Canto quarto dell'Eneide
Suicidio di Didone
Allora Didone, tremante, esasperata per il suo scellerato disegno, volgendo attorno gli occhi iniettati di sangue, le gote sparse di livide macchie e pallida della prossima morte, irrompe nelle stanze interne della casa e sale furibonda l'alto rogo, sguaina la spada dardiana, regalo non chiesto per simile scopo. 1
Dopo aver guardato le vesti lasciate da Enea e il noto letto, dopo aver indugiato un poco in lagrime di pensieri, si gettò su quel letto lunga e distesa e disse poche, estreme parole: " O relique, che foste così dolci finche lo permettevano i Fati e un Dio: ora accogliete 2 quest'anima, scioglietemi da tutti i miei tormenti.
Vissi, ho compiuto il cammino concessomi dalla Fortuna, e adesso un'immagine grande di me se ne andrà sottoterra. Fondai una grande città, vidi sorgerne alte le mura, vendicai il marito, inflissi al fratello nemico giuste pene: felice, ahi, troppo felice se solo non fossero mai arrivate ai nostri nidi sabbiosi navi dardiane!". Disse e premé la bocca sul letto. "Moriamo senza vendetta - riprese. - Ma moriamo. Così, anche così giova scendere alle Ombre. Il crudele Troiano vedrà dall'alto del mare il fuoco e trarrà funesti presagi dalla mia morte". Tra queste parole le ancelle la vedono abbandonarsi sul ferro e vedon la lama spumante di sangue, vedono sporche di sangue le mani. Un grido si leva per tutta la reggia, la fama s'avventa infuria per la città, le case fremano d'urla, di lamenti e di gemiti di donne, l'aria suona di grandi pianti, come se Cartagine o Tiro invase dai nemici crollassero, e rabbiose le fiamme s'attorcessero tra le case ed i templi. La sorella sentì la notizia e atterrita con una corsa affannosa, graffiandosi la faccia con le unghie, picchiandosi i pugni contro il petto, attraversa la folla chiamando la morente per nome: " Sorella, per questo mi volevi? Che inganno doloroso! Per questo che volevi il rogo, i fuochi e gli altari? Che cosa dovrò pianger di più: la tua morte o questo disperato esser sola 3 nella morte? Sorella, perché non m'hai voluta tua compagna morendo? M'avessi tu chiamata ad una stessa morte: un egual dolore ed una stessa ora ci avrebbe colte entrambe.
Ed io con queste mani eressi il rogo, invocai gli Dei patrii, per essere da te lontana nell'ora della morte! Sorella, hai ucciso te e me e il popolo e i padri sidoni e tutta la tua città! 4 Ma adesso lasciatemi lavare la ferita, lasciatemi raccogliere con le labbra l'estremo suo alito, se ancora le aleggia intorno un soffio di vita!". Precipitosa era salita sugli alti gradini del rogo e abbracciata la sorella morente la stringeva gemendo al seno e con la veste tentava di asciugare il nero sangue. Didone mentre cerca di alzare gli occhi che non riuscivano a stare aperti sviene; la ferita profonda nel petto stride: Tre volte riuscì a levarsi sul gomito, tre volte ricadde sul letto: nell'alto cielo cercò con gli occhi erranti la luce, vedendola gemette.
Allora Giunone, pietosa del suo lungo dolore 5 e della straziante agonia, mandò giù dall'Olimpo Iride, che liberasse l'anima che lottava invano per svincolarsi dai legami del corpo. Poiché lei non moriva di giusta morte, decisa dal Fato, ma anzitempo in un accesso d'ira, Proserpina non le aveva ancora strappato di testa 6 il biondo fatale capello e non aveva ancora consacrato il suo capo all'Inferno e allo Stige. La rugiadosa Iride con le sue penne di croco 7 brillanti contro sole di mille varii colori volò attraverso il cielo e si fermò su di lei. "Questo capello - disse - porto consacrato a Dite per ordine divino, e ti sciolgo da queste tue membra ". Con la destra strappò il capello: insieme si spense il calore nel corpo, la vita svanì nel vento 8
Versi tratti dal quarto canto dell'Eneide, versione poetica di Cesare Vivaldi con presentazione di Giuseppe Ungaretti. Editrice Edisco Torino (volume non in commercio). Edizione celebrativa del Bimillenario 19 A.C.
Note
1. la spada dardiana: Didone aveva ricevuto in dono da Enea una spada in cambio dei ricchi doni ricevuti. 2. un Dio: Giove 3. questo disperato essere sola: un altra figura tragica quella della sorella, che nel momento della morte di Didone sente dentro di sé la tragedia della solitudine, capisce come la sua esistenza sia legata a quella della sorella e invoca perciò anch'essa la morte. 4. sidoni: Sidone, città fenicia capitale del regno di Belo, padre di Didone, (Sidone ora si chiama Saida ed è in Libano a sud di Beirut). 5. Allora Giunone: Giunone sente pietà per la sventurata e ne abbrevia l'agonia mandando Iride sua messaggera. 6. Proserpina: secondo le credenze antiche, la vita finiva quando Proserpina strappava un capello del capo di chi era predestinato alla morte. 7. croco: zafferano, quindi il significato è color dell'oro 8. vento: in greco "anemos" Secondo Virgilio dopo la morte, l'anima individuale ritornava e si dissolveva nell'anima universale fonte di ogni forma di vita.
Divinità greco-romane
Giunone: divinità romana figlia di Saturno e di Rea mutuata da quella greca, corrisponde, infatti, ad Eres moglie di Zeus. Iride: messaggera degli dei, personificazione dell'arcobaleno. Figlia di Taumante e dell'oceanina Elettra. Proserpina: regina dell'averno (l'oltretomba greco) e moglie di Plutone
Commento
Due figure tragiche e umanissime appaiono in queste breve passo di Virgilio, Didone regina di Cartagine che ormai resa folle dall'abbandono di Virgilio si suicida per amore, e Anna, sua sorella, un personaggio di secondo piano che funge essenzialmente da consigliera e che ha legato la sua esistenza alla regina. Personaggio diverso è invece Enea che con la sua freddezza e insensibilità incarna l'eroe predestinato a compiere gesta più grandi di quelle d'amore. A questo proposito di seguito è citato un breve passo di Cesare Vivaldi che commenta così il canto e le figure dei personaggi principali:" Le nozze, durante lo scatenarsi di un violento temporale, sono il naturale coronamento della passione che le ha sconvolto i sensi e l'anima.
Di qui il dramma che precipita rapidamente verso la conclusione. In un alternarsi continuo di illusioni e delusioni, dì tormento e di estasi, d'invettive e di preghiere, di orgogliose impennate e di umiliazioni volute, si giunge all'epilogo: vince ancora l'amore che vede come unica soluzione la morte. Il rogo che brucia e purifica e le sue spoglie mortali, distrugge insieme le vesti e la spada dell'amato. La fine è degna di lei, splendida donna e superba regina che non può sopravvivere all'ingiuria sofferta dopo il dono di tutta se stessa. La sua ardente figura di personaggio tragico, insuperato e insuperabile, offusca e sminuisce quello di Enea. Se però guardiamo un po' più addentro alla complessità della creazione virgiliana, ci accorgiamo subito che la grandezza tragica di Didone dipende in gran parte dall'atteggiamento di Enea, dal suo freddo ed incerto comportamento, dal suo sacro egoismo d'uomo, dalla sua arida austerità di eroe-sacerdote destinato a ben altre imprese d'amore che non sian d'amore. Virgilio ha ricercato ad arte, non solo per la logica che regge l'intero poema, un voluto contrasto di toni e di stati d'animo, per far sì che la figura di Didone campeggiasse in tutta la sua grandiosa tragicità per l'intero arco dell'episodio. Per questo a costretto il suo eroe alla meschinità ed alla grettezza d'animo e di cuore; per questo gli ha posto sulle labbra frasi scipite, volgari e perfino oltraggiose. Didone, così, ci appare la vittima più illustre non tanto di Enea, quanto di quella legge e iniqua ed inesorabile che vuole i maggiori e più solenni eventi umani, nati dalle lagrime e dal sangue degli innocenti." Virgilio nel suo canto quindi tratta Didone con indulgenza e comprensione, al contrario di Dante che invece colloca il personaggio nel V canto dell'Inferno (canto famosissimo di Paolo e Francesca), nella schiera degli amanti sanguinosi. Per Dante Didone è colpevole di aver sottomesso la ragione alla passione (lussuria), e, sposandosi con Enea, di aver tradito la memoria del marito Sicheo. Chiaramente l'atteggiamento di Dante verso le persone che condanna è più complesso di quello descritto sopra. Per alcuni di loro infatti Dante ha un atteggiamento di condanna e nello stesso tempo di pietà, pietà però che non significa perdono dei loro peccati ma comprensione della sventura che gli è capitata. Lo sventurato diviene dunque per il poeta il simbolo dell'umana fragilità, ogni uomo può peccare e allontanarsi dall'insegnamento cristiano, compreso lui, l'importante e poi pentirsi e riprende la strada indicata da Cristo. Il viaggio intrapreso da Dante è un viaggio simbolico verso la Salvezza.
Breve biografia
Vita Virgilio Marone, Publio poeta latino (Andes odierna Pietole, Mantova, 70 a.C. - Brindisi 19 a.C.) - figlio di un proprietario terriero, non ricco, Virgilio compie i primi suoi studi fino a quindici anni a Mantova e Cremona, dopodiché si reca, prima a Milano e poi a Roma dove segue i corsi del retore Epidio, che però interrompe quasi subito. In seguito si reca a Napoli dove studia con il filosofo epicureo Sirone. In quel periodo s'interessa anche di astronomia, botanica, zoologia, medicina e matematica. Un fatto grave accade al poeta verso l'età di ventotto anni: perde temporaneamente i propri in conseguenza della distribuzione di terre italiche ai reduci dei Filippi, ma grazie all'intervento di Asinio Pollione, governatore della Cisalpina, riesce a riavere i suoi campi paterni. Tra il 34 e il 37 entra a far parte del circolo Mecenate, in cui sono già presenti molti suoi amici poeti (Cornelio Gallo, Orazio, Vario, Tucca). All'età di cinquantadue anni dopo undici anni di lavoro per la stesura dell'Eneide, non contento della esito finale del poema (deve risolvere alcune discordanze tra un libro e l'altro), parte per la Grecia e l'Asia Minore, dove intende studiare meglio i luoghi in cui è ambientato la prima parte del suo poema, ma improvvisamente a Megara, dopo una passeggiata sotto il suole infuocato, si ammala ed è costretto a tornare in Italia dove muore. Una leggenda vuole che il poeta nel letto di morte, a Brindisi, chiese il manoscritto dell'Eneide per distruggerlo.
Opere: * Alcuni epigrammi di spirito catulliano * Bucoliche: opera di poesia composta in tre anni dal 42 al 39 a.C. * Georgiche: poema in quattro canti scritto tra il 37 e il 3o a.C. * Eneide: poema in dodici canti, i primi sei che riguardano il viaggio di Enea da Troia al Lazio (ispirati dall'Odissea di Omero) e gli ultimi sei che trattano delle battagli di Enea nel Lazio prima di stabilirsi definitivamente (questi canti sono ispirati all'Iliade). |