“Don
Giovanni in Sicilia”
di Vitaliano Brancati
Vitaliano visse durante un periodo
attraversato da avvenimenti che segnarono la storia contemporanea.
Nato a Pachino nel 1907 è morto a
Torino nel 1954.
Nel 1940 a Zafferana Etnea scrisse il
“Don Giovanni in Sicilia” che venne pubblicato solo un anno dopo
perché frattanto l’Italia entrava nel secondo conflitto mondiale.
Questo romanzo è un classico della
nostra letteratura. Il protagonista è G. Percolla, un siciliano
pigro, un inetto ed uno schiavo delle “circostanze”e di chi si
mostra essere più forte di lui.
Tuttavia tutto è apparenza: G. vive
da scapolo quando ormai la sua età canonizzerebbe un diverso modo di
vivere.
È coccolato da tre sorelle, premurose
al limite dell’asfissia, zitelle i cui occhi non intravedono nessun
altro modo di vivere o di immaginare il futuro.
Vi sono le strade di Catania, animate
dagli amici suoi chiacchieroni: bulli, che modificano la realtà per
il proprio tornaconto, cultori attenti del centinaio di sinonimi
sulla “femmina”: la “donna bella cerca l’uomo bruno per regalargli
un po’ della sua bellezza”.
C’è in momento in cui l’esistenza di
G. cambia e la sua vita non ha più i contorni delle inutili
chiacchiere da bar e dei commenti squallidi sulle passeggiate
femminili. G. si innamora di Nivetta, donna bellissima con la quale
va via.
Abbandona Catania, gli amici
ciarlatani, maliziosi e inconcludenti e raggiunge il Nord. Milano è
il secondo mondo di G. Percolla che, dopo fatiche enormi, alla fine
si inserisce ( “Mi cambierò, vedrai”aveva promesso a Nivetta appena
giunti a Milano).
Inizia a comprendere le abitudini che
non gli appartengono e, si scoprirà da ultimo, non gli apparterranno
mai. E così egli “migra” dal “calduccio” del suo letto siciliano
alle gelide docce delle mattine milanesi.
L’amore per Nivetta è vero e sincero
ma non tale da indurlo a rinunciare alle scappatelle di un “degno
uomo del Nord”.
I suoi salotti a Milano si popolano
di letterati e “continentali” (tutti i “ non siciliani” per G.):
essi lo imbarazzano, rendendolo silenzioso per paura di fare delle
brutte figure.
Un giorno il suo dialetto siciliano
viene messo il mostra e lui, oltre a catturare l’attenzione, diventa
giullare, scatenando risate e divertimento. Rimane profondamente
legato ai suoi ricordi” Era maggio e il sole di Milano non riusciva
ancora a riscaldare… Ricordò che quei giorni, a Catania, il gatto
dorme nei balconi”.
Non si può certo dire che Brancati
tratti cordialmente il suo protagonista: infatti fa di G un uomo
perennemente influenzato dalla moglie e dall’ambiente che lo
scombussola sballottandolo da un eccesso all’altro come marionetta.
Ad un certo punto, G. si accorge di essere in una realtà che è
diversa dalla sua, capisce che non si fugge dalle proprie radici (“
Come si può vivere qui?” domanda a Nivetta, viaggiando verso il Sud)
e che non si lascia il proprio mondo senza prima o poi ritornare.
Alla fine il ritorno alle simboliche, calde coperte e al sonno
“meridionale” dopo pasto, non ha nulla da fare con il Giovanni
“finto meridionale”.
Claudia di Blasi
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