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Giusto o sbagliato

di

Alessandro Mugno



Cos’è giusto e cosa è sbagliato? Ma soprattutto, cosa è giusto per chi? Per te, per me, per il tizio in televisione? Come si fa a distinguere il giusto dallo sbagliato? Facciamo un esempio per cercare di capire: io ed un mio amico stiamo camminando lungo un sentiero, ad un certo punto, io trovo due banconote da 5 euro e le raccolgo.

Il mio amico dice che è giusto dividerci le banconote, poiché esse sono due, e noi siamo due. Per me invece è giusto tenere entrambe le banconote per me, perché sono stato io a trovarle per primo. A quel punto arriva un altro ragazzo (che chiameremo Gigi) correndo dalla parte opposta a quella nella quale stavamo venendo io e il mio amico. Gigi afferma che le banconote sono sue, e secondo lui è giusto che gli vengano restituite. Un altro ragazzo però (che chiameremo Pino), che rincorreva Gigi, arriva correndo anche lui subito dopo, e afferma che Gigi in verità aveva rubato le banconote a lui prima che gli cadessero di tasca, e che quindi è più giusto che sia lui ad averle. A quel punto arriva un altro ragazzo, ben piazzato, che minaccia tutti gli altri di dargli le banconote se non vogliono tornare a casa con le ossa fracassate.

A quel punto arriva un altro ragazzo dall’aria intelligente, e dice che in questo caso bisogna risolvere la situazione con un ragionamento: le banconote si devono mettere in palio come premio, che andrà al vincitore di una gara di corsa. Tuttavia essendo stato lui a risolvere la questione, afferma di aver diritto a metà del premio a prescindere, quindi ad una banconota da 5 euro. A quel punto arriva il padre di Pino, e dice che siccome era stato lui a dare i soldi al figlio, ora li rivuole indietro, e che quindi è più giusto che sia lui ad avere le banconote.

Potremmo andare avanti per ore, ma vi risparmierò la fatica di scervellarvi man mano che la situazione diventi più complicata, e mi risparmierò io stesso la fatica di dover ideare altre complicazioni.
Qualcuno saprebbe rispondere a chi è più giusto che vadano le banconote? Magari per voi è più giusto che vadano a Gigi, altri a suo padre, ma chi ha la facoltà di decidere cosa è giusto e cosa non lo è? Voi od io forse?
Poniamo la domanda ad un gruppo di 100 persone, 60 rispondono che è giusto che le banconote vadano a Gigi, 40 invece rispondono che è più giusto che vadano a Pino, allora vorrebbe dire che è giusto che vadano a Gigi?
E se invece ponessimo la medesima domanda ad altre 100 persone, ma stavolta i risultati si invertissero, allora sarebbe giusto che le banconote vadano a Pino?
E se invece ci fosse parità: cioè un 50 e 50? Sarebbe giusto che 5 euro vadano a Gigi e 5 a Pino?

Per non incorrere in un grave errore allora chiamiamo un giudice al quale affidiamo la responsabilità di decidere. Egli alla fine decide che le banconote devono andare a Gigi. Tuttavia, dopo qualche tempo, si viene a sapere che il giudice era il fratello del padre della suocera del cugino della moglie del fratello di Gigi, e che grazie a questo legame familiare non aveva esitato un attimo ad emettere la sentenza.
Allora era veramente giusto che andasse a finire così?

Tutto viene rimesso in gioco, e si chiama un altro giudice. Questo dopo vari ragionamenti dice che sia più giusto che i soldi vadano a Pino.
Tuttavia dopo qualche tempo, si viene a sapere che il giudice in verità, non sapeva fare molto bene il suo lavoro: andando a rivedere infatti le pagine della sua carriera, si scopre che prima di diventare giudice era un ragazzo molto furbo, tanto che una volta aveva trovato due banconote da 5 euro per terra ed era scappato via senza dirlo a nessuno.

Questo ragazzo non aveva molta voglia di studiare, tanto che arrivato al quinto anno si era pentito di essere andato al liceo scientifico, e non vedeva l’ora di fare l’esame ed andarsene. L’ora di andarsene era alla fine giunta, ed il ragazzo era uscito dal liceo finalmente con un diploma: si era diplomato con 60 ma in fin dei conti si era pur sempre diplomato no? In effetti fino all’ultimo non credeva neanche lui di potercela fare, ma nessuno sa perché né per come, alla fine ce la fece.
Uscito dal liceo in verità, i problemi non erano affatto finiti, anzi la situazione si era complicata maggiormente: infatti il ragazzo, con una preparazione da liceo scientifico, non era in grado di svolgere lavori manuali, anche se avesse saputo farli, non aveva nessuna voglia di spaccarsi la schiena. Lui era andato al liceo scientifico! E cosa fanno quelli del liceo scientifico una volta diplomati? Vanno all’università.
 

Allora il ragazzo cominciò ad informarsi un po’ sui vari tipi di facoltà, ma non gliene piaceva nessuna in particolare, non sapeva proprio cosa scegliere. Allora ebbe un’idea: scelse una facoltà di cui aveva sentito molto parlare, e che dal nome altisonante sembrava buona: Giurisprudenza. Inoltre aveva sentito dire che all’università era completamente diverso dal liceo: non dovevi andare tutti i giorni a scuola, non ti chiedevano la giustificazione e non ti davano i compiti a casa. In parole povere ti gestivi il tuo tempo da te.
Iscrittosi a giurisprudenza, il ragazzo si accorse che le cose che aveva sentito dire erano vere. Tuttavia il suo tempo lui, non se lo sapeva organizzare. Dopo due anni il ragazzo non ce la faceva più a sottostare ai ritmi universitari, e avendo dato ancora solo pochi esami, si decise a ritirarsi dalla vita universitaria una volta per tutte.
 

Ed ora cosa fare? Il mondo del lavoro gli metteva paura: aveva lavorato per qualche giorno ad un ristorante come cameriere, ma si era stancato subito, si faticava troppo e si guadagnava poco. Non era proprio il lavoro adatto a lui. Allora cominciò a cercare qualcos’altro: fece concorsi su concorsi, ma non aveva mai risposto alle domande dei quiz, perché perdeva sempre troppo tempo a capire le domande. Ormai rassegnato il ragazzo si risolse ad andare a chiedere aiuto al padre, una persona molto importante, al quale per risolvere la situazione sembrò giusto far fare al figlio un concorso per diventare giudice dove ti davano le domande e pure le risposte. A quel punto l’unica difficoltà che incontrò il ragazzo nel quiz, fu quella di inserire nome e cognome: poi chiese al professore se era possibile fare cancellature, perché aveva scritto il suo cognome con una “r” di troppo.
Finalmente il ragazzo vinse il concorso, e diventò giudice, e la prima causa che dovette risolvere fu quella che citammo prima.

Allora? Il problema non si è ancora risolto. Chi ha il potere di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato? La legge? E chi la fa la legge? Dio? Gli uomini?

Di leggi se ne fanno tante, ma forse invece di continuare a fare leggi su leggi, sarebbe bene cancellare tutto e ricominciare da capo.
L’Italia, il governo, la repubblica, la costituzione! Il popolo ha sempre lottato per ottenere più privilegi, per ottenere più potere, per poter dire la sua nelle questioni politiche.
Adesso ci siamo finalmente avvicinati a quello che tanto aspiravano i nostri avi: noi scegliamo i nostri governanti, siamo noi che ci gestiamo il nostro tempo, ma ne siamo capaci?
Chi è più giusto che vada al governo, la sinistra o la destra?
Facciamo questa domanda alle persone un po’ più anziane, perché anche loro hanno i proprio diritti no? Anche loro hanno la libertà di pensiero. Andiamo in una casa di riposo a fare qualche domanda ai simpatici vecchietti: dopo un po’ di “ai miei tempi” e di “quando ero giovane io”, poniamo al gruppo di anziani una domanda facile facile: “Chi preferireste che andasse al governo, la sinistra o la destra?”
La gran parte delle persone a questo punto si guarda le mani con aria interrogativa, alcuni invece gridano “la sinistra!” ed altri “la destra!”.
Passiamo poi alla seconda domanda, quella più difficile: “Perché?”.
Ora gran parte delle persone stanno ancora guardandosi le mani, quei pochi che invece avevano risposto prima guardano pensierosi, poi uno più spavaldo degli altri si fa coraggio e si decide a rispondere:
“Perché ci fanno pagare meno tasse!”
A quel punto sorge spontanea la terza domanda, quella difficilissima: “Ma chi?”

Silenzio…

Ce ne andiamo via un po’ delusi, e proviamo a fare un’ indagine in mezzo ad un gruppo di persone un po’ più giovani.
Ciò che più ci lascia scioccati però e che le reazioni dei giovani di fronte alle nostre domande non differiscono di gran lunga da quelle dei vecchietti.
Ma se siamo noi a votare, com’è possibile che non sappiamo chi stiamo votando o perché? Com’è possibile che non sappiamo chi sta facendo la cosa giusta o chi quella sbagliata?
Poi un tipo dice di aver capito tutto, ed esclama: “Stanno facendo la cosa giusta! Perché grazie alle loro riforme io ci ho guadagnato un sacco di soldi!”
Poi arriva il suo vicino di casa e dice: “Per me però stanno facendo la cosa sbagliata! Perché con le loro riforme io ci ho perso un sacco di soldi!”
Poi si fa avanti un altro e dice: “A me non mi importa se stanno facendo la cosa giusta o sbagliata! Io non ci capisco niente di queste cose e ne rimango fuori!”
Poi ne arriva un altro e dice: “Secondo me, fanno la cosa sbagliata tutti, possiamo anche scegliere, ma qualsiasi cosa scegliamo il risultato è lo stesso!”

E se qualsiasi cosa scegliamo il risultato è lo stesso allora cosa stiamo facendo? Cosa stiamo scegliendo? Cosa stiamo votando? Il potere ce l’abbiamo noi, allora perché ci lamentiamo sempre? Dovrebbe andare tutto bene no?

A quel punto un esaltato grida: “Secondo me bisogna fare la rivoluzione! I politici ci fanno credere che il potere è nelle mani del popolo invece continuano a gestirsi tutti i loro affari, mentre a noi ci confondono con tutte le loro chiacchiere e non ci fanno capire niente! Ci stanno prendendo in giro! Rivoluzione! Rivoluzione!”

Il clima di rivoluzione è coinvolgente, tanto che molti altri si uniscono a quest’ultimo, e alla fine la rivoluzione ha inizio: il popolo finalmente ottiene il potere. I potenti sono stati sconfitti!

Poi uno del popolo ad un certo punto però si alza in piedi e dice: “Ma ora che abbiamo ottenuto il potere, che cosa dobbiamo fare per governare il Paese? Io non sono pratico di queste cose, non ci ho mai capito niente di politica, non so dove mettere le mani!”

Come una reazione a catena, si cominciano ad alzare molte altre persone che dicono: “è vero! Anch’io non so come si fa a governare un Paese! Cosa dobbiamo fare?”

A quel punto un gruppetto di intelligenti si fa avanti: “Lo governiamo noi il Paese, noi siamo esperti in materia! Non vi preoccupate!”
Poi però in quel gruppetto di intelligenti, alcuni hanno idee diverse tra di loro, non si riescono a mettere d’accordo su come gestire il governo, perché alcuni vogliono fare delle riforme per i proprio comodi, altri vogliono farne delle altre che siano vantaggiose per loro, ed ognuno a suo modo vuole qualcosa. Ho capito, ognuno pensa a sé stesso, ma agli altri chi ci pensa?
Nel gruppetto di persone iniziano discussioni, poi queste diventano litigi, tanto che il gruppetto iniziale si divide in due gruppetti più piccoli, uno verso destra e l’altro verso sinistra. Poi in mezzo a questi due gruppetti però si creano delle discussioni, non così vivaci come quelle tra i due gruppetti principali però. Così i due gruppetti principali si cominciano a dividere in tanti altri gruppetti (che chiameremo partiti). Tuttavia tutte queste piccole divisioni non fanno altro che indebolire i vari gruppetti che decidono perciò di riunirsi in due grandi gruppi (che chiameremo coalizioni).
Anche qui potremmo andare avanti ore ed ore, ma ci risparmiamo anche questa fatica. Per farla breve ognuno pensa ai proprio bei comodi, ed il primo che prova a mettere i bastoni fra le ruote viene fermato repentinamente.
Volete sapere qual è la soluzione del problema allora?
La monarchia.
Sì avete capito bene, ma non quella tradizionale, quella che siamo abituati a vedere nei libri di storia, no, quella no.
La monarchia nel senso di “potere nelle mani di uno solo”.
“Ma è un’assurdità”, qualcuno potrebbe replicare. Ma solo perché è condizionato dall’idea di monarchia che gli è sempre stata fatta vedere.
Quando parlo di monarchia non intendo quella in cui c’è un monarca che nuota nell’oro circondato dalla massa dei suoi schiavetti, mentre fuori per le strade la gente si muore di fame. Non parlo neanche di carica a vita.
Il monarca (che chiameremo “monarca” soltanto per semplicità) è colui che detiene il potere. Ma non ha carica a vita, ed i suoi figli non erediteranno il suo potere dopo di lui.
Il monarca è eletto dal popolo con le votazioni.
Prima delle elezioni ogni candidato dovrà spiegare a tutti ciò che farà, e presentare un programma ben preciso. Salito al potere poi dovrà attenersi strettamente al programma che aveva presentato, altrimenti verrà immediatamente detronizzato. Il compito di giudicare se il monarca fa bene il suo lavoro è affidato ad un gruppo esiguo di persone, scelte a loro volta tra gruppi più grandi. L’elezione dei giudici viene fatta sempre dal popolo, in una specie di gara ad eliminazione, nella quale alla fine verranno elette solo pochissime persone.
Tuttavia questa visione ha una pecca.
Chi giudica se i giudici giudicano bene?
Si dovrebbe formare un altro gruppo di giudici che giudichino se i primi giudici fanno bene il loro lavoro.
Poi se ne dovrebbe creare un altro per giudicare i giudici che giudicano gli altri giudici.
Allora qual è questa benedetta soluzione al problema!
Beh mi ero dimenticato di dire che la soluzione al problema è sì la monarchia, ma una monarchia che non esiste: una “monarchia utopica”, nella quale c’è solo un benedetto monarca che svolge bene il suo lavoro, secondo l’etica e la morale universali, nessuno può opporsi al suo operato (anche perché se qualcuno si opponesse, si starebbe opponendo ad un operato moralmente giusto). Il compito del monarca sarebbe quello di saper giudicare cosa ha bisogno il popolo per vivere bene, e qual è la maniera più giusta per governare: in parole povere il nostro monarca dovrebbe possedere caratteristiche utopiche, che nessun essere umano può mantenere quando gli viene dato in mano il potere.
Ne deriva che anche il monarca è “utopico”. Ed è perciò una “monarchia utopica” retta da un “monarca utopico”.
Quindi anche questa idea va scartata.
Allora qual è la soluzione!
Non c’è! Non c’è soluzione, o almeno in questo momento non me ne viene in mente una. Al massimo si potrebbe pensare a qualcosa che sia meno peggio delle altre cose. Ma nel frattempo, ci teniamo quello che ci viene dato.

 

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