Il folclore può vantare danze molto belle e
interessanti, frutto di una cultura e di una tradizione lontane nel tempo.
Le danze folcloristiche vengono trasmesse da una
generazione allaltra, e si presentano sempre con un ritmo e una forma fissi. Il
tempo, infatti, ne modifica le strutture molto lentamente.
Questo loro ritmo, stabile e consacrato nelluso e
nellascolto, fa distinguere a un orecchio esercitato, un Valzer da una Mazurka o da
una Polka.
Tutte le persone anche non particolarmente dotate per
larte della danza, possono apprendere questo genere di danze, soltanto guardando gli
altri danzatori, senza alcuna scuola. Ma sarà pura follia volere improvvisare le danze di
un balletto.
Il danzatore bene o male, pratica unarte. La danza,
come noi labbiamo vista, e non come la possiamo vedere da un punto di vista
artistico, non è altro che lunione del movimento e del ritmo.
Ma il balletto è arte perché allinterno della sua
composizione entra la facoltà creatrice delluomo con la sua personalità e con la
sua individualità. Luomo applica la sua personale genialità e linsieme delle
sue conoscenze per la creazione di una coreografia che corrisponda e quasi incarni la
musica.
Il compositore del balletto o coreografo, non è tenuto a
seguire nella sua creazione coreografica alcuno schema tradizionale duna qualsiasi
forma di danza. Lui ha la facoltà (libertà assoluta comune a tutti gli artisti) di
comporre e sviluppare a seconda del proprio estro dei passi, dei movimenti nelle figure,
nelle pose e in tutte le forme, e gli accenti del vocabolario che offre la scuola
accademica. Lui può fare, come tutti gli artisti, opere geniali, buone, mediocri o
pessime, ma è insindacabile nello sviluppo e nella creazione del suo lavoro.
Non esiste balletto senza questa creazione libera e
autonoma.
Da un vecchio libro sulla storia della danza, edito a
Parigi nel 1870, nel quale Raoul Charbonnel si avvale per la parte tecnica di M.me Berthe
Bernay professore dellOpera, riportiamo quanto segue sulle danze del passato con
alcune piccole curiosità tecnico-storiche che certamente, da un amatore di danza, saranno
tenute nella loro giusta considerazione.
Nellanno 730, non nel 1730, ma proprio nel 730 o giù
di lì, sovente nelle chiese e nei luoghi sacri si danzava; a queste danze prendeva parte
anche il clero.
Queste danze eseguite durante le feste religiose tendevano
alla dissacrazione del culto, risentendo della loro origine pagana. Ben presto
degenerarono scivolando nella dissolutezza più sfrenata, tantoché Papa Zaccaria fu
costretto a emanare un decreto di abolizione di queste indecenti dissacrazioni.
Siamo giunti al 774: il re francese proibisce la danza nei
luoghi sacri e pubblici su consiglio del clero intransigente che qualifica la danza
manifestazione indegna. Questa abolizione sussisterà fino al secolo XVI.
Peraltro, malgrado leditto proibitivo di Papa
Zaccaria, si continuò, in Spagna, a danzare nelle chiese davanti al SS. Sacramento. I
vescovi di Valencia, di Siviglia e di Toledo incoraggiarono questa moda nei loro
territori.
Nel medesimo tempo non possiamo credere che nella
cattolicissima Spagna si conoscessero solo danze religiose o di carattere grave e
maestoso; erano in uso nei conventi e nelle chiese delle sorte di trattenimenti
accompagnati da danze licenziose e sconvenienti.
I brani danzati nelle chiese e nei conventi avevano
lappellativo di Farsas Santas y Piadosas, come a dire farse sante e pie.
Altra danza di cui abbiamo testimonianza è la danza
macabra. Si sa che le danze dei morti, molto in voga nel periodo medievale consistevano in
enormi quadri viventi o in figurazioni pittoriche eseguite nelle piazze antistanti i
conventi e le chiese o dipinte sui muri delle medesime o dei cimiteri.
La sua origine pare derivi dai canti o cori dei Maccabei,
cerimonia introdotta dagli ecclesiastici e dai dignitari della chiesa.
Questi conducevano la danza sorteggiando a turno i vari
ruoli da ricoprire che poi, durante la danza si scambiavano, per mostrare agli spettatori
che ciascuno di noi, in qualsiasi momento, può subire la morte.
Questa danza e il suo ricordo fu conservato sino al
Medioevo avanzato; in un testo del 1453 possiamo leggere la seguente frase "Quattuor
simasias vini exhibitas illis qui Coream Machabeorum fecerunt". Ci è permesso
supporre che i mali e i martini dei fratelli Maccabei e della loro madre Eleazar
ispirassero lidea di questa danza.
Il Peignot in uno dei suoi sei opuscoli dice che queste
rappresentazioni avevano il proponimento, tutto grottesco, di rammentare agli uomini la
fragilità della vita, lindispensabile necessità di morire, lincertezza
dellora fatale e linflessibilità della morte che non rispetta né la
condizione, né il sesso, né gli anni.
Ciascuno dei personaggi, durante lo svolgersi della
rappresentazione spariva dalla scena alla fine della sua esibizione. Per rendere questa
idea più sorprendente fu immaginato di far condurre la danza da uno scheletro umano
rappresentante la Morte.
La morte porta dentro la sua voragine tutti coloro che il
suo dito scarno sfiora, siano essi Papi, Imperatori, Re e potenti di questo mondo: quello
guarda, quello prende, senza nessuna distinzione, siano essi poveri, umili, vecchi o
sofferenti, o donne, senza tener conto della loro bellezza e delle loro illusioni.
Così non importa se si tratta di un bambino e del dolore
della sua madre.
A quellepoca si scoprì, per mezzo dellabate
Valenti Dufur, il primo affresco rappresentante queste danze.
Egli in qualità di archeologo, ne determinò la data
(1424).
Questa allegoria era dipinta sul muro di cinta del Cimitero
degli Innocenti a Parigi; in effetti su di un giornale di Parigi, sotto Carlo VI, si
riporta quanto segue: "Corre lanno 1425 e viene rappresentata la Danza Macabra
agli Innocenti nel mese di agosto con successo entusiasmante". Il medesimo autore
dice poi che nel 1429 un famoso predicatore, un certo frate Richard, nei suoi giri
periodici al cimitero degli Innocenti scoprì nella camera mortuaria un dipinta
raffigurante lintroduzione alla danza macabra.
Prima del 1424 non si riscontra alcuna composizione di
questo genere di danza che possa essere presa ad imitazione.
Il Dulaure, autore di una Storia di Parigi, riporta un
documento relativo al ballo dei Morti: vi figurano due pezzi ben distinti, la Danza Macabra e la Danza delle Donne.
In Italia abbiamo pochi affreschi raffiguranti la Danza
Macabra: uno di questi si trova nella cittadina di Clusane, poco sopra Bergamo nella
chiesa dei Disciplini, dedicata a San Bernardino.
Fu oggetto di studio da parte dello storico Arsenio Frugoni
che ne trasse un saggio nel 1957 dal titolo: I temi della Morte nellaffresco della
chiesa dei Disciplini a Clusone.
Il tema della Danza Macabra ha sempre eccitato la fantasia
di molti compositori, nella Ottocento anche Hector Berlioz scrisse una, oggi, celebre
Danza Macabra, così come poeti del calibro di Francois Villon.
Altra notizia curiosa ma degna di attenzione, riguarda la
messa in scena, sarebbe più opportuno dire la messa in strada e in piazza, dato che essa
ebbe svolgimento lungo un tragitto sino alla chiesa di Notre Dame de Lorette in Madrid
(1609), di un balletto allegorico tra il sacro e il profano pieno di allegorie greche, di
Ninfe, di Dei, di Eroi omerici eccetera; vi era anche un cavallo di Troia pieno di soldati
e persino personaggi rappresentanti le nazioni e i continenti, lEuropa, lAsia,
lAfrica, e tutto questo bailamme, in occasione della beatificazione di Ignazio di
Loyola oggi assurto alla santità.
Un cronista dellepoca riporta, con dovizia di
particolari, lo svolgimento del balletto in tutti i suoi minimi particolari sino alla
spesa dei costumi (più di duecentomila scudi).
Abbiamo anche notizia di quando Luigi XII, re di Francia,
entrò in Milano e in suo onore venne allestita una magnifica festa ove alle danze presero
parte anche due cardinali. Questo non deve sorprenderci: alla corte dei Papi il cardinale
Riario compose balletti che poi face eseguire sotto la sua direzione davanti a Sisto 11.
I Concili, le ordinanze dei Papi e dei loro successori
emanarono le più severe condanne per tutti coloro che praticavano la danza, sino al 1562.
Ma al Concilio di Trento, lautorevole Concilio della Controriforma, nonostante
venissero emanati rigorosi divieti contro la musica, il teatro e la danza, i più alti
prelati della fede cattolica, organizzarono un sontuoso festino, al quale presero parte
anche il severo Filippo II, nonché vescovi e cardinali che galantemente danzarono con
dame "Alemanne, Spagnole, Italiane invitate alla festa". Ad aprire le danze fu
il cardinale Ercole di Maxitova.
Nel Rinascimento, si ha notizia da parte del lombardo
Bergonzio Botta, organizzatore duna festa avvenuta a Tortona per celebrare il
matrimonio di Galeazzo Sforza, duca di Milano, con Isabella dAragona, di un suo
grande balletto ove il soggetto era la conquista del Toson dOro. A questa festa fu
convocata tutta la nobiltà italiana che prese parte allo svolgimento del soggetto.
Abbiamo una meticolosissima descrizione
dellavvenimento e di tutto ciò che accadeva sulla scena, delle danze che vi furono
eseguite e della loro coreografia.
Compilando queste poche note sulle attività tersicoree del
passato e consultando testi antichi (e no), mi sono convinto che Milano, questa città
capitale di commerci per tutto il mondo, era, allora, la capitale del balletto, la
capitale dinvenzioni teatrali e di feste dove larte, la bellezza e
lingegno trovarono terreno adatto al suo sviluppo.
Nel trattato che Cesare Negri ci ha lasciato, la danza
appare arte desportazione con i suoi maestri, che richiesti in ogni corte
dEuropa, portavano nel mondo, allora conosciuto, parte della civiltà lombarda e in
particolare di Milano, città che li aveva onorati del titolo di maestro. Così come oggi
non esiste compagnia a livello internazionale in cui non figurino nomi di ballerini
italiani soprattutto milanesi e romani. Non possiamo parlare di danza senza parlare di
Milano. In Milano sono nati i primi libri, i primi codici e la prima codificazione della
danza.
A questa città, dobbiamo riconoscenza e riverenza per
quanto ci ha tramandato e dato.
Le tavole con figure di danzatori che arricchiscono il
volume del Negri e che tanta importanza hanno per la storia del ballo e dellarte
coreutica, hanno il pregio di essere firmate da "Mauro Rovere Inventore". Queste
tavole furono incise da Leone Pallavicini, "Leo Palavicinus fecit", altrimenti
detto il Fiamminghino, il quale fu un illustre pittore che lasciò opere in molte chiese
milanesi e lavorò anche in Padova, in Parma e in altre città.
Rimanendo nella città di Milano, dobbiamo citare il grande
ballo organizzato da Gian Giacomo Tnivulzio in onore di Luigi XII nel 1507, il 30 maggio,
a porta Romana, in un padiglione appositamente costruito.
Era il tempo in cui Isabella dEste Gonzaga donava a
Cesare Borgia maschere di Ferrara con cui il Valentino amava coprirsi il volto nelle feste
da ballo: egli stesso, raccontano le cronache, era un valente danzatore di
"Moresca".
La prima stesura DellArte del Danzare di Antonio
dedicato ad Ippolita Sforza andata sposa nel 1465 al duca di Calabria, sembra sia andata
perduta. A noi rimane da consultare una seconda stesura che il Connazano scrisse in tarda
età.
La prima stesura è del 1455, mentre la seconda è del
1485/1490 quando il Cornazano era prossimo alla settantina.
Nel suo scritto egli non disdegna dinserire delle
espressioni puramente 1cm-bande. Il suo libro è di assai piccolo formato, molto simile a
un dizionario che doveva essere comodo da tenere in mano per essere continuamente
consultato. Oggi lo si definirebbe un manuale tascabile.
Importante comunque è sapere che a Milano dopo il 1450
furono attivi tre illustri maestri di danza, il citato Antonio Cornazano, Domenico da
Ferrara o Piacenza e Guglielmo Ebreo. Cosa
comunque importante è che fu dato incarico a Pagano da Rho di trascrivere il trattato di
Guglielmo Ebreo. Da ciò possiamo desumere quanto interesse e fortuna avessero i maestri
di danza nelle corti italiane.
Da quanto qui abbiamo voluto riportare, tradurre,
interpretare, emerge chiaramente che la danza e i suoi cultori in Italia nel 1450 e avanti
erano tanti e tutti, a quanto viene riportato, ottimi maestri e danzatori che hanno
portato questarte meravigliosa in tutto il mondo. A quanto ci è dato
dapprendere, essi venivano richiesti in tutte le corti e presso i signori
dellepoca; ma cosa meravigliosa è che erano stupendamente pagati e tenuti in alta
considerazione.
Altra notizia che ci dà la misura del valore di questi
personaggi, è che questi maestri non solo insegnavano a danzare ma estendevano il loro
insegnamento alla scherma, allequitazione e alla musica, per cui dobbiamo dedurre
che i maestri di danza dellepoca facessero parte dellintellighenzia possedendo
nel loro bagaglio di conoscenze le buone maniere, laffabilità, la cortesia nel
trattare con i più svariati strati sociali, tanto da essere considerati ottimi
ambasciatori. Il mecenatismo, in quel periodo, era tenuto in alta considerazione e i
potenti facevano a gara cercando di accaparrarsi quanto di meglio il mercato potesse
offrire per la gloria e lonore delle loro Corti. Il cortigiano era al servizio del
suo principe e come tale era tenuto a conoscere regole, arti e maniere per ben figurare.
Leggendo il trattato del Negri, detto "Il
Trombone" forse perché oltre alla danza amava suonare quello strumento è la gran
quantità di personaggi allievi suoi che invasero lEuropa e lItalia e che
vennero richiesti in qualità di maestri presso tutte le Corti dellepoca che ci
meraviglia. Come pure il fatto che molti di essi avessero scuola
in Milano che già da allora possiamo chiamare la capitale della danza. Tale resterà
sino alla fine dellOttocento: ora dopo tanti anni oscuri sta tornando ad essere
presente nel mondo con il ruolo che le compete e che si è conquistata per merito di
coloro che presso il suo massimo teatro hanno studiato e lavorato.
Fra le importanti e curiose notizie che apprendiamo
curiosando in questi scritti, di cui ci parla il Negri che esortava i suoi allievi ad
apprendere larte della danza avendo laccortezza dimpostare la corretta
posizione dei piedi con le punte divaricate. Difatti nei disegni troviamo i vari
personaggi con i piedi nelle diverse posizioni della danza accademica. Solo più tardi
Theodore de Lajarte le descriverà in un trattato pubblicato presso lAccademia di
musica e danza di Parigi, dove stabilirà i principi dellen dehors. Così pure, per
la nomenclatura dei passi di danza, già dalla metà del 1400 Messer Guglielmo Ebreo ce ne dà ampia
esposizione con una esauriente spiegazione per la giusta esecuzione di essi anche in
termini milanesi (vedi schisciada: glissade).
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