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LA STORIA DELLA DANZA RACCONTATA DA WALTER VENDITTI

 

IL FOLCLORE

Frutto di tradizioni lontane nel tempo

 

bourree1.jpg (158152 byte)Il folclore può vantare danze molto belle e interessanti, frutto di una cultura e di una tradizione lontane nel tempo.

Le danze folcloristiche vengono trasmesse da una generazione all’altra, e si presentano sempre con un ritmo e una forma fissi. Il tempo, infatti, ne modifica le strutture molto lentamente.

Questo loro ritmo, stabile e consacrato nell’uso e nell’ascolto, fa distinguere a un orecchio esercitato, un Valzer da una Mazurka o da una Polka.

Tutte le persone anche non particolarmente dotate per l’arte della danza, possono apprendere questo genere di danze, soltanto guardando gli altri danzatori, senza alcuna scuola. Ma sarà pura follia volere improvvisare le danze di un balletto.

Il danzatore bene o male, pratica un’arte. La danza, come noi l’abbiamo vista, e non come la possiamo vedere da un punto di vista artistico, non è altro che l’unione del movimento e del ritmo.

Ma il balletto è arte perché all’interno della sua composizione entra la facoltà creatrice dell’uomo con la sua personalità e con la sua individualità. L’uomo applica la sua personale genialità e l’insieme delle sue conoscenze per la creazione di una coreografia che corrisponda e quasi incarni la musica.

Il compositore del balletto o coreografo, non è tenuto a seguire nella sua creazione coreografica alcuno schema tradizionale d’una qualsiasi forma di danza. Lui ha la facoltà (libertà assoluta comune a tutti gli artisti) di comporre e sviluppare a seconda del proprio estro dei passi, dei movimenti nelle figure, nelle pose e in tutte le forme, e gli accenti del vocabolario che offre la scuola accademica. Lui può fare, come tutti gli artisti, opere geniali, buone, mediocri o pessime, ma è insindacabile nello sviluppo e nella creazione del suo lavoro.

Non esiste balletto senza questa creazione libera e autonoma.

Da un vecchio libro sulla storia della danza, edito a Parigi nel 1870, nel quale Raoul Charbonnel si avvale per la parte tecnica di M.me Berthe Bernay professore dell’Opera, riportiamo quanto segue sulle danze del passato con alcune piccole curiosità tecnico-storiche che certamente, da un amatore di danza, saranno tenute nella loro giusta considerazione.

Nell’anno 730, non nel 1730, ma proprio nel 730 o giù di lì, sovente nelle chiese e nei luoghi sacri si danzava; a queste danze prendeva parte anche il clero.

Queste danze eseguite durante le feste religiose tendevano alla dissacrazione del culto, risentendo della loro origine pagana. Ben presto degenerarono scivolando nella dissolutezza più sfrenata, tantoché Papa Zaccaria fu costretto a emanare un decreto di abolizione di queste indecenti dissacrazioni.

Siamo giunti al 774: il re francese proibisce la danza nei luoghi sacri e pubblici su consiglio del clero intransigente che qualifica la danza manifestazione indegna. Questa abolizione sussisterà fino al secolo XVI.

Peraltro, malgrado l’editto proibitivo di Papa Zaccaria, si continuò, in Spagna, a danzare nelle chiese davanti al SS. Sacramento. I vescovi di Valencia, di Siviglia e di Toledo incoraggiarono questa moda nei loro territori.

Nel medesimo tempo non possiamo credere che nella cattolicissima Spagna si conoscessero solo danze religiose o di carattere grave e maestoso; erano in uso nei conventi e nelle chiese delle sorte di trattenimenti accompagnati da danze licenziose e sconvenienti.

I brani danzati nelle chiese e nei conventi avevano l’appellativo di Farsas Santas y Piadosas, come a dire farse sante e pie.

Altra danza di cui abbiamo testimonianza è la danza macabra. Si sa che le danze dei morti, molto in voga nel periodo medievale consistevano in enormi quadri viventi o in figurazioni pittoriche eseguite nelle piazze antistanti i conventi e le chiese o dipinte sui muri delle medesime o dei cimiteri.

La sua origine pare derivi dai canti o cori dei Maccabei, cerimonia introdotta dagli ecclesiastici e dai dignitari della chiesa.

Questi conducevano la danza sorteggiando a turno i vari ruoli da ricoprire che poi, durante la danza si scambiavano, per mostrare agli spettatori che ciascuno di noi, in qualsiasi momento, può subire la morte.

Questa danza e il suo ricordo fu conservato sino al Medioevo avanzato; in un testo del 1453 possiamo leggere la seguente frase "Quattuor simasias vini exhibitas illis qui Coream Machabeorum fecerunt". Ci è permesso supporre che i mali e i martini dei fratelli Maccabei e della loro madre Eleazar ispirassero l’idea di questa danza.

Il Peignot in uno dei suoi sei opuscoli dice che queste rappresentazioni avevano il proponimento, tutto grottesco, di rammentare agli uomini la fragilità della vita, l’indispensabile necessità di morire, l’incertezza dell’ora fatale e l’inflessibilità della morte che non rispetta né la condizione, né il sesso, né gli anni.

Ciascuno dei personaggi, durante lo svolgersi della rappresentazione spariva dalla scena alla fine della sua esibizione. Per rendere questa idea più sorprendente fu immaginato di far condurre la danza da uno scheletro umano rappresentante la Morte.

La morte porta dentro la sua voragine tutti coloro che il suo dito scarno sfiora, siano essi Papi, Imperatori, Re e potenti di questo mondo: quello guarda, quello prende, senza nessuna distinzione, siano essi poveri, umili, vecchi o sofferenti, o donne, senza tener conto della loro bellezza e delle loro illusioni.

Così non importa se si tratta di un bambino e del dolore della sua madre.

A quell’epoca si scoprì, per mezzo dell’abate Valenti Dufur, il primo affresco rappresentante queste danze.

Egli in qualità di archeologo, ne determinò la data (1424).

Questa allegoria era dipinta sul muro di cinta del Cimitero degli Innocenti a Parigi; in effetti su di un giornale di Parigi, sotto Carlo VI, si riporta quanto segue: "Corre l’anno 1425 e viene rappresentata la Danza Macabra agli Innocenti nel mese di agosto con successo entusiasmante". Il medesimo autore dice poi che nel 1429 un famoso predicatore, un certo frate Richard, nei suoi giri periodici al cimitero degli Innocenti scoprì nella camera mortuaria un dipinta raffigurante l’introduzione alla danza macabra.

Prima del 1424 non si riscontra alcuna composizione di questo genere di danza che possa essere presa ad imitazione.

Il Dulaure, autore di una Storia di Parigi, riporta un documento relativo al ballo dei Morti: vi figurano due pezzi ben distinti, la Danza Macabra e la Danza delle Donne.

In Italia abbiamo pochi affreschi raffiguranti la Danza Macabra: uno di questi si trova nella cittadina di Clusane, poco sopra Bergamo nella chiesa dei Disciplini, dedicata a San Bernardino.

Fu oggetto di studio da parte dello storico Arsenio Frugoni che ne trasse un saggio nel 1957 dal titolo: I temi della Morte nell’affresco della chiesa dei Disciplini a Clusone.

Il tema della Danza Macabra ha sempre eccitato la fantasia di molti compositori, nella Ottocento anche Hector Berlioz scrisse una, oggi, celebre Danza Macabra, così come poeti del calibro di Francois Villon.

Altra notizia curiosa ma degna di attenzione, riguarda la messa in scena, sarebbe più opportuno dire la messa in strada e in piazza, dato che essa ebbe svolgimento lungo un tragitto sino alla chiesa di Notre Dame de Lorette in Madrid (1609), di un balletto allegorico tra il sacro e il profano pieno di allegorie greche, di Ninfe, di Dei, di Eroi omerici eccetera; vi era anche un cavallo di Troia pieno di soldati e persino personaggi rappresentanti le nazioni e i continenti, l’Europa, l’Asia, l’Africa, e tutto questo bailamme, in occasione della beatificazione di Ignazio di Loyola oggi assurto alla santità.

Un cronista dell’epoca riporta, con dovizia di particolari, lo svolgimento del balletto in tutti i suoi minimi particolari sino alla spesa dei costumi (più di duecentomila scudi).

Abbiamo anche notizia di quando Luigi XII, re di Francia, entrò in Milano e in suo onore venne allestita una magnifica festa ove alle danze presero parte anche due cardinali. Questo non deve sorprenderci: alla corte dei Papi il cardinale Riario compose balletti che poi face eseguire sotto la sua direzione davanti a Sisto 11.

I Concili, le ordinanze dei Papi e dei loro successori emanarono le più severe condanne per tutti coloro che praticavano la danza, sino al 1562. Ma al Concilio di Trento, l’autorevole Concilio della Controriforma, nonostante venissero emanati rigorosi divieti contro la musica, il teatro e la danza, i più alti prelati della fede cattolica, organizzarono un sontuoso festino, al quale presero parte anche il severo Filippo II, nonché vescovi e cardinali che galantemente danzarono con dame "Alemanne, Spagnole, Italiane invitate alla festa". Ad aprire le danze fu il cardinale Ercole di Maxitova.

Nel Rinascimento, si ha notizia da parte del lombardo Bergonzio Botta, organizzatore d’una festa avvenuta a Tortona per celebrare il matrimonio di Galeazzo Sforza, duca di Milano, con Isabella d’Aragona, di un suo grande balletto ove il soggetto era la conquista del Toson d’Oro. A questa festa fu convocata tutta la nobiltà italiana che prese parte allo svolgimento del soggetto.

Abbiamo una meticolosissima descrizione dell’avvenimento e di tutto ciò che accadeva sulla scena, delle danze che vi furono eseguite e della loro coreografia.

Compilando queste poche note sulle attività tersicoree del passato e consultando testi antichi (e no), mi sono convinto che Milano, questa città capitale di commerci per tutto il mondo, era, allora, la capitale del balletto, la capitale d’invenzioni teatrali e di feste dove l’arte, la bellezza e l’ingegno trovarono terreno adatto al suo sviluppo.

Nel trattato che Cesare Negri ci ha lasciato, la danza appare arte d’esportazione con i suoi maestri, che richiesti in ogni corte d’Europa, portavano nel mondo, allora conosciuto, parte della civiltà lombarda e in particolare di Milano, città che li aveva onorati del titolo di maestro. Così come oggi non esiste compagnia a livello internazionale in cui non figurino nomi di ballerini italiani soprattutto milanesi e romani. Non possiamo parlare di danza senza parlare di Milano. In Milano sono nati i primi libri, i primi codici e la prima codificazione della danza.

A questa città, dobbiamo riconoscenza e riverenza per quanto ci ha tramandato e dato.

Le tavole con figure di danzatori che arricchiscono il volume del Negri e che tanta importanza hanno per la storia del ballo e dell’arte coreutica, hanno il pregio di essere firmate da "Mauro Rovere Inventore". Queste tavole furono incise da Leone Pallavicini, "Leo Palavicinus fecit", altrimenti detto il Fiamminghino, il quale fu un illustre pittore che lasciò opere in molte chiese milanesi e lavorò anche in Padova, in Parma e in altre città.

Rimanendo nella città di Milano, dobbiamo citare il grande ballo organizzato da Gian Giacomo Tnivulzio in onore di Luigi XII nel 1507, il 30 maggio, a porta Romana, in un padiglione appositamente costruito.

Era il tempo in cui Isabella d’Este Gonzaga donava a Cesare Borgia maschere di Ferrara con cui il Valentino amava coprirsi il volto nelle feste da ballo: egli stesso, raccontano le cronache, era un valente danzatore di "Moresca".

La prima stesura Dell’Arte del Danzare di Antonio dedicato ad Ippolita Sforza andata sposa nel 1465 al duca di Calabria, sembra sia andata perduta. A noi rimane da consultare una seconda stesura che il Connazano scrisse in tarda età.

La prima stesura è del 1455, mentre la seconda è del 1485/1490 quando il Cornazano era prossimo alla settantina.

Nel suo scritto egli non disdegna d’inserire delle espressioni puramente 1cm-bande. Il suo libro è di assai piccolo formato, molto simile a un dizionario che doveva essere comodo da tenere in mano per essere continuamente consultato. Oggi lo si definirebbe un manuale tascabile.

Importante comunque è sapere che a Milano dopo il 1450 furono attivi tre illustri maestri di danza, il citato Antonio Cornazano, Domenico da Ferrara o Piacenza e Guglielmo Ebreo. Cosa comunque importante è che fu dato incarico a Pagano da Rho di trascrivere il trattato di Guglielmo Ebreo. Da ciò possiamo desumere quanto interesse e fortuna avessero i maestri di danza nelle corti italiane.

Da quanto qui abbiamo voluto riportare, tradurre, interpretare, emerge chiaramente che la danza e i suoi cultori in Italia nel 1450 e avanti erano tanti e tutti, a quanto viene riportato, ottimi maestri e danzatori che hanno portato quest’arte meravigliosa in tutto il mondo. A quanto ci è dato d’apprendere, essi venivano richiesti in tutte le corti e presso i signori dell’epoca; ma cosa meravigliosa è che erano stupendamente pagati e tenuti in alta considerazione.

Altra notizia che ci dà la misura del valore di questi personaggi, è che questi maestri non solo insegnavano a danzare ma estendevano il loro insegnamento alla scherma, all’equitazione e alla musica, per cui dobbiamo dedurre che i maestri di danza dell’epoca facessero parte dell’intellighenzia possedendo nel loro bagaglio di conoscenze le buone maniere, l’affabilità, la cortesia nel trattare con i più svariati strati sociali, tanto da essere considerati ottimi ambasciatori. Il mecenatismo, in quel periodo, era tenuto in alta considerazione e i potenti facevano a gara cercando di accaparrarsi quanto di meglio il mercato potesse offrire per la gloria e l’onore delle loro Corti. Il cortigiano era al servizio del suo principe e come tale era tenuto a conoscere regole, arti e maniere per ben figurare.

Leggendo il trattato del Negri, detto "Il Trombone" forse perché oltre alla danza amava suonare quello strumento è la gran quantità di personaggi allievi suoi che invasero l’Europa e l’Italia e che vennero richiesti in qualità di maestri presso tutte le Corti dell’epoca che ci meraviglia. Come pure il fatto che molti di essi avessero scuola in Milano che già da allora possiamo chiamare la capitale della danza. Tale resterà sino alla fine dell’Ottocento: ora dopo tanti anni oscuri sta tornando ad essere presente nel mondo con il ruolo che le compete e che si è conquistata per merito di coloro che presso il suo massimo teatro hanno studiato e lavorato.

Fra le importanti e curiose notizie che apprendiamo curiosando in questi scritti, di cui ci parla il Negri che esortava i suoi allievi ad apprendere l’arte della danza avendo l’accortezza d’impostare la corretta posizione dei piedi con le punte divaricate. Difatti nei disegni troviamo i vari personaggi con i piedi nelle diverse posizioni della danza accademica. Solo più tardi Theodore de Lajarte le descriverà in un trattato pubblicato presso l’Accademia di musica e danza di Parigi, dove stabilirà i principi dell’en dehors. Così pure, per la nomenclatura dei passi di danza, già dalla metà del 1400 Messer Guglielmo Ebreo ce ne dà ampia esposizione con una esauriente spiegazione per la giusta esecuzione di essi anche in termini milanesi (vedi schisciada: glissade).

 

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