, sia nel campo figurativo che letterario; molte figure mitologiche possono aver valore di metafora anche nella nostra disincantata e spregiudicata epoca.

Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Quello su cui mi preme di ribattere è l’intelligibilità dell’opera poetica. E prendo il discorso un po’ alla lontana.

A chi, noi, paragoneremo il poeta? Vergando queste righe mi è venuto di pensare ad Aristocle, uno tra i maggiori filosofi greci, noto meglio col soprannome di Platone. Egli concepì l’idea di un “Demiurgo” che avesse “fabbricato” il mondo della realtà, in altre parole il mondo del sensibile, prendendo come modello quelle Idee, eterne e immutabili la cui sede è oltre la volta celeste (Hypér Ouranos). Ebbene, sotto certi aspetti, non dissimile dal Demiurgo platonico è il poeta (o l’artista in generale), poiché, traendo motivo dalla realtà circostante, crea, o per meglio dire “ricrea", a secondo della propria capacità e sensibilità. Per quanto sia libero di spaziare con l’immaginazione, per quanto possa concepire le immagini più assurde e impossibili, egli non può, tuttavia, prescindere dai dati del reale; come l’Essere congetturato da Platone non può disporre gli oggetti del mondo sensibile senza il supporto delle Idee iperuranie, basandosi semplicemente sul nulla.

Cercherò di spiegarmi con un esempio. Supponiamo che qualcuno parli di un triangolo che deambuli con gli occhi, l’idea più stravagante che si possa concepire. Nondimeno essa è basata su fattori reali. Infatti: il triangolo esiste; l’azione del deambulare c’è; gli occhi sono reali. Questi elementi, diversissimi tra loro, ma pur sempre reali, vengono congiunti dalla fantasia in un’immagine chimerica, et voila, les jeux sont faites.      

Chiunque legga una descrizione del genere sa benissimo che si tratta di qualcosa di assurdo, qualcosa di completamente estraneo alla nostra realtà; ma vi troverà sempre un alcunché di noto e di familiare, dal momento che la suddetta immagine, per quanto impossibile, è formata da cose concrete.

Per chiarire ancor più, ricorrerò ad un esempio tratto dal poema dantesco.

Nel canto decimosettimo dell’Inferno il poeta descrive, personificandolo e dandogli forma visibile nella figura di Gerione, un vizio morale: la frode.

Come si può raffigurare, visivamente, un concetto immateriale, una astrazione, un’idea, un qualcosa, insomma, nella “ineluttabile modalità del visibile”?

Semplicemente facendo ricorso a tutta una serie di immagini metaforiche, le quali, a loro volta, si rifanno a degli stereotipi radicati nell’immaginario collettivo. Ed è proprio quello che ha fatto l’Alighieri.

 

                      La faccia sua era faccia d’uom giusto,  

                     tanto benigna avea di fuor la pelle,

                     e d’un serpente tutto l’altro fusto;

                        due branche avea pilose insin l’ascelle;

                     lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste

                     dipinti avea di nodi e di rotelle.

                       Con più color, sommesse e sovraposte

                     Non fer mai drappi Tartari né Turchi,

                     né fuor tai tele per Aragne imposte.

                     …..

                       Nel vano tutta sua coda guizzava,                         

                     torcendo in su la venenosa forca

                     ch’a guisa di scorpion la punta armava.

                                           (Inf. XVII, 10-18; 25-27)

 

Esaminiamo attentamente questa descrizione. Il mostro, che nella mitologia greca era un essere tricorpe e tricefalo, abitava nell’isola di Eritea e fu ucciso da Eracle in una delle sue dodici fatiche, nel poema diviene l’incarnazione della frode. Perché il volto abbia l’aspetto gradevole “d’uom giusto", è quanto chiarisce lo stesso Dante, parlando del fraudolento: “… ne la faccia si mostra amico, sì che fa di sé fede avere, e sotto pretesto d’amistade chiude lo difetto de la inimistade” (Conv. IV, XII, 3), con parole che rammentano, sia pure alla lontana, quelle della lettera attribuita a Paolo, là dove è scritto: “… anche satana si traveste da angelo di luce” ( 2 Cor., 11:14). Gustave Doré, che tra l’altro ha illustrato anche la Divina Commedia, raffigura la “sozza imagine di froda” col sembiante di un vegliardo austero, rappresentando mirabilmente la narrazione dantesca.   

Il rimanente del corpo è anguiforme. In quella parte del Pentateuco, o Torah, che riguarda il mito edenico troviamo queste parole: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche” (Gn. 3:1), infatti con le sue insinuazioni riesce ad ingannare Eva, con tutte le ben note conseguenze. Dunque il serpente, chi sa poi perché, viene considerato un tentatore. È possibile che a questa strana idea si sia ispirato il poeta nel concepire la sua allegoria. Comunque è un concetto che fa parte del bagaglio “culturale” collettivo.   

Il corpo del mostro, emblematico anche questo, appare arabescato da “nodi” e “rotelle", mentre la coda ha la punta velenosa in guisa di scorpione.

Ci troviamo così davanti ad una serie di simboli, “segni” familiari alla coscienza collettiva, comprensibili per chiunque viva in un determinato contesto culturale.

    La metafora è più che evidente, chiara come una viva fiammella.

Raffigurazione siffatta stimola l’immaginazione e, tramite essa, può scuotere, scuote anzi senz’altro, la nostra sensibilità morale. L’atto del poetare si trasfigura, così, in un atto etico, riuscendo a comunicare un messaggio alla nostra coscienza. Ma perché ciò avvenga è necessario che vi siano punti di riferimento ben recepibili. Diversamente, il messaggio, qualunque esso sia, diviene ermetico, incomprensibile e afasico nella sua indecifrabile oscurità, e quindi vanifica la propria natura.     

Abbiamo equiparato il poeta al Demiurgo di platonica memoria, e non soltanto perché “crea” traendo ispirazione dalla realtà in cui è immerso, ma anche per un altro fondato motivo. Il significato di demiurgo è, letteralmente, “colui che lavora appartenente al popolo”. Questo termine, nella Grecia classica, indicava il lavoratore libero; in alcune città greche uno dei magistrati principali, e in Atene chi apparteneva alla classe degli operai e degli artigiani.     

Ecco, in senso molto lato, diciamo pure che il Demiurgo è chi lavora per gli altri. Ma che razza di artigiano sarebbe un artigiano che si mettesse a produrre oggetti che dovrebbero essere di uso pratico ma inutilizzabili? Loderemmo un ebanista che fabbricasse mobili inadatti all’uso per cui sono stati fatti? Accetteremmo una sedia scomoda, non confacente alla nostra struttura anatomica, e quindi inutilizzabile? Approveremmo il calzolaio che facesse scarpe impossibili da calzare, o il sarto per dei vestiti assurdi che non si riuscisse ad indossare? Certamente, no. È valido, e degno dunque di approvazione, chi riesca a compiere un lavoro, qualsiasi cosa possa essere, a regola d’arte e conveniente allo scopo.

E questo precetto non vale anche per chi scrive?

Scrivere significa comunicare , cioè “rendere comune", fare partecipi gli altri, “trasmettere” (trans -mittere, mandare oltre). Ma che valenza possiede la parola, scritta od orale, quando il senso diviene indecifrabile ed il significato si trasforma in un nonsense? Come può esservi comunicazione, venendo a mancare qualsiasi punto di riferimento e in assenza di un codice semantico?

Come il corpo non tollera e rifiuta l’uso di oggetti inadeguati alle sue esigenze, così la mente ricusa quanto non sia conforme alle proprie capacità intellettive. Affinché l’accoglimento avvenga, è necessaria una adaequatio rei et intellectus.

Abbiamo veduto un limpido esempio in Dante: il messaggio che egli ha voluto trasmettere, personificando e descrivendo la “bestia malvagia", ovvero sia la frode, è d’una grande chiarezza, e non lascia adito ad alcun dubbio. Ciò che il poeta ha inteso esprimere, noi lo recepiamo, secondo le sue intenzioni, assimilandolo. E così per tutto il resto del poema.

Naturalmente, la Divina Commedia può anche essere un’opera totalmente incomprensibile, ma solo in talune circostanze specifiche, vale a dire se mancano quelle necessarie conoscenze, linguistiche, storiche, mitologiche, religiose, atte ad intenderla. Persino un Pandit, in un caso siffatto, la troverebbe oscura e inesplicabile.       

Molta della produzione “poetica” odierna è tenebrosa ed incomprensibile, proprio perché del tutto assenti sono nella sua struttura quelle essenziali coordinate semiotiche in grado di renderla recepibile e quindi accessibile. Il poeta, o sedicente tale, si pone, quindi, nella stessa condizione dell’ipotetico artigiano di cui sopra il cui manufatto sia inutilizzabile.

Di esempi ve ne sono a migliaia, vediamone qualcuno.

 

                     L’eco fanciulla

 

                     quel crinale

                     di rare esili                                    

                                     rame

                     trapela dove

                     langue

                              d’esitazione

                     laggiù

                              fatta

                             bagliore

                     di umana      

                     non umana

                             parte

                            di ore

                     che vuole

                             fondersi

 

 

Questi sono i “versi” di una “poetessa”. Altro esempio? Eccolo, quelli di un “poeta”:

 

 

                      A giovane parto a ricciolo ogni mio mio

                     Donde ci furono spazi nonché veroni e

                                                                             castelli

 

                     Il passero solingo già mi turba aperto in squarci

                     Camminavamo accanto ed era il tuo l’odore

 

                     A nobile richiamo fummo vittime voi ed io

                     Saperti tutto buono desiderabile

                     Come biscotto nel latte tuffato

                     “che è santo e non turba”

                     

Ancora un’altra “poetessa”:

 

                                 IL NANO

 

                      Non c’è più la simmetria

                     Scongelata la parola un flusso

                    scivola nudo il viola

 

                     Mani di vetro battono

                     la pioggia al rosso pagano

                     delle tempie se le dischiude

                     sulla linea della fede  

                     un cono d’ombra

                    

                     Per radici di silenzio cammina

                     i passi alle mie spalle un occhio

                     e strega ghigna il nano

                     la sorte sul cuscino

 

Che poesia è una “poesia” siffatta? Leggendola, come le altre citate a mo’ d’esempio, mi viene da pensare che chi componga versi di cotal genere è simile ad un Narciso: invaghito della propria immagine, e contemplandola, non riesce a vedere nient’ altro se non se stesso. Si comprende soltanto da sé, nulla di più. Le sue parole diventano una pura astrazione in cui si compiace, simile alla deità dell’apostrofe dantesca,     

 

                           O luce etterna che sola in te sidi,

                     sola t’intendi, e da te intelletta

                     e intendente te, ami e arridi!

 

Ma esse non hanno il carisma dell’intendimento, poiché non vi è un ubi consistam su cui fondarsi, all’infuori del pensiero astratto di chi le scrive. In tal modo, la parola, dai Greci definita logos, termine che implicava significati diversi, ma sempre connessi all’actus cogitandi, finisce con l’essere posta in una condizione di inconcretezza e pertanto alienata dalla sua naturale funzione. E così la poesia, ovvero quella che impropriamente viene dichiarata tale, diviene afasica, si riduce ad un balbettio delirante, e conclude con lo sfumare in un vuoto metaverbico.

Mi si affaccia alla mente un ricordo, una rimembranza d’altri tempi, quelli della mia adolescenza. Avrò avuto quattordici anni all’incirca, e frequentavo la Scuola Media. Mi piaceva leggere, allora come adesso, e scorrazzavo per l’Antologia che avevamo in dotazione. In quegli anni le antologie scolastiche mica erano come quelle odierne, dove si tratta per la maggior parte dei tanti problemi della società, ma la cultura letteraria viene emarginata, per il fatto che la scuola odierna è politicizzata e sindacalizzata, proprio perché, purtroppo, adeguata alle mode ideologiche correnti, basate sul cosiddetto “sociale”. Ebbene, in quell’Antologia lessi un poemetto; si trattava dei versi di Giacomo Zanella: Sopra una conchiglia fossile. Ero ancora un pischello (come si dice in romanesco), e tuttavia, rammento, venni conquistato da quei versi lì, che mi suggestionavano fortemente, schiudendomi visioni d’ere arcaiche e di future “sorti magnifiche e progressive", per dirla con Terenzio Mamiani, e facendomi fantasticare una società redenta dal male in un mondo diverso e migliore.

Certo, oggi sorrido al ricordo di quei miei sogni adolescenziali, nonché al candore del buon Zanella che me li aveva ispirati con la sua poesia. La vita e lo studio mi hanno insegnato ben altro, e preferisco il disincantato pensiero di Leopardi e di Guadagnoli a tutte le illusioni e le chimere che la realtà s’incarica di smentire inesorabilmente. Ma non è questo il punto. Ciò che mi preme di porre in evidenza è il fatto che io avevo compreso quanto il poeta aveva inteso esprimere. E non ero che un ragazzo!

E ancora un altro ricordo, “dolce ne la memoria”. Frequentavo le Elementari, e qualche volta mia mamma mi recitava certi versi de La cavalla storna. Premetto che non possedeva nessuna cultura; appena una scarsissima istruzione, non avendo conseguito neanche la licenza della quinta, il minimo, ai suoi tempi. Eppure, eppure rammentava quella poesia, quei versi le erano rimasti impressi, scolpiti nella mente. Perché? Perché sono tali, quei versi del Pascoli, da toccare le corde del sentimento, e quindi commuovono. Ecco, essi sono immediati e penetrano nel “cuore” (mi si perdoni il luogo comune, espressione quanto mai trita e infelice), destando la nostra sensibilità. E si ricordano non soltanto perché una volta c’era la buona abitudine di esercitare la facoltà mnemonica, ma, soprattutto, per la connessione logica del testo, che ne determina la necessaria comprensibilità, e per la scansione della parola che si fa ritmo, quindi verso.

Ma cosa rimane, in noi, di quanto oggi si scrive e si legge? C’è qualcosa che possa fissarsi nel nostro animo, ed eccitare l’immaginazione, e agire sul sentimento, e indurre alla riflessione o, ancor più, alla meditazione?

Ci ritroviamo nella medesima condizione di chi entri in un luogo affollato, tra strepito di voci, bailamme di suoni discordi e rumori d’ogni genere, dove non si intende nulla; non si hanno percezioni distinte, ma si ode un frastuono da ammattire. Orbene, la lettura di certa “poesia", che anche uno scarabeo stercorario rifiuterebbe, produce lo stesso identico effetto.

E su coloro che si fanno promotori di questa “poesia", sia che la compongano, sia che in sede critica l’accolgano favorevolmente, io, senza tanti complimenti, mi scaglio con le stesse parole che l’allora ventenne Alessandro Manzoni poneva in bocca a Carlo Imbonati:

 

                                                           Ma sdegno

                      Mi fero i mille che tu vedi un tanto

                      Nome usurparsi, e portar seco in Pindo         

                     L’immondizia, e l’arroganza,

                     E i vizj lor; che di perduta fama

                     Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso

                     Far di lodi mercato e di strapazzi.

 

Anni orsono, soggiornando ad Artena, conobbi un sacerdote; insegnava nella Scuola Media locale, e ha pubblicato qualche libro, tra cui una silloge, Ricordi della Mia Giovinezza, stampata a Roma nel “74, e della quale possiedo una copia. Un libretto piuttosto ingenuo, con poesie che sanno d’Ottocento, e versi in uno stile senz’altro manzoniano, da far pensare addirittura agli Inni sacri.

L’autore dichiara, esplicitamente e con semplicità: “ Ho scritto queste poesie a sollievo del mio spirito, spesso in contrasto con le avversità della vita”, volendo significare che non ha pretese di fama; non ambisce propagare messaggi altisonanti; non mira ad una facile quanto futile fama; non si arroga la pretesa di fare chi sa che.

Egli aveva scritto per sé stesso.     

Allora lo giudicai piuttosto severamente. Adesso, per la lontananza del tempo, e dopo essermi ammorbato con quel sudiciume “che tutto ‘l mondo appuzza”, reso più maturo, grazie anche ad esperienze negative, il mio atteggiamento è mutato. Leggo i suoi versi, col senno del poi, e mi ritrovo “in più spirabil aere”.

In quei versi vi è certamente un eccesso di manzonianicità, e ciò m’induce a sospettare di una pedissequa imitazione del grande modello, donde si ravvisa la modulazione d’un linguaggio poetico ormai del tutto superato.

Ciò nonostante, quelle poesie hanno una lor grazia, una fresca soavità; e, ancorché vi siano ingenui luoghi comuni, che hanno sapore di neiges d’antan, trovo gradevole e amabile la loro lettura. Ed eccone un saggio:

 

                     Gelida e bruna l’aria ravvolge

                     in triste ammanto la terra e il ciel;

                     Foglie ingiallite il vento volge

                     In lenti giri nel grigio vel.

 

                                  Per la campagna, deserta e brulla,

                                Non s’ode il canto d’un uccellin,

                                Non la canzone d’una faciulla,

                               Non il belato d’un agnellin.

 

                     Il verno impera rigido e muto,

                     Il gelo imbianca le case e il suol,

                     Di là dai monti, mesto saluto,

                     Pallido e scialbo, ne manda il sol.

 

Per quanto si possano fare delle ragionevoli riserve sul linguaggio, ormai largamente antiquato, bisogna pur convenire che queste tre quartine, tralasciando il rimanente, la poesia è un po’ lunghetta, possiedono una loro patetica liricità. Davvero bella, perché vigorosa, l’immagine dell’Inverno “rigido e muto”. Inoltre i versi scorrono senza intoppo; poiché la metrica, nella cadenza del decasillabo, è perfetta. E ve n’è ancora un’altra, della quale voglio trascrivere se non altro un paio di strofe: 

 

                              È GIUNTO OTTOBRE

 

                     È giunto ottobre; tacciono

                     Sul colle i bei vigneti

                     Da cui giocondi cantici

                     Si son levati al ciel.

           

                                E, fra i rosati pampani,

                                Più non si mostran lieti

                               Bianchi e rosati i grappoli

                               Dal rugiadoso vel.

 

Vi trovo una levità e una grazietta tutta settecentesca, da rievocare le strofe lievi del Metastasio; oppure quelle odi del Parini, come La Primavera, dove il verso mi rimembra le note gentili di un clavicembalo o d’una spinetta.

Ebbene, io affermo, sostengo, che quest’uomo, don Amedeo Vitelli, allora parroco della Collegiata di Santa Croce in Artena, è, sia pure in nuce, veramente poeta. E dico in nuce poiché son convinto che se egli avesse coltivata la sua propensione alla poesia, se si fosse sottoposto alla necessaria disciplina per rendere più moderno il linguaggio e lo stile; togliendo certi languori deamicisiani che traspaiono da alcune poesie, avrebbe ottenuto risultati ancor più positivi.

Perché, dunque, ho creduto opportuno soffermarmi su una persona affatto sconosciuta, un ignoto poeta da nessuno menzionato, sul quale in nessuna occasione si sono accesi i riflettori della critica, né mai è stato gratificato da “riconoscimenti ufficiali”? Perché, nonostante una certa arcaicità di linguaggio, appare evidente che vi è uno studio, un humus culturale, anche se alquanto superato, e quindi voglio proporlo come esempio a chi aspiri dedicarsi all’arduo mestiere del poeta.

E proprio per questo motivo mi sorride l’idea che nel grande registro delle Muse, da qualche parte, magari in un angolino, magari a caratteri piccini, sia iscritto il suo nome, che ricordo con affetto.

 

Vorrei, per concludere su questo soggetto, riferire il pensiero di un intenditore; un acuto intenditore qual è Vittorio Sgarbi, riportando testualmente quanto ha dichiarato in un suo libro:  

 

La pratica letteraria nasce da una conoscenza molto attenta di quello che è capitato prima di noi; non nasce dal nulla, non nasce dalla spontaneità, non nasce dalla creatività libera; anzi: si può dire che gli elementi più negativi per un poeta sono proprio i sentimenti, la spontaneità, la creatività libera, ossia quello che in genere viene dato per essenziale da chi definisce cosa sia la poesia. Amare, avere sentimenti, provare emozioni è cosa comune; molte persone sono in grado di commuoversi guardando un paesaggio, e pressoché tutti sanno cos’è la sofferenza, cos’è l’amore: ma il fatto che chiunque provi emozioni non comporta che poi sia in grado di esprimerle, tanto meno in forma poetica. La forza del poeta, dunque, sta non tanto nella qualità delle sue emozioni, che ha in comune con gli altri - e che potrebbe anche avere in misura minore rispetto agli altri -, bensì nella capacità di rappresentarle e di esprimerle.

 

Se, in determinati casi, una certa astrattezza suggerisce particolari significati evocativi, nuoce tuttavia una totale oscurità che renda incomprensibile, anzi annulli affatto il dettato poetico. Dunque non più Poesia, bensì grado zero della scrittura, caoticità della parola, impossibilità di comunicazione…

 

                        the rest is silence.

 

 

 

 

                                                          VIII

 

Vi è ancora un altro argomento degno del nostro interesse e della nostra riflessione: lo stile. Chiunque abbia studiato la Divina Commedia ricorderà le parole con cui Dante, riverentemente, si rivolge a Virgilio nel momento del loro incontro:

 

                          Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;

                     tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

                     lo bello stilo che m’ha fatto onore

                                           (Inf. I, 85 - 87)

 

Quel poeta che i posteri appelleranno “sommo” e “divino", con epiteti altisonanti che certamente avrebbe disapprovato, poiché al genio non occorrono orpelli di chincaglieria verbale, non si peritò di riconoscere pubblicamente in Virgilio la sua guida intellettuale e morale, quasi un magister vitae, non che il debito che ebbe nei suoi confronti per “lo bello stilo"che ha reso degna e immortale la sua opera.

Stilo, un vocabolo più prossimo al latino stilus che non l’italiano “stile”. Termine che assume diverse sfumature semantiche, tutte riconducibili ad un unico, originale significato. Lo stilus, strumento di scrittura per i Latini, indicava altresì il “genus scribendi", e in questo senso viene universalmente inteso.

Non intendo, in questa sede, soffermarmi sui diversi stili: sublime, medio, tenue; subtile, robustum, floridum, oppure attico, asiatico, rodio. Ciò che mi propongo è, semplicemente, cercare di porgere qualche suggerimento attraverso l’analisi della parola e dei versi che esamineremo più innanzi.

Occorre tener presente che una composizione, per quel che concerne il fattore lirico ed evocativo (vale a dire immagini ed impressioni) non deve prescindere dalla laconicità, intendendo con questo un linguaggio scevro da lungaggini, ridondanze, aggettivazioni sovrabbondanti e inutili, l’uso delle quali nuoce all’effetto poetico. I cattivi versi, i versi impoetici nascono proprio perché manca il senso critico a far da supporto; mancanza dovuta a immaturità, la quale, a sua volta, affonda le sue radici nell’ignoranza e nella presunzione.

Dico, è ovvio, di tutti quelli che si credono poeti senza averne la naturale predisposizione, poiché non basta l’ispirazione a produrre poesia: diviene essenziale un attento, vigile studio sulla parola; una continua riflessione; un senso critico, e autocritico, ben desto. La qualcosa significa, anche, lavorare con pazienza, molta pazienza, e impegno.

A sostegno di ciò, addurrò degli esempi, riportando parte del materiale reperito durante svariate letture. Si tratta di “versi” che mi hanno colpito per la loro particolare inefficacia.

 

                     Fino a quando gli occhi non lacrimano.

 

Ecco un’espressione banale, e del tutto insignificante nella sua prosasticità, scritta con la pretesa di avere composto un verso.

Comunque questa frase avrebbe potuto avere una certa valenza, non dico propriamente lirica, ma almeno metrica, qualora fosse stata composta, pur mantenendo le stesse parole, nel seguente ordine:

 

                     Fino a quándo non lácrimano gli ócchi.

 

Come si può vedere chiaramente, posponendo l’articolo e il sostantivo al verbo, l’insieme delle parole acquista la dignità di un endecasillabo. Infatti, nella successiva disposizione, l’accento ritmico cade sulla penultima sillaba, secondo quanto prescritto dai dettami della metrica. Certo, poeticamente non è un gran che, ma almeno è un verso, con gli accenti al posto giusto per scandire un determinato ritmo. Quello, appunto, delle leggi metriche.

 

La poesia è un’architettura di parole che stanno in piedi in un modo altrimenti impossibile…

 

Secondo l’inconfutabile osservazione di Vittorio Sgarbi.

 

Esaminiamo adesso questi altri “versi”:

 

                     Non attingo

                     acqua fresca alla fonte

                     se non ci sei.

 

Vediamo un po’: qui ci troviamo, addirittura, davanti a due topoi lapalissiani: un sostantivo e un aggettivo, ingombranti e del tutto superflui.

È evidente che ad una fonte non si possa attingere altro che acqua; è ovvio, e scontato, che una fonte non è mica un geyser, o un distributore di benzina, per così dire. In una fonte vi si trova acqua e soltanto acqua. È altrettanto logico che l’acqua della fonte non possa non esser fresca. Quindi lo specificare non solo è inutile, ma anche insensato. Nell’ultimo verso, poi, quel “ci” è una zeppa, dal punto di vista metrico, in quanto concorre a distruggere ancor più l’armonia dell’insieme. “Se non ci sei” è un quinario, e da solo potrebbe anche andare bene; ma, ripeto, da solo. Considerandolo unitamente ai “versi” che lo precedono, non regge proprio. L’effetto del tutto è un effetto prosastico. Possiamo ancora avere il coraggio, dal punto di vista tecnico, di considerare e definire poesia queste frasettine impilate e sbolognate come versi?   

Rileggiamo adesso in altro modo, e con le modifiche opportune:

  

                     Non attingo alla fonte

                      se non sei.

 

Tolto il ciarpume dei pleonasmi, buttata via la zavorra, abbiamo ottenuto due versi dignitosi, meritevoli d’essere scritti: un settenario e un quaternario (o quadrisillabo), col canonico ictus sulla terza sillaba. Volendo, potremmo farne un endecasillabo: 

 

                     Non attíngo alla fónte, se non séi.

 

Con la caduta degli accenti sulla terza, sesta, ottava e decima sillaba.

 

In quanto alle zeppe, a quei pleonasmi che talvolta possono sfuggirci dalla penna, eh, è proprio il caso di dire, con quell’Antonio Ferrer di manzoniana memoria: Pedro, adelante con juicio. Intendo, in altre parole, che si deve prestare la massima attenzione per evitarle, quando non siano strettamente necessarie. Leggendo tempo addietro una traduzione di Piero Chiara del Satyricon, ho trovato qualcosa che mi ha lasciato piuttosto perplesso.

Nel testo originale è scritto: 

 

Cum quaererem numquid nobis in prandium frater parasset, consedit puer super lectum et manantes lacrumas pollice extersit.

 

Piero Chiara traduce:

 

Mentre chiedevo a Gitone che pranzo ci avesse preparato, egli sedette sul letto asciugandosi con il pollice le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi.

 

Francamente non capisco. Da dove possono uscire le lacrime, se non dagli occhi? Io vi vedo implicita una sorta di tautologia di nessuna utilità, dal momento che queste secrezioni sono il prodotto delle ghiandole connesse all’occhio. E allora, trattandosi di uno scrittore come Piero Chiara, mi consolerò con Orazio: Quandoque bonus dormitat Homerus.

Bisogna pur convenire che gli errori nuocciono sempre allo stile, sia che si tratti di poesia, sia che si tratti di prosa. Un verso brutto rovina la bellezza di una composizione, così come una macchia su un bel quadro. Ma purtroppo persino autori validi, poeti degni di questo nome, finiscono nella tagliola di un prosastico modus scribendi, e così ho trovato versi stilisticamente impoetici, perché non metrici. In Casa paterna, da Inaugurazione della primavera di Corrado Govoni, vi è una descrizione bella, ma infelice per uno che ne deturpa l’estetica.   

 

                     Il forno, quando si faceva il pane,

                     mandava un bagliore d’aurora

                     contro il cielo formicolante di stelle…

 

C’è una piacevolezza descrittiva ed evocativa; anche il verso finale ha un alcunché di poetico, a livello di contenuto, però, da un punto di vista rigorosamente metrico non lo è affatto. Sarebbe stato senz’altro più efficace, se Govoni avesse scritto:

 

                     contro il formicolio di tante stelle

 

Nella stessa poesia ho trovato quanto segue:

 

                     e il pendolo di legno

                     dalla mostra annerita dalle mosche

                     ha lasciato il posto a una sveglia di metallo

                     dipinta a color noce…

 

Davvero infelice, il penultimo verso: prosa assoluta!

Cerchiamo allora di rivederlo in altro modo; così:

 

                     ha lasciato il suo posto ad una sveglia,

                     di metallo, dipinta color noce…

 

Per quanto possa sembrare pleonastica la presenza del possessivo, e in effetti lo è, essa ha, tuttavia, l’utilissima funzione, assieme alla preposizione con la “d” eufonica, di ottenere un endecasillabo perfetto.

Mi chiedo come mai Corrado Govoni, senza dubbio un poeta di tutto rispetto, si sia lasciato andare a una scrittura impoetica del genere, e non si è reso conto della aritmia di taluni versi. Tranne che non sia un effetto voluto, e che comunque, nel caso specifico, non ha dato poetici frutti.

Continuiamo la nostra disamina su certi “poeti” contemporanei, leggendo qua e là.

Tempo addietro ricevetti un libro inzavorrato di critiche magnificative e senza una sola voce di dissenso. Però, ohimè (o dovrei dire, meglio, ohilui?), l’autore s’era lasciato scappare certe perle giapponesi da fare accapponare la pelle.

Tra le varie poesie ve n’è una che vorrebbe essere di tipo “tradizionale", e lo è, perché chiara, la s’intende benissimo, non vi sono deliranti funambolismi cerebrali, eppure… Ma leggiamola insieme:

 

                                    IMMENSO COLORATO

 

                     In questa notte che scivola sul cuore

                      dolce come le foglie sopra il fiume

                      Sandra porta tra i denti una canzone

                      che parla di un immenso colorato

                      di albe verdi e di docili maree

                      finite sulla spiaggia dei suoi occhi

 

                      Sandra è la mia neve ormai lontana

                      quando più a nord nasceva un’altra luna

                     ed un grammo di sole mulinava

                     sulle chiassose giostre al Valentino

 

                     Lei è il mio tempo che si fa poesia

                     se incolla i suoi sospiri in un diario

                     se nel silenzio delle sere stanche

                     carezza d’erba che mi passa accanto

 

                     Sandra bussa ad un nuovo calendario

                     da sfogliare col vento e con gli amici

                     in questa notte che scivola sul cuore

                     ubriaco di incertezze e d’allegria

 

Sono quattro strofe, e nessuna esente da imperfezioni stilistiche, che formano una poesia dedicata a una ragazza, la figliola dell’autore, in occasione dei suoi diciotto anni. Esaminiamole, attentamente, una per una.

Si consideri quell’espressione nel terzo verso della prima: “porta tra i denti una canzone”. Anche se il verso va bene come struttura metrica, essendo un endecasillabo ben costruito, sul piano dello stile non va per niente bene. Oh, ma cosa vuol dire quell’espressione lì? Ohibò non si tratterà, penso, d’una cagnolina. Non scherzo mica. Leggendo quelle parole, l’unica immagine che mi s’affaccia alla mente è quella di un cagnetto o d’una cagnetta che regga un osso, o qualcosa d’altro. È brutta, assolutamente impoetica e di pessimo gusto.

Se l’autore avesse scritto così: Sandra reca sul labbro una canzone, avrebbe composto un verso stilisticamente decente, e dunque accettabile.

C’è da considerare anche il verbo. Perché “porta”? Mi parrebbe più adatto, in quanto più poetico in questo caso, l’uso del verbo “recare”. 

 

                   …    recasti già mille leon per preda

 

troviamo nel canto XXXI dell’Inferno, allorché, nel pozzo di Cocito, Virgilio si rivolge al gigante Anteo, pregandolo di deporlo assieme a Dante nella ghiaccia dei traditori. E andiamo ad un poeta più vicino a noi nel tempo, andiamo a Leopardi, e consideriamo un verso de Le ricordanze:  

 

                     Viene il vento recando il suon dell’ora …

 

È molto bello; suggestivo per l’immagine e la dolce, ampia musicalità.

Ma lo sarebbe altrettanto, suonerebbe armonioso all’orecchio e al nostro animo, qualora il poeta avesse messo “portando”? Io credo di no. Certamente sono sempre tre sillabe, e pertanto la costruzione metrica non ne sarebbe stata sconvolta; i due verbi finiscono in “ando", quindi la resa musicale del verso rimarrebbe più o meno la stessa. Tuttavia c’è un particolare, un piccolo, apparentemente insignificante, particolare, quasi una cosina da nulla: si tratta di quello che in linguistica si definisce fonema. Il suono di “po” non mi sembra adatto come quello di “re”; in quest’ultimo vi è, direi, qualcosa di diverso, un tocco più gradevole.    

Sono appena lievi sfumature fonetiche, delle nuances, diciamo con un termine preso a prestito dalla pittura; ma che comunque hanno la loro non indifferente influenza sul risultato estetico. Il valore di un’opera consiste nella perfezione dei suoi particolari; quanto più essi saranno accurati, maggiormente l’esito sarà positivo. Pertanto, chi vuol essere poeta (ma vale anche per chi fa prosa) deve, per intrinseca necessità e forza di cose, farsi filologo, e amare e studiare la parola in tutte le sue valenze.

Proseguendo la nostra anatomia, ci imbattiamo in un altro intoppo:

 

                     di albe verdi e di docili maree

 

che consiste, per l’appunto, nel reiterarsi della preposizione, di per sé una zeppa, come uno scoglio che spezzi il fluire dell’onda, per cui si vanifica l’armonia metrica. Oltretutto l’accostamento delle due sillabe “di” e “do", l’una accanto all’altra, rende l’effetto non gradevole, in quanto produce una cacofonia. Benissimo, invece, il verso in questa maniera:

 

                      di albe verdi e docili maree

 

Nella seconda strofa fa capolino un altro errore, non di versificazione ma di stile, ed è “grammo di sole”. Grammo è una voce connessa all’idea di massa, di quantità, di misura, di pesantezza. Io lo avrei evitato ricorrendo ad un felice ossimoro: “ombra di sole”. Lo trovo più efficace e senz’altro poetico. O avrei usata magari qualche altra espressione. Ma c’è di peggio! Andando avanti, siamo alla strofa successiva, inciampiamo in un verbo che è una solenne stonatura. Come si può scrivere “se incolla i suoi sospiri”? Ne viene fuori qualcosa di veramente buffo, un’espressione da farsa, tanto per far ridere.  

Sarebbe stato dignitoso, invece, scrivere:

 

                     se pone i suoi sospiri in un diario…

 

 

Sorpasserò i due versi seguenti, che non si capisce dove vadano a parare, per soffermarmi sulla frase che conclude la poesia. Ho detto frase perché non è affatto un verso. Se la leggiamo insieme al verso che la precede, si noterà la differenza:

 

                     in questa notte che scivola sul cuore

                     ubriaco d’incertezze e d’allegria

 

Il penultimo verso, in realtà l’ultimo, è un verso, in quanto si adegua alle esigenze della metrica, benché sia un dodecasillabo piuttosto anomalo (quinario + settenario), e nonostante la preposizione “in” che lo appesantisce (tolta, il verso suonerebbe meglio), ma quello che vien dopo?

                                                                                 

 

                  ubriaco di incertezze e d’allegria

 

 

Il senso è chiaro: il “cuore” della diciottenne è colmo di gaiezza, ma anche di incertezze, se ho ben compreso, per il suo futuro. D’accordo, ma dove sta la poeticità in questa frase? Dov’è la metrica? Io non la vedo, e non la vedo per il semplice motivo che manca del tutto, non esiste proprio. Se dalla frase estrapoliamo “ubriaco di incertezze", in queste tre parole risuona, sì, il ritmo dell’ottonario, però il resto distrugge tutto; e il verso non è più tale, e diventa solo prosa. Infatti:   

 

                     ú / bri /á / co / dí in / cer / téz / ze

 

sono nove sillabe, ma essendovi una sinalefe tra la quinta e la sesta, e con la disposizione degli accenti ritmici sulla prima, terza, quinta e settima sillaba, abbiamo un ottonario, come in quel verso famoso di Lorenzo De’ Medici:

 

                     Chí vuol ésser liéto, sía.

 

Ma il poeta fiorentino si ferma là, mica procede sullo stesso rigo.

Nel nostro caso, invece, ci troviamo davanti ad una strana commixtio di un ottonario con un quinario (poiché “e d’allegria è di cinque sillabe) , il cui effetto è, quanto meno, infelice. Sarebbe lo stesso, per fare un esempio, che alla statua acefala della Nike di Samotracia venisse appiccicata la testa del Davide di Michelangelo o del Bernini. Quale assurdità ne verrebbe fuori?

Vediamo un po’, adesso, se con le stesse parole, e senza mutare neppure uno iota, possiamo ottenere un verso accettabile:       

 

                     Di incertezze ubriaco, e d’allegria  

 

Semplice come il proverbiale uovo di Colombo: bastava spostare soltanto la posizione del verbo, con la cesura che viene dopo l’aggettivo, e il giuoco era fatto.

E purtroppo è così: se non si presta la più grande attenzione, è facile cadere in errori che una volta stampati, direi addirittura “editi”, sono incancellabili, e annullano quell’efficacia che si voleva ottenere, e nuocciono alla resa poetica.

Ho voluto esaminare punto per punto la su riferita poesia, non per il gusto di cercare il pelo nell’uovo, o per spaccare in sedici un capello, ma per documentare, prove alla mano, quanto vado asseverando.

 

 

 

                                                          IX

 

C’è ancora da aggiungere che non basta la formalità della scrittura, ma si deve prestare attenzione al modo di affrontare un argomento, dunque alla qualità del modus loquendi applicata alla parola scritta. Per chiarire meglio, riporterò due composizioni su un soggetto di carattere religioso, quello del Natale.

Ed ecco la prima:

 

                      E’ NATALE             

         

                     Notte fonda           

                    cielo stellato

                    silenzio d’intorno

                     assopiti nel sonno

                     volti innocenti,

                     rugosi,

                     stanchi.

 

                     All’improvviso

                     armonie di voci

                     melodie meravigliose

                     destano

                     ispirano

                     muovono

                     verso la luce

                     che è spuntata a

                     Betlemme:

                     E’ Natale!

 

Cos’è, questa roba? Poesia? No, solo una sfilza di frasi fatte, una sfilata balorda di stucchevoli luoghi comuni (“notte fonda”, “cielo stellato”, “melodie meravigliose”); con l’aggiunta di amenità, quali “assopiti nel sonno” (perché, si può anche essere assopiti vegliando?), “volti innocenti” (cosa vuol dire quell’aggettivo?), “rugosi” (anche quelli di bambini e di giovani?), “ispirano” (con quale significato è stato scritto questo verbo? Nella comune accezione, ispirare significa: “destare, suscitare un sentimento”). Non che la botta finale: “E’ Natale!”, detonante quanto la Girandola di Castel Santangelo che si faceva una volta.

È chiaro che, per quanto mi onori di essere ateo, io non rimprovero all’autore, che non oso definire “poeta”, di avere trattato un tema religioso, me ne guarderei bene. Ciò che deploro è come lo ha trattato. Leggendo, quali immagini, quali impressioni si formano nella nostra mente, quali emozioni? Nessuna. “Poesia” siffatta, cosiddetta “poesia”, merita un solo commento: Words, words, words, come esclama il principe danese di scespiriana memoria.

Questa grulleria l’ho trovata nel numero di alcuni anni orsono di “Spiritualità & Letteratura”; una di quelle rivistucole alla quale si adatterebbe a pennello il titolo del romanzo di Thackeray, Vanity fair, e che, purtroppo, prolificano nel sottobosco letterario, vivaio di illusi, i quali, allettati e blanditi da individui incapaci e presuntuosi a loro volta, si lusingano di essere quello che in realtà non sono.

Vorrei che l’autore di questo capolavoro avesse letto Natale, di Ungaretti. Chi sa se lo avrà mai fatto! Ebbene, vogliamo rileggerlo noi?

 

 

                     Non ho voglia

                      di tuffarmi

                      in un gomitolo

                     di strade

 

                     Ho tanta

                     stanchezza

                     sulle spalle

 

                     Lasciatemi così

                     come una

                      cosa

                      posata

                     in un

                     angolo

                     e dimenticata

 

                     Qui

                     non si sente

                     altro  

                      che il caldo buono

 

                     Sto

                     con le quattro

                     capriole

                     di fumo

                     del focolare

 

 

Ecco lo stile, ecco la poesia!

Se quello che abbiamo letto prima provoca sdegno o compatimento, i versi ungarettiani ricreano, in noi, tutta un’atmosfera raccolta, intima, serena. Ci troviamo, col poeta, in un ambiente piacevole, rilassante. Ci si può “papariare”.

  Uso appositamente questo termine caratteristico, particolarmente descrittivo, del vernacolo partenopeo, perché Eduardo De Filippo lo mette in bocca ad un personaggio della commedia Voci di dentro. E la poesia, guarda caso, è stata composta proprio a Napoli nel 1916, in pieno periodo bellico.

Giuseppe Ungaretti (classe 1888, fanteria) si trovava allora nel capoluogo campano. Napoli, più o meno, la sappiamo un po’ tutti, o per averla visitata, o grazie al cinema e agli scrittori come Matilde Serao, Marotta, Per non parlare poi di Eduardo, che sta alla città partenopea come Goldoni alla Serenissima. Abbiamo veduto le sue strade e quei quartieri dove ci stanno i “bassi” (o vascio), come dicono là. E’ facile, dunque, immaginare e la confusione, e il chiasso, e il vocio. Soprattutto in certe feste, con la folla che s’aggira, i venditori fissi, e quelli ambulanti, e gli scugnizzi. E meno male che non c’era in quel tempo il proliferare che c’è oggi delle auto.  

Quindi, s’indovina facilmente il contrasto tra il caos di quel “gomitolo di strade”, immagine felicemente icastica per descrivere l’intrecciarsi di vie, stradine e vicoli, affollati e rumorosi, e la silenziosa tranquillità di un interno domestico; che mi rammenta, per una certa associazione d’idee, quell’interno di Felice Casorati ne L’attesa; o certe stanze linde e ordinate, nei dipinti dell’arte olandese e fiamminga, donde traspare un senso di quiete.

E in questo luogo di raccolta serenità e di intimità, intuiamo, facilmente, il godimento del ventottenne poeta soldato, che scarica la propria stanchezza, stanchezza fisica e morale; e trova conforto e ristoro nella compagnia di un focherello scoppiettante.

Non solo, ma la poesia possiede una peculiarità che la rende diversa da tutte le altre di uguale argomento. Nonostante il titolo, che di per sé non lascerebbe adito ad alcun dubbio, sono del tutto assenti le rappresentazioni, quelle belle   immagini convenzionali che caratterizzano l’evento festivo.

Siamo a Napoli, la città dove il presepe ha una lunga e antica tradizione, Natale in casa Cupiello fa testo, famosa per le artistiche statuine, comprese quelle in ceramica di Capodimonte. Facile, dunque, scivolare nello stereotipo. E invece no. In Ungaretti il Natale diventa un’astrazione, un qualcosa di quasi metafisico, una rappresentazione, direi, alla De Chirico. Quindi non il solito Gesù Bambino (perché, poi, “bambino”? Mica poteva nascere già adulto) con i soliti pastori, e il bue, e l’asinello e tutto il resto. Ma c’è l’uomo; campeggia soltanto lui, Giuseppe Ungaretti, unico, col suo appagamento semplice, epicureo.   

 Ad Orazio si attribuisce un detto, in realtà di Terenziano Mauro: Habent sua fata libelli, volendo significare che i libri, anch’essi, hanno un loro destino. Il medesimo concetto si applica a quanto si scrive. Vi sono parole che muoiono nel momento stesso in cui le leggiamo; altre, invece, vive, con la lettura si vivificano ancor più, proprio come per i versi su riportati.

Ciò avviene in quanto l’arte poetica, come del resto le rimanenti altre, ha le proprie leggi, come la fisica, la chimica, la biologia, la matematica, la geometria, etc., dalle quali non si prescinde.    

Ma io divago, e dovrei scusarmi per la digressione, poiché non erano i versi di Ungaretti a cui pensavo, accennandone qualche pagina addietro, ma ad un piccolo gioiello, un bijou del dialetto romanesco, autore del quale è Salustri, alias Trilussa. Si tratta di una poesia piuttosto particolare, anch’essa composta nel 1916, pertanto nello stesso anno dell’altra, e s’intitola

 

                          Natale de guera     

 

                      Ammalappena che s’è giorno

                      la prima luce è entrata ne la stalla

                     e er Bambinello s’è guardato intorno.

?Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara?

                     Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla?

?Fijo, la legna è diventata rara

                     e costa troppo cara pe’ compralla…

?E l’asinello mio dov’è finito?

?Trasporta la mitraja

                     sur campo de battaja: è requisito.

                     - Er bove? - Puro quello

                     fu mannato ar macello.

?Ma li Re Maggi arriveno? - E’ impossibbile

                     perché nun c’è la stella che li guida;

                     la stella nun vô uscì: poco se fida

                     pe’ paura de quarche diriggibbile… -

 

                     Er Bambinello ha chiesto: - Indove stanno

                     tutti li campagnoli che l’antr’anno

                     portaveno la robba ne la grotta?

                     Nun c’è neppuro un sacco de polenta,

                     nemmanco una frocella de ricotta…

 

?Fijo, li campagnoli stanno in guerra,

                     tutti ar campo e combatteno. La mano

                     che seminava er grano

                     e che serviva pe’ vangà la terra

                     adesso viè addoprata unicamente

                     per ammazzà la gente…

                     Guarda, laggiù, li lampi

                     de li bombardamenti!

                     Li senti, Dio ce scampi,

                     li quattrocentoventi

                     che spaccheno li campi? -

 

                     Ner di’ così la Madre der Signore

                     s’è stretta er Fijo ar core

                     e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.

                     Una lagrima amara per chi nasce,

                     una lagrima dórce per chi more…

 

Eccola, tutta qui. E rompe tutti gli schemi usuali, ben radicati dalla tradizione letteraria e figurativa.

In questa rappresentazione di una mamma non troviamo la figura nota, il cliché della fede cattolica, di quella ortodossa o copta, e tramandataci da versisti e pittori; non colei nella sua gloriosa solennità, alla quale si rivolge san Bernardo nel canto XXXIII del Paradiso: 

                      

                      Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

                     umile e alta più che creatura,

                     termine fisso d’etterno consiglio…

 

Non la vediamo attraverso la figurazione di Jean Fouquet, che dipinge una “Madonna col Bambino” (o Madonna del latte) effigiandola con l’aspetto e le vestimenta d’una dama (si pensa ad Agnès Sorel, amante di Carlo VII) del suo tempo, il secolo XV; non quella che ci appare tramite il pennello del Maestro di Moulins; non è la Madonna del Giorgione, assisa su un trono, o quell’altra di Francesco Mazzola, il Parmigianino, nota come “Madonna dal collo lungo”.

Trilussa, senza complimenti, ci mette innanzi una semplice donna, almeno io la vedo in questo modo: una semplice, dimessa donna del popolo; una di quelle tante popolane, immortalate dall’arte di Pinelli, che affollano il piccolo mondo romanesco di Giuseppe Gioachino Belli.

Anzi, per un curioso giuoco di riflessi e trasfigurazioni, mi sembra, mia personalissima impressione, che la Madonna trilussiana si trasmuti in quella manzoniana “femminetta”, che, ai piedi della Vergine, “la sua spregiata lacrima depone”.    

Potrà sembrare bizzarro, ma è proprio così.  

E che dire, poi, del “Bambinello”? Esso non è il “Pargolo” degli Inni sacri , “il Re del Ciel” glorificato e allelluiato. 

 

                     E intorno a lui per l’ampia

                      Notte calati a stuolo,

                     Mille celesti strinsero

                     Il fiammeggiante volo;

 

                     E accesi in dolce zelo,

                     Come si canta in cielo,

                     A Dio gloria cantar.   

 

Scrive il Manzoni, nella sua visione poetica.

Ma Trilussa lo vede diversamente, e come lo vede ce lo mostra. E ci fa vedere, almeno questa è la mia sensazione, non il neonato che vagisce nella cuna, come ovviamente ci si potrebbe aspettare, ma un ragazzino già fatto, diciamo pure un “pischello”, che appena svegliato si lamenta del freddo, e dialoga con la madre, e chiede, chiede, vuole sapere, interroga. Si sente solo, abbandonato, e ha fame.

Attorno a lui non vi sono angeli adoranti e osannanti, non fulgori di luci e cori inneggianti. Non vediamo pastori attoniti e genuflessi, come vuole da secoli l’iconografia tradizionale, ma soltanto il vuoto. Non c’è neanche Giuseppe, padre putativo; assenza voluta o lapsus freudiano? Mancano addirittura il bue e il somarello, elementi anch’essi indispensabili alla completezza della rappresentazione. Nulla. Una stalla tristemente vuota.

In un dipinto di Segantini è ritratta una scena patriarcale, arcadica; degna, forse, di Virgilio. Il titolo è Le due madri. Vi appaiono una mucca col suo vitellino e una donna che regge la sua creatura, nel pacato chiarore effuso da una lanterna. Il quadro ispira un senso di serenità e di dolcezza.   

Tutto questo non c’è nella poesia del Trilussa. Alla tenerezza della madre non corrisponde la soavità del luogo e il tripudio dell’evento; anzi, attraverso le parole di lei, intravediamo, e intraudiamo, il dramma della condizione bellica e lo spettacolo dei campi di battaglia, delle trincee e delle macchine volanti che arrecano distruzione.

L’unico appunto che si potrebbe muovere riguarda la posizione di un verso:

 

                     Una lagrima amara per chi nasce

        

Avrebbe avuto maggiore vigoria, se posto a chiusura della poesia, dunque come verso finale, in quanto, a mio vedere, la sua vis espressiva sarebbe risaltata di più, considerando le amarezze e il penare dell’esistenza che esso esprime; e che mi rammenta quello di Leopardi, suo esatto pendant:

 

                     E’ funesto a chi nasce il dì natale.

 

 Non so se qualcuno si sia assunto l’onere di mettere insieme, in uno studio sinottico, tutte le composizioni in prosa e in versi sul tema della Natività. Ma se vi fosse una tale opera, questa poesia di Trilussa vi farebbe spicco, con quella di Ungaretti, per la sua intelligente originalità. Nel suo genere, è unica.   

Essa parla al nostro sentire e s’incide in noi, nella nostra coscienza, nella nostra sensibilità, perché sa esprimere qualcosa di veramente valido, un sentimento universale.

 

 

 

                                                          X

 

Lo stile è l’uomo stesso: un’espressione che compendia il pensiero di George-Louis Leclerc conte di Buffon, naturalista e scrittore, nell’opera Discours sur le style (1753), volendo significare “una esigenza di chiarezza, di ordine di razionalità, virtù queste eminentemente intellettuali, e perciò umane che devono informare il discorso letterario. Lo stile è dunque una virtù ‘umana’ ma ‘impersonale’: bene esercitato lo stile rende durature le opere in cui si realizza, mentre quelle che espongono fatti puramente scientifici senza alcun esercizio di eleganza letteraria, perdono valore quando i fatti esposti siano superati da nuove scoperte; per questo, ‘tali cose sono al di fuori dell’uomo’, mentre ‘lo stile è l’uomo stesso’ “.

Un passo di questa citazione, presa dal Dizionario di retorica e stilistica, alla voce “Stile”, mi riporta a certi luoghi del poema dantesco, dove, per alcuni fenomeni, si trovano spiegazioni e precisazioni di carattere “scientifico”, ormai abbondantemente superate dalle scoperte della scienza. Un esempio per tutti: il chiarimento che dà Beatrice riguardo alle macchie lunari, quando il poeta pone il quesito:

 

                     Ma dimmi: che son li segni bui  

                     di questo corpo, che là giuso in terra      

                     fan di Cain favoleggiare altrui?

                                          ( Par. II, 49 - 51)

 

La spiegazione, ovviamente, è, per noi, di gran lunga obsoleta e inaccettabile: lo strumento ottico di Galilei, il cannocchiale, ha fatto piazza pulita di tante aprioristiche costruzioni mentali, rivelando la verità sui chiaroscuri della superficie lunare, e su tante altre cose ancora dell’antica astronomia. Così come non sono più accettabili certe teorie che si ritrovano nel bizzarro, avventuroso e filosofico romanzo del francese Savinien de Cyrano de Bergerac, L’autre monde ou Les états et empires de la Lune.

Ciò nonostante, noi continuiamo a leggere e a studiare la Divina Commedia, l’ammiriamo e la commentiamo. Lo stesso vale per il suddetto romanzo, che ho letto e al quale spesso e volentieri sono tornato, traendone ogni volta diletto.

  Il motivo di questa attrazione, sia per il poema che per il romanzo, consiste proprio nel modo come si presenta la scrittura: la poeticità dell’uno e l’inventiva, la vis finxionis, dell’altro.

Pensando a Dante, per riflesso mi viene in mente Brunetto Latini, suo maestro, che incontriamo nel canto XV dell’Inferno, sotto l’inestinguibile e implacabile diluviare delle fiamme, in compagnia della dolente “masnada”,

 

                     che va piangendo i suoi etterni danni.

 

 

Sfoglio la sua opera didascalica, Il Tesoretto, e leggo qua e là. Dopo un po’ avverto un certo fastidio, quasi una prurigine di insofferenza, e metto via il libro; oppure debbo fare un qualche sforzo per potere proseguire la lettura.

Perché? E’ sempre questione di stile.

L’opera del notaio, che si assunse il compito di “digrossare i fiorentini, e farli scorti in bene parlare, e in sapere giudicare”, stando alle parole del cronista Giovanni Villani, ha scopo eminentemente didattico; né altro si propone. Manca, pertanto, lo “bello stilo” che contraddistingue i grandi poemi.  

Ser Brunetto sa comporre in versi, è conoscitore dell’ars dictandi. Però è un esperto che non gode di quella qualità particolare per cui un poeta è poeta.

Leggiamo il seguente passo:

 

                     Ma tornando a la mente,

                     mi volsi e posi mente

                     intorno a la montagna;

                     e vidi turba magna

                     di diversi animali,

                     che non so ben dir quali:

                     ma omini e moglieri,

                     bestie, serpent’ e fiere,

                     e pesci a grandi schiere,

                     e di molte maniere

                     ucelli voladori

                     ed erbi e frutti e fiori,

                     e pietre e margarite

                     che son molto gradite,

                     e altre cose tante

                     che null’ omo parlante

                      le porria nominare

                     né ‘n parte divisare.

 

Diciotto versi che enumerano soltanto, la catalogazione, diciamo pure così, di una “turba magna”; e non eccita la fantasia, non sprona l’immaginazione. E tanto fascino hanno, e tanta grazia, quanto possono averne l’elenco telefonico o l’orario ferroviario.

Come siamo ben lontani dall’arte del discepolo!

Lo stile è ciò che vivifica la lettera, e da una compagine di parole, se ben congegnate, può generare un grande effetto. Non per caso Gabriele D’Annunzio ne Le Vergini delle rocce, per bocca di Claudio Cantelmo, afferma:

 

     Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica.                             

 

 

Ma è anche frutto di “lungo studio”, per dirla con Dante, il quale, rivolgendosi a Virgilio, implora:

 

                     vagliami ‘l lungo e ‘l grande amore

                     che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

 

Non basta possederlo, lo stile (e del resto sarebbe impossibile il contrario, poiché è connesso alla natura di ciascuno di noi), esso va limato, affinato, reso “culto”.

Non basta avere (o illudersi di averla) la tendenza a scrivere versi per laurearsi poeta; necesse est studiare, e “studiare” significa, nella sua accezione semantica, “applicarsi” (studere, in latino), che, a sua volta, vuol dire “dedicarsi con grande attenzione e diligenza” a ciò che si fa. E affinché questo sia possibile è assolutamente necessario leggere, leggere e leggere. Leggere le opere dei poeti, quelli veri; studiare testi di metrica e di stilistica; apprendere le parole nelle loro varie sfumature compulsando vocabolari, dizionari etimologici, dizionari dei sinonimi e dei contrari; prestare attenzione a quel che si scrive e come si scrive; rivedere con scrupolo quanto si è scritto; non lasciarsi trasportare da una disastrosa fretta, tenendo sempre presente quell’adagio nel latino maccheronico di Teofilo Folengo:      

 

                     Gatta fretosa parit tisichellos saepe gatellos

 

che corrisponde al nostro proverbio “La gatta frettolosa fece i gattini ciechi”.

E, più di ogni altra cosa, non stancarsi di apprendere e d’emendarsi da eventuali errori.

Ricordiamo ancora Orazio:

 

                           Qui studet optatam cursu contingere metam,

                     multa tulit fecitque puer, sudavit et alsit,

                     abstinuit venere et vino; qui Pythia cantat

                     tibicen, didicit prius extimuitque magistrum.

                     Nunc satis est dixisse “Ego mira poemata pango…”

 

 

In quanto alla parola, è necessario evitare la trappola dei luoghi comuni, dei modi di dire logorati per l’abuso e massimamente imprecisi, tutti dello stesso stampo; non che le improprietà di linguaggio, cioè quelle espressioni che sono il frutto di una diseducazione linguistica, e hanno origine dalla sconsideratezza e da una sorta di poltroneria mentale.

Su questo argomento, io principierò col narrare quanto segue: due professoresse, animate dalle migliori intenzioni, pubblicarono un testo di narrativa per la Scuola Media. Ventiquattro raccontini; a modo loro avrebbero la pretesa di essere educativi ed istruttivi: ma sciapi e balordini, è dir poco.

La vicenda ha inizio in una località piemontese, il cui paesaggio è “veramente incantevole!” Si tratta di due ragazzi che in un bosco incontrano “una figura di donna che sembra uscire da un mondo irreale. E’ di rara bellezza…”.

Si chiama… “Europa”, e promette loro di regalare dei racconti: “le storie sono entusiasmanti!”

Ho spulciato il libro qua e là, trovandovi un lessico stereotipato, con espressioni quali “entusiasmo”, ripetuto diverse volte, “magnifica città spagnola”, “meravigliosi colori dell’autunno”, “ nella bellissima città di Lisbona” e, dulcis in fundo, “il ritmato, arcano ballo della tarantella napoletana”, non che quanto riportato sopra.

Modi di dire siffatti tradiscono la superficialità e l’ignoranza di chi, pretendendo d’insegnare la lingua, farebbe bene dapprima a studiarla e a meditare sull’uso di certi vocaboli. Non contesto, qui, la solita, disgustosa enfasi sull’unità europea, già la cosiddetta Europa unita mi è bastante a farmi venire il voltastomaco, per non aggiungere altro, ma il dilettantismo e l’insufficienza lessicale di due insegnanti di lettere.

Di conseguenza farò, senza ambage, una chiarificante analisi dei termini che abbiamo incontrato, con il proposito di delucidare meglio quanto asserisco; indossando, s’è necessario, i panni di Aristarco Scannabue.

Rammenti, Vera, il personaggio di Giuseppe Baretti, proprio quello de La frusta letteraria, il periodico quindicinale che nacque a Venezia e s’estinse ad Ancona? E io mi voglio comportare precisamente come lui, usando la frusta del buon senso e della critica.

Supponiamo che io, nella mia ignoranza, non conosca il significato di alcune parole che incontro leggendo. Ecco, per prima cosa mi chiedo cosa voglia dire “entusiasmare”, e me lo vado a cercare in un dizionario, mettiamo lo Zingarelli, ch’è proprio quello che consulto frequentemente.

Trovo varie definizioni quali: ”rendere pieno d’entusiasmo”; “infiammare”; “appassionare”; “eccitare”; “infervorare”.

Vado ad un altro lemma: “entusiasmo”. Qui leggo ben quattro significati: 1°) “Commozione ed esaltazione dell’animo per cui esso sente e agisce con intensità e vigore particolari; 2°) “Ammirazione eccessiva”; 3°) “Dedizione totale”; 4°) “Delirio, furore sacro”.

Non solo, ma vi è pure l’etimologia del termine che mi chiarisce la sua origine:

“gr. enthousiasmòs, da enthousiàzein ‘essere ispirato in (-en) dio (theòs)).

In tal modo, verbum de verbo, apprendo che l’aggettivo “entusiasmante” qualifica qualcosa che commuove intensamente, che eccita e così via discorrendo. Ammetto che, in determinati casi, un incontro calcistico è entusiasmante. E dico questo non perché io ami lo sport, uno dei tanti fenomeni negativi del Ventesimo secolo, ma per il fatto che il tifo sospinge ad azioni aberranti, per cui il tifoso è un entusiasta, come a dire uno che ha perduto “il ben dell’intelletto”.   

A questo punto mi chiedo, perplesso: non è eccessivo, dunque, non è davvero sproporzionato usare il termine “entusiasmo” e tutti i suoi derivati al posto di altre espressioni come “bello”, “attraente”, “interessante”, “piacevole”, per qualcosa che, alla fin fine, non può di per sé entusiasmare?         

La lingua italiana possiede gran copia di sinonimi, con diverse sfumature di significato, esattamente alla stessa maniera dei colori d’una tavolozza che possiedono varie gradazioni di tonalità; essa, dunque, offre una grande varietà di scelta nell’uso dei vocaboli.

E non si rendono conto, taluni, che l’esagerazione non abbellisce, ma mortifica e rende poco o nulla plausibile quanto si vuole esprimere?

Leggo ancora un’altra macroscopica assurdità: “Chi non conosce il ritmato, arcano ballo della tarantella napoletana?”

A parte il fatto che non c’è proprio bisogno di chiarire che questa danza dell’Italia meridionale è ritmata (in tempo 6/8), perché lo sanno tutti. Cosa vuol dire, in conclusione, quell’aggettivo, “arcano”, che ci sta davvero come i cavoli a merenda?

Col medesimo procedimento di cui sopra, faccio la mia piccola brava indagine, sul solito vocabolario. E scopro alcune cosucce interessanti. Innanzitutto l’aggettivo in questione è sinonimo di “misterioso”, “occulto”, “recondito”, “enigmatico”, “indecifrabile”, e così via. Tra l’altro, esso deriva da “arca”, un termine usato in vari modi, ma sempre con la stessa accezione di fondo.

La Bibbia (Gn. 6: 14) adopera la parola “arca”, nell’equivalente ebraico tevah, per indicare quella famosa imbarcazione fabbricata da Noè per scampare a un certo diluvio, secondo la storiella che ben conosciamo. Parimenti fa uso di questo termine (Esodo e passim) per indicare lo strumento di alleanza tra gli Ebrei e la loro divinità.

Questo vocabolo racchiude in sé l’idea di qualcosa che serve a contenere, a conservare; pertanto, nella sua valenza semantica, è prossimo ad altri termini quali “serbatoio” ( da serbare, in latino); “recipiente” ( da recipere, sempre in latino, equivalente ad “accettare”, “accogliere”, “ricevere”); “contenitore” (sul calco dell’inglese container; ma, nondimeno, derivato dal verbo latino continçre).

Da esso, l’aggettivo “arcano” che, metaforicamente, prende le accezioni riportate sopra.         

Dunque, alla lettera, il termine sta ad indicare ciò ch’è racchiuso in un’arca, come dire, con un aggettivo di uso comune, “inscatolato” o “impacchettato”. E dato ch’è difficile, anzi impossibile, vedere una cosa messa in un recipiente opaco, “arcano”, per una commutazione semantica, ossia metasemema, assunse il significato che sappiamo.                            

E allora: che diamine vuol dire “arcano ballo”? A meno che non si tratti della danza rituale di qualche associazione segreta, quindi qualcosa fatta di nascosto, non so darmene una spiegazione razionale.

Sì, indubbiamente mi si potrebbe obiettare che con questo aggettivo si è voluto indicare quel senso di piacere, quel fascino, quel certo non so che, definito “arcano”, “misterioso” e così via, che promana da certa musica o certo ritmo.

Ma perché, allora, non usare un termine adeguato, invece di fare ricorso al solito modo di dire fritto e rifritto?   

Ti chiederai, Vera, perché io m’accanisca tanto su due povere parole che fanno parte della nostra lingua; hanno una loro collocazione in dizionari e vocabolari; possiedono una loro utilità e si trovano, tra l’altro in un testo di lettura per le scuole, sia pure stampato da un qualunque, squallido pubblicante atteggiato a editore, ma che non entrerà mai nella storia della letteratura per l’infanzia.

Attenzione, però: non sulle parole m’accanisco, bensì sull’uso assolutamente improprio, dunque l’abuso, che se ne fa da parte di alcuni (o di molti?). Cosa che è molto grave, soprattutto quando avviene in un libro che dovrebbe servire, anche, all’educazione linguistica.

Coloro che ambiscono intraprendere la professione letteraria, volendo fare qualcosa di degno, debbono assolutamente evitare quel tipo di linguaggio impastato (o impestato?)  da luoghi comuni; da quelle forme convenzionali e modi di dire che oggi invadono, corrono liberamente sulla bocca di tutti, e le ritroviamo un po’ dovunque.  

Purtroppo ne ho una discreta esperienza, avendone incontrate, nel corso di tante letture, tra libri, giornali e riviste.

Io non dico che certi termini o determinati aggettivi si debbano evitare ad ogni costo, me ne guarderei bene: abusus non tollit usum, recita un antico aforisma.            

   Solo che bisogna usarli con cautela, e là dove sia davvero conveniente.

Sfortunatamente, grazie ai cosiddetti “mass media” (perdonami il brutto neologismo), vale a dire stampa e televisione, si diffonde sempre più l’abitudine di un modo di parlare, e specialmente scrivere, quanto mai appiattito e fatto di espressioni stucchevoli trite e ritrite, che nuocciono alla nostra lingua, riducendola ad un letamaio di parole insensate.

Io mi chiedo, a questo punto, cosa mai direbbe Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo, se potesse d’improvviso ritrovarsi in questo tempo? Quale aspro giudizio esprimerebbe sulla stampa odierna? E non soltanto da un punto di vista morale, ma anche linguistico, lui che, nei Dialoghetti, paragonava la stampa ad “una fiumana di veleno e di bitume ardente che corre ad appestare e incendiare la terra”. Ed erano altri tempi, figurarsi oggi!   

Avendone il tempo e la voglia, potremmo compilare una sorta di “dizionario critico e analitico” di tutti i tópoi che vanno per la maggiore. E non ci sarebbe neanche da faticar tanto: se ne incontrano sempre e in ogni dove.

Di siffatta accolta teratologica, vogliamo esaminarne qualche bell’esemplare?

  Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

“Crimine efferato”: si definisce crimine un illecito penale; per estensione, “delitto a cui si accompagna l’idea di particolare efferatezza e gravità”. Se il “crimine”, dunque, è qualcosa di per sé efferato (dal latino efferatus, participio passato di efferâre, “rendere feroce), la locuzione di cui sopra è una sciocca, inutile tautologia. Come dire “elettricità elettrizzata”. Vi sono forse crimini che non sono efferati, perché miti e pietosi? Vorrei proprio saperlo.

Altra perla: “località ridente” o “una ridente cittadina”. Modi di dire usati e strausati, che leggiamo o sentiamo dire molto spesso. Devo supporre che la località, la cittadina oppure il paesino siano parenti stretti della jena ridens?

Non esistono “piacevole”, “ameno”, “grazioso” e altri consimili? No: solo ridente!

E’ rigorosamente vietato l’uso di aggettivi diversi.

Andiamo oltre, e ci scontriamo ancora con una scempiaggine di questo tipo, riferita a luoghi dove avvengono certe manifestazioni: “nella stupenda cornice di *** si è svolto, etc., etc.”. Quante volte lo avremo letto. “Stupendo”, attribuzione factotum, inserita dappertutto e adoperata con estrema facilità.

Vero è che fa parte del linguaggio comune, e in questo senso lo troviamo anche in una sestina di Gozzano, dove viene rammentata, con rimpianto, una di quelle riunioni, in un certo salotto torinese al tempo che fu, in cui s’intrecciano, in modo piacevole e nel vernacolo di Gianduia, gradevoli conversazioni e innocenti pettegolezzi:

 

                     “… se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”    

                     “Ch’ a staga ciutô…” - “’L caso a l’è stupendô!…”

 

Tuttavia si deve tenere presente il suo vero significato, per non scivolare in quelle solite improprietà della lingua, tanto care a malparlanti e malscriventi.

“Stupendo” è un aggettivo che serve a qualificare qualche cosa che provochi lo stupore, che ecciti la meraviglia. Due termini della stessa famiglia; uguali, ma non identici, in quanto indicano, il primo, “senso di grande meraviglia che colpisce e lascia attonito, quasi senza parole”; il secondo, (dal latino mirabilia, “cose degne di ammirazione), il “sentimento improvviso di viva sorpresa per cosa nuova e straordinaria”, o inattesa”.

E proprio in questo senso è usato da Dante, nel narrare l’inaspettato, doloroso ritrovare l’amato maestro Brunetto Latini.

 

                      quando incontrammo d’anime una schiera

                     che venian lungo l’argine, e ciascuna

                     ci riguardava come suol da sera

 

                     guardare uno altro sotto nuova luna;

                     e sí ver’ noi aguzzavan le ciglia

                     come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

 

                     Cosí adocchiato da cotal famiglia,

                      fui conosciuto da un, che mi prese

                     per lo lembo e gridò: ”Qual maraviglia!”

                                              (Inf. XV, 16 - 24)

 

Sed de hoc satis. Adesso dirò un pochino qualcosa di me, riguardo alle poesie pubblicate con la Bastogi, e intitolate Versi di via del Podere Rosa, che vorrei sottoporre alla tua attenzione e al tuo giudizio.

Nel marzo del “97, esattamente giorno dodici, ho completato il romanzo Gli specchi intersecanti, lavoro che avevo intrapreso nell’aprile del “94, e al quale non sempre mi sono dedicato con assiduità. Nel mese successivo, per uno di quei fenomeni psichici, non strani, ma un po’ difficili a spiegarsi, sono stato preso dalla “febbre” della Poesia. Ho composto degli haiku, e ne ho una nutrita raccolta; ma soprattutto ho iniziato la silloge di cui sopra. 

Un po’ per reagire a quel genere di “poesia” si cui mi sono soffermato nelle pagine precedenti, un po’, sotto l’influsso dei crepuscolari, mi sorse l’idea di trattare soggetti che fossero le semplici cose dell’ambiente di via del Podere Rosa, il mio habitat, o anche la più vasta cerchia di tutta l’area romana. Da qui il titolo.

Come al solito, l’ispirazione mi ha preso la mano, e ho composto su argomenti disparati; ma tuttavia, credo, legati tutti ad un unico filo “morale”. Il titolo non è stato preso a caso: l’ho scelto appositamente, senza accondiscendere a stranezze, come talora fanno certi autori i quali, per il gusto dell’eccentrico e dell’originale, creano lambiccate astruserie; tra l’altro, noterai, esso forma un endecasillabo.

In quanto alle epigrafi che si trovano all’inizio, la prima, due versi di Marino Moretti, vuole esprimere il mio modo di volere essere. In una società, in un mondo in cui si inseguono la fama e il voler essere conosciuti ad ogni costo; in cui le persone, e son tante, amano stoltamente esibirsi, io aspiro ad essere un nessuno o, almeno, un tizio qualunque. Un tizio che vive appartato, che si realizza nella serenità del suo studiolo, che non vuole affatto essere annoverato tra i “v.i.p.”, perché non affetto da vipite, e che desidera solo essere un qualsiasi “sor Ciavatta”. Successivamente, dati i soggetti differenti da me trattati, m’è parso bello aggiungere alcuni versi di Lorenzo De’ Medici, che all’argomento di quei soggetti s ‘attagliano perfettamente. Quindi la terza, divenuta prima, poiché, leggendo De vita solitaria, mi è sembrato che quell’espressione di messer Francesco potessi riferirla proprio a me.

Considero la società di questo “reo tempo” in cui viviamo; e, sempre più, me ne rammarico. (……..)

In quanto alle poesie, leggerai e giudicherai. Per quel che mi riguarda, ho cercato di fare del mio meglio; non so se vi stia riuscendo, almeno in parte, oppure no. Mi lusingo che quel che scrivo debba valere qualcosa. Però rimane soltanto una lusinga, mica una certezza assoluta. Certo, a me i miei versi piacciono: cosa naturale, del resto. A chi non piacciono i propri figlioli? Ma ciò è bastante per poterli considerare validi? Sicuramente, no. Io so, sempre per pratica, che chiunque scriva è convinto di scrivere bene e di comporre cose meritevoli d’essere scritte, pubblicate, lette, e universalmente stimate.

Ho conosciuto persone, e son parecchie, che si reputano poeti con l’iniziale maiuscola, e hanno imbrattato fogli e fogli con le loro cacatine letterarie, nella cieca e sorda convinzione di valere chi sa che cosa. Avendo davanti agli occhi il pietoso spettacolo che costoro offrono di sé, io stesso ho finito col dubitare della validità di quel che scrivo. È ovvio che non si tratta di una assoluta sfiducia, altrimenti non scriverei. Pure il dubbio, o almeno l’ombra di un ragionevole dubbio, permane. Cerco di fare del mio meglio, questo sì, da quell’artigiano della parola, spero un buon artigiano, quale presumo di essere. Faccio il possibile per stare attento a quel che scrivo e come scrivo.

Vi sono dei principi, inderogabili se si vuole ottenere qualcosa di positivamente fattivo, cui rai attengo anche per una mia innata inclinazione: sono le regole auree della buona scrittura. Che si debba dare spazio alla fantasia e alla libertà dell’immaginazione è cosa del tutto ovvia; ma ciò non giustifica affatto l’oltrepassare i limiti di un linguaggio rigorosamente contenuto, senza nulla concedere al retoricume che infetta tanta scrittura, sia prosastica che metrica d’oggidì.

Ho detto retoricume, non retorica, in quanto quest’ultima è (nonostante l’accezione negativa che, talvolta, il termine assume) la basilare disciplina del parlare o dello scrivere, fondamento di gran parte dell’educazione letteraria dall’antichità classica fino a un’età molto recente. Così è necessario curare tanto la parola quanto lo stile, perché non basta saper scrivere nel senso di evitare sgrammaticature ed errori dì ortografia, ma occorre un qualcosa in più, molto in più.

Oggi, tanto per addurre un esempio, si usa un linguaggio mistificante, con un abuso di aggettivi usati in modo assolutamente improprio ch’è davvero stomachevole. Non basta dire “una bella giornata”, no, troppo poco! Bisogna appiccicarle aggettivi come “meravigliosa”, “stupenda”, “favolosa”, e chi più ne ha più ne metta. Il linguaggio aberrante della reclamistica, vera e propria menzogna e ributtante falsificazione, ha fatto testo. Bisogna riconoscere che, il più delle volte, il linguaggio odierno è una mistificazione del dato reale. Perché mai tutto questo baroccume linguistico? Perché tutte queste infìorettature e metaforiche girandole dì giuochi pirotecnici?

Se leggi gli scrittori, quelli veri quali un Thomas Mann, o Mika Waltari, o il contemporaneo Luca Desiato troverai un modo di dire equilibrato, senza inutili fronzoli di aggettivazioni iperboliche, il cui unico effetto è quello di dimostrare povertà di pensieri, non che incapacità di scrivere venendo meno il doveroso, indispensabile controllo sulla parola.

Mentre sto riflettendo su questo argomento, mi tornano alla memoria i versi di una terzina dantesca, molto belli e dall’effetto assolutamente poetico:

                                          L’alba vinceva l’ora mattutina

                                         che fuggia innanzi, sì che di lontano

                                          conobbi il tremolar de la marina.

 

Osserva come con poche, semplici parole, senza alcun bisogno di orpelli banali e di puntelli, il poeta ricrei uno scenario naturale, dando a chi legge l’impressione vivida di trovarsi su una spiaggia ad ammirare il rifrangersi della luce solare sul tremolio delle onde. E se questa non è vera poesia, che cosa altro è? Ecco “ lo bello stilo”, per dirla con le stesse parole di Dante, che fa veramente onore alla Poesia.

Evitare certe espressioni e modi di dire non significa certamente inaridire il linguaggio a tal punto da trasformarlo in un deserto o in una distesa monotona, ma serve a non trasformarlo in una giungla o in un ginepraio di vocaboli usati, arciusati e logorati dall’abuso. Non è neanche male, quando è necessario, creare immagini che siano davvero “poetiche”, poiché la Poesia, oltre che all’intelletto e al sentimento, deve pure parlare all’immaginazione. E allora si può fare ricorso a quelle figure retoriche, o artifici stilistici che dir si voglia, quali la perifrasi, la prosopopea, etc., per dare maggior vigore al dettato poetico.

Consideriamo un po’ l’incipit de La favola bella. Avrei potuto iniziare in questo modo: Quando ritorna il mese di Dicembre…

Senza dubbio è un verso; per l’esattezza, un endecasillabo con la disposizione degli accenti al posto giusto. Dal punto di vista metrico, quindi, nulla da eccepire. Ma non rende poeticamente, non crea immagini, non stuzzica la fantasia. E allora, come sì può esprimere la stessa idea in modo più efficace? Nella maniera più semplice: ricorrendo per l’appunto, sic et simpliciter, a quegli artifici di stile, o figure retoriche, sopraccennati. Volendo descrivere 1’ avvicinarsi del periodo natalizio, ho voluto dare, sia pure in forma poetica, brevi indicazioni di carattere astronomico (ecco la perifrasi), avvalendomi di alcune immagini con la personificazione dei fenomeni celesti (ecco la prosopopea), e con la reiterazione della figura sintattica del polisintedo. Tutto questo serve anche per ottenere una sorta di effetto fiabesco, che trovo molto efficace e pertinente all’argomento. Ed ecco il risultato:

     

Quando ripone i dardi il Sagittario

e il Capricorno avanza

ed il Sole è radente all’orizzonte

e le ore del dì sono più brevi

e alla stagione canuta

cede, cortese, l’Autunno,

rinverdiscono vecchie tradizioni

e antiche usanze.

 

A me sembra venuto bene, e credo che in questi otto versi si sia realizzato ciò che E. A. Poe, in uno dei suoi scritti teorici, The Philosophy of Composition, definisce “brevi effetti poetici”. Inoltre, credo di avere ottenuta una certa musicalità, grazie all’assonanza di alcuni fonemi quali “an”, “on”, “en”, “in”. La qual cosa non guasta, avendo l’inizio della poesia un andamento da fiaba.

Naturalmente, tutte queste considerazioni mica son fatte nel momento in cui si scrive, quando si è presi dalla cosiddetta ispirazione, il momento, cioè, dell’atto creativo, ma avvengono a posteriori. Tuttavia vi è come un lavorio dell’incoscio, un qualcosa che ti porta a scrivere in quel modo lì, per cui dopo ci si accorge di aver fatto quel che si doveva nel modo giusto, o almeno in ciò che si reputa tale.

Per quel che riguarda le altre composizioni, vedrai da te come il linguaggio sia scevro di affettazioni, ridicoli sentimentalismi, inutili geremiadi e tutto il rimanente di quel ciarpume che rende infetta tanta poesia. Ne troverai alcune dove svolgo meditazioni di carattere ideologico svolgo meditazioni di carattere ideologico, per così dire, nelle quali esterno le essere giudicata poesia d’occasione, estemporanea. Ma non lo è. Esprime Ma non mie idee su credenze, costumi ed altro ancora. Forse qualcuna di esse potrebbe cose su cui ho meditato per degli anni, e che fanno parte del mio modus cogitandi e del mio bagaglio “culturale”. Della mia Weltanschauung, in conclusione.

 Mi si potrà, leggendo Godimento, accusare di un atteggiamento di voluto disimpegno? Ebbene, è proprio così. Considerando le vicende dell’Uomo, ciò che si convenuto definire Storia, mi son reso conto che tutto quel che si fa è vanità e illusione. Noto, inoltre, che la società di oggi ha perduto il sentimento del pudore e della discrezione, grazie alla diffusione dei mass media, come vengono chiamati, per cui molte persone sentono il bisogno di spifferare davanti alle telecamere, in certe balorde trasmissioni, i fatti loro, acuendo in tal modo negli altri il vizio morale del pettegolezzo e dell‘invadenza.

Si tratta di uno dei tanti mali del mondo odierno. Cosa naturale, alla fin fine: ogni secolo ha le aberrazioni che lo contraddistinguono: Tal dei tempi il costume.

Per quel che mi concerne, io amo il ritegno e il silenzio. Ed è proprio questo che ho voluto esprimere in alcune delle mie poesie. Con le quali, s’intende, non pretendo mutare nulla: il mondo va come va, e non saranno mica i poeti, né altri, a cambiarlo. Come scrive la poetessa Patrizia Cavalli, per citare le sue stesse parole, “le mie poesie non cambieranno il mondo”.

E adesso ti auguro una buona lettura, sperando di riceverne un giudizio sincero, qualunque esso sia, senza che tu debba avere esitazione nell’esprimerti o alcun timore di urtare la mia suscettibilità.

                                                                 Vale.

Benedetto Macaronio

 

Epistola a Vera

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