D'Annunzio Dilettante di sensazioni

 

Definito da B. Croce "dilettante di sensazioni", D'Annunzio interpreta il gusto decadente e intende il poeta come soggetto inimitabile dotato di acuta sensibilità. L'arte è attività suprema, fortemente soggettiva ed esaltante.

Alla base del pensiero dannunziano è possibile riscontrare queste tre componenti: estetismo, panismo, superomismo. "Il Piacere" è considerato la vera e propria "bibbia" del decadentismo italiano, in cui il protagonista inca a il simbolo della sfrenatezza sensuale che sfocia nella lussuria, generando insoddisfazione e inappagamento dei desideri. Andrea Sperelli è un personaggio autobiografico, poiché è l'incarnazione di quello che l'autore avrebbe voluto essere. L'esteta vive da uomo fuori dal comune perché eccezionalmente dotato e raffinato. Nel romanzo il poeta rivela una ricerca della bellezza come prototipo di una donna affascinante e sfuggente, espressione di ciò che può ammaliare un esteta.

L'estetismo tende a rappresentare immagini cariche di compiacimento estetico. 

Il culto per la parola predilige quella provocatoria, suggestiva e la forma preziosa e barocca. Soprattutto in Alcyone l'autore esprime il panismo, il cui nome deriva dal dio Pan che tornato sulla terra, invita gli uomini a immergersi nelle cose, a immedesimarsi in esse; le parole e le immagini si fanno evanescenti, mentre il linguaggio è analogico ed evocativo. Una concezione decadente della realtà consente di attribuire alla natura caratteristiche umane e all'uomo di immergersi nella natura. Si attenua fino quasi ad annullarsi la distinzione tra il soggetto-poeta e l'oggetto-natura. Dietro alle parole c'è però il vuoto più completo di pensiero, ma soprattutto di sentimento.

È riscontrabile nel poeta il desiderio di imporsi, di agire e ciò sconfina in megalomania già riscontrabile nel poeta adolescente che negli anni maturi risente della nuova filosofia tedesca (superomismo). D'Annunzio, avendo rifiutato di porsi una problematica del vivere, si proiettò in una vita attiva e combattiva.

Il suo vitalismo si rivelò in due sensi: come insofferenza di una vita comune e normale e come vagheggiamento della "bella morte eroica".

Egli perciò insiste sui temi della grandezza, dell'orgoglio, dell'eroismo estetizzante. Costretto a reprimere gli impeti adolescenziali , seppe fondere vita e arte in una sintesi di eroismo e decadentismo.

Egli determinò la svolta più importante del decadentismo, quella superomistica, a cui aderì dopo la lettura nietzschiana. Il superomismo si adeguò alla carriera tribunizia, ma prima ancora la via era stata imboccata con i romanzi "Il Trionfo della morte" (1894) e " Le Vergini delle rocce" (1895) per proseguire con "Il fuoco" e "Forse che si forse che no" (1910) i cui protagonisti Giorgio Aurispa, Claudio Cantelmo, Stelio Effrena e Paolo Tarsis) inca avano la figura del super-uomo tribuno proponendolo come il modello del nuovo capo politico, il cui compito era ricondurre "il gregge all'obbedienza".

In D'Annunzio il superuomo trovava la sua perfetta identificazione, con l'artista, la vita inimitabile diveniva l'arte stessa, banco di prova delle sperimentazione delle passioni e della volubilità dell'uomo. In lui non fu tanto la vita a tenere dietro l'arte, ma fu l'arte a seguire le eccentricità della vita e ciò costò al poeta un'accusa di divismo e superficialità.

E' da notare che esiste, in contrapposizione ai due aspetti del vitalismo, un senso di stanchezza improvvisa: sentì il desiderio di purificazione, di innocenza e allora si rifugiò nei ricordi a lui più cari. L'opera che meglio esprime questa condizione è "Poema Paradisiaco" (1893), in cui una buona assimilazione del simbolismo francese gli consentì di rinnovarsi in misura soddisfacente.

Vi è il passaggio dalla sensualità alla purezza e all'innocenza di una vita semplice. In questi improvvisi ripiegamenti interiori mancava una amara consapevolezza della caducità delle cose e della precarietà dell'uomo: questi motivi si potevano avvertire solo superficialmente, ma non c'era un sincero proposito di rinnovamento dello spirito.  Da un affannoso fiorire di sensazioni e di immagini si genera il "Notturno", che egli compose al buio e nel quale si alte ano e si intrecciano due motivi: il rimpianto dell'adolescenza e della vita in genere consumata e perduta; l'immediato rimpianto dell'azione di guerra, del rischio mortale del volo su Vienna.

Il "Notturno", nato come diario, si arricchisce di sogni, ricordi, visioni, apparendo come una autoglorificazione D'Annunzio si spoglia quindi di qualsiasi dimensione superumana e tensione vitalistica per attuare un sincero ripiegamento interiore .

 

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